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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Nelle parole dell' inviato speciale delle Nazioni Unite Kofi Annan, è stato il "punto critico" nel conflitto in Siria: un massacro selvaggio di oltre 90 persone, prevalentemente donne e bambini, per i quali il regime siriano di Bashar al-Assad è stato immediatamente accusato da praticamente la totalità dei media occidentali. Pochi giorni dopo le prime notizie della strage di Houla, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Germania, e diversi altri paesi occidentali hanno annunciato che stavano espellendo gli ambasciatori della Siria in segno di protesta.

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Ma secondo un nuovo rapporto condotto dal quotidiano tedesco, la Frankfurter Allgemeine Zeitung (FAZ), il massacro di Houla è stato in realtà commesso da militanti sunniti anti-Assad, e la maggior parte delle vittime erano membri alawiti e di minoranze sciite, che in gran parte sostengono Assad. Per il racconto della strage, il rapporto cita oppositori di Assad, che, tuttavia, hanno rifiutato di dare le loro generalità per paura di rappresaglie da parte di gruppi armati dell' opposizione.

Secondo le fonti dell'articolo, il massacro si è verificato dopo che le forze ribelli hanno attaccato tre posti di blocco controllate dall'esercito al di fuori di Houla. I posti di blocco erano stati istituiti per proteggere i vicini villaggi a maggioranza alauita da attacchi da parte delle milizie sunnite. L’attacco dei ribelli ha provocato una richiesta di rinforzi da parte delle unità dell'esercito assediati. Le forze armate siriane e ribelli, viene riportato, si sono impegnate nella battaglia per circa 90 minuti, durante i quali "dozzine di soldati e ribelli" sono stati uccisi.

"Secondo testimoni oculari," la relazione FAZ continua il massacro è avvenuto in questo frangente. Quelli uccisi erano quasi esclusivamente di famiglie alawita di Houla e minoranze sciite. Oltre il 90% della popolazione di Houla sono sunniti. Diverse decine di membri di una famiglia sono stati massacrati, che si erano convertiti da sunnita a sciita. I membri del Shomaliya, una famiglia alawita , sono stati uccisi, così come la famiglia di un membro sunnita del parlamento siriano, considerato un collaboratore. Subito dopo il massacro, gli autori si suppone abbiano filmato i corpi per poi presentarli come vittime sunnite nei video pubblicati su internet.

Il rapporto del Frankfurter Allgemeine Zeitung conta testimonianze oculari raccolte dai rifugiati provenienti dalla regione Houla dai membri del Monastero di San Giacomo a Qara, in Siria. Secondo queste fonti citate dal monastero secondo l’esperto tedesco di Medio Oriente Martin Janssen, ribelli armati hanno ucciso "intere famiglie alauiti" nel villaggio di Taldo nella regione Houla.

Già all'inizio di aprile, Madre Agnès-Mariam della Croce del Monastero di San Giacomo ha messo in guardia sulle atrocità commesse di ribelli 'resoconti riconfezionati dai media sia arabi e occidentali come atrocità di regime. Ha citato il caso di un massacro nel quartiere Khalidiya a Homs. Secondo un resoconto pubblicato in francese sul sito del monastero, i ribelli riuniti gli ostaggi cristiani e alawiti in un edificio a Khalidiya l'hanno fatto saltare in aria con la dinamite. Hanno poi attribuito questo massacro all’'esercito regolare siriano. "Anche se questa azione è stata attribuita alle forze dell'esercito regolare.. le prove e le testimonianze sono inconfutabili: E 'stata un'operazione intrapresa da parte di gruppi armati affiliati con l'opposizione," ha scritto Madre Agnès-Mariam.

Fonte: informationclearinghouse.info - Traduzione a cura di comedonchisciotte.org

 

Sono, verosimilmente, i punti cardine del “piano B” in mano all’Unione Europea. Quel piano che, non sia mai, dovrebbe scattare se la Grecia lasciasse l’euro. O se per questo o altro consimile motivo i correntisti, quelli che hanno un conto in banca, corressero tutti in massa a trasformare i loro depositi in cash.  Anticipato dalla Reuters il piano in questione riempie oggi le pagine di tutti i quotidiani ma è, in realtà, un piano disperato nella sua ovvietà. Un piano che dovrebbe fermare l’ondata montante di panico, la prima e la più alta. Ma anche un piano che non appena fosse messo in atto produrrebbe panico ad ondate grandezza tsunami. Per curare la paura che si sta diffondendo, per salvare le banche dall’assalto e da se stesse serve altro: serve una garanzia unica europea per i depositi bancari, serve ora e serve subito.

“Schnell, Frau Merkel” titola oggi (12 giugno) il Sole 24 Ore, con una eco del “Fate presto” che aprì il quotidiano di Confindustria all’indomani della caduta di Berlusconi. “Presto, signora Merkel”, tre mesi e anche meno le hanno dato, a lei a noi tutti, prima il finanziere George Soros e ora Christine Lagarde per salvare la moneta unica. Novanta giorni, un’estate per dare una svolta ad una crisi in cui come europei ci trasciniamo ormai da più di due anni e per portare a compimento un processo politico rimasto monco da più di un decennio. La moneta unica ha bisogno di un’economia unica e, come ha ribadito Mario Draghi, tocca alla politica il compito di fare questo passo. Alla politica e a nessun altro. E la cancelliera Angela Merkel è colei che ha in mano le chiavi per fare questo passo. Certo non è la cancelliera tedesca l’unica attrice di questo processo, devono partecipare anche gli altri leader europei ma la Merkel, oltre ad essere stata sinora quella che ha difeso il rigore senza se e senza ma, e anche il leader del paese europeo economicamente più forte. Senza il suo avallo quindi gli altri possono poco, mentre il suo appoggio garantirebbe quasi certamente la forza politica necessaria per superare le residue difficoltà.

