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 Trilingual World Observatory: italiano, english, românã. GLOBAL NEWS & more... di Redazione
   
 
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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Le più colpite sono state le province di Buzau e Vrancea (est), dove è stata istituita l’allerta, perchè la maggior parte delle località disastrate si trovano in zone collinari e montuose a forte rischio frane. Stando all’Ispettorato generale per le Situazioni di Emergenza, in tutto il paese sono state allagate circa 800 masserie e attinenze, ma anche centinaia di ettari di campi coltivati. Sono state inoltre danneggiate diverse strade provinciali e comunali e tratti di ferrovia, e diversi ponti e ponticelli sono stati distrutti dalle piene.

Oltre 600 dipendenti del Ministero degli Interni mobilitati nelle zone con problemi sono stati impegnati accanto a centinaia di volontari a contenere gli effetti disastrosi delle alluvioni. Migliaia di abitanti dei paesini rimasti isolati sono ancora in attesa di aiuto. Il premier Victor Ponta ha chiesto ai ministri un rapporto sulla situazione creata dai recenti nubifragi.

I meteorologi annunciano che le piogge continueranno nei prossimi giorni e che l’allerta allvioni resta valida. Dal canto loro, gli idrologi ammoniscono sul rischio torrenti sui versanti montuosi e sul rischio piene sui fiumi. Come se il maltempo non bastasse, la Romania si confronta questi giorni anche con problemi causati dall’inquinamento. Sul fiume Oltet nella provincia di Olt, nel sud-ovest del Paese, si è rotto un oleodotto causando una macchia di petrolio che si è estesa su un’area di due chilometri e le autorità cercano di limitare i danni ambientali costruendo una diga assorbente. La scorsa settimana, c’era stato un altro spargimento di petrolio sul fiume Cotmeana della provincia di Arges, nel sud. Gli specialisti hanno cercato senza successo di prevenire l’allargamento della macchia di petrolio in seguito ai nubifragi.

Fonte: rri.ro

 

Flussi di gas da piccole, galassie da più grandicelle. Se dovessimo stilare la dieta delle galassie adolescenti, quelle cioè risalenti al periodo tra i 3 e i 5 miliardi di anni dopo il Big Bang, scopriremmo che l’accrescimento di questi ammassi stellari è frutto di questi due diversi processi, come suggeriscono le osservazioni compiute dal Very Large Telescope (Vlt) dell’ European Southern Observatory (Eso) in una serie di articoli in via di pubblicazione su Astronomy and Astrophysics.

L’idea alla base delle osservazioni di Vlt, e la successiva analisi della dieta delle galassie, si basa sul fatto che inizialmente questi ammassi stellari erano più piccoli di quelli osservati oggi (le galassie adolescenti, giovani, sono quelle talmente distanti che la loro luce arriva dal passato remoto, quando l’Universo aveva tra i 3 e i 5 miliardi di anni appunto). Per capire in che modo sia avvenuto questo cambiamento, ovvero come la massa delle galassie si sia accumulata, è nata la missione Massiv - Mass Assembly Survey with Sinfoni in Vvds (Vimos-Vlt Deep Survey) - del Vlt.

Cuore di Massiv sono due strumenti, uno usato per scovare le galassie giovani da studiare, l’altro invece per analizzarle nel dettaglio. Il primo si chiama Vimos ed è uno spettrografo multi-oggetto in grado di ottenere spettri a bassa risoluzione di molte galassie in contemporanea, fino a mille; il secondo, lo spettrografo Sinfoni, è stato invece usato per le osservazioni nel vicino infrarosso (dall’1 a 2.5 μm). Insieme i due sono in grado di monitorare i movimenti della materia stellare e la sua natura chimica. “Lo strumento Sinfoni montato al Vlt dell'Eso è uno dei mezzi più potenti al mondo per dissezionare le giovani galassie distanti e studiarle. Svolge lo stesso ruolo del microscopio per un biologo”, ha spiegato a tal proposito Thierry Contini dell’ Institut de Recherche en Astrophysique et Planétologie (Irap) di Tolosa, a capo del team che si è occupato di analizzare i dati acquisiti da Vlt.

