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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

La datazione al radiocarbonio, nata quasi sessant’anni fa, ha rivoluzionato l’archeologia (ma non solo), perché ha permesso di stabilire l’età dei reperti di origine organica, come le ossa, il legno, la carta, i tessuti, ecc. Ora un team di ricercatori italiani dell’ Ino-Cnr di Firenze ha messo a punto una nuova tecnica dieci volte meno costosa dei metodi tradizionali e con un ingombro di cento volte inferiore.

Gli spettrometri di massa, usati generalmente per il calcolo della quantità residua di carbonio 14, sono infatti apparecchiature piuttosto imponenti e costose. Per analizzare accuratamente un reperto bisogna quindi chiedere l’aiuto ai grandi laboratori di fisica nucleare. La nuova strumentazione basata sulla luce laser infrarossa non è solo più economica e comoda, ma permette di misurare direttamente il numero di molecole che contengono atomi di radiocarbonio, facilitando enormemente il lavoro degli archeologi, medici e tecnici ambientali.

Nel tempo il carbonio viene assorbito dagli organismi viventi, fino alla morte. Da quel momento in poi la quantità di isotopo radioattivo diminuisce progressivamente. Per questo la sua misurazione fornisce abbastanza precisamente l’età dei reperti contenenti materiali di origine biologica.

Con l’analisi classica, però, bisogna bruciare un pezzetto di reperto per ottenere la molecola di anidride carbonica da cui viene estratto atomo per atomo il carbonio. I tradizionali spettrometri di massa devono essere molto sensibili, perché solo una molecola ogni mille miliardi contiene radiocarbonio invece di normale carbonio.

Un problema in parte risolto dai ricercatori italiani: “La nuova metodologia si basa su una tecnica spettroscopica ad altissima sensibilità, denominata Scar (saturated-absorption cavity ring-down)”, spiega Davide Mazzotti, coautore dello studio.

La soluzione è utilizzare la luce laser infrarossa, invisibile all’occhio umano ma assorbita dalle molecole. “La radiazione infrarossa viene riflessa tra due specchi tra i quali è contenuto il gas da analizzare. In questo modo la luce attraversa migliaia di volte le stesse molecole di anidride carbonica da misurare, che equivale a moltiplicare per migliaia di volte la quantità di molecole disponibili e ad aumentare così la ‘sensibilità’ di misura”, aggiunge il primo autore, Iacopo Galli.

A beneficiare del nuovo metodo non sarà solo l’archeologia, ma potenzialmente anche il monitoraggio dei cambiamenti climatici o dell’inquinamento, la ricerca medica e la rivelazione di sostanze tossiche o pericolose, passando per la sicurezza degli aeroporti e i test di fisica fondamentale.

Fonte: wired.it

 

Internet è stata creata una volta, e può essere ricreata una seconda, anche meglio: una Rete parallela a quella esistente, indipendente, e a prova di censura e di controllo. Per ora si tratta solo di un’idea, anche perché non sembra di facile realizzazione. Il progetto però ha già un nome: The Darknet Project, abbreviato nell’acronimo Tdp.

Secondo quanto riporta Arstechnica, alcuni cyber attivisti si sono incontrati la scorsa settimana in una chat. Al momento il gruppo si coordina attraverso i social network su Reddit. L’obiettivo sembra proprio quello di creare una darknet (cioè una rete privata) globale. O, meglio, un insieme di darknet: una rete di network che funzionino indipendentemente gli uni dagli altri (e da internet), ma interconnessi in alcuni nodi. Evitare la centralizzazione è infatti una priorità: in questo modo, se un nodo o uno dei web venissero oscurati, il sistema resterebbe in piedi comunque.

"Fondamentalmente, lo scopo del Darknet Project è di creare un’internet alternativa, più libera, attraverso una rete mondiale di network”, ha sottolineato uno dei coordinatori di Tdp che si fa chiamare Wolfeater (divoratore di lupi). In che modo? Il primo passo sarà costruire delle reti locali e connetterle servendosi delle infrastrutture wireless già esistenti, finché delle nuove non saranno in grado di sostenere il sistema.