Il Sole 24 Ore, in un editoriale firmato dal direttore Roberto Napoletano, si spinge oltre e individua oltre alla garanzia europea per i depositi anche altri punti ineludibili per far tornare l’Eurozona a “riveder le stelle”. Scrive Napoletano:

“Il tempo delle parole è finito, con dieci anni di ritardo, il disegno di integrazione politica va portato a compimento attraverso scelte concrete, immediatamente operative. Almeno tre.

1 – Garanzia unica per i depositi bancari europei. A chi solleva problemi morali, non del tutto infondati, sulla sua introduzione, va spiegato che, in assenza di questo strumento, rischia di pagare di più anche chi si è comportato bene.

2 – Accesso diretto al Fondo salva-Stati (Efsf) da parte degli istituti di credito. Potrà sembrare un dettaglio ma non lo è: le turbolenze di ieri sui mercati sono figlie proprio della convinzione che gli aiuti arriveranno da un secondo fondo di stabilità, Esm, non dall’Efsf, e questo incide sulla qualità e il tasso di rischiosità dei titoli di Stato spagnoli.

3 – Unificazione dei debiti pubblici europei distinguendo (Paese per Paese) il carico degli interessi ma neutralizzando così l’azione della speculazione sui tassi dei titoli sovrani dei Paesi del Sud Europa (e non solo) che si è rivelata molto onerosa. Questo terzo punto è il più complicato. Si può raggiungere solo a patto che si scambi la protezione in comune con la modifica della Costituzione di ciascun Paese per cedere sovranità nazionale e acquistare sovranità europea sigillata da una nuova, vera carta costituzionale. Perché diventi realtà chi governa i singoli Paesi (Francia e Germania comprese) deve avere la forza di far capire ai suoi elettori gli indubbi benefici di breve e medio termine conquistabili con tale scelta. Può sembrare un processo ardito (di certo non è agevole) ma è addirittura obbligato se non si vuole fare la fine dei dieci piccoli indiani di Agatha Christie”.

Fa bene l’Europa a prepararsi nel frattempo allo scenario peggiore, cioè ad un’uscita della Grecia dalla moneta unica in assenza di quelle riforme indicate sopra. Sarebbe da incoscienti non prendere in esame questa possibilità. Ben vengano dunque le misure anticipate dalla Reuters. “Se la Grecia dovesse uscire dall’Eurozona,- scrive la Stampa – la Bce si troverebbe immediatamente costretta a interrompere i finanziamenti sul mercato della liquidità. Nel giro di una notte il sistema bancario fallirebbe. Con lui, le imprese. La conseguenza più evidente sarebbe una corsa dei correntisti alle filiali per recuperare il proprio denaro. E’ per questo che si è pensato di intervenire sulla liquidità disponibile agli sportelli automatici e alla circolazione dei capitali, cosa che potrebbe essere estesa anche alle persone, dunque con vincoli per i patti di Schengen. La traccia, in fondo, servirebbe a rendere impossibile un impazzimento dei denari e una diffusione rapida del malessere oltre il confine greco. Anche la Svizzera, lo scorso mese, ha detto di essere pronta a introdurre nuove misure di controllo sui capitali. Le fonti sottolineano che si tratta di opzioni teoriche per le quali non è nemmeno chiaro se esista la base legale. L’Unione monetaria è un matrimonio che non prevede divorzio. Da questo deriva che se la Grecia, o un altro paese, pensassero di lasciare il club, la procedura andrebbe inventata”.

Ben venga lo studio di queste misure perché la prudenza in questo caso è d’obbligo ma, facendo un paragone medico, il “piano B” somiglia tanto ad un’aspirina data ad un paziente affetto da una qualche grave infezione. L’aspirina abbasserà la febbre per qualche ora ma questa, poco dopo, tornerà ancora più violenta di prima. Di aspirine sinora, al sistema economico europeo, ne sono state somministrate diverse, per guarire serve dell’altro. E medici autorevoli hanno dato tre mesi di tempo per salvarsi al paziente euro.

Fonte: blitzquotidiano.it

 

E' quanto emerge da un accordo sottoscritto dalle Poste Italiane e quattro organizzazioni sindacali (UilPoste, Failp-Cisal, ConfsalCom e UglCom) che prevede un taglio di 140 euro di bonus alle future mamme che si assentano dal proprio posto di lavoro per portare a termine la gravidanza. Un colpo magistrale reso possibile dal “ solito passaggio formale” e di cui non occorre stupirsi più di tanto considerato ormai l'appoggio incondizionato delle forze sindacali e della "sinistra che fu" alle sciagurate cure del Dr. Monti.

E pensare che solo qualche anno fa le Poste Italiane avevano ricevuto il "Bollino Rosa S.O.N.O. – Stesse Opportunità Nuove Opportunità", promosso dal Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale.

L'immediata protesta scritta di Cgil e Cisl inviata alla Ministra Crudelia Demon Fornero e firmata da Barbara Apuzzo (Coordinamento nazionale Donne Slc Cgil) e da Caterina Gaggio (Coordinamento nazionale Donne Sip Cisl), spegne ogni residua fiammella di speranza a chi ancora crede nella forza contrattuale dell'attuale dirigenza sindacale.