Così, combinando insieme le osservazioni di Sinfoni e Vimos, gli scienziati guidati da Contini hanno potuto estrapolare le caratteristiche delle galassie giovani e lontane. Scoprendo che, a differenza di quelle odierne e vicine, la maggior parte degli elementi pesanti si concentra ai bordi di queste galassie, mentre la componente gassosa non sembra essere in rotazione. Inoltre gli scienziati hanno potuto determinare anche come cresce una galassia adolescente. Come ha ricordato Contini i processi sono sostanzialmente due: “Eventi violenti di fusione, quando galassie più grandi inglobano galassie più piccole, oppure un flusso continuo e più graduale di gas che cade sulle galassie”. Processi che, alla luce delle ultime osservazioni di Vlt, i ricercatori pensano siano caratteristici di età diverse delle galassie: da piccoli questi ammassi stellari si sarebbero nutriti di flussi di gas, mentre in una fase successiva sarebbero cresciuti grazie alla fusione con altre galassie.

Fonte: wired.it

 

La più autorevole enciclopedia in lingua inglese sarà d'ora in avanti solo digitale, in Rete e su Dvd. "È un rito di passaggio in questa era. Qualche persona sarà triste e nostalgica, ma ora abbiamo uno strumento migliore. Il sito è aggiornato costantemente, è molto più espansivo e ha contenuti multimediali", questo il commento di  Jorge Cauz di Encyclopaedia Britannica Inc. rilasciato al New York Times. Dopo 244 anni di carriera, non ci sarà una nuova stampa cartacea della raccolta del sapere. L'ultima, risalente al 2010, aveva venduto solo 8mila delle 12mila copie stampate. Le ragioni del radicale cambio di prospettiva editoriale non sono solo culturali, ma anche di budget. Secondo il New York Times, la vendita delle copie cartacee - che è scesa costantemente dopo gli anni '90 - rappresenterebbe appena l' 1% degli introiti dell'editore mentre gli abbonamenti al portale web toccherebbero già ora il 15% del totale con 100 milioni di utenti su scala mondiale. 

L'ultima versione fisica dell'enciclopedia aveva 32 volumi e pesava circa 58 kg per 1.395 dollari di prezzo di copertina: i suoi maggiori acquirenti erano istituzioni culturali, ambasciate e qualche colto studioso. Per gli utenti normali era impossibile resistere alla concorrenza, leggera e istantanea, della Rete e soprattutto di Wikipedia, che la inseguiva anche sul campo dell'autorevolezza, fiore all'occhiello della Britannica: già nel 2005 uno studio di Nature dimostrò - anche se gli editor dell'encilopedia ufficiale contestarono il dato - come Wikipedia commettesse mediamente 4 errori per articolo, contro i 3 riscontrati nei tomi della Britannica. 

L'abbonamento annuale all'edizione online della Britannica costerà 70 dollari. La prima edizione dell'enciclopedia risale invece al 1771a Edimburgo, in Scozia:  “La fine della stampa era qualcosa che prevedevamo da tempo,  è l’ultimo passo della nostra trasformazione da editore a stampa, quale eravamo, a creatore di prodotti culturali digitali quale siamo oggi” ha chiosato Cauz. Toccherà trovare una nuova definizione per "topo da biblioteca"?

Fonte: wired.it

 

Scegliere le parole giuste non è facile, forse proprio per colpa del computer. Niente a che fare con la mancanza di contatto con la penna e il foglio, piuttosto si tratterebbe di un dettaglio di fabbricazione delle tastiere Qwerty. Infatti, comporre parole con caratteri situati a destra dei tasti t, g, b sarebbe più facile. Come se non bastasse, a queste parole verrebbe attribuita anche una connotazione positiva. Il perché ce lo spiega Kyle Jasmin, neuroscienziato all' University of College London, in uno studio pubblicato su Psychonomic Bulletin and Review.

Tutto dipende dal fatto che le lettere sono disposte in modo asimmetrico sulla tastiera Qwerty, brevettata nel 1868 dall'americano Christopher Sholes. La fila di centro – delimitata dai tasti t, g, b – divide il piano di scrittura in due parti diseguali: la parte sinistra contiene infatti più lettere rispetto a quella destra. Quanto basta per causare una nostra innata predilezione per le parole composte di caratteri  destrorsi, visto che il cervello deve fare meno fatica per individuare i tasti corretti.

Un dettaglio tutt'altro che trascurabile, visto che oggi trascorriamo buona parte della giornata digitando messaggi su tastiere di computer, smartphone e tablet. Possibile mai che questo disequilibrio a destra possa condizionare le nostre scelte stilistiche? Jasmin ha condotto tre diversi studi per verificare se il posizionamento dei caratteri qwerty possa avere un impatto sulla semantica moderna.

