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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
By Admin (from 31/01/2011 @ 12:00:08, in it - Osservatorio Globale, read 1442 times)

Riprendendo il discorso sul 2012, qualche mese fa in un convegno mondiale di guaritori nelle isole Hawaii ho avuto l’opportunità di incontrare e conoscere Sergio Magana, esponente della tradizione tolteca del Messico, il quale mi ha spiegato come nella visione tolteca, più antica e preesistente a quella Maya, non si dà importanza solo al ciclo solare ma anche a quello lunare.

  

In questa visione, il periodo che stiamo vivendo è effettivamente il termine di un ciclo ed un'opportunità di trasformazione, ma non tanto in senso apocalittico quanto soprattutto a livello individuale.

 

A partire dall'11 luglio di quest'anno, un'eclissi totale di sole ha iniziato nella visione tolteca il grande periodo di preparazione alla trasformazione del 2012. Al di là di questi termini che possono affascinare la mente, l’importante è che questa visione del periodo che stiamo vivendo è una grande opportunità per guardarsi dentro, affrontare e conoscere la propria ombra, per fare pulizia nel proprio inconscio considerato in questa visione come il lato femminile, ricettivo.

 

E il 2012? Quel giorno questa visione sarà per tutti un'opportunità di fare una scelta, cosa che avviene in ogni istante della vita ma che in momenti particolari può assumere un'importanza maggiore.

Chi avrà deciso di portare avanti un lavoro personale di pulizia e di trasformazione del proprio inconscio avrà una grande opportunità in questa visione di fare un 'salto' in avanti; chi invece sceglie di rimanere nel sonno creato dall'inconscio molto probabilmente 'perderà il treno' e rimarrà più legato ad una visione precedente.

 

Anche in questo caso, ciò che avviene a livello di macrocosmo si rispecchia in ciò che avviene nell'individuo, il microcosmo.

 

Al di là della validità o meno di questa data, delle profezie e dei calendari, quello che a mio parere emerge chiaro è come solo guardando in faccia e accettando la propria parte ombra, al di là di qualunque senso di colpa e morale creato delle religioni patriarcali, si ha la possibilità poi di trasformarla, pulirla, e riprendere pienamente il controllo di se stessi.

Non rimanendo ancorati agli schemi di colpa, di peccato, di inadeguatezza e così via creati dalle religioni che le hanno elaborate proprio per mantenere l'uomo schiavo del proprio senso di inferiorità, si ha la possibilità reale di cambiare se stessi qui ed ora ed molte probabilità di continuare a sognare un'evoluzione futura, un paradiso, una incarnazione successiva e così via.

 

Tutti modi perfetti per cullare la mente nel sogno e lasciarsi sfuggire nel frattempo il treno della realtà.

Fonte: ilcambiamento.org - Autore: Giancarlo Tarozzi

 
By Admin (from 01/02/2011 @ 12:00:21, in it - Osservatorio Globale, read 1292 times)

Nonostante lo storico discorso di Barack Obama tenuto a Praga il 5 aprile 2009, nel quale il presidente americano dichiarava che gli Stati Uniti avrebbero fatto «passi concreti verso un mondo senza armi nucleari, rafforzando il Trattato di non-proliferazione che impegna i paesi nucleari ad eliminarle e quelli non-nucleari a non acquisirle», lasciando intendere di essere favorevole alla rimozione delle armi nucleari statunitensi dall'Europa, nel corso della riunione dei Ministri della difesa che si è tenuta a Bruxelles lo scorso 14 ottobre è stata approvata la direttiva NATO secondo cui l'Alleanza atlantica manterrà un arsenale nucleare in Europa.

 

Durante questa riunione Paesi membri come la Germania, l’Olanda, il Belgio, la Norvegia e il Lussemburgo hanno mostrato l'intenzione di porre questo punto all'ordine del giorno della prossima riunione di Capi di Stato e di governo dei Paesi aderenti alla NATO, che si terrà il 19 e 20 novembre 2010 a Lisbona.

 

Ma se queste nazioni hanno preso una esplicita posizione, contraria alla presenza di armi nucleari americane su suolo europeo, lo stesso non si può dire dell’Italia che, anzi, ora rischia insieme alla Turchia di essere la destinataria di tutte le testate nucleari presenti in Europa.

 

Secondo il rapporto U.S. non-strategic nuclear weapons in Europe: a fundamental NATO debate, datato fine ottobre 2010 e presentato da un comitato dell'Assemblea parlamentare della NATO, sarebbero circa duecento le testate nucleari non strategiche (ossia con gittata inferiore ai 5500 km) che gli Stati Uniti d’America mantengono in cinque Paesi: Italia, Germania, Olanda, Belgio e Turchia. In Italia si stima ce ne siano tra le 70 e le 90, tutte nelle basi di Aviano e Ghedi Torre: bombe B-61 con una potenza che va da 45 a 170 kiloton (ossia fino a 13 volte la bomba di Hiroshima), utilizzabili dai caccia F-16 statunitensi, belgi e olandesi e dai Tornado italiani e tedeschi, e rientranti nella nuclear sharing, la “condivisione nucleare” che coinvolge i Paesi membri nella pianificazione per l'uso di armi nucleari da parte della NATO, e che prevede il dislocamento statunitense di armi nucleari tattiche in Europa.

Nel rapporto sopra citato si dice che già durante la riunione dei Ministri degli esteri della NATO dell'aprile 2010 Germania, Belgio e Olanda avevano sollevato obiezioni sulla permanenza di armi atomiche USA in Europa, mentre le uniche due nazioni che non hanno mai manifestato il desiderio di disfarsi dell’arsenale nucleare americano presente sul proprio territorio sono state Italia e Turchia. Non sembrerebbe quindi una coincidenza il fatto che ora siano proprio loro le candidate a ricevere le testate nucleari rimosse dal resto d’Europa. Sì, perché nello stesso rapporto si parla dell'intenzione della NATO di «raggruppare le armi nucleari in meno località geografiche». Le località in questione, cioè quelle interessate a tale ricollocazione, secondo alcuni esperti sono le basi controllate dagli USA di Aviano in Italia e Incirlik in Turchia.

 

Ma se già nel 1970 entrò in vigore il famoso “Trattato di non proliferazione nucleare”, perché quasi trent’anni dopo, nel 1999, la NATO riteneva che “la presenza delle forze armate convenzionali e nucleari americane in Europa” rimanesse “vitale per la sicurezza dell’Europa, inseparabilmente legata al Nord America”, e oggi, dopo altri undici anni, il nostro governo sembrerebbe disponibile a trasformare l'Italia in un magazzino nucleare per la NATO? È quello che si chiedono gli attivisti di Avaaz.org, i quali lanciano una petizione online (http://www.avaaz.org/it/no_nucleare_italia/?cl=837046209&v=7599) per chiedere al Presidente Berlusconi e ai Ministri Frattini e La Russa di opporsi al piano della NATO di trasferire le armi nucleari americane attualmente in Europa in Italia, e di intraprendere i passi necessari al graduale smantellamento degli armamenti nucleari nei siti di Aviano e di Ghedi Torre. Una petizione che, nel caso si dovessero raccogliere almeno 25 mila firme, li porterà a consegnare direttamente le firme raccolte al Presidente e ai Ministri al vertice di Lisbona.