Nella lettera , infatti, non si chiede alla Fornero di rendere nullo l'ignobile accordo ma "di revocare l’immeritato riconoscimento e di voler considerare la gravità dell’atto compiuto in termini di ‘cattivo esempio’ per quelle aziende che, pur non essendo paragonabili per storia, dimensioni e risorse a Poste Italiane, contribuiscono ogni giorno ad una reale valorizzazione delle politiche di Pari Opportunità".

Siamo alle comiche finali...

Autore: Hank Aleno - Fonte: cronachelodigiane.net

 

Il FT ha pubblicato la mia risposta: "Internet movement promises real democracy for Italy".

Traduzione.
"Gentile editore, ho letto l'articolo di Beppe Severgnini su di me e sul MoVimento 5 Stelle, L'articolo è un attacco deliberato a un movimento democratico che rappresento. Il M5S non ha "soluzioni semplicistiche a problemi complessi", ma un programma completo discusso in Rete per mesi e pubblicato on line sul sito www.beppegrillo.it. Qualunque giornalista può leggerlo, persino Beppe Severgnini. Io sono stato comparato a Benito Mussolini, un dittatore. Questo per me è offensivo. Il M5S è accusato di essere "populismo 2.0". E' esattamente l'opposto.

In Italia, i partiti politici hanno occupato ogni spazio nell'industria, nelle banche, nei media, ecc. Noi viviamo ormai in una partitocrazia, non più in una democrazia. Al contrario dei partiti politici, il M5S ha rifiutato ogni finanziamento pubblico. Alcune proiezioni lo valutano seconda forza politica con il 20% dei voti dopo solo due anni e mezzo dalla sua fondazione. Il M5S ha come obiettivo lo sviluppo di una vera democrazia e consentire ai cittadini di essere coinvolti in ogni decisione che li riguarda senza l'intermediazione dei partiti. Lo spirito del M5S può essere riassunto in due parole; trasparenza e partecipazione, entrambi possibili grazie alla diffusione di Internet. In futuro spero di leggere sul suo prestigioso giornale articoli più qualificati ed obiettivi sulla politica italiana."

Beppe Grillo, Genova, Italia

"Sir, I’ve read your June 5 Comment piece “The chirruping allure of Italy’s Jiminy Cricket”, talking about myself and the Italian Five Star Movement.
The article is a deliberate attack on the democratic movement that I represent. The Five Star Movement does not have “simplistic solutions to difficult problems”, but a complete programme that has been discussed on the internet for months and published online at www.beppegrillo.it. Any journalist can read it, even Beppe Severgnini. I have been compared to Benito Mussolini, a dictator. To me, this is an outrage.
The Five Star Movement is accused of being “Populism 2.0”. It is exactly the opposite.

In Italy, the political parties have occupied every space in industry, in the banks, in the media, etc. We live in a partitocracy, not in a democracy any more.
Unlike the political parties, the Five Star Movement has refused any public financing. It is actually predicted to be the second political force in Italy with 20 per cent of the votes, after only two and a half years since it came into being. It has the goal of achieving a real democracy and of giving the opportunity to citizens to be involved in any decision that affects their life without the intermediation of the parties.

The spirit of the Five Star Movement can be summarised in two words: transparency and participation, both possible thanks to the diffusion of the internet.
In the future I hope to read more qualified and objective articles with reference to Italian politics in your prestigious newspaper."

Beppe Grillo, Genoa, Italy

 

La Corte Suprema Usa ha respinto un ricorso avanzato da sette detenuti del carcere nella base Usa di Guantanamo Bay, a Cuba, che contestavano i termini e la legalità della loro detenzione.

La decisione fa seguito ad un pronunciamento del 2008 da parte della stessa Corte Suprema secondo cui i detenuti di Guantanamo hanno il diritto di contestare la legalità della loro detenzione.

I detenuti si erano già rivolti a una Corte d'appello di Washington, che respinse il ricorso.

Source: ansa.it - RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

 

Cosa è stato davvero fatto dopo il terremoto?

C’è un ritornello spettrale che aleggia sopra il terzo anniversario del terremoto che ha sconvolto L’Aquila, una frase che rimbalza cristallina dall’Aquila nella Rete e nell’Italia tutta: “ Tre anni dopo, nulla è cambiato”. Si tratta di un frase piuttosto vera, soprattutto se si concentra l’attenzione sul centro storico della città e sui cittadini che lì avevano le proprie case e che da quello sciagurato 6 aprile 2009 non ci sono più potuti tornare. Per questo Wired Italia ha deciso di organizzare la campagna #occupylaquila.


A 36 mesi di distanza dal terribile sisma che ha sfregiato per sempre il volto dell’Aquila almeno 26.787 persone non hanno ancora fatto ritorno alle proprie case (più della metà dei 45mila sfollati iniziali). Di questi 13mila vivono attualmente nelle abitazione del progetto C.A.S.E. (organizzate nelle famose 19 new town volute dal Governo Berlusconi), 2.700 occupano moduli abitativi prefabbricati, mentre altri 380 ancora tirano avanti negli alberghi.

Con una situazione del genere verrebbe da pensare a una mancanza di fondi. E invece i fondi ci sono, in tre anni il Governo Italiano ha stanziato la bellezza di 10,6 miliardi di euro, dei quali 2,9 sono stati utilizzati per gestire l’emergenza nell’immediato, rimangono 7,7 miliardi ancora da sbloccare. Per ricostruire le abitazioni del centro storico servirebbero quasi 4 miliardi di euro, eppure lo stato di attuazione dei lavori è ancora ai primordi. Perché? Secondo alcuni esperti urbanisti è in parte colpa di rallentamenti burocratici, e della scelta di attende la realizzazione di Piani di Ricostruzione non sempre necessari e che hanno chiesto tempi lunghissimi per essere approvato.