Il primo esperimento consisteva nell'analizzare le emozioni personali di 132 madrelingua olandesi correlate alle parole composte in maggioranza da tasti posizionati a destra (e viceversa). Tutto ciò ripetuto per tre lingue differenti (olandese, inglese e spagnolo) e con più di mille parole. Ebbene, a prescindere dalla lingua, sembra che il cervello tenda a associare alle lettere destrorse significati positivi.

Il secondo e terzo esperimento erano invece pensati per valutare se il significato delle parole senza senso e di quelle nate dopo l'introduzione della Qwerty fosse stato influenzato maggiormente dal disequilibrio della tastiera. In questo caso, il campione era composto da 800 madrelingua inglesi, visto che la maggior parte dei neologismi della rete è nata nei paesi anglosassoni. Anche in questo caso, la parte destra ha registrato connotazioni più positive.

Secondo Jasmin, l'uso massiccio della tastiera ci starebbe guidando verso un vocabolario strettamente legato alla geografia Qwerty. Neppure le persone mancine sarebbero immuni al fascino del lato destro, sebbene alcuni studi ritengano che in genere la mano dominante abbia un influsso positivo sulla digitazione.

Insomma, il nostro vocabolario del futuro sembra legato alla Qwerty ma, tutto sommato, questo disequilibrio è dovuto al caso. Il nome della tastiera deriva dal fatto che i 6 caratteri della prima fila siano stati appositamente collocati in quella posizione dai costruttori per comporre velocemente la parola typewriter, “ macchina da scrivere”. Esiste però una tastiera di fabbricazione più recente, la dibattuta variante Dvorak, in cui le lettere sono disposte in modo differente. A voi la scelta.

Fonte: wired.it

 

L’ 11 marzo 2011, poco dopo il terrificante terremoto di magnitudo 9, uno tsunami si abbatte sulla costa orientale giapponese, investendo la centrale nucleare di Fukushima Daiichi. Onde alte più di 10 metri sorpassano le barriere protettive, di appena cinque metri e mezzo, e inondano i sei reattori. È black-out. I sistemi di raffreddamento saltano. Inizia così una corsa contro il tempo per evitare la catastrofe, solo in parte sventata grazie al disperato ricorso all’ acqua di mare, gettata sui reattori con idranti ed elicotteri. Non basterà a evitare fusioni parziali del nocciolo nei reattori 1, 2 e 3, incendi ed esplosioni nei reattori 2, 3 e 4. Dallo scorso dicembre, nove mesi dopo l’incidente, la situazione è stabile, con i reattori in stato di chiusura fredda, una condizione che non implica rischi immediati. Di sicuro, è stato il peggiore incubo atomico che il Giappone ricordi e l’unico altro incidente, insieme a Chernobyl, classificato come livello 7, il massimo della scala Ines. Ma fu davvero così catastrofico? Un anno dopo, è ancora difficile rispondere. 

Chernobyl victim.

Anche se la centrale Fukushima non sta più rilasciando isotopi radioattivi nell’aria, come iodio-131 e cesio-137, non è chiara quale sia stata la reale portata della contaminazione. A maggio è atteso un rapporto del Committee on the Effects of Atomic Radiation delle Nazioni Unite che dovrebbe fare un po’ di chiarezza. Intanto, al primo anniversario dell’incidente, sono emersi nuovi particolari inquietanti. Secondo un rapporto della Rebuild Japan Initiative Foundation, un’organizzazione indipendente costituitasi per indagare su Fukushima, nei drammatici giorni dopo l’11 marzo il governo considerò l’ipotesi di evacuare Tokyo, che si trova a circa 250 chilometri da Fukushima. Non s’arrivò a tanto, ma più di 100mila persone, residenti nel raggio fino a 40 chilometri dalla centrale, sono ancora sfollate e almeno 25mila non potranno far ritorno nelle loro case per i prossimi cinque anni a causa delle radiazioni.