 

In realtà il 3 giugno 2010 anche la Camera dei deputati ha approvato una mozione firmata da tutti i gruppi parlamentari, con la quale si impegnava il governo «ad approfondire con gli alleati, nel quadro del nuovo concetto strategico della NATO di prossima approvazione, il ruolo delle armi nucleari sub-strategiche, e a sostenere l'opportunità di addivenire - tramite passi misurati, concreti e comunque concertati tra gli alleati - ad una loro progressiva ulteriore riduzione, nella prospettiva della loro eliminazione». Interessante. Peccato che in Italia sembrerebbe avere più informazioni (magari segrete) e soprattutto più potere decisionale la NATO, secondo la quale «le armi nucleari danno un contributo unico nel rendere i rischi di un’aggressione contro l’Alleanza incalcolabili ed inaccettabili. Per questo rimangono essenziali per preservare la pace».

Fonte: ilribelle.com - Autore: Andrea Bertaglio

 

Breve introduzione di Marco Messina
Informarsi costa tempo e impegno. Quando non si è al lavoro o al market, alla difficile lettura di un articolo di economia o geopolitica è facile preferire il più distensivo e alienante cazzeggio. Il cazzeggio distrae, diverte, è figo. E’ vero. Ma quando inibisce la voglia di porsi delle domande su ciò che vediamo, ascoltiamo e leggiamo, allora diventa un narcotico pericoloso. Leggo blog e siti di approfondimento indipendenti da più di due anni con una certa assiduità, e vedo lentamente crollare nella mia mente un castello di certezze più o meno granitiche sui dogmi ufficiali della realtà in cui viviamo, lasciando al suo posto fatti, date, nomi e domande, tante domande.

 

Non so se le torri gemelle siano crollate per un inside job, se le scie chimiche fanno parte di un piano coordinato di natura militare con lo scopo di avvelenare lentamente la popolazione mondiale, se il sistema bancario si fonda su meccanismi truffaldini ideati allo scopo di affamare la gente e costringerla a ipotecare anche l’anima, se il Nuovo Ordine Mondiale sia il progetto politico degli Illuminati che dall’impero babilonese ai giorni nostri controllano i cardini principali della società, se l’organizzazione massonica della Rosa Rossa si nasconda dietro i delitti del mostro di Firenze, se i fatti più noti di pedofilia siano la punta dell’iceberg di una rete internazionale di pedofili di cui fanno parte personaggi molto in vista della politica e delle istituzioni. Quello che so è che la verità ufficiale è spesso incompleta, vaga, reticente e spudoratamente falsa.

 

ALCUNE GRANDI MENZOGNE DELLA SCIENZA

di Dr Denis G. Rancourt

 

“La maggioranza dei politici, sulla base delle prove a nostra disposizione, non sono interessati alla verità ma al potere ed alla sua conservazione. Per non intaccare questo potere è necessario che le persone restino ignoranti, ignoranti della verità, anche di quella verità che riguarda le loro vite. Ciò che ci circonda è dunque un grande arazzo di menzogne su cui ci nutriamo” – Harold Pinter, Premio Nobel per la Letteratura nel 2005.

 

La forza delle gerarchie di potere che controllano le nostre vite dipende da ciò che Pinter definisce “il grande arazzo di menzogne su cui ci nutriamo”. Pertanto, le principali istituzioni che ci collegano a queste gerarchie – e cioè scuole, università, mass media e società di intrattenimento – hanno come scopo principale quello di creare e proteggere l’arazzo. A questo appartiene tutto l’insieme di scienziati e intellettuali a cui è stato affidato il compito di “interpretare” la realtà.

In effetti, gli scienziati e gli “esperti” modellano la realtà in modo da renderla sempre adattabile e coerente con l’arazzo mentale del momento. Essi devono anche inventare e costruire nuove branche dell’arazzo in modo da servire anche gli interessi di gruppi di potere specifici offrendo loro nuove occasioni di profitto. Questi servitori del Potere vengono poi regolarmente ricompensati con avanzamenti di carriera.

 

La menzogna del denaro

Gli economisti rappresentano l’esempio più lampante di questo sistema. Probabilmente non è un caso che negli Stati Uniti alla fine del XIX° secolo la categoria professionale degli economisti sia stata la prima ad essersi ‘spaccata’, in una battaglia che ha contribuito a definire i confini della libertà di insegnamento nelle università. Il sistema accademico avrebbe da quel momento in poi imposto una rigorosa distinzione tra un modo di agire incentrato sull’ipotesi e la teoria, considerato accettabile, ed uno fondato sulla riforma sociale, ritenuto inaccettabile [1].

 

Qualunque accademico che desideri far carriera sa bene cosa significhi questo. Contestualmente, nonostante la lontananza dalla società reale, il mondo accademico è divenuto abile a sviluppare una immagine altisonante di sé, usando espressioni quali: ‘La verità è la nostra arma più efficace’, ‘La penna è più forte della spada’, ‘Una buona idea può cambiare il mondo’, ‘La ragione ci conduce fuori dalle tenebre’, e così via.

 

La mission dell’economia è diventata quindi nascondere la menzogna del denaro. La nefasta pratica del prestito, la fissazione dei prezzi e i controlli monopolistici sono state le principali minacce al diritto naturale di un mercato libero, e si sono manifestate soltanto come difetti di un sistema auto-regolato che potrebbe essere tenuto a freno attraverso adeguamenti dei tassi di interesse e altre “garanzie”.

Intanto, nessuna delle principali teorie economiche fa menzione del fatto che il denaro viene creato all’ingrosso da un sistema bancario a riserva frazionaria che persegue segretamente gli interessi di privati a cui è stato assegnato il potere di generare e distribuire debito che sarà poi restituito (con gli interessi) dall’economia reale, innescando in tal modo una continua concentrazione di beni e potere nelle mani di pochi a scapito di tutte le economie locali e regionali.

Tutti noi invece i soldi dobbiamo guadagnarceli perchè non possiamo crearli dal nulla e non ne possediamo mai un centesimo in più fino alla morte. La classe media paga un affitto o un mutuo. La schiavitù salariale viene perpetuata, diffusa in aree stabili e istituita nelle sue forme più pericolose in tutti i territori di nuova conquista.

 

E‘ abbastanza singolare che la più grande truffa (creazione di moneta privata come debito) mai perpetrata e applicata su scala planetaria non trovi spazio nelle teorie economiche.

Gli economisti sono talmente presi dal calcolare gli alti e i bassi dei profitti, i rendimenti, i tassi d’occupazione, i valori di borsa, ed i benefici delle fusioni per gli operatori di medio livello da non accorgersi di trascurare alcuni elementi fondamentali. E’ come occuparsi della costruzione di un edificio ignorando il fatto che il terreno è situato in zona sismica mentre gli avvoltoi svolazzano in cielo formando un cerchio.