Il progetto è stato probabilmente ispirato dalla cosiddetta Operation Mesh lanciata dal gruppo Anonymous come risposta all’ Anti-Counterfeiting Trade Agreement (Acta), e che chiedeva un supporto per creare, appunto, un Web parallelo a quello esistente, magari utilizzando il software della rete anonima e criptata I2P e il protocollo Wrp del sito Batman.   Al momento, dietro al Tdp non sembra esservi un gruppo in grado di coordinarsi allo stesso livello di Anonymous per portare avanti in modo concreto il progetto, fa notare Una . Non è escluso, però, che qualcuno in ascolto sul Web, e con le conoscenze e le capacità tecniche necessarie, risponda alla chiamata.

Anche perché l’idea circola da un po’. Era già balenata persino al governo statunitense, tra l’altro - riportava il New York Times lo scorso giugno - con l’obiettivo si sostenere i dissidenti dei paesi sotto un regime di censura e repressione. Dall’altra parte, progetti di software open source sostenuti da organizzazioni non profit avevano già captato nell’aria la crescente richiesta di tecnologie per mettere in piedi delle darknet. Uno di questi è Freenet, che vorrebbe realizzare darknet sulle infrastrutture internet esistenti. Un altro è Serval, che mira a creare reti indipendenti usando gli smartphone: ha già sviluppato un software prototipo per Android e cerca volontari per testarlo.

Fonte: daily.wired.it

 

Sono cinque milioni i twit passati al setaccio ogni giorno in un palazzo dell’ intelligence americana, in un luogo senza coordinate (note) della Virginia. Insieme ci sono anche i post pubblicati su Facebook, i titoli dei giornali e tutto quello che circola liberamente sul Web, spulciati dai “bibliotecari della vendetta”, come sono stati soprannominati gli addetti dell’ Open Source Center della Cia. Lo scopo? Scoprire che tempo fa in terra straniera, sondare gli umori, e magari cercare di intercettare in anticipo malcontenti e rivoluzioni, dopo quelli che hanno scosso il mondo arabo. A svelare le attività di veggenti dell’intelligence americana attraverso i social media è Associated Press, che è entrata nell’Open Source Center e secondo la quale nella palla di vetro della Cia ci sarebbero paesi come la Cina, il Pakistan e l’ Egitto.

“Dall’arabico al mandarino, da un twit arrabbiato a un blog riflessivo, gli analisti reperiscono informazioni, spesso nella loro lingua nativa”,  spiega Ap: “Poi (gli analisti, ndr) li confrontano con i giornali locali o con una conversazione al telefono intercettata clandestinamente. A partire da questo poi costruiscono un’istantanea voluta dai più alti livelli della Casa Bianca, dando per esempio un’occhiata in tempo reale all’umore di una regione subito dopo l’attacco dei Navy Seals che ha ucciso Osama bin Laden o forse elaborando una previsione di quale paese del Medio Oriente è sul punto di scoppiare in rivolta”.

Nata come misura antiterrorismo post 11 settembre, l’ Open Source Center si dedica al mondo dei social media soprattutto dallo scoppio della Rivoluzione Verde in Iran nel 2009 (dopo l’elezione di Mahmoud Ahmadinejad) . Gli uffici del centro si trovano in Virginia, in un luogo protetto dal segreto (in un “anonima zona industriale”), ma vanta sicuramente diverse filiali sparse nel mondo, nelle ambasciate statunitensi, in modo da trovarsi più vicino ai luoghi tenuti sott’occhio. A lavorarci hacker alla Lisbeth Salander (la protagonista della saga Millennium di Stieg Larsson) possibilmente multilingue, “che sanno come trovare cose che altre persone non sanno neanche esistere”, spiega  Doug Naquin, direttore del centro di intelligence.

Un esempio dell’attività dell’Open Source Center è quella che ha seguito l’uccisione di Bin Laden a maggio, in Pakistan. Registrando l’origine linguistica dei twit (non limitandosi quindi a mapparne l’origine geografica) l’Open Source Center ha osservato che la maggior parte dei cinguettii lasciati sul Web erano in urdu (dal Pakistan) e cinese. L’ umore degli utenti? Per lo più negativo, come forse c’era da attendersi. Infatti il raid, visto da Twitter, è stato percepito come una sorta di affronto alla sovranità del Pakistan.