Il quadro, tuttavia, potrebbe essere meno drammatico. Sembra che l’esposizione della popolazione alle radiazioni sia stata minima, anche grazie ai venti che giocarono a favore, spirando verso il mare. Secondo le ricerche effettuate dalla Fukushima Medical University, il 99,3 per cento delle 10mila persone residenti vicino alla centrale e sottoposte a screening avrebbero ricevuto meno di 10 millisieverts (mSv) di radioattività nei primi quattro mesi dopo l’incidente. La dose più alta registrata è stata 23 mSv, ben inferiore alla soglia di 100 mSv collegata a un più elevato rischio di cancro. Questi dati sono in linea con le analisi presentate da un panel di ricercatori statunitensi, secondo cui le conseguenze a Fukushima non saranno minimamente paragonabili a quelle del disastro di Chernobyl. Persino i lavoratori dentro la centrale – hanno riferito gli scienziati alla conferenza della Health Physics Society – sono stati esposti a livelli di radiazioni 10 volte inferiori rispetto alle 500mila persone che costruirono il sarcofago sopra la centrale ucraina, esplosa nel 1986. A Fukushima, il rischio di ammalarsi di tumore potrebbe aumentare dello 0,002%, e la probabilità di morire dello 0,0001%. Troppo poco perché si possa distinguere i casi di tumore connessi all’incidente nucleare rispetto all’incidenza nella popolazione generale.

Si tratta comunque di conclusioni provvisorie che lasciano scettici alcuni esperti. Come Hisako Sakiyama, attivista anti-nuclearista e ex biologo al National Institute of Radiology, il quale sostiene che, mentre i danni provocati dalle esposizioni acute alle radiazioni sono ben noti, gli effetti sulla salute di basse esposizioni, ma prolungate nel tempo, sono in gran parte sconosciuti.

Al di là dell’esposizione diretta, poi, restano le preoccupazioni sulla contaminazione degli alimenti. Secondo l’ultimo rapporto dell' Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) l’1% delle circa 14mila analisi svolte su cibi giapponesi fornisce ancora valori superiori ai limiti di sicurezza per il cesio 137, e una particolare specie di funghi della prefettura di Tochigi continua ad avere restrizioni sulla vendita. Tra marzo e novembre scorsi, hanno subito restrizioni alla vendita e divieti pesce, alghe, spinaci, funghi, carne, tè e latte.

Altre analisi stanno valutando le conseguenze della radioattività sull’ ecosistema naturale. Non così drammatiche, per fortuna. Però gli uccelli nella regione di Fukushima si sarebbero ridotti di un terzo, secondo Tim Mousseau, ecologo della University of South Carolina in Columbia, e nell’oceano, sostiene Ken Buesseler, chimico marino della Woods Hole Oceanographic Institution, plutonio e stronzio radioattivo potrebbero accumularsi nei pesci vicino al reattore.

In termini economici, il danno complessivo alla regione di Fukushima è stimato in miliardi di dollari.

Fonte: wired.it

 

Coca Cola e Pepsi modificano le ricette. Appena appena, solo per quello che riguarda un colorante. È l'unico modo per evitare di dover scrivere sull'etichetta “ nuoce gravemente alla salute”, o qualcosa del genere.

Il motivo porta il nome della molecola 4- metilimidazolo, quella che si forma durante la preparazione di un tipo di caramello usato nelle bibite e in altri alimenti (per la precisione il caramello solfito-ammoniacale, indicato nelle etichette con la sigla E150D). Lo Stato della California lo appena ha inserito nella lista nera delle sostanze cancerogene. Qui la produzione delle bevande si è già adeguata e presto la nuova ricetta sarà diffusa su tutto il mercato statunitense, per una questione di efficienza di produzione. Attualmente le lattine vendute negli Stati Uniti contengono circa 140 microgrammi della sostanza sotto accusa, mentre il limite, in California, è fissato a 29, come riporta Reuters.com.

"Siamo certi che non vi sia alcun rischio per la salute pubblica che possa giustificare dei cambiamenti [nella ricetta], ma abbiamo ugualmente chiesto ai nostri fornitori di caramello di tenerne conto, affinché i nostri prodotti non siano bersagliati da messaggi allarmanti scientificamente infondati”, ha detto Diana Garza-Ciarlante, una rappresentante della Coca-Cola Co., ad Associated Press, in una dichiarazione ripresa anche dalla Bbc. In ogni caso, i consumatori –  assicurano entrambe le aziende – non si accorgeranno di nulla.

Il 4-metilimidazolo è stato correlato da alcuni studi allo sviluppo di tumori in topi e ratti e un'analisi pubblicata circa un anno fa su Lancet Oncology dallo Iarc, l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell'Organizzazione mondiale della sanità, lo indicava tra le sostanze “ possibilmente cancerogene” ( gruppo 2B).

Secondo l' American Beverage Association, invece, non ci sarebbe alcun rischio per i consumatori: la California avrebbe bandito la sostanza senza alcuno studio che ne comprovi l' effetto cancerogeno negli esseri umani.