L'Aquila L'Aquila

“ Tre anni dopo, nulla cambiato” è dunque una frase vera, ma solo in parte. Se il centro storico versa ancora in condizioni di devasto, qualcosa è stato ricostruito. Merito delle attività autonome di ricostruzione dei beni culturali che, stando ai dati forniti dal Ministro Fabrizio Barca, hanno portato alla ristrutturazione di 119 chiese e all’apertura di 40 cantieri per altrettanti edifici adibiti al culto.

Cosa è cambiato, dunque? O per formulare meglio l’interrogativo: quanti lavori sono stati effettuati in questi tre anni, quali edifici e quali monumenti sono stati messi in sicurezza, e quanti cantieri devono ancora essere aperti?

In un cronoprogramma pubblicato dal sindaco Massimo Cialente intorno a gennaio, viene fatta una stima (da alcuni considerata volutamente ottimista) della tabella di marcia per i lavori pubblici (sia ordinari che di ricostruzione post-terremoto). Secondo il cronoprogramma, a inizio dell’anno i cantieri aperti ammontavano al 39% di quelli previsti, i lavori portati a compimento invece costituivano una fetta minima della torta.

Nelle previsioni di Sindaco e Amministrazione Comunale di qui a giugno la percentuale di lavori terminati potrebbe raggiungere quota 47%, lasciando un 41% di lavori in esecuzione e solo il 12% in fase di bando di gara o contratto.

Nell’ambito di una parziale operazione di trasparenza, sul sito del Commissario delegato per la Ricostruzione, la Presidenza della Regione Abbruzzo ha recentemente pubblicato una planimetria che consente di farsi un’idea chiara degli interventi pubblici eseguiti, quelli in corso d’opera e quelli ancora inchiodati sulla linea di partenza. È interessante notare come dei 38 interventi pianificati, solo 6 siano stati portati a termine e solo 8 cantieri siano tuttora in attività. Gli altri 24 interventi sono ancora in attesa di superare la fase d’appalto o della formalizzazione di un progetto esecutivo.

Uno dei primi lavori portati è a termine è stato il restauro della Fontana delle 99 cannelle, uno dei monumenti più antichi e memorabili della città. Grazie ai 500mila euro del Fai (Fondo Ambiente Italiano), la ristrutturazione è stata terminata nel dicembre del 2010. Un altro importante lavoro consegnato è la ristrutturazione delle Mura Urbiche a Borgo Rivera, mentre i lavori di restauro di Porta Rivera sono ancora in fase di esecuzione, il costo dei due interventi ammonta a 800mila euro.

Tra le Porte colpite dal sisma ci sono poi Porta Castello e Porta Napoli. Porta Castello, edificata nel Cinquecento e distrutta già in precedenza da un terremoto nel 1703, ha già subito l’intervento necessario: riportava danni diffusi in tutta la struttura e ci sono voluti 25mila euro (donati da Lions Club – L’Aquila Host) per rimetterla in sesto. Porta Napoli invece è stata interessata da diversi crolli e la sua ricostruzione ha richiesto oltre 260mila euro (Fondazione Carispaq), i lavori sono ancora in corso.

Altri due interventi completati sono quelli che hanno interessato Caserma Campomizzi (13 milioni di euro) e la Casa della Giovane Italiana – Ex Isef che ora ospiterà gli uffici della struttura commissariale per la ricostruzione (1,9 milioni di euro).

Passando agli edifici religiosi, sono stati già smantellati i cantieri per la ricostruzione del Complesso di Sant’Amico, un ex-convento che per i danni riportati in seguito al sisma ha richiesto lavori per un totale di un milione di euro.

Tra i cantieri aperti ci sono quello della Chiesa di San Biagio d’Aminterum (termine previsto per il 18 luglio 2012, con 2,9 milioni di euro di finanziamento) e la Chiesa di San Giuseppe dei Minimi (chiusura cantiere prevista per fine 2012, con 1,7 milioni stanziati dal Governo del Lazio). Procedono anche i lavori alla Chiesa di San Pietro di Coppito, il luogo di culto fu edificato intorno alla fine del 1200 e in seguito al terremoto ha riportato gravi lesioni alle strutture portanti, con il conseguente crollo del campanile e di parte della facciata. Per l’intervento sono stati erogati 750mila euro.

Per la Chiesa di Cristo Re invece sono stati stanziati 720mila euro e anche in questo caso il cantiere è ancora aperto.

Sono stati poi completati i lavori preliminari di messa in sicurezza della cupola e del tamburo della Basilica di San Bernardino, le cui condizioni sono ora favorevoli all’inizio dei lavori previsti per Luglio 2012, per cui il Cipe ha stanziato 25 milioni di euro. Quasi ultimata invece la ristrutturazione della Basilica di Santa Maria di Collemaggio che ha richiesto finora oltre tre milioni di euro.