Fonte: daily.wired.it

 

L’autismo è un  puzzle che la scienza non è ancora riuscita a comporre. Mancano molti tasselli. Delle cause si sa poco, nella  diagnosi si va a tentoni. Persino le  forme che il disturbo può assumere sono così variabili da caso a caso, che è difficile riuscire anche a  definire la malattia. Si preferisce, infatti, parlare di uno  spettro di disturbi autistici, i cui sintomi vanno da gravissimi problemi di  comunicazione, comportamento,  ritardo mentale, fino alle difficoltà relazionali della più lieve  sindrome di Asperger, talvolta abbinate a capacità intellettive fuori dal comune. Una delle poche certezze è che il numero di diagnosi  sta aumentando esponenzialmente. Sembra una vera e propria epidemia, con stime che arrivano all'1% dei nuovi nati, con i maschi colpiti 4 volte più delle femmine. Perché? È solo uno dei tanti misteri che rendono l'autismo impenetrabile almeno quanto il mondo nel quale i bambini che ne soffrono vivono rinchiusi. Tuttavia, la ricerca prova faticosamente a fornire qualche risposta. La rivista Nature ha dedicato uno  speciale sull' enigma dell'autismo. Proviamo, anche noi, a far luce sui (pochi) spiragli di luce che s'intravedono nel buio.

L'autismo è genetico? Almeno in parte sì. Alla base del disturbo vi è un complesso mix di fattori genetici e ambientali, anche se non è ancora chiaro quali. Le radici genetiche dell'autismo sono state confermate da molti studi sui gemelli: quelli omozigoti, cioè identici, hanno maggiore probabilità di essere entrambi autistici (la concordanza supera il 90%) rispetto ai gemelli eterozigoti, concepiti da gameti diversi (la concordanza è appena del 10%). Il genoma dei piccoli pazienti, nelle famiglie con un'alta incidenza del disturbo, è stato setacciato in lungo e largo. È emerso che un certo numero di geni, localizzati sul cromosoma 15, 16, 22, e il cromosoma X, siano più frequentemente associati all’autismo. Tuttavia, l’analisi del dna non è riuscita a dimostrare l’evidenza di  geni dell'autismo, eccezion fatta per alcune malattie rare, come la  sindrome X fragile o la  sindrome di Rett che provocano forme autistiche.

L'esposizione a sostanze tossiche può scatenare l'autismo? L'ambiente sembra giocare un ruolo più importante del dna. Molti fattori sono stati incriminati, per esempio malattie infettive durante la gravidanza, esposizione a farmaci o sostanze chimiche tossiche, intossicazione da mercurio. Qualche tempo fa, un inquietante  studio su  Lancet, condotto dai ricercatori della Harvard School of Public Health di Boston, suggeriva che l'esposizione a sostanze tossiche industriali, come il piombo, provocherebbe danni allo sviluppo neurobiologico nei feti, causando disturbi mentali quali l'autismo. Tuttavia, si tratta ancora di ipotesi.

Non si è ancora trovato un collegamento diretto di una o più cause con l'autismo.

Perché i casi sono in aumento? Sessant'anni dopo le prime diagnosi di autismo, era il 1947, il mondo assiste a un'esplosione di problemi autistici. Se fino agli anni Ottanta si contava un caso su 5mila, oggi la prevalenza è schizzata a uno su 110 negli Stati Uniti, mentre in Europa le stime variano da 1 bimbo su 160 in Danimarca e Svezia a uno su 86 in Gran Bretagna. Questo dato allarmante sembrerebbe confermare l'esistenza di una relazione tra aumento dell'inquinamento ambientale, metabolismo e sistema nervoso in soggetti predisposti. Molti concordano sul fatto che questo  boom può essere spiegato solo in parte dal miglioramento dei criteri diagnostici e dalla maggiore attenzione verso la malattia. Circa la metà delle nuove diagnosi sarebbe genuina, non riconducibile ad altre motivazioni. L'ipotesi però  divide gli scienziati. “Non ci sono problemi ad accettare che aumentino asma, diabete, allergie nei bambini, mentre l'idea che aumenti l'autismo è così controversa”, dice Thomas Insel, direttore del National Institute of Mental Health di Bethesda.

Quali sono le anomalie a livello cerebrale? È fuori di dubbio che l'autismo ha basi neurobiologiche. Il cervello di una persona autistica funziona in maniera diversa. C'è uno sviluppo anomalo di alcune strutture cerebrali, in particolare legate al linguaggio, si riscontrano alterazioni delle sinapsi (i collegamenti fra neuroni) e disfunzioni dei neurotrasmettitori. Sono dati confermati da risonanza magnetica funzionale.

