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L’elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico. Quanto ci costano Chiesa e Vaticano?
By Admin (from 28/06/2010 @ 09:26:42, in it - Osservatorio Globale, read 3244 times)

Eccoci qui, seconda puntata della vostra rubrica scelti dai lettori. Oggi, tra i tanti temi che ci avete suggerito lunedì, affronteremo la Chiesa. Quanto ci costa, sia in termini economici che non, avere il Vaticano sul nostro territorio?

Di nuovo, proprio come nella scorsa occasione quando avevamo affrontato il tema della Lega Nord e del federalismo, si potrebbero scrivere libri a riguardo. Noi cercheremo di essere un po’ più sintetici. Sparsa tra i capoversi, troverete una piccola bibliografia per approfondire.

breccia porta pia wikipedia

In questa foto qui sopra, di pubblico dominio - sono passati un po’ di anni da quando è stata scattata… - che cosa vedete? Vedete, sulla destra, delle mura crollate. Si tratta della Breccia di Porta Pia.

Un’immagine che si può datare tra il 20 e il 25 settembre 1870: Cavour riteneva che l’annessione di Roma fosse fondamentale per l’unità d’Italia, e agì di conseguenza. Da quel momento cosa cambia?

Cambia molto: perché da allora, e non potrebbe essere altrimenti, c’è una specie di ombra che grava sui rapporti tra Stato e Chiesa in Italia, un’ombra molto simile a qualcosa che i cattolici conoscono molto bene: un peccato originale.

Quel peccatuccio originale, quanto ci costa? Vediamo: Curzio Maltese nel 2007, si dedica proprio a questo tema. Traccia del suo lavoro si trova ancora negli archivi di Repubblica.

Non che decenni prima la Chiesa e il Vaticano facessero fatica a mettere insieme il pranzo e la cena, ma di sicuro c’è una data e un personaggio chiave nella storia economico-finanziaria del Vaticano: il 1990 e il Cardinale Camillo Ruini.

Le ragioni dell’ascesa di Ruini sono legate all’intelligenza, alla ferrea volontà e alle straordinarie qualità di organizzatore del personaggio. Ma un’altra chiave per leggerne la parabola si chiama “otto per mille”. Un fiume di soldi che comincia a fluire nelle casse della Cei dalla primavera del 1990, quando entra a regime il prelievo diretto sull’Irpef, e sfocia ormai nel mare di un miliardo di euro all’anno. Ruini ne è il dominus incontrastato. Tolte le spese automatiche come gli stipendi dei preti, è il presidente della conferenza episcopale, attraverso pochi fidati collaboratori, ad avere l’ultima parola su ogni singola spesa, dalla riparazione di una canonica alla costruzione di una missione in Africa agli investimenti immobiliari e finanziari

La CEI, Conferenza Episcopale Italiana, non è un’istituzione antichissima: anzi. La CEI nasce nel 1952, ma conta poco o nulla fino agli anni ottanta, fino a quando ci arriva Ruini.

Grazie agli eccellenti archivi di Radio Radicale, possiamo tirare fuori qualche cifra interessante: il primo dato è il miliardo di euro, circa, derivante dell’otto per mille. Ma non è neanche l’antipasto, sono proprio spiccioli, sono argent de poche.

Il quote qui sotto, preso sempre dall’inchiesta di Curzio Maltese del 2007, vi mostra che la cifra è più vicina ai quattro miliardi di euro - il costo che paghiamo noi, cittadini italiani, con le nostre tasse.

La prima voce comprende il miliardo di euro dell’otto per mille, i 650 milioni per gli stipendi dei 22 mila insegnanti dell’ora di religione («Un vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire», nell’opinione dello scrittore cattolico Vittorio Messori), altri 700 milioni versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità.

Poi c’è la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi, dal Giubileo (3500 miliardi di lire) all’ultimo raduno di Loreto (2,5 milioni di euro), per una media annua, nell’ultimo decennio, di 250 milioni. A questi due miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, oggi al centro di un’inchiesta dell’Unione Europea per «aiuti di Stato».

L’elenco è immenso, nazionale e locale. Sempre con prudenza si può valutare in una forbice fra 400 ai 700 milioni il mancato incasso per l’Ici (stime «non di mercato» dell’associazione dei Comuni), in 500 milioni le esenzioni da Irap, Ires e altre imposte, in altri 600 milioni l’elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico, che gestisce ogni anno da e per l’Italia un flusso di quaranta milioni di visitatori e pellegrini.

Il totale supera i quattro miliardi all’anno, dunque una mezza finanziaria, un Ponte sullo Stretto o un Mose all’anno, più qualche decina di milioni

E qui, direi che abbiamo risposto alla vostra domanda: quanto ci costa il Vaticano? Mica poco! Vediamo di approfondire con qualche altro testo. Maltese segnala un volume di un giornalista dell’Avvenire - quotidiano della CEI - intitolato “Chiesa Padrona”.

Curiosamente, anche il costituzionalista Michele Ainis ha intitolato un suo volume allo stesso modo: di quest’ultimo, si può leggere una recensione sul sito di UAAR - l’Unione Atei Agnostici e Razionalisti - e su La Stampa.

Ainis punta il dito contro l’assurda eccezionalità del trattamento che il governo e lo Stato italiano riservano al Vaticano. Un unicum, che non ha niente di paragonabile in nessuna democrazia moderna:

Nel panorama internazionale non esistono altri casi, se si eccettua la Politeia ortodossa del Monte Athos, che ha ottenuto un regime giuridico speciale dal governo greco, e che in questo senso costituisce un lontano parente del Vaticano.

Senza però il diritto di voto nelle conferenze Onu, che la Santa Sede ha più volte esercitato per opporsi alle politiche di contenimento demografico e di pianificazione familiare (per esempio nel 1992 a Rio de Janeiro o nel 1994 al Cairo); tanto che nel luglio 2000 Clare Short, Segretaria di Stato inglese per lo Sviluppo internazionale, ha qualificato come un’«interferenza reazionaria» questo atteggiamento.

Senza una banca di Stato qual è lo Ior, che non emette assegni ma vanta depositi per almeno 5 miliardi di euro, che è stato al centro dello scandalo del Banco Ambrosiano con la sua scia di cadaveri eccellenti (da Sindona a Calvi), ma dove nessuno può frugare se non con una rogatoria internazionale, sempre ammesso che venga accettata.

Senza un prodotto interno lordo pro capite di 407 mila dollari, che rende di gran lunga il Vaticano lo Stato più opulento al mondo. E infine senza i privilegi doganali di cui quello stesso Stato s’avvantaggia per importare 1000 tonnellate di carne l’anno o 48 di spumante, un po’ troppo per i suoi 921 abitanti

Molto interessante anche la lettura di Vaticano Spa di Gianluigi Nuzzi: potete leggervi una sua rubrica sul blog di Chiarelettere, per esempio.

L’ampia mole di documenti utilizzati per scrivere Vaticano Spa, è tutta online: potete leggerli da voi, basta che vi registriate, e farvi un’idea.

Se preferite la tv a un buon libro - in questo caso: lo schermo del vostro computer - potete rivedervi o vedervi “Il boccone del prete”, inchiesta di Report trasmessa recentemente, tutta dedicata allo IOR e ai conti del Vaticano.

Fonte: PolisBlog.it