Tra gli edifici non adibiti al culto, quelli attualmente in fase di effettiva ricostruzione sono il Palazzetto dei Nobili (1,1 milioni di euro donati dalla Camera dei Deputati), l’edificio della Questura, per cui il Cipe ha stanziato quasi 13 milioni di euro (conclusione prevista per settembre 2012) e il Palazzo di Giustizia. In quest’ultimo caso, i 40 milioni stanziati dal Cipe sono stati in parte impiegati per i lavori sul corpo centrale, che verranno indicativamente portati a termine entro fine estate 2012. I lavori relativi all’Ala Uffici sono invece ancora in corso d’appalto e dovrebbero essere terminati entro l’estate del 2013.

In alcuni casi, agli interventi di ricostruzione sono stati affiancati lavori di costruzione di nuovi edifici, è il caso del complesso che oggi ospita la Procura Generale e la Corte D’Appello, i 7 milioni di euro stanziati dal Cipe hanno consentito di riqualificare la palazzina dell’ex-stazione ferroviaria e di procedere alla costruzione di un nuovo edificio circolare inaugurato lo scorso 23 settembre.

Tra i progetti ancora fermi è il caso di menzionare il Teatro San Filippo, la Scuola De Amicis e il Conservatorio Alfredo Casella. Al Teatro San Filippo i lavori sarebbero dovuti partire lo scorso Agosto e durare in tutto quattro mesi, a otto mesi di distanza il Teatro San Filippo è ancora inagibile e la Compagnia dell’Uovo ha lamentato il rischio di perdere i finanziamenti ministeriali

I lavori di ricostruzione alla Scuola De Amicis sono ancora fermi, nonostante sul sito CommissarioPerLaRicostruzione.it l’inizio fosse stato previsto per febbraio/marzo. Parte del finanziamento per questo cantiere era stato raccolto nella cornice dell’iniziativa Amiche Per l’Abruzzo, patrocinate da una serie di star femminili della musica italiana. Una sorte simile è toccata a un’altra iniziativa, patrocinata da Jovanotti, che a due settimane dal terremoto aveva raccolto 1,2 milioni di euro con la canzone all-star “Domani”: gran parte dei fondi sono stati allocati per la ricostruzione del Conservatorio Alfredo Casella, i lavori però non sono ancora partiti.

Una piccola parte delle donazioni raccolte con “Domani” erano invece destinati alla ricostruzione del Teatro Comunale, per il quale l’avvio dei lavori è previsto per inizio maggio.

Ma al di là delle cifre e dei progetti che abbiamo elencato, la situazione intorno alla ricostruzione de l’Aquila rimane tuttaltro che trasparente, e a tre anni di distanza i cittadini non possono più attendere. Per questo nelle scorse settimane un gruppo di cittadini ha lanciato un’operazione di trasparenza chiamata Appello Per L’Aquila. L’obbiettivo: la diffusione dei dati che le istituzioni possiedono e la costituzione di un osservatorio partecipato per vegliare sulla ricostruzione.

Fonte: Wired.it

 

In caso di compravendita in Rete non c'è pseudonimo che tenga: la reale identità dell'internauta deve essere esplicitata in fase di registrazione. È quanto ha stabilito la terza sezione penale della Cassazione, con la  sentenza 12479/2012, pubblicata il 3 aprile. Chi, recita la sentenza, crea un account di posta elettronica usando le generalità di un altro utente " al fine di trarne profitto o di procurare a quest'ultimo un danno" commette reato di sostituzione di persona ( articolo 494 del Codice penale). Nello specifico caso in oggetto è stata confermata una multa di 1.140 euro, già comminata dalla Corte d'appello di Roma, a un 42enne che aveva partecipato a una serie di aste online con un nome di fantasia. A monte, l'iscrizione era stata fatta a nome di un'ignara donna che si è vista addebitare i pagamenti. L'uomo si è difeso dichiarando che " non c'è alcuna necessità di servirsi di una vera identità per comprare oggetti online, ben potendo usare uno pseudonimo". Da qui la chiara presa di posizione della Cassazione.

In linea generale, l'argomento è di stretta attualità. Online e soprattutto sui social network spopolano le utenze false, i cosiddetti fake, legate all'identità di personaggi noti. Il caso di Fiorello, scomparso da Twitter la scorsa settimana, è un esempio eclatante: non passa giorno in cui qualche bontempone non si registri con il vecchio account dello showman siciliano (@sarofiorello) e cinguetti il sospirato ritorno. Intanto, il diretto interessato gioca con l'interesse virtuale scatenatosi in seguito alla sua cancellazione in azzurro e fa capolino su Youtube.

Tornando alle questioni giudiziarie, la registrazione con altrui e noto nome non è stata toccata dalle corti nostrane. " L'anonimato", spiega a Wired.it l'avvocato esperto di diritto digitale Fulvio Sarzana di Sant'Ippolito, " è protetto fino a prova contraria". Fino a quando il reale proprietario dell'identità non viene danneggiato in qualche modo, come recita la sentenza sopracitata e come la Cassazione - ricorda Sarzana - aveva già stabilito il 14 dicembre del 2007. La sentenza 46674 condannava un uomo reo di aver stretto rapporti in Rete a scopo sessuale utilizzando le generalità di un'altra persona, tutelata anche in questo caso dal 494 del Codice penale. Se, precisa invece Sarzana, un anonimo qualunque acquista il dominio erosramazzotti.it o crea l'account Twitter @alessiamarcuzzi, il cantante e la presentatrice " possono agire in difesa della loro reputazione online" e chiedere la cancellazione di indirizzo e profilo ma " non non ci si sta più muovendo, non essendoci danno o profitto, entro i confini del reato di sostituzione".