Per i produttori PepsiCo Inc. e Coca-Cola Co. il tormento è cominciato lo scorso febbraio, quando il Centre for Science in the Public Interest (Cspi), un'associazione di consumatori, ha sottoposto una petizione (la seconda in realtà) alla Food and Drug Administration affinché quel colorante fosse vietato. Al momento, la petizione è al vaglio dell'agenzia regolatoria. La quale, però, ha già sottolineato che una persona dovrebbe bere oltre mille lattine al giorno per raggiungere la dose risultata cancerogena per gli animali considerati negli studi in questione. Attualmente esiste un limite per questo colorante stabilito dalla stessa agenzia ed è di 250 parti per milione. I livelli riscontrati anche nella analisi della Cspi sono di 0,4 ppm.

Fonte: wired.it

 

Non ci sono solo la Tav e i no Tav. A guardare la mappa del Nimby Forum – un osservatorio promosso dall’associazione no profit Aris (Agenzia di Ricerche Informazione e Società) che si occupa di monitorare le opposizioni territoriali in materia di ambiente contro opere di pubblica utilità - non ci sono Regioni immuni da contestazioni. Dalla Val d’Aosta alla Sicilia sono 331 in totale i progetti in fase di stallo, a cui i cittadini, comuni e comitati dicono no. Not In My Back Yard ( Nimby) per la precisione, ovvero non nel mio giardino, o comunque non sul mio territorio. Un dato che sembrerebbe quindi ben motivare le recenti intenzioni del governo di modificare la legislazione in materia di grandi opere a favore di un modello di democrazia partecipativa alla francese, che coinvolga i diretti interessati nella realizzazione di un progetto.

Rispetto al 2010, nel rapporto del Nimby Forum si parla di un aumento del 3,4% delle contestazioni, 163 delle quali sorte solo nel 2011 (il calcolo totale considera quelle effettivamente registrate nel corso dell’anno analizzato), come rivela lo studio di carta stampata nazionale, locale e del Web (dal momento che non esiste un archivio con la lista di tutti i progetti in corso o ancora da approvare). E in molti casi (poco più della metà, il 51%) non si parla neanche di progetti in cantiere, letteralmente, ma solo di idee, ancora da sviluppare formalmente. 

Il nord e il centro sono le aree in cui si concentra il maggior numero di opposizioni, mentre nella classifica delle Regioni con più contestazioni spicca la Lombardia, con 46 progetti in bilico. Segue la Toscana (42) e completa il podio il Veneto (40). E i progetti messi in discussioni sono dei più vari: da impianti eolici e fotovoltaici alle centrali a biomassa, e poi centrali idroelettriche, discariche, termovalizzatori, gassificatori e rigassificatori. Ovunque cioè ci sia una problematica di tipo ambientale.

Ecco allora che accanto alle opere del comparto elettrico contestate (pari a circa il 62,5%), a quello dei rifiuti (che contribuisce per un 31,4%) ci sono anche quelle per le infrastrutture (4,8%) seguite in coda dalle proteste contro la realizzazione di impianti industriali (1,2%). Se a questo si aggiunge il fatto che dei 331 progetti contestati 156 sfruttano le rinnovabili, appare chiaro come gran parte delle discussioni riguardino proprio quelle tecnologie verdi che almeno a prima vista sembrerebbero invece essere accolte positivamente.

Il rapporto reso noto dal Nimby Forum non si limita a disegnare una mappa del fenomeno, e delinea anche quali sono i soggetti che portano avanti le contestazioni e le loro motivazioni. Ecco allora che quelle di matrice popolare appaiono le più forti, con il 36%. Seguono i soggetti politici e gli enti pubblici nella lista dei più dissidenti. Ma se si seziona bene il gruppo dei contestatori emergono dati interessanti, che parlano di soggetti politici locali, comuni e comitati come i principali attori delle opposizioni. Anche se sono sempre le amministrazioni locali le parti più favorevoli alla realizzazione dei progetti contestati, visti principalmente come un’opportunità per lo sviluppo del territorio.

Non stupiscono, proprio come accade nel caso delle contestazioni in Val di Susa, i motivi che spingono a scendere in piazza e dire no agli impianti in costruzione (o anche solo ai loro progetti). Impatto ambientale (soprattutto nel campo delle infrastrutture) e qualità della vita guidano la classifica delle problematiche alla base delle contestazioni, ma anche questioni burocratiche, come le difficoltà incontrate nelle procedure di autorizzazione. Le stesse che sembrerebbero, come racconta il Sole24ore, aver spinto la British Gas ad aver abbandonato il progetto di un rigassificatore a Brindisi, dopo aver atteso invano per 11 anni i permessi necessari ad avviare l’opera. Tempi normali? Non proprio, considerando che in Galles un impianto praticamente identico nello stesso lasso di tempo è stato progettato, approvato, costruito e diventato operativo.