 

E intanto i finanzieri scrivono e riscrivono le norme a loro uso e consumo, anche se non risulta dalle loro teorie macroeconomiche. L’unico elemento ‘umano’ che gli economisti considerano nei loro ‘profetici’ modelli matematici è il trend di consumo per le fasce sociali basse, e non la manipolazione del sistema in quelle più alte. La corruzione è la norma, nonostante non appaia nelle analisi economiche. Le economie, le culture e le infrastrutture delle nazioni vengono deliberatamente sfasciate allo scopo di asservire le generazioni future ad un nuovo e più grande debito nazionale, mentre gli economisti fanno previsioni catastrofiche se questi debiti non saranno onorati…

Strumenti di gestione per i padroni, e fumo e specchi per noialtri. Grazie agli esperti economisti. ( 1- Segue)

 

Fonte: globalresearch.ca
Versione italiana:
Fonte: marcomessina.wordpress.com
Traduzione a cura di MARCO MESSINA

 
By Admin (from 03/02/2011 @ 12:00:04, in it - Osservatorio Globale, read 2784 times)

La medicina è la salute della menzogna

A tutti è capitato di ascoltare un medico, magari alla radio, dichiarare che l’aspettativa di vita è aumentata grazie alla medicina moderna. Nulla di più lontano dalla verità.

 

L’aspettativa di vita è aumentata nei paesi del Primo Mondo, grazie ad una mancanza storica di guerre civili e territoriali, cibi migliori e più accessibili, meno lavoro e infortuni sul lavoro, migliori condizioni di lavoro e di vita generale. L’indicatore più importante dello stato di salute di un paese è quello economico, a prescindere dall’accesso alla tecnologia medica e farmaceutica.

 

La medicina non ha allungato l’aspettativa di vita. Al contrario: essa ha in realtà avuto un impatto negativo sulla salute dell’uomo. Gli errori medici (senza contare i decessi attribuiti erroneamente a ‘trattamenti’ gestiti in maniera corretta) sono la terza causa di morte negli Stati Uniti, dopo le malattie cardiache e il cancro, e vi è un ampio divario tra questa stima conservativa del numero di morti causati da errori medici e la quarta principale causa di morte [2]. Dato che la medicina può fare ben poco per le patologie cardiache e il cancro, e dal momento che ha solo un effetto statistico positivo limitato nel settore degli interventi post-traumatici, possiamo concludere che la salute pubblica potrebbe migliorare se tutti i medici semplicemente sparissero. Basti pensare a tutte le perdite di tempo e lo stress che le persone malate risparmierebbero…

 

Uno dei luoghi più pericolosi per la società è l’ospedale. Negli errori medici rientrano le diagnosi e le prescrizioni sbagliate, le prescrizioni di farmaci che non dovrebbero essere combinati, interventi chirurgici inutili, superflui o trattamenti mal gestiti a base di chemioterapia, radioterapia e chirurgia correttiva.

 

In questa menzogna rientra anche l’idea che i medici riescano sempre a capire il funzionamento del corpo umano. E’ proprio questa falsa convinzione che ci porta a riporre la nostra fiducia nei medici, favorendo così i profitti delle grandi case farmaceutiche.

 

La prima cosa che i volontari di Medici Senza Frontiere (MSF) dovrebbero fare nelle zone colpite dai disastri è dimenticare la loro ‘formazione medica’ e darsi da fare per soddisfare i bisogni primari della popolazione, come acqua, cibo, riparo, e le misure necessarie alla prevenzione delle epidemie, e non somministrando vaccini, intervenendo chiururgicamente o somministrando farmaci…La salute pubblica deriva principalmente dalla sicurezza, stabilità e giustizia sociale, dal benessere economico, piuttosto che da risonanze magnetiche (MRI) e medicine.

 

Questi cialtroni applicano sistematicamente “trattamenti consigliati” mai testati e prescrivono pericolosi medicinali per ogni tipo di disturbo: pressione alta, stile di vita sedentario, cattiva alimentazione, apatia a scuola, ansia nei luoghi pubblici, disfunzioni erettili post-adolescenziali, disturbi del sonno, e tutti gli effetti collaterali causati proprio da questi farmaci.

 

Seguendo una incredibilmente perversa – seppur professionale – logica, i medici preferiscono somministrare farmaci per rimuovere i sintomi che sono indicatori di rischio, piuttosto che affrontare le vere cause delle patologie, ottenendo come unico risultato quello di aggredire ulteriormente l’organismo.

 

E’ assurdo ciò che oggi la medicina rappresenta per noi: essa è solo uno strumento per instupidirci (ovvero mantenerci ignoranti del funzionamento del nostro corpo) e renderci artificialmente dipendenti dalle gerarchie di potere. Le persone economicamente svantaggiate non muoiono per scarsità di cibo, ma per le precarie condizioni di vita e le sofferenze derivanti dalla loro povertà. I medici confesserebbero mai alla radio questa evidente verità?

 

Menzogne della scienza sull’ambiente

Lo sfruttamento estrattivo delle risorse, l’espropriazione delle terre e la creazione e la diffusione di schiavitù salariale sono devastanti per le popolazioni indigene e per l’ambiente su scala globale. E’ quindi fondamentale nascondere questi crimini sotto un velo di analisi di esperti e di vaghe politiche di sviluppo. Una prestigiosa classe di intellettuali, composta da studiosi dell’ambiente e consulenti, è utilie proprio questo scopo.

 

Gli esperti ambientali, più o meno consapevolmente, lavorano fianco a fianco con i truffatori della finanza, media mainstream, politici e burocrati nazionali e internazionali per mascherare i problemi reali e creare nuove opportunità di profitto per esclusive élite potere. Ecco alcuni casi particolari.

Freon e Ozono

Conoscete qualcuno che è stato ucciso dal buco dell’ozono?

Il Protocollo di Montreal del 1987 che vieta i clorofluorocarburi (CFC) è considerato un caso emblematico in cui la scienza e la governance globale raggiunsero un accordo per il bene della Terra e i suoi abitanti.

 

Ma quante volte questo accade per davvero?

Proprio in concomitanza con la scadenza del brevetto Du Pont per la produzione di freon (TM), il refrigerante più utilizzato del mondo, i media principali iniziarono a raccogliere osservazioni scientifiche altrimenti arcane e ipotesi circa la concentrazione di ozono negli strati alti dell’atmosfera al di sopra dei poli.

 

Questo ha portato ad una mobilitazione internazionale per criminalizzare i CFC, mentre DuPont sviluppava e brevettava un refrigerante sostitutivo che fu prontamente certificato per l’uso.

Nel 1995 fu assegnato un premio Nobel per la chimica a seguito di un esperimento di laboratorio che provava l’influenza dei CFC sulla riduzione del buco dell’ozono nell’atmosfera. Nel 2007 è stato dimostrato che questo esperimento era gravemente viziato da una sovrastima del tasso di riduzione pari ad un ordine di grandezza invalidando quindi il modello.[3] Senza considerare che qualsiasi esperimento di laboratorio non tiene in considerazione le particolari condizioni che si creano realmente nelle zone più alte dell’atmosfera. Possiamo dunque affermare che i meccanismi di assegnazione del Nobel sono influenzati dai mezzi di comunicazione e dai particolari interessi delle lobby?

 

Ma c’è di più. Si scopre che il nuovo refrigerante non è, come si temeva, inerte, caratteristica che invece il freon possedeva. Esso quindi corrode i componenti del ciclo frigorifero ad un ritmo molto più veloce di quanto non facesse il gas vietato. Frigoriferi e congelatori che un tempo duravano per sempre, ora diventano inutilizzabili dopo circa otto anni, riempiendo ad un ritmo vertiginoso le discariche di tutta l’America del nord; questo è avvenuto anche grazie al sostegno della propaganda verde per il risparmio energetico con il frigo chiuso (in condizioni di non utilizzo).