Fonte: Wired.it

 

Se siamo ancora qui a parlare di fusione fredda 23 anni dopo la conferenza stampa in cui Stanley Pons e Martin Fleischmann (era il 23 marzo del 1989) annunciarono al mondo di aver realizzato la fusione di atomi di deuterio in un reticolo di palladio producendo un eccesso di energia, è perché non sembra facile liquidare il tutto come junk science, cattiva scienza. Ma è altrettanto assurdo illudersi che la fusione fredda – o come oggi si preferisce dire, le reazioni nucleari a debole energia o Lenr (acronimo di Low Energy Nuclear Reactions) – risolvano i problemi energetici e ambientali del pianeta. Se la rivoluzione attesa non c’è stata, non è colpa di un fantomatico complotto ordito dalle lobby dei potenti. Mettiamola così: è la fisica, bellezza.

Riprodurre in una stanza, magari dentro piccoli dispositivi, ciò che tiene acceso il Sole grazie a temperature di decine di milioni di gradi Kelvin, è quanto meno complicato. Soprattutto, è contrario alle leggi fisiche e chimiche conosciute. “ Si tratta di fondere elementi più leggeri in atomi più pesanti, la cui massa finale è inferiore alla somma delle masse iniziali, con rilascio di energia”, spiega Antonio Zoccoli, professore ordinario di fisica all’Università di Bologna, nella giunta dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn). “ Il problema è che per unire protoni carichi positivamente, che si respingono, è necessario vincere la forza elettrostatica e per questo sono necessarie temperature e pressioni elevate, come avviene nelle stelle”. Ammettiamo pure che esista qualche effetto quantico ignoto che permetta quello che oggi sembra inconcepibile, la fusione nucleare a temperatura ambiente. Sta di fatto che tutte le ricerche serie finora condotte – e non sono poche – hanno racimolato scarsi risultati, controversi e - ahinoi - difficilmente riproducibili (il che, in fisica, non è un buon segno). Così, dopo la partenza a razzo dei due scienziati statunitensi (che non erano neppure fisici nucleari, ma elettrochimici), è finita a tarallucci e vino. Molti laboratori provarono, in maniera indipendente, a ripetere gli esperimenti, senza tuttavia riuscirci (gli stessi Fleischmann e Pons avrebbero poi ammesso errori). Qualcosa di simile a una  frode, insomma. Con il passare del tempo la fusione fredda è stata ripudiata dalla gran parte della comunità scientifica. Ma un centinaio di scienziati nel mondo perseverano nell’impresa: sono mosche bianche, eppure continuano a operare all’interno di importanti centri di ricerca, in Italia e all’estero, con soldi pubblici e privati.

Due settimane fa, a fare un punto sui progressi nelle Lenr, è stato Francesco Celani, ricercatore dell’Infn, invitato a tenere una conferenza al Cern di Ginevra con Yogendra Srivastava, dell’Università di Perugia. La più eretica delle materie che entra nel tempio della scienza ufficiale. Forse un segnale che qualcosa sta cambiando? In realtà, c’è ben poco per cui entusiasmarsi.

“ Qualcosa di anomalo ogni tanto si verifica, e questo è documentato da più di vent'anni di ricerche, il problema è che non si conoscono bene i parametri in gioco per rendere il fenomeno riproducibile”, dice Celani.  Se i dati sperimentali sono confusi, si brancola nel buio dal punto di vista teorico: “ Sono stati proposti circa 150 modelli per spiegare le stranezze della materia condensata”, dice Celani, “ la più verosimile è la teoria di Widom-Larsen", ma un impianto solido, in realtà, non esiste. Celani sostiene anche che ricerche di rilievo siano state insabbiate e venute a galla negli ultimi anni. Ma - ammesso che sia vero - ci vuol tanto a dimostrare, una volta per tutte, che la fusione fredda può funzionare? Per di più, anche gli esperimenti favorevoli all’ipotesi pubblicati su riviste scientifiche con peer-review, riferiscono un eccesso di energia di poche decine di watt.

Il Cern, in tutto ciò, come la vede? “ Ci sono fenomeni intriganti nelle reazioni nucleari a bassa energia ancora in fase di studio”, spiega a Wired.it il portavoce James Gillies: “ Il Cern non conduce ricerche in questo campo, ma abbiamo un programma di conferenze molto vasto per consentire ai nostri scienziati di esser aggiornati sugli sviluppi in molte branche della fisica”.

Anche l' Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, non demorde. Non è vero che dopo il famoso Rapporto 41 la partita si è chiusa. L’anno scorso, sulla rivista bimestrale dell’Enea, Vittorio Violante e colleghi del Centro di ricerche di Frascati facevano il punto della situazione scrivendo che “ i risultati raggiunti eliminano dubbi sull’esistenza del fenomeno e aprono interessanti prospettive per la sua definizione”. Già, perché non è affatto chiaro se queste anomalie riportate in vari esperimenti coinvolgano reazioni nucleari, o piuttosto, chimiche. In conclusione del focus, i toni si stemperano: “ non c’è davvero la possibilità di esprimersi né su ipotetiche applicazioni né sulla possibilità di studi di natura tecnologica senza aver prima definito la fisica del sistema. Non sappiamo ancora se potranno esserci applicazioni di qualche genere”. D’altronde, una fonte d’energia dev’essere affidabile: se faccio il pieno dell’automobile so quanti chilometri posso percorrere, se premo l’interruttore della luce so che la lampadina si accende. Sarebbe assai poco pratico un apparecchio Lenr che funziona una volta sì e 100 no, come e quando pare a lui.