Fonte: wired.it

 

Milano e Roma sono fra le dieci città europee maggiormente esposte ai rischi legati agli attacchi informatici. Sono rispettivamente settima e ottava in questa classifica guidata da Manchester, Amsterdam e Stoccolma, frutto di una indagine commissionata alla società di ricerca Sperling’s Best Places da Symantec, che ha diffuso oggi i risultati in occasione della presentazione della nuova versione (la sesta) della propria security suite Norton 360. Davanti a Milano e Roma ci sono Parigi, Londra e Dublino, mentre dietro chiudono la top ten Barcellona e Berlino.

Sperling ha determinato le classifiche per comportamenti degli utenti, incidenza di pc e smartphone, utilizzo di social network, accesso a hotspot Wi-Fi potenzialmente non sicuri e ha poi comparato tutto con i dati degli attacchi informatici registrati nelle diverse città. L’elevata presenza di hotspot, insieme agli attacchi con malware, ha portato Manchester in cima alla classifica.

Andando a spulciare le singole graduatorie si nota che Roma è la capitale europea dei bot, con una media di 1.314 computer controllati in remoto da hacker per inviare spam e altri attacchi informatici, contro i 147 di Manchester e i 307 di Milano. Milano che a sua volta è la prima nella classifica dei tentativi di attacchi via Web (555 in media, circa il doppio della seconda, Amsterdam, e di Roma, quarta) e per indirizzi ip di spammer (3.768) seguita in questo caso proprio da Roma (1.246). Le due città italiane sono inoltre seconda e quarta nella classifica dei tentativi di attacco con malware.

Per quale motivo allora non sono in testa alla classifica delle città più pericolose? Milano ha ottenuto il massimo punteggio aggregato per i dati sulla criminalità informatica, ma ha un basso livello di penetrazione di pc (a Manchester i computer per famiglia sono il doppio), di utilizzo di Internet (49,2%, il più basso insieme a Roma, dopo Barcellona ferma al 62,2%) e di presenza di hotspot Wi-Fi (34,9 ogni 100 mila persone, peggio solo di Roma ferma a 21,9, ben distante dai 445,4 di Manchester). Allo stesso modo, milanesi e romani sono relativamente meno esposti agli attacchi anche per via della minore presenza nei social network (45,8% della popolazione, mentre le altre città sono sopra il 61%). Non che questi siano di per sé pericolosi, ma come pc e smartphone rappresentano una porta d’ingresso per le minacce.

Come ci si difende? Le regole sono sempre le solite, spiega Symantec: cautela nell’uso di hotspot wi-fi, più esposti allo cattura di password e informazioni tramite sniffing, anti-virus e security suite costantemente aggiornate e password complesse e uniche per ogni sito.

Fonte: wired.it

 

È un business che – è il caso di dirlo – non muore mai. Secondo una recente ricerca della Camera di Commercio di Monza e Brianza, le imprese funebri, oltre 25mila in Italia, fatturano quasi un miliardo di euro all’anno e gli affari vanno a gonfie vele: più 1,2% rispetto al 2010, con una crescita delle aziende nel settore del 4,7%. Altro che crisi: i funerali non conoscono flessioni di sorta. Per dirla con una celebre frase de I soliti ignoti di Monicelli, “è la vita: oggi a te, domani a lui”. Prima o poi, se ne vanno tutti.

Ma anche morire è diventato un lusso che non tutti si possono permettere: 5.600 euro, stima l’ Associazione per la difesa e l’orientamento dei consumatori (Adoc), è il prezzo medio per l’estremo addio, tra feretro, carro funebre, certificato di decesso, personale d’assistenza, annunci mortuari, corone di fiori, cerimonia in chiesa, con offerta annessa, tassa di tumulazione, lapide e concessione del loculo al cimitero. Un conto salatissimo, che ha registrato un’ impennata del 53,6%, pari a quasi 2mila euro di differenza tra il 2001 e il 2011. Se il servizio è organizzato dal comune, anziché da un’agenzia privata, il prezzo scende del 30 per cento, ma al giorno d’oggi la perdita di una persona cara è comunque una stangata per le finanze familiari. Ecco allora che spuntano un po’ dappertutto offerte e pacchetti per esequie low-cost. Sì, perché anche quello delle imprese funebri è un mercato competitivo che richiede di stare al passo con i tempi. E magari farsi pure un po’ di promozione, con quella giusta dose d’ironia che aiuta a esorcizzare l’ineluttabile.