 

Inoltre, non abbiamo perso tempo a rinunciare al sole per paura che i raggi UV possano provocare il cancro, restando così dipendenti da soluzioni mediche come le creme solari, un mercato creato di recente. I ricercatori chimici più brillanti sono infatti già al lavoro per scoprire la molecola che sarà in grado di bloccare il sole e che sarà presto brevettata da Big Pharma. Non appena questo accadrà, già prevedo un forte aumento di interviste ad esperti che metteranno in guardia sul rischio di cancro alla pelle… ( 2- Segue)

 

Fonte: globalresearch.ca
Versione italiana:
Fonte: marcomessina.wordpress.com
Traduzione a cura di MARCO MESSINA

 
By Admin (from 04/02/2011 @ 12:00:09, in it - Osservatorio Globale, read 2002 times)

Pioggia acida sulla foresta boreale

Negli anni Settanta c’erano le piogge acide. Migliaia di scienziati di tutto il mondo (emisfero settentrionale) si sono occupati della “questione ambientale più urgente del pianeta”. La foresta boreale è il più grande ecosistema della Terra e si diceva che i suoi milioni di laghi correvano il rischio di essere distrutti dall’acido proveniente dal cielo.

 

A causare le piogge acide erano le ciminiere degli impianti a carbone che vomitavano solfuri nell’atmosfera causando le precipitazioni nocive. In teoria, la pioggia acida interessava le terre e i laghi della foresta boreale, ma l’acidificazione era praticamente impossibile da individuare. I laghi incontaminati nel cuore dei parchi nazionali dovevano essere studiati per decenni nel tentativo di individuare una acidificazione statisticamente rilevante.

Nel frattempo, i laghi ed i loro bacini idrografici sono stati distrutti dall’artigianato, dall’agricoltura, dalle foreste, dalle miniere, dalla pesca intensiva e dal turismo. Nessuno di questi disastri locali è stato studiato e diffuso. Gli scienziati, invece, hanno preferito rivolgere la loro attenzione agli impianti di combustione del carbone ubicati in siti a grande distanza, all’inquinamento atmosferico e alle reazioni chimiche che si verificano nelle goccioline di pioggia. Uno studio ha trovato che le uova di una particolare specie di pesce depositate in un acquario sono estremamente sensibili all’acidità (pH). Sono stati scritti lunghi trattati a proposito dell’equilibrio e del trasporto dei cationi nell’atmosfera spostando l’attenzione dalla distruzione del suolo causata da sfruttatori privati facilmente identificabili verso complicati processi chimici dell’atmosfera frutto del progresso e della industrializzazione.

 

Come fisico e scienziato della Terra divenuto in seguito esperto ambientale, ho personalmente letto praticamente tutte le pubblicazioni scientifiche che si occupavano di piogge acide e non, e non ho mai trovato un esempio dimostrato di impatto negativo su laghi o foreste dovuto alle piogge acide. A mio avviso, contrariamente a quanto più volte sostenuto dagli scienziati autori di queste pubblicazioni, la ricerca sulle piogge acide dimostra che con ogni probabilità la pioggia acida non era un problema.

Questo schema messo in atto da gruppi organizzati di finti ricercatori dell’ambiente sarà applicato in scala molto maggiore solo decenni più tardi con la teoria del riscaldamento globale.


Il Riscaldamento Globale come una minaccia al genere umano

Nel 2005 e 2006, molti anni prima che lo scandalo Climategate nel novembre 2009 incendiasse i media che sospinsero l’opinione pubblica verso l’accettazione del sistema cap™ dei crediti di carbonio e il relativo trilione di dollari di generosi finanziamenti che aspettano ancora l’approvazione, parlai della truffa del riscaldamento globale in un saggio che Alexander Cockburn definì su The Nation “uno dei migliori saggi sul mito dell’effetto serra visto da una prospettiva di sinistra”. [4] [5] [6]

Il mio saggio indusse David F. Noble a studiare il problema e scrivere The Corporate Climate Coup, un libro che descrive come i media avevano accolto favorevolmente l’idea che la finanza potesse ottenere ricavi senza precedenti dalla causa ambientalista.[7]

 

I paragrafi introduttivi di Global Warming: Truth or Dare? sono i seguenti [4]:

“Parlai in anticipo delle forti motivazioni sociali, istituzionali e psicologiche che hanno contribuito a costruire e conservare il mito della minaccia dominante del riscaldamento globale (il mito del riscaldamento globale, in breve). Descrivo queste motivazioni partendo dai meccanismi di funzionamento della professione scientifica e della rete globale del mondo imprenditoriale e finanziario insieme ai suoi governi ombra”.

 

“La mia opinione è che la forza di gran lunga più distruttiva del pianeta è rappresentata dai finanzieri assetati di potere e dalle corporazioni orientate esclusivamente al profitto e dai loro cartelli sostenuti dalle forze militari; e che il mito del riscaldamento globale è un elemento di distrazione che contribuisce a nascondere questa verità. A mio parere, attivisti che, usando altri argomenti, alimentano il mito del riscaldamento globale sono stati in realtà cooptati dal sistema, o al massimo neutralizzati “.

Altri passaggi che approfondiscono questa tesi [4]:

“Scienziati ambientali e agenzie governative sono pagati per studiare e monitorare problemi che non mettono a rischio alcun interesse corporativo e finanziario. Non sorprende quindi che essi abbiano preferito criticare la devastazione del pianeta dovuta all’estrazione delle risorse parlando delle emissioni di CO2. Il problema principale di questa teoria è che non si può controllare un mostro affamato chiedendogli di cagare meno”.

 

“Il riscaldamento globale è sostanzialmente un falso problema creato dalla classe media del cosiddetto Primo Mondo. Nessun altro si preoccupa del riscaldamento globale. Gli operai sfruttati nel Terzo Mondo non si preoccupano del riscaldamento globale. I bambini iracheni nati con malformazioni genetiche a causa delle bombe a uranio impoverito non si preoccupano del riscaldamento globale. E neanche l’annientamento delle popolazioni aborigene in tutto il mondo può essere ricondotto al fenomeno del riscaldamento globale, fatta eccezione forse per il fatto che gli aborigeni potrebbero essere gli unici a comprenderci”.

 

“Non si tratta di risorse limitate. ["La quantità di denaro speso ogni anno in cibi per animali domestici negli Stati Uniti ed Europa sarebbe sufficiente a fornire cibo e assistenza sanitaria di base a tutta la popolazione dei paesi poveri, e ne avanzerebbe anche una discreta somma" (Human Development Report delle Nazioni Unite , 1999)] Parliamo di sfruttamento, oppressione, razzismo, potere e avidità. Giustizia economica, umana e animale portano a sostenibilità economica, che a sua volta è sempre basata su pratiche rinnovabili. Riconoscere i diritti fondamentali dei popoli nativi porta inevitabilmente ad estrarre risorse in maniera più oculata e nel rispetto degli habitat naturali. Impedendo le guerre e gli interventi imperialisti si abbatte automaticamente lo sfruttamento delle nazioni. Un vero controllo democratico sulla politica monetaria conduce nel lungo termine alla rimozione del sistema basato sul debito “.

 

Esiste anche una critica approfondita che definisce la scienza come un carrozzone starnazzante interessato solo ad ingannare se stesso [4]. Il Climategate conferma ciò che dovrebbe essere scontato per ogni scienziato: la scienza, quando non aiuta a dormire, è una mafia.