Perché gli autistici non provano empatia? Uno dei segnali della malattia è l'assenza di empatia, coinvolgimento, capacità d'interazione con gli altri. Secondo una  teoria dell'autismo, sostenuta da Vilaganur Ramachandran, direttore del Center for Brain and Cognition all'Università della California di San Diego, le difficoltà nelle interazioni sociali potrebbero dipendere da un cattivo funzionamento dei neuroni specchio, neuroni che si attivano sia quando compiamo una determinata azione, sia quando vediamo qualcun altro che la compie e sono coinvolti nell'empatia.

L'autismo può dipendere dal rapporto difficile tra genitori e figli? A lungo si è creduto che l'autismo fosse un problema psicologico dovuto al rapporto difficile tra madre e figlio (origine psicodinamica). Questa teoria è attualmente rifiutata dalla maggioranza dei medici.

I vaccini possono provocare l'autismo? È un timore privo di fondamento scientifico. A lungo è stato sospettato un legame tra l'autismo e il vaccino trivalente morbillo-parotite-rosolia, in seguito a quella che si rivelò poi essere una  colossale frode scientifica a opera di un gastroenterologo britannico, Andrew Wakefield, in seguito  radiato dall'ordine dei medici. Una valanga di studi scientifici ha indagato la possibile correlazione, senza trovare sufficienti prove a riguardo.

L’incidenza della sindrome autistica risulta la stessa tra i bambini vaccinati e non vaccinati. Così come identici sono i tassi di malattia tra i bimbi che hanno ricevuto vaccino con tiomersale, un composto del mercurio sotto accusa, e quelli senza. Inoltre da quando nel 2002 il tiomersale è stato messo al bando negli Stati Uniti, come misura precauzionale sull’onda della grande opposizione pubblica contro i vaccini, l’incidenza della malattia è rimasta invariata. Non è diminuita, come ci si sarebbe aspettati in caso di tossicità del composto. Dell'estraneità dei vaccini con l'autismo si è convinta persino una donna fino a qualche tempo fa a capo del principale gruppo di pressione sull'autismo di New York, Autism Speaks. Lei si chiama Alison Singer, ha un fratello e una figlia autistica. E  questa è la sua battaglia in nome della scienza.

I geek hanno più probabilità di avere figli autistici? Secondo lo psicologo Simon Baron-Cohen, dell'Università di Cambridge (Gb), sì. Ingegneri, matematici, smanettoni del computer e, in generale, scienziati che avvalorano lo stereotipo del fissato-disadattato di laboratorio presenterebbero tratti autistici. Accoppiandosi con una dolce metà dalle caratteristiche simili, avrebbero una probabilità maggiore di generare un prole con problemi di autismo. Se così fosse, la Silicon Valley dovrebbe essere uno dei posti al mondo con il più alto tasso di bimbi con il disturbo, e invece non è così. La teoria è molto contestata. Se ne discute  qui.

Come si fa a capire se un bimbo è autistico? Non esiste un test specifico, ma ci sono caratteristiche evidenti già nella culla. Per esempio, il neonato non guarda negli occhi la mamma, a cinque-sei mesi non reagisce alle coccole, quando è più grande non sorride, non si gira quando viene chiamato, tende all'isolamento, non gioca con gli altri bambini. Una caratteristica abbastanza comune nell'autismo è il comportamento "insistentemente ripetitivo" o "insistentemente perseverante".

I bambini autistici hanno un'intelligenza superiore? Circa la metà dei bambini autistici soffre di ritardi mentali, ma una piccola parte può mostrare abilità straordinarie. Sono i cosiddetti “savant” con doti eccezionali nella matematica, nella scienza, nella musica. Tra le tante forme d'intelligenza, andrebbe riconosciuta anche  l'intelligenza autistica.

Esiste una cura? Terapie miracolose non ce ne sono. Interventi mirati, però, sì. Se la malattia viene diagnosticata precocemente, esistono crescenti evidenze che approcci di tipo cognitivo-comportamentale, come  l'analisi comportamentale applicata o Aba  o il  metodo Mipia, permettono di migliorare i sintomi, in casi eccezionali fino alla remissione completa del disturbo.

Fonte: daily.wired.it

 

I club della cannabis, il primo passo per la legalizzazione delle droghe leggere in Germania. Nell’audizione di oggi al Parlamento tedesco il partito di sinistra Linke proporrà l’introduzione di locali dove le persone potranno comprare per uso personale una quantità massima di erba da fumare. La ricetta della Linke trova qualche apertura nelle altre forze progressiste, mentre viene bocciata dalla maggioranza di destra della Merkel.