Funerale a rate
È in voga già da alcuni anni la richiesta di prestiti rateizzati per affrontare l’aldilà. Un italiano su tre sceglie di dilazionare oggi la spesa che, altrimenti, ricadrà sulla famiglia domani, in un colpo solo. E sempre più spesso le imprese funebri stipulano accordi con finanziare per offrire direttamente il servizio agli interessati. Nessuna, però, finora lo aveva sponsorizzato così efficacemente. “ Perché piangere due volte? Funerali completi da 99 euro al mese”. Questo è l’annuncio dei servizi funerari Taffo che campeggia per le strade di Roma e dintorni. “ Al momento della dipartita di una persona cara, ci si può trovare impreparati a sostenere una spesa extra, dovendo sacrificare i propri risparmi o ripiegando su onoranze insoddisfacenti”, dice Alessandro Taffo, 28 anni, uno dei titolari dell’azienda che organizza 90-100 funerali al mese nella capitale: “ Così abbiamo pensato di offrire soluzioni in comode rate da 18 mesi per un pacchetto funebre all-inclusive, economico e assolutamente dignitoso”. A proposito dello slogan scanzonato, aggiunge: “ Volevamo distinguerci dalle altre imprese che organizzano funerali last-minute”. E ci sono riusciti, lanciando fra l’altro una campagna di sensibilizzazione per la sicurezza stradale dai toni non meno geniali. “ Se hai sonno fermati subito! Meglio riposare in auto che da noi”. “ Non correre oltre i limiti. Noi non abbiamo fretta di vederti”. Oppure: “ Fai allacciare le cinture anche agli altri passeggeri. Non costringerci a fare gli straordinari”. E ancora: “ Mantieni sempre la distanza di sicurezza: E noi faremo altrettanto”.

Cremazione certificata
L’acquisto di un loculo per la tumulazione costa quasi come un appartamento: si viaggia sui 3-4 mila euro al metro quadro. L’inumazione in terra è più economica, ma l’opzione meno dispendiosa in assoluto resta la cremazione: per legge il prezzo massimo non può superare i 562,55 euro (nel 2011) e alcuni comuni la offrono gratis ai residenti. Anche considerando il costo della bara, obbligatoria, è conveniente. Difatti, la cremazione è in aumento, tanto da interessare ormai il 10 per cento dei decessi, soprattutto nel Nord e Centro Italia dove si concentra la maggior parte degli impianti autorizzati. A Milano, addirittura, le persone che si fanno cremare dopo la morte (il 60 per cento) hanno sorpassato quelle che finiscono al cimitero. La volontà va espressa in vita, con una dichiarazione o testamento, oppure iscrivendosi ad associazioni riconosciute, come la Federazione italiana per la cremazione o l’Istituto della cremazione e dispersione delle ceneri. Serve poi l’autorizzazione a procedere del comune dove la persona è venuta a mancare. L’urna con i resti del defunto può essere posizionata al camposanto, e dal 2001 la legge 130 consente anche di conservare le ceneri a casa o disperderle nell’ambiente. Le regole variano ed è bene informarsi presso la polizia mortuaria o gli uffici di competenza. In linea generale, il coniuge o un altro familiare stretto viene incaricato di liberare i resti. Si può fare nei cimiteri, in aree private, in natura, persino in mare, purché in un tratto libero da natanti e manufatti. Di fatto, la legge vieta espressamente solo di spargere le ceneri nei centri abitati. Raccomandazione ai fedeli: alla Chiesa la pratica non piace.

Sepoltura a impatto zero
Chi la sceglie come forma di espiazione dei peccati ambientali commessi in vita. Chi lo fa perché ha un’ anima ecologista fino alla morte e anche oltre. Chi perché, più prosaicamente, s’è fatto due conti in tasca. Fatto sta che i funerali verdi, di moda negli Usa e in Gran Bretagna, cominciano a prendere piede anche in Italia. Da quest’anno, l’impresa funebre Pagliarin, a Venezia, offre urne cinerarie in mais e bare in cartone verniciato. Rispettano l’ambiente, evitando di seppellire materiali e metalli inquinanti. E consentono un risparmio del 30 per cento rispetto alle casse di legno verniciato. Siccome l’occhio vuole la sua parte, le bare di cartone sono rivestite con un foglio di cellulosa sul quale si può stampare un’immagine a scelta, un cielo azzurro per esempio, o una tinta del tutto simile al legno. Sono già i 20 i funerali a impatto zero celebrati nella laguna.