 

Conclusioni

E’ tutto questo continua anche oggi. Ai giorni nostri, cosa non è una bugia?

Guardate la recente truffa del virus H1N1, un altro esempio da manuale. E’ pazzesco quanto a lungo durino queste messe in scena: gel antisettici pronti in ogni angolo in un batter d’occhio; studenti delle scuole superiori che si sballano bevendo l’alcol contenuto nei gel; cessazione della diffusione del ceppo virale prima che i vaccini già pagati siano prodotti in massa; nessun obbligo per le case farmaceutiche di provarne l’efficacia; garanzie pubbliche ai produttori di vaccini in caso di contenziosi legali intentati dagli acquirenti; addetti della sicurezza sanitaria nelle università che insegnano agli studenti a tossire correttamente, ecc…

Pura follia. Da cosa scaturisce questa stupidità così radicata nel Primo Mondo? Fa parte del nostro cammino verso il fascismo [8]?

Qui c’è un’altra cosa da dire: gli educatori diffondono le menzogne che noi impariamo perché ci vengono insegnate. Questa falsa educazione viene spesso direttamente denunciata dagli stessi educatori più radicali [9] [10].

I professori universitari preparano i piani di studio come se gli studenti realmente imparassero tutto ciò che viene loro consegnato, mentre la verità è che gli studenti non imparano tutto ma solo ciò che devono imparare. Invertire l’ordine dei corsi non farebbe alcuna differenza sul numero degli studenti che imparano. Gli studenti possono anche consegnare delle sciocchezze e i professori non se ne preoccuperebbero. L’obbedienza e l’indottrinamento è tutto ciò che importa, e l’unico requisito richiesto è saper imbrogliare. Gli studenti lo sanno e coloro che non sanno ciò che devono sapere non conoscono neanche loro stessi. [8] [9] [10]

Ogni opinione di esperto o paradigma dominante fa parte di questo inganno.

Ci rifiutiamo di conoscere la verità perchè ci fa orrore. ( 3- Fine)

Versione originale:

Denis G. Rancourt è stato professore di ruolo presso l’Università di Ottawa in Canada. Si è formato come fisico e praticò la fisica, le scienze della Terra e ambientali, settori nei quali ricevette finanziamenti da un’agenzia nazionale esercitando in un laboratorio riconosciuto a livello internazionale. Ha pubblicato oltre 100 articoli sulle principali riviste scientifiche. Ha tenuto lezionii di attivismo popolare e fu un aperto critico dell’amministrazione universitaria e un difensore dei diritti dei palestinesi. E’ stato licenziato per la sua dissidenza nel 2009.

Fonte: www.globalresearch.ca
Link: http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&aid=19653
8.06.2010
Versione italiana:
Fonte: http://marcomessina.wordpress.com/
Link: http://marcomessina.wordpress.com/2010/07/22/alcune-grandi-menzogne-della-scienza-3/
Traduzione a cura di MARCO MESSINA


NOTE:
[1] “No Ivory Tower – book” by Ellen W. Schrecker.
[2] Radio interview with Dr. Barbara Starfield: CHUO 89.1 FM, Ottawa; January 21, 2010.
[3] Nature 449, 382-383 (2007).
[4] “Global Warming: Truth or Dare? – essay” by Denis G. Rancourt.
[5] “Questioning Climate Politics – Denis Rancourt says the ‘global warming myth’ is part of the problem”; April 11, 2007, interview in The Dominion.
[6] Climate Guy blog.
[7] “The Corporate Climate Coup – essay” by David F. Noble.
[8] “Canadian Education as an Impetus towards Fascism – essay” by Denis G. Rancourt.
[9] “Pedagogy of the Oppressed – book” by Paulo Freire.
[10] “The Ignorant Schoolmaster – book” by Jacques Rancière.

 
By Admin (from 05/02/2011 @ 10:00:54, in it - Osservatorio Globale, read 1443 times)
Greenpeace rivela: una scatoletta su tre contiene specie differenti di tonno mescolate insieme.

Greenpeace rende noti i risultati delle analisi genetiche condotte dal laboratorio indipendente spagnolo AZTI Tecnalia su 165 scatolette di tonno, provenienti da 12 Paesi, europei e non, tra cui l’Italia. Una scatoletta su tre contiene specie differenti di tonno mescolate insieme o diverse da quanto indicato in etichetta o che possono variare a seconda del lotto di provenienza. Le scatolette analizzate appartengono tutte a marche molto popolari sul mercato mondiale, tra le altre Nostromo, Mare Aperto STAR, Riomare e Carrefour. 

Mescolare due specie diverse di tonno nella stessa scatoletta è una pratica illegale in Europa. Dalle nostre analisi risulta anche che, passando da una scatoletta all’altra dello stesso prodotto, il consumatore può trovare specie differenti di tonno. Questo avviene, per esempio, per i prodotti Nostromo e Mare Aperto STAR, testati in Italia. In questi casi viene usata un’etichetta del tutto generica “Ingredienti: tonno”, tanto legale quanto inaccettabile, che impedisce al consumatore di sapere con certezza cosa mangerà.

 

Le analisi, inoltre, rivelano che alcune delle scatolette campionate contengono specie diverse da quanto indicato in etichetta e che tra le specie inscatolate finiscono anche quelle sovrasfruttate, come il tonno obeso.

 

«Quando un consumatore mette nel carrello della spesa una scatoletta di tonno non sa realmente cosa compra. Purtroppo, la maggior parte dei prodotti presenti sul mercato - denuncia Giorgia Monti, responsabile della campagna mare di Greenpeace - non offrono sufficienti garanzie né sul tipo di tonno che portiamo in tavola né sulla sostenibilità dei metodi con cui è stato pescato».

"L’utilizzo dei FAD sta distruggendo l’ecosistema marino e conducendo gli stock di tonno verso il collasso".

Tra i principali fattori che contribuiscono a far finire nelle scatolette diverse specie di tonno, comprese alcune sovrasfruttate, Greenpeace ha identificato l’utilizzo di metodi di pesca poco sostenibili, come le reti a circuizione con “sistemi di aggregazione per pesci“ o FAD.

 

I FAD sono oggetti galleggianti che attirano esemplari giovani di tonno, ma anche specie minacciate come tartarughe marine, squali balena e altri pesci che regolarmente finiscono in queste reti in modo accidentale. Una volta pescati, tonni diversi vengono conservati e congelati tutti insieme a bordo, e la loro identificazione risulta difficile.

 

A quasi un anno dal lancio della classifica “Rompiscatole”, Greenpeace chiede che l’industria del tonno in scatola e le grandi catene di distribuzione garantiscano finalmente piena trasparenza ai consumatori  e si impegnino a vendere solo tonno pescato in maniera sostenibile.

 

«L’utilizzo dei FAD sta distruggendo l’ecosistema marino e conducendo gli stock di tonno verso il collasso. Se vogliamo salvare il tonno tropicale prima che venga totalmente compromesso, come è successo per il tonno rosso del Mediterraneo, è necessario eliminare i metodi di pesca più distruttivi, ridurre lo sforzo di pesca e tutelare con riserve marine le aree più importanti per la biologia di queste specie» conclude Giorgia Monti. 