CLUB DELLA CANNABIS – Al Bundestag la Linke ha presentato una mozione per legalizzare l’uso e la vendita della marijuana in Germania. La proposta del partito di sinistra, che segue l’odg approvato al recente congresso per la legalizzazione di ogni droga, eroina inclusa, prevede la creazione di locali per coltivare legalmente la cannabis. All’interno di questi club le persone maggiorenni potranno acquistare una quantità massima di ganja, trenta grammi, mentre sarà vietato ai minorenni l’accesso a questi locali. L’idea, sviluppata da Frank Tempel, un funzionario di polizia, vuole combattere il proibizionismo su un divieto che nessuno praticamente rispetta in Germania. Si stima che almeno quattro milioni di tedeschi fumino abitualmente marijuana e haschish, così come si valuta in circa centomila i reati abitualmente compiuti per l’uso della cannabis. La ricetta della Linke mira soprattutto ad aprire il dibattito su un tema finora poco discusso, ma che interessa comunque molte persone. E’ inoltre da notare come il partito post comunista, dopo l’esplosione del Partito dei Pirati nella loro roccaforte di Berlino, si stia spostano su temi sempre più libertari, quantomeno in ambito di diritti civili.

PROPOSTA CONTROVERSALe forze di maggioranza che esprimono il governo Merkel hanno reagito con toni anche indignati all’idea dei club della cannabis. La Cdu, il partito della Cancelliera, ha utilizzato le parole più dure, anche perché sui diritti civili esprime posizioni conservatrici, sostenendo che simili proposte siano un vero e proprio pericoloso incitamento all’utilizzo delle droghe leggere. Anche i liberali, però, che talvolta si smarcano sulle tematiche civili, si sono adeguati al no secco dei cristiano conservatori, accusando i post comunisti di voler introdurre “un socialismo del Fumo”. I socialdemocratici hanno bocciato la proposta, ma hanno rimarcato l’esigenza di aumentare la quantità personale di cannabis consentita dalla legge per uso personale, così da ridurre i rischi di procedimento penale per chi è un abituale fumatore. I Verdi, invece, notoriamente schierati a favore delle legalizzazione delle droghe leggere, hanno respinto l’idea dei club della cannabis, ma hanno rimarcato l’esigenza di aprire un dibattito, sostenendo la necessità di abrogare la legislazione proibizionista.

Fonte: giornalettismo.com

 

Qual è il miglior bene rifugio in cui investire? La domanda che, in tempi di crisi, più viene rivolta a chi si occupa di mercati finanziari è un ossimoro rispetto all’idea stessa di mercati finanziari. Essa esprime infatti la più diretta avversione al rischio. Ci si chiede perciò in che cosa consistano i cosiddetti beni rifugio, perché siano tali, e se davvero ci si debba fidare a considerarli tali.

In una fase di crisi epocale come quella che viviamo, la domanda " come si fa a non rischiare?" è inevitabile ma respinge e snatura la ragione stessa per cui sono nati e operano i mercati finanziari. Essi servono appunto a prezzare il rischio, distinguendolo dalla contingenza imponderabile, dal cigno nero che pur talvolta capita e che sta fuori dalla campana gaussiana. Che classica distribuzione probabilistica. Chi qui scrive assolve il suo compito dicendo che liquidità, mattone e oro sono i più classici beni rifugio. Il mattone però assai più da noi che altrove, per il semplice fatto che le variazioni decennali dei prezzi medi delle unità immobiliari sono da noi assai meno apprezzabili se non per il segno più che altrove. La liquidità è la classica risposta mobiliare ispirata dalla sospensione del giudizio. Finché non si capisce dove va il mercato, meglio tenere ciò che si ha in biglietti di banca cioè in conti di deposito che arricchiscono solo le banche.

In realtà, tutte le serie storiche superiori alla ventina d’anni dimostrano che su quella durata l’ equity batte sempre l’obbligazionario, e questo batte i fondi monetari. Ovviamente, a patto di non essere completamente sfigati, cioè di non vivere nel ventennio dei propri impieghi di portafoglio due crisi profonde, com’è capitato per esempio in Italia tra i primi anni Settanta e il 1992. In quel caso, i rendimenti comparati possono anche discostarsi dall’azionario che batte tutti.