I sostenitori delle Lenr non mancano alla Nasa, al Mit, all' Agenzia di ricerca della Marina statunitense, anche se si tratta più che altro di esperienze isolate. Stringi stringi, la fusione fredda o qualunque cosa essa sia, sembra dannatamente elusiva: tanti indizi, nessuna prova.

Poi l’anno scorso, spunta un imprenditore: Andrea Rossi, già salito alla ribalta delle cronache giudiziarie in passato per una pesante ecotruffa (20 anni fa prometteva di trasformare i rifiuti in petrolio).

Rossi si affianca a un anziano professore di fisica in pensione, Sergio Focardi, dell’Università di Bologna, e insieme i due annunciano di aver realizzato la macchina perfetta della fusione fredda: E-Cat, che sta per catalizzatore di energia, un dispositivo grande come due scatole di scarpe che fonderebbe nuclei di idrogeno e atomi di nichel (con l’aggiunta di un misterioso ingrediente segreto), generando come unica scoria dell’innocuo rame. Niente radiazioni, niente gas inquinanti, materia prima a basso costo e abbondante. La produzione d’energia sarebbe enorme: 10 kW, a fronte di meno di un 1 kW in entrata. E, dulcis in fundo, il processo è controllato, riproducibile, funziona sempre. Insomma, tutti i problemi con cui si è scontrata per vent’anni la ricerca sulle Lenr, risolti in un colpo solo. Wow. Sarebbe fantastico, se fosse vero. Questa sì, la soluzione ai mali del mondo.

Peccato ci siano mille ragioni per essere davvero molto perplessi sulla vicenda. Nessun ricercatore ha potuto guardare nel dispositivo e fare verifiche indipendenti di cosa avvenga dentro E-Cat. Nel corso delle dimostrazioni a porte chiuse avvenute a Bologna - con l’apparecchio completamente avvolto dalla carta stagnola -, l’unica misura esterna effettuata ha dato esito negativo. “ Se nel dispositivo avvenisse davvero la fusione nucleare (con la produzione d’energia dichiarata, non potrebbe essere una reazione chimica), be', dovrebbero prodursi raggi gamma”, dice Antonio Zoccoli: “ Ma quando abbiamo posizionato rivelatori accanto all’apparecchio, praticando dei fori nella schermatura di protezione, non abbiamo osservato alcuna emissione”. Se d’altronde quell’emissione ci fosse stata, avrebbe incenerito gli astanti. Come spiega dettagliatamente in questo post Ethan Siegel, astrofisico statunitense, anche i pochi dati a disposizione su E-Cat sono sufficienti per affermare che le reazioni proclamate sono semplicemente impossibili. Su E-Cat non sono stati pubblicati lavori scientifici (non inganni il Journal of Nuclear Physics, che a dispetto del nome altisonante, è un blog aperto dagli stessi Rossi e Focardi).

Credere a E-Cat è come credere a un miracolo: un atto di fede. Intanto, il tempo passa, e i nodi vengono al pettine: il brevetto non approvato, il contratto non onorato con l’Università di Bologna e rescisso, altisonanti  affermazioni ritrattate. Eppure, basterebbe poco per zittire le malelingue: accettare il processo di revisione scientifica. L’appello è bipartisan, sia da parte di chi studia la fusione fredda come Celani, sia di chi appartiene alla corrente mainstream, come Zoccoli. “ Non abbiano timori di sottoporre il dispositivo alle verifiche sperimentali”, rinnova l’invito Zoccoli: “ Vincerebbero il Nobel, altro che brevetto”. È più che legittimo sospettare che, in buona fede, sia stato fatto un errore di misura. A pensar male, invece, che dentro E-Cat si nasconda l’inganno. E per la fusione fredda sarebbe il colpo di grazia.

Fonte: Wired.it

 

Sarà possibile esplorare 150 musei in più di 40 paesi, per un totale di 30mila opere digitalizzate!

La grande biblioteca del mondo che Google sta pazientemente catalogando, da oggi sarà più vasta. E avrà i suoi saloni d’arte personalizzabili, sul modello delle grandi stanze dove i nobili del Settecento raccoglievano il meglio delle loro collezioni artistiche. Così il progetto Google Art Project, lanciato dal gigante di Mountain View nel febbraio del 2011 per esplorare i più famosi musei del mondo, oggi raggiunge la sua seconda fase, arricchendosi di oltre 30mila opere d’arte e 150 musei in 40 paesi, tutti esplorabili nei dettagli. Google ha appena annunciato di aver espanso la sua collezione artistica, grazie a fotografie ad altissima risoluzione (Gigapixel) e a 360°, non solo di dipinti, sculture e oggetti museali, ma anche di graffiti di strada brasiliani, arti decorative islamiche, antiche opere rupestri africane.

Fra i luoghi d’ arte più particolari, tutti percorribili grazie alla tecnologia di Street View, ci sarà l’ufficio del Presidente degli Stati Uniti. Anche l’Italia ha contribuito ad ampliare la raccolta di Google: i Musei Capitolini di Roma, fondati da Sisto IV nel 1471 per conservare ed ammirare il glorioso passato culturale della Città immortale, sono entrati a far parte del progetto, dopo gli Uffizi di Firenze. Restando comodamente a casa, sarà possibile sbirciare fra i serpenti del Busto di Medusa, capolavoro di Gian Lorenzo Bernini, entrare nella fastosa Aula degli Orazi e dei Curiazi affrescata da Giuseppe Cesari e quasi sfiorare la famosa Lupa Capitolina di bronzo che allatta Romolo e Remo.