 

Fonte: greenpeace

 
By Admin (from 06/02/2011 @ 10:00:35, in it - Osservatorio Globale, read 2147 times)

In un articolo su Le Monde dello scorso 18 ottobre, Gaëlle Dupont porta le prove definitive del fallimento delle colture geneticamente modificate. La promessa dei prodotti Monsanto RoundUp Ready agli agricoltori di tutto il mondo era infatti quella di utilizzare un solo erbicida totale, il gliphosate, per distruggere tutte le erbe infestanti, in modo che la coltura obiettivo (cotone, soia, mais, ecc.) potesse dominare incontrastata sul terreno: in questo modo, sosteneva Monsanto, si sarebbero migliorati i raccolti e ridotto l'uso dei pesticidi.

 

Ma, dopo quindici anni, i risultati smentiscono queste promesse. Nel Sud Est degli Usa, su 6 milioni di ettari, in 22 stati americani, pari a poco meno del 10 per cento dell'intera superficie coltivata con Ogm negli Stati Uniti, si sta assistendo ad un'impressionante proliferazione di alcune erbe infestanti, come l'Amaranthus Palmeri conosciuto come pigweed, che, secondo Claude Kennedy del centro agricolo sperimentale della città di Marianna, "non è un'erbaccia, è un mostro, è sempre più aggressiva e prende forme così strane che a volte fa quasi paura", diventando capace di crescere cinque centimetri al giorno e di arrivare a due metri di altezza.

 

Ma l'amaranto ormai non è il solo ad avere acquistato capacità di resistenza all'erbicida totale: una decina di altre piante infestanti ha subito il medesimo potenziamento, riportando la situazione a quella originaria degli anni Settanta-Ottanta, da cui appunto ha preso le mosse l'industria biotech in agricoltura - il fallimento del sistema di difesa delle colture basato sulla combinazione di pesticidi e fertilizzanti chimici, cui appunto da ultimo si è unita la genetica nella speranza di "correggere" un meccanismo strutturalmente sbagliato, nel senso che non ha mai tenuto conto dei delicati meccanismi con cui la natura opera nel suolo, affrontandoli come se si trattasse di un campo di battaglia e non di un millenario sistema di sensibilissimi equilibri.

 

Ora gli agricoltori americani sono costretti a ricorrere a micidiali misture di vecchi erbicidi, cosa che sta preoccupando persino l'agenzia per l'ambiente americana (Epa), in genere assai attenta ai desideri dell'industria chimica e biotech: il dicamba per esempio, è un pesticida molto aggressivo e inquinante, derivato dal 2,4-D, il cosiddetto "agente Arancio", un defoliante inventato per distruggere la giungla vietnamita e scoprire le linee di rifornimento vietminh ai bombardieri Usa.

La maggiore novità, tuttavia, è il fatto che la stessa Monsanto ammetta il disastro, ma con toni che lasciano perplessi: "All'inizio pensavamo che la diffusione di questo tipo di resistenze sarebbe stata difficile. Ma dobbiamo riconoscere che, per controllare le erbe infestanti, il RoundUp non basta: bisogna usare anche altri prodotti", dice Rick Cole di Monsanto. Quindi, mentre è costretta a rimborsare 12 dollari ogni acro (circa mezzo ettaro) agli agricoltori, la multinazionale biotech sta pensando, invece di modificare radicalmente la sua strategia, semplicemente di ingegnerizzare soia e cotone per resistere anche ad altri erbicidi, replicando all'infinito il meccanismo. In questo modo non si farà altro che ampliare su scala ancora più grande il problema. La realtà è infatti che quello che interessa a questo tipo di industria è semplicemente di tenere il produttore agricolo legato ad un "pacchetto tecnologico" che integra semente ed erbicida, in maniera da fidelizzare l'agricoltore, impedendogli di tentare altre strade agronomiche, e garantire profitti costanti all'industria.

 
La situazione americana, dove il 58% del cotone, il 66% del mais e il 93% della soia sono oramai Ogm, dovrebbe essere un serio ammonimento per l'Europa che fino ad ora, pur con molte contraddizioni ed incertezze, ha impedito la diffusione di massa degli Ogm nei nostri campi: la possibilità che nei prossimi mesi avranno gli Stati europei di liberalizzare la coltivazione biotech oppure di creare aree ogm-free mediante accordi fra agricoltori, diventa a questo punto una questione strategica per il futuro della nostra agricoltura. Quello che è certo è che da oggi non si può più sostenere seriamente che le colture Ogm siano la soluzione migliore per questo futuro.
 
Fonte: clarissa.it - Autore: G. Sinatti
 
By Admin (from 07/02/2011 @ 10:00:53, in it - Osservatorio Globale, read 1914 times)

Da quando vidi il film Il maschio e la femmina (1966) la prima volta avevo l’età dei suoi protagonisti e me ne colpì l’intelligenza nella descrizione dei disagi e speranze di una generazione. Ma quel che più ne ricordo è la scritta che, a bruciapelo e senza necessità evidente, interrompeva una scena per affermare che «la pubblicità è il fascismo del nostro tempo». Si è governato e si governa, in gran parte del mondo occidentale, con gli strumenti del consenso e del consumo, riuscendo quasi sempre a evitare il manganello e la censura diretta. Col companatico al posto del pane, la televisione al posto dei giochi del circo (ultima variante i festival di letteratura e altra cultura) e con la pubblicità.

 

Pubblicità in senso lato – di uno stile di vita, di un modello di società propagandato come il migliore o l’unico possibile – ma che anche nel senso specifico e ristretto di un tipo di comunicazione che mira a far acquistare delle cose. Il potere della pubblicità è cresciuto enormemente, la stampa, per esempio, ne vive e ne è ricattata, le leggi che la limitavano sono state progressivamente abbattute e ci sono riviste dove le pagine di testo sono un terzo di quelle riservate alla pubblicità, senza considerare la pubblicità indiretta.

Fu Vance Packard per primo a denunciare questo attentato alla democrazia e alla libertà dell’informazione in un libro celebre, I persuasori occulti, a metà degli anni cinquanta. A noi poteva sembrare fantascienza, ma poi, come in molti altri campi, la fantascienza è diventata realtà, e come “genere” letterario è quasi scomparso (riprende oggi, mascherato, nella più accorta letteratura per ragazzi). Anche la battuta di Godard, che al suo tempo indicava una preoccupazione o una messa in guardia, è oggi una constatazione.

Un’idea moderna di pubblicità è esplosa in Italia negli anni sessanta, prima la pubblicità era secondaria, rozza, poco o niente mediata. Su un giornale degli anni trenta o quaranta la pubblicità di un lassativo si serviva dell’immagine celebre dell’incontro tra Dante e Beatrice lungo l’Arno accompagnata dal verso della Commedia «Io son Beatrice che ti faccio andare». Poi, col boom, vennero le grandi agenzie e la leva dei professorini che avevano sulla scrivania dei loro uffici milanesi e torinesi (l’ho visto coi miei occhi, ho avuto molti amici che si sono dati a quel mestiere) le opere di Jung e altri studiosi di simboli e miti, di immagini archetipiche, di studi sull’inconscio. La pubblicità si faceva furba e intellettuale, un settore in enorme espansione. Non sembrava disdicevole farne una professione.

La fase successiva è il ’68: quando si trattò di trovare lavoro molti passarono dal movimento alla pubblicità, soprattutto a Milano ( più assai di quelli che finirono nel giornalismo o nella politica istituzionale, ma ovviamente meno di quelli finiti nella scuola). Ne vennero una perdita di sottigliezza, messaggi sempre meno velati, una aggressività via via più volgare e diretta.