In realtà, i mercati sono fatti per consentire guadagni sia quando le cose vanno bene sia quando vanno male, premiando chi prezza meglio. E anche l’abbassamento di valore degli asset è una gara a premi per chi prezza meglio. Quel che tanti non capiscono, innanzitutto tra i politici che odiano i ribassi simili a sferzate per i loro ritardi che accrescono il rischio-paese, è che prezzare al ribasso un rischio che si alza vertiginosamente è un’attività tanto degna quanto quella di premiare con prezzi crescenti un’azienda o un paese che performi meglio. In altre parole, se pensate che il male siano i mercati allora cullatevi pure nella convinzione che i beni rifugi siano le tre M, moneta, metalli e mattone. Ma se invece pensate che il male sia insito negli uomini oltre al bene, e i mercati un mero strumento per valutare il loro rischio, allora il rifugio sta nelle tre T: testa, tenacia e temerarietà.

Fonte: daily.wired.it

 

Ha riaperto i battenti la Stazione Mario Zucchelli, la base italiana in Antartide che ha ufficialmente avviato la XXVIII campagna che si concluderà a febbraio dell’anno prossimo con il rientro del personale del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide in Nuova Zelanda con la Nave cargo/oceanografica Italica.

Presso la base italiana, che si trova sulla costa, a circa 75 gradi di latitudine Sud nella Baia Terra Nova del Mare di Ross, sono già arrivati i primi 20 tecnici che avranno il compito di riavviare i servizi primari (acqua, riscaldamento, alloggi, etc.), ripristinare l’accesso alla base e organizzare quanto serve per l’utilizzo dei mezzi dopo il rimessaggio invernale.

“Nei prossimi giorni, altri aerei intercontinentali porteranno dalla Nuova Zelanda altro personale scientifico. Successivamente, dei voli cargo depositeranno strumentazione scientifica, viveri e materiale logistico vario. L’operatività sarà ripristinata nell’arco di pochi giorni: per la fine della prossima settimana la base sarà pienamente funzionante e i ricercatori cominceranno a lavorare. Nell’arco di 15 giorni avverrà poi anche il ricambio – e la fine dell’isolamento – con gli scienziati della base italo-francese Concordia (Dome C), che è operativa l’intero anno, quindi anche durante il duro inverno antartico”, spiega Massimo Frezzotti, Responsabile Unità Tecnica Antartide dell’ Enea (Agenzia Nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) che è coinvolto nella campagna scientifica con l’ Ingv (Istituto Nazionale Geofisica e Vulcanologia) e il Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche).

I progetti di ricerca in cui saranno impegnati i 190 fra ricercatori, tecnici e addetti alla logistica, spaziano in molti settori: biodiversità, evoluzione e adattamento degli organismi antartici, glaciologia, contaminazioni ambientali, cambiamenti climatici, attività di monitoraggio presso gli Osservatori permanenti meteo-climatici.

“L’Antartide è un ambiente molto delicato. Essendo poco in contatto col resto del pianeta è abbastanza isolato e quello che succede lì, in termini di cambiamenti climatici, ha un profondo impatto sugli organismi viventi autoctoni”, spiega Guido Di Donfrancesco dell’Unità Tecnica Antartide dell’Enea. Una delle ricerche di cui si occuperanno gli scienziati della base italiana sarà anche volta a capire la sostenibilità ambientale di alcune attività umane che riguardano il continente più meridionale della Terra, come ad esempio la pesca. “Da anni cerchiamo di capire meglio quali sono gli effetti, ad esempio, della pesca del krill, che è il nutrimento di molte specie di pesci della zona e la cui diminuzione drammatica potrebbe avere conseguenze catastrofiche per la loro sopravvivenza”, continua Di Donfrancesco.

Inoltre, gli studi della base italiana si concentreranno sui cambiamenti climatici in quella che è la maggior riserva di acqua dolce del pianeta (basti pensare che si stima che se si sciogliessero i ghiacci antartici il livello medio dei mari si alzerebbe di circa 70 metri) e in particolare sul fenomeno del buco dell’ozono, che è sotto controllo in Antartide ma che “negli ultimi anni sta riguardando in modo più intenso l’Artide, dove si stanno venendo a creare condizioni stratosferiche finora inedite che favoriscono la formazione del buco dell’ozono e che sono molto simili a quelle antartiche. Studiare l’Antartide vuol dire allora capire l’Artide”, spiega Di Donfrancesco.