Gli ambientalisti duri e puri non si accontentano. Sognano alternative più ecologiche alla cremazione che comporta l’emissione di gas inquinanti nel processo di combustione. Per esempio, la resomazione (che consiste nel liquefare il corpo in una soluzione alcalina) o la criomazione (il cadavere viene raffreddato nell’azoto liquido a -196 gradi °C, essiccato e polverizzato), attualmente praticate all’estero. C’è anche chi propone sepolture naturali, sul modello anglosassone dei Green Burialpark, come il progetto Capsula mundi: è un contenitore a forma di uovo,  totalmente biodegradabile dove il corpo verrebbe posizionato in posizione fetale e interrato per trasformarsi in un albero (ma al momento in Italia è vietato). Forse così un giorno il colore del lutto non sarà più il nero, ma il verde. 

Fonte: wired.it

 

Una sola goccia di sangue per smascherare anche il più subdolo dei tumori. E’ uno degli ambiziosi obiettivi del progetto di un’équipe interdisciplinare – tutta italiana – composta da esperti della Sissa (Scuola internazionale superiore di studi avanzati), dell’ Università di Trieste, dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia e dell’ Università di Udine, del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano, del laboratorio nazionale di ricerca Sincrotrone Elettra e dell’Istituto per l’Officina dei Materiali del Cnr (Tasc).

L’idea è quella di mettere le nanotecnologie al servizio della diagnosi precoce dei tumori: strumenti che, oltre a consentire l’individuazione di marcatori da campioni prelevati in modo poco invasivo, permettano al contempo il monitoraggio della concentrazione dei farmaci nei tessuti al fine di valutarne l’eventuale tossicità. A questo imponente progetto sono stati destinati circa nove milioni di euro, investiti dall’Associazione italiana per la ricerca sul cancro ( Airc) e dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca attraverso il programma denominato Futuro in ricerca. Scienziati di diverse specializzazioni (fisici, chimici, biologi e clinici) condivideranno le proprie competenze per sviluppare una tecnologia sensibile e a basso costo in grado di leggere l’ impronta digitale dell’ espressione proteica, per rilevare marcatori tumorali e verificare l’impatto dei farmaci sull’organismo.

A coordinare il team è Maurizio Prato dell’Università di Trieste e Giuseppe Toffoli del Cro di Aviano. “Il compito del gruppo di ricerca – racconta uno degli scienziati coinvolti, il fisico Alessandro Laio della Sissa, per sei anni in servizio presso il Politecnico federale di Zurigo e tornato in Italia grazie al progetto “Rientro dei cervelli” - è proprio quello di disegnare al computer la proteina che in modo selettivo e specifico funga da esca per i marcatori tumorali. Trovare una proteina capace di riconoscere uno specifico marcatore è un po’ come cercare un ago in un pagliaio, dato che le alternative possibili sono dell’ordine di 100 miliardi”.

Il computer e le simulazioni che questo dispositivo rende possibili saranno lo strumento con cui gli scienziati contano di individuare quell’ esca, per integrarla in un nanodispositivo capace di rilevare ritorni metastatici o tumori primari e, contemporaneamente, di valutare la quantità di farmaco assorbita dai tessuti per arrivare a dosaggi personalizzati. L’efficacia di una terapia, infatti, dipende da diversi fattori quali l’età, il sesso, il peso del paziente: somministrare farmaci in modo mirato non solo può migliorarne il potere curativo, ma anche ridurne gli effetti collaterali. Inoltre, le scoperte del team potranno anche chiarire anche alcuni meccanismi cellulari alla base di molte patologie.

Del cospicuo finanziamento, Laio gestirà una tranche da 700mila euro: “Saranno determinanti – spiega il fisico - per acquisire nuova strumentazione e reclutare almeno tre giovani ricercatori nel mio gruppo di ricerca”. Proprio il coinvolgimento di giovani studiosi è infatti alla base del programma “ Futuro in Ricerca”, con cui il Miur intende favorire il ricambio generazionale e il sostegno alle eccellenze scientifiche emergenti presenti negli atenei e negli enti di ricerca. 

Fonte: wired.it

 
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