Il Google Art Project si arricchisce di nuove funzioni. Con Esplora e Scopri i visitatori virtuali potranno ricercare le opere per collezione ed artista, visualizzando tutte le informazioni necessarie attraverso schede di approfondimento. E grazie alla funzione La mia galleria, tutti potranno creare la propria playlist museale: uno strumento progettato anche in funzione didattica.

Non mancherà la versione del Google Art Project per i tablet. Si partirà con quella destinata ad Android per poi creare, dopo il lancio, anche l'applicazione per la concorrenza.

Fonte: Wired.it

 

Ad affondare il Titanic non sarebbe stato solo quell’ iceberg. O meglio: quel blocco di ghiaccio avrebbe sì inferto il colpo mortale alla nave, ma a farla inabissare sui fondali oceanici sarebbe stata una combinazione di più fattori. Una tempesta perfetta, come la chiama Richard Corfield su Physics World, dove, a un secolo dal disastro, ripercorre la storia del famoso transatlantico, arricchendola di particolari. Come per esempio quello, poco conosciuto, sullo scafo: sarebbe stato costruito male nei cantieri navali, con prodotti scadenti, usati per risparmiare. Anche per il lussuoso Titanic. Così, dopo l’ipotesi di un coinvolgimento lunare nel disastro, riprende corpo anche quella di un problema fisico, materiale, che avrebbe reso il transatlantico più indifeso.

Perché il Titanic, cento anni dopo essere affondato, continui a far discutere è presto detto. Non era una nave qualunque. Era un gioiello (letteralmente, visto che costò 7,5 milioni di dollari) di tecnologia e di sicurezza, con dispositivi all’avanguardia, come il sistema di comunicazione via radio. Eppure quel gigante da 46mila tonnellate precipitò velocemente, forse anche troppo, sui fondali dell’oceano Atlantico nel giro di neanche tre ore. Il motivo?

Non uno solo. Innanzitutto, l’elevata velocità di crociera tenuta dal capitano Edward John Smith malgrado la presenza (forse segnalata) di iceberg in quelle acque. In secondo luogo, la mancanza di un adeguato numero di scialuppe (sebbene Corfield faccia notare come questo fosse addirittura superiore a quello richiesto dalla legge). In terzo luogo, i problemi di comunicazione via radio, che avrebbero rallentato i soccorsi. Infine, le difficoltà di avvistamento del pericolo, per mancanza di binocoli, e le eccezionali maree verificatesi in quel periodo. Oltre a questi elementi già analizzati, però, ci sarebbero stati almeno altri due fattori fondamentali. Primo fra tutti la fragilità dello scafo, messa in luce dalle analisi effettuate sul relitto compiute dopo la sua scoperta da parte del sottomarino Alvin, e da quelle realizzate sui documenti storici del luogo in cui il Titanic venne assemblato, nei cantieri navali della Harland and Wolff di Belfast, nell’Irlanda del Nord.

A compiere le analisi furono, tra gli altri, due metallurgisti, Tim Foecke del National Institute of Standards and Technology (Usa) e Jennifer Hooper McCarty, della Johns Hopkins University, intorno alla metà degli anni Duemila. Stando a quanto riporta Corfield, quanto scoprirono i due esperti avrebbe avuto un ruolo fondamentale nell’affondamento del Titanic: venne alla luce che i rivetti (i sistemi meccanici utilizzati per tenere unite le lamiere) usati nella costruzione della nave non erano tutti della stessa qualità, né distribuiti uniformemente sulla superficie dello scafo.

In particolare quelli della prua e delle zone posteriori erano più scadenti –usati forse per risparmiare - e messi a mano (probabilmente per le difficoltà nell’utilizzare i sistemi meccanici nelle zone curve, come prua e poppa).

E proprio la cattiva qualità dei rivetti avrebbe contribuito ad affondare il Titanic, visto che avrebbe reso le lamiere – già realizzate in materiale non adatto alle temperature di quelle acque - meno resistenti, e più soggette ad aprirsi. Questo avrebbe determinato l’ingresso dell’acqua in sei dei sedici compartimenti stagni della nave, due in più del numero massimo sostenibile per non far affondare la nave.

Ma insieme ai problemi materiali di costruzione, ci sarebbero state anche le congiure climatiche a svolgere un ruolo fondamentale nel disastro del Titanic. Accanto all’ipotesi di una superluna, che a sua volta avrebbe determinato eccezionali maree e influenzato il cammino degli iceberg fino a metterli sulla rotta del transatlantico, c’è infatti quella di un muro di ghiaccio creato dall’incontro tra due correnti, la corrente del Golfo e quella del Labrador. Come spiega Richard Norris dello Scripps Institution of Oceanography di San Diego: “Nel 1912 fu un’estate insolitamente calda nei Caraibi e perciò la corrente del Golfo fu particolarmente intensa quell’anno. Dal punto di vista oceanografico, il risultato di tutto questo fu che gli iceberg si concentrarono nel luogo della collisione”. Nello specifico, la differenza di temperatura tra le due correnti avrebbe favorito l’allineamento dei blocchi di ghiaccio: un vero e proprio muro contro il quale si sarebbe trovato poi il Titanic.

Lo studio entra quindi nel filone di notizie che stanno spopolando sul centenario dell'affondamento del translatantico. Tra le più curiose un' iniziativa su Twitter. Sulla piattaforma di microblogging c'è infatti la diretta del viaggio, come se il viaggio fosse nel 2012: i follower sono già oltre i 12mila.

Fonte: Wired.it

 
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