Un’altra importante attività condotta è infine quella legata all’ osservatorio meteo-climatico italiano che è stato allestito nel corso di circa vent’anni. “ Sono state disposte circa 20 stazioni meteo nel raggio di 100 chilometri a partire dalla Stazione Zucchelli, su torri di 15 metri di altezza. Misuratori di temperatura, umidità, vento, radiometri che inviano ogni giorno all’Enea i dati. Forniscono in tempo reale le condizione del vento e del clima, che sono poi fondamentali per la sicurezza dei voli in elicottero che, a volte, in Antartide possono incontrare condizioni proibitive molto pericolose per gli spostamenti umani", conclude Di Donfrancesco: " Queste informazioni a volte possono fare la differenza fra la vita e la morte”.

Fonte: daily.wired.it

 

Quand’è che la nostra specie ha messo piede per la prima volta in Europa? A rispondere a questa domanda ci stanno provando in molti, e da tanto tempo. Ornamenti e utensili - attribuiti a Homo sapiens piuttosto che ai Neanderthal - ci dicono che i nostri antenati dovevano trovarsi entro i confini europei già tra i 44 e i 42mila anni fa. I primi fossili di un essere umano moderno, però, non compaiono che tra 41 e 39 mila anni fa. Quindi?

Come in una trama poliziesca, a offrire una soluzione al rompicapo spuntano due piccoli denti da latte (inizialmente attribuiti a Neanderthal) ritrovati nel lontano 1964 in Puglia, nella Grotta del Cavallo, e ora riesaminati e ridatati. I nuovi risultati fanno felici parecchi paleontologi: i denti appartengono indiscutibilmente alla specie umana e hanno tra 43 e 45mila anni. Per adesso, quindi, sono italiani i fossili di Homo sapiens più antichi d’Europa. Il nuovo studio è stato condotto da un team internazionale guidato da Stefano Benazzi e Gerhard Weber del Virtual Antrophology lab dell’Università di Vienna, e il verdetto è apparso su Nature.

La stessa identica storia è accaduta a un altro gruppo di ricercatori dell’ università di Oxford e del Natural History Museum di Londra, che da dieci anni studiano un frammento di mascella superiore con tre denti, ritrovata nel 1927 nella Kent’s Cavern di Devon, in Gran Bretagna, anche questa inizialmente attribuita a Neanderthal. Ora l’etichetta sul fossile dovrà cambiare: appartiene all’essere umano anatomicamente moderno ed è datata tra 44mila e 41mila anni fa. Anche questo studio si è meritato le pagine di Nature.

Sembra quindi che H. sapiens fosse presente in Europa contemporaneamente sia a Nordovest sia a Sudest oltre 40mila anni fa. Le nuove ricerche suggeriscono una rapida dispersione dei primi esseri umani attraverso il continente e fanno scattare immediatamente una considerazione: la nostra specie ha convissuto in queste lande con i cugini Neanderthal per qualche migliaia di anni in più di quanto si pensasse.

Anche per le indagini i due gruppi hanno agito in maniera simile. In entrambi i casi sono state eseguite delle scansioni digitali dettagliate dei reperti, per comparare le caratteristiche dei denti con quelle di un ampio campione di altri fossili disponibili. Benazzi si dice più che certo che si tratti di molari da latte umani e lo stesso vale per la mascella.

Quanto alla datazione, non è stato possibile eseguirla direttamente sui campioni, perché troppo piccoli; gli studiosi sono quindi ricorsi a un sistema indiretto: nel caso italiano sono state datate le conchiglie rinvenute nello stesso strato archeologico; nel caso inglese (dove dei resti di colla avevano sollevato questioni circa la bontà della precedente datazione) ci si è serviti di ossa di lupi, cervi, orsi e rinoceronti trovati accanto alla mascella e datati tra 50mila e 26mila anni fa. L’analisi statistica ha poi indicato l’età più probabile per il reperto. Ora non resta che aspettare nuovi fossili o nuove analisi per capire da dove siano arrivati e come si siano diffusi nel Vecchio Continente.

Fonte: daily.wired.it

 

La teoria della relatività generale funziona anche su scala cosmologica: la gravità modifica il cammino della luce anche oltre i confini del Sistema Solare. Le prove che la gravità dei corpi distorca lo spazio e il tempo non mancano, ma, finora, le misurazioni astronomiche erano state compiute solo nelle vicinanze. Ora, uno studio appena pubblicato su Nature da un gruppo di ricerca del Dark Cosmology Centre del Niels Bohr Institute, in