I giornali sono brutti anche per i ricatti della pubblicità. E se sfogliamo un quotidiano di quelli importanti (che sono due, forse tre, in stretto legame con lotte e intrighi del potere, dominatori dell’informazione bacata e nemici giurati della riflessione e delle connessioni) vediamo che vi si fronteggiano pagine di cronaca raccapricciante e di pubblicità da mondo dei sogni. E colpisce il leit-motiv, il tormentone sessuale: chi compra un’automobile X o Y scopa meglio e di più, e questo vale per una scatola di piselli o una birra, un computer o un best-seller, e volti e corpi di giovani robot da film americano imbecille vi si offrono spudoratamente, come in un Eden ritrovato dove ogni albero, animale o nuvola serve solo a veicolare un unico messaggio: comprate, solo così sarete felici.

 

La sua logica è berlusconiana, ma chi protesta per altre forme di manipolazione trova questa normale, o meglio, la trovano normale i giornali e i giornalisti che se ne nutrono. L’elargizione della pubblicità Fiat, per esempio, è stato un modo di influire sui giornali della sinistra, anche quelli apparentemente più liberi.

La manipolazione pubblicitaria incide in profondità sulla salute mentale e sulla morale dei destinatari dei loro messaggi, e su quelli della Repubblica. È espressione del fascismo del nostro tempo. Dopo la guerra, molti figli chiesero ai padri come si erano comportati sotto fascismo o nazismo. Accadrà anche in Italia, dopo il trentennio che muore? Sarebbe sano, ma non succederà.

Autore: Goffredo Fofi - Tratto da: eddyburg.it/article/view/16149/.

 
By Admin (from 09/02/2011 @ 08:00:50, in it - Osservatorio Globale, read 1542 times)

I sostenitori della deregulation e della liberalizzazione a oltranza considerano i tagli allo Stato sociale l’unica strada possibile per arrivare a un’economia più efficiente e che produca posti di lavoro, scrive Gurutz Jáuregui, professore di diritto costituzionale all’Università dei Paesi Baschi. Il pensiero unico neoliberale vuole imporre, con una buona dose di determinismo, questa soluzione a tutti, come se fosse scientificamente inevitabile. Ma non è così: queste scelte economiche sono dettate da organizzazioni internazionali, come la Banca mondiale o l’Ocse, che obbediscono agli interessi del capitale finanziario e che non hanno un’investitura democratica.

 

Esistono, in teoria, due grandi risposte o soluzioni alla crisi dello Stato sociale. La prima è il rafforzamento e il miglioramento dei servizi. La seconda, la diminuzione forzata delle domande e delle necessità sociali dei cittadini. Stando ai dati degli ultimi anni, e come conseguenza del trionfo generalizzato del neoconservatorismo, è chiaro che la grande maggioranza dei governi dei paesi sviluppati ha optato, con maggiore o minore intensità, per la seconda soluzione. Si tratta di un’alternativa che ha come obiettivo l’indebolimento, se non lo smantellamento puro e semplice, delle conquiste sociali ottenute negli anni scorsi.

 

Se si tralasciano alcune sfumature fra due versioni – una conservatrice tradizionale e l’altra più ultraliberale –, i difensori dello smantellamento dello Stato sociale difendono le loro posizioni basandosi su due ragioni fondamentali.

 

La prima, di ordine economico, insiste sul sovraccarico prodotto nella domanda economica. La seconda, di ordine politico, sottolinea i fattori di ingovernabilità che derivano da questo sovraccarico imposto allo Stato. La soluzione consiste, quindi, nello “scaricare” lo Stato di questo pesante onere che gli impedisce di funzionare. Di qui la necessità di deregolamentare e liberalizzare alcune funzioni che sino a oggi erano state svolte dallo Stato stesso. Una liberalizzazione che riguarda non solo alcune attività economiche ma anche, e soprattutto, la politica sociale (sanità, occupazione, pensioni, eccetera).

 

Secondo queste tesi, lo snellimento e il conseguente passaggio dell’attività economica dello Stato verso settori privati provocherebbe quella che potremmo definire “la sindrome del conto della lattaia”. Avrebbe inizio una ripresa economica, questa darebbe luogo a una maggiore crescita, questa maggiore crescita faciliterebbe la riduzione della disoccupazione, la riduzione della disoccupazione migliorerebbe il livello di benessere dei cittadini, questo livello di benessere farebbe aumentare il consumo, eccetera. Come ha sostenuto il 22 febbraio scorso Rodrigo Rato, ministro dell’Economia e secondo vicepresidente del governo spagnolo, nel presentare il Piano di liberalizzazione e di impulso dell’attività economica approvato dal suo gabinetto, questo è non solo “l’unica risposta possibile alla convergenza europea”, ma anche l’unica via per “arrivare a un’economia più efficiente e con maggiore capacità di creare lavoro”. Sottolineo la parola unica perché è questo il termine magico che, in forma più assillante, continuano a ripeterci negli ultimi tempi.

 

Se già di per sé appare discutibile che vogliano imporci l’idea dell’esistenza di un pensiero unico, molto più grave mi sembra la spaventosa dose di determinismo che accompagna quest’idea, fino al punto di considerarla come qualcosa di assolutamente inevitabile. L’attuale epoca del pensiero unico risulterebbe del tutto estranea alla volontà umana, così come lo furono a suo tempo l’era della glaciazione o lo stesso Big Bang dell’universo.

 

Istituzioni non neutrali e non democratiche

Nulla di più lontano dalla realtà. Gli attuali processi di liberalizzazione vengono incoraggiati sostanzialmente da determinate istituzioni economiche e finanziarie internazionali, come la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale, il Gatt e l’Ocse, a livello globale, da istituzioni comunitarie a livello europeo e da governi con ideologie e interessi molto concreti nell’ambito dei diversi paesi. Che io sappia, nessuna di queste istituzioni è neutrale. Inoltre, ed eccettuato il caso dei governi dei diversi paesi, praticamente nessuna di queste istituzioni sovranazionali sarebbe in grado di superare l’esame della soglia minima di democrazia che si richiede a qualsiasi istituzione pubblica che, teoricamente, veglia sugli interessi dei cittadini.

 

In effetti, i loro membri non sono stati eletti dai cittadini e la loro attività non è sottomessa al benché minimo controllo da parte delle istituzioni democratiche. Bisogna anche aggiungere che l’adozione di certe decisioni di carattere economico o tecnico esige alcune conoscenze, che si possono acquisire soltanto con la formazione e la preparazione tecnica di quadri di cui dispongono solo queste istituzioni.

 

Ebbene, la specializzazione tecnica di questi organismi, da un lato, e la mancanza di controllo di molte delle loro attività, dall’altro, hanno avuto come conseguenza il radicamento di un’idea chiarissima: o loro, o il caos.

 

Secondo questi organismi, l’economia ha le sue regole, le cose sono come sono e, quindi, non esiste alcuna alternativa possibile alle misure e alle politiche da essi adottate. Il risultato è davanti agli occhi di tutti: risanamento duro, precarizzazione del lavoro eccetera.

Più avanzati che mai, più poveri che mai

Vaccinati come siamo contro ogni sorta di determinismo – economico o tecnico, marxista o capitalista – ci sembra evidente che questa presunta alternativa unica non cela criteri scientifici bensì interessi politici ed economici. Dietro questa apparente razionalità scientifica si nascondono obiettivi inconfessabili.

 

Basti vedere gli effetti che sta provocando la politica degli attuali capitani del neoliberalismo: concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, espansione crescente della precarizzazione del lavoro, aumento o, quanto meno, non riduzione della disoccupazione, emarginazione o esclusione sociale, espulsione degli immigrati, una disuguaglianza sempre maggiore nella distribuzione della rendita eccetera.

 

È certamente difficile riconoscere la validità di una politica che sta generando un mondo sempre più ingovernabile, nel quale non solo i cittadini dei paesi del Terzo mondo ma persino quelli dei paesi sviluppati diventano sempre più poveri. Mi si potrebbe obiettare che la situazione che ho appena illustrato è puramente congiunturale. Che bisogna stringere la cinghia per poter superare la crisi. Che bisogna sacrificarsi per il bene degli altri. Si tratta di un argomento ingannevole che mi ricorda, inevitabilmente, la famosa massima “Si vis pacem, para bellum” [Se vuoi la pace, prepara la guerra].

 

Così come la pace non si ottiene con la guerra, neppure la giustizia si ottiene con maggiori ingiustizie e maggiore disuguaglianza.

 

Vorrei che qualcuno fosse capace di spiegarmi come è possibile che un maggiore sviluppo tecnico e una maggiore crescita economica generino in termini assoluti una maggiore povertà. Se tutti risultiamo perdenti, sarebbe stato più logico rimanere come stavamo. Il problema che si cerca accuratamente di nascondere è che non tutti sono perdenti. All’interno di questa enorme maggioranza, sempre più estesa, di perdenti, ci sono alcuni vincitori. Alcuni vincitori che non sono mai stati così pochi e non hanno mai vinto tanto come oggi. Sono le grandi imprese multinazionali, il capitale finanziario e speculativo; insomma, i nuovi padroni del mondo.

 

Sono loro che, d’accordo con le istituzioni economiche internazionali, hanno diffuso la tesi che non esista alternativa alla situazione attuale. Tornando all’argomento iniziale, è sbagliata l’idea che la riduzione dello Stato alla sua espressione minima costituisca una necessità dettata da esigenze economiche. La difesa dello Stato minimo non sottende, almeno nella sostanza, ragioni di razionalità economica, bensì fattori di potere e dominio. Uno Stato forte – utilizzo il termine Stato nel senso di un potere politico democratico forte, quale che sia la forma istituzionale adottata – rappresenta un intralcio, un ostacolo fondamentale allo sviluppo delle grandi corporazioni finanziarie ed economiche. Per queste corporazioni, l’ideale sarebbe la scomparsa pura e semplice dello Stato, del potere politico, che tuttavia non risponde fino in fondo ai loro interessi. Tali organizzazioni, infatti, hanno bisogno di una legittimazione che dia alla loro attività una vernice formalmente pubblica, un’apparenza di legittimità pubblica, e a questo provvede lo Stato. La presenza dello Stato è consustanziale al neoliberalismo, perché esercita una funzione cruciale come induttore e sostenitore dei suoi interessi da una posizione di relativa autonomia.

 

La soluzione consiste, perciò, nel disporre sì di uno Stato, ma di uno Stato minimo che, per usare un’espressione di Robert Nozick, uno dei grandi guru del neoliberalismo, resti “limitato alle strette funzioni di difesa contro la violenza, il furto, la frode, il mancato adempimento dei contratti eccetera (...). Qualsiasi altro Stato più ampio violerebbe i diritti delle persone e appare ingiustificato”.

Autore: Gurutz Jauregue - Traduzione: A.M.

 
By Admin (from 15/02/2011 @ 10:00:51, in it - Osservatorio Globale, read 1256 times)

La Commissione europea ha presentato uno studio sul funzionamento del mercato elettrico al dettaglio per i consumatori dell'Ue che dimostra che potrebbero risparmiare 13 miliardi di euro scegliendo le tariffe più basse. In 5-6 casi su 10, ogni consumatore potrebbe risparmiare 100 euro se optasse per l'offerta più vantaggiosa. Lo studio dimostra che i consumatori europei non stanno approfittando pienamente delle possibilità di risparmio generate dalla liberalizzazione del mercato che permette di scegliere tra più fornitori di elettricità. Secondo la Commissione, «I consumatori dell'Ue sono poco informati, solo un terzo di loro (32 %) hanno comparato le offerte e circa la metà (47%) non conosce il consumo della loro abitazione».

 

Per facilitare la scelta dei consumatori e rafforzare la posizione sul mercato energetico la Commissione ha preso una serie di iniziative soprattutto per facilitare il confronto dei prezzi, gestire i reclami in maniera più efficace e migliorare la fatturazione.

 

I dati principali dello studio confermano che raramente i consumatori cambiano fornitore di elettricità: solo in 7 Paesi dell'Ue superano il 10%. Solo il 28% dei clienti europei è contento di come le aziende gestiscono pratiche e reclami. Nella maggior parte dei Paesi Ue le famiglie che consumano meno energia pagano un prezzo medio di acquisto più alto di quelle che ne consumano di più.

Le politiche già messe in campo dall'Ue partano dalla liberalizzazione dei mercati del gas e dell'elettricità che avrebbero dovuto produrre una concorrenza tariffaria vantaggiosa per i consumatori. L'Ue sta lavorando anche alla sicurezza energetica  ed a misure per favorire gli investimenti nelle infrastrutture per assicurare un approvvigionamento energetico continuo; ad iniziative di etichettatura energetica degli elettrodomestici e per il ritiro graduale dal mercato di quelli più energivori.

La Commissione però oggi evidenzia che «I risultati attuali provano ancora una volta che sono necessarie nuove azioni per migliorare maggiormente i vantaggi concreti della politica energetica dell'Ue per i consumatori» per questo propone che: Le autorità regolamentari nazionali progettino delle linee guida per informare i consumatori in maniera più efficace, così come per facilitare la comparazione dei prezzi e il cambiamento di fornitore; Insieme alle principali parti interessate, la Commissione determinerà le pratiche esemplari in materia di risoluzione extragiudiziaria delle liti nel settore energetico; Miglioramento della fatturazione dell'energia e della gestione dei reclami, applicazione delle raccomandazioni esistenti, comprese quelle formulate dai forum dei cittadini per l'energia». L'insieme delle proposte verranno discusse il 3 dicembre dal Consiglio energia dell'Ue.

 

Secondo il commissario Ue alla salute ed alle politiche dei consumi, John Dalli, «La liberalizzazione del mercato nasconde un potenziale considerevole per i consumatori in materia di prezzi, scelta, innovazione e qualità dei servizi. Ma questo potenziale non potrà essere pienamente sfruttato se i consumatori non sanno che possono beneficiare di offerte più vantaggiose e che se queste non sembrano loro di facile accesso».

 

Per il commissario all'energia Günther Oettinger (Nella foto): «Delle misure già provate nel pacchetto "energia" dovrebbero ormai essere messe in opera e dovrebbero concentrarsi sulla facilitazione del cambiamento di  fornitore, una gestione più efficace dei reclami e dei ricorsi, così come su una migliore informazione dei consumatori».

Fonte: greenreport.it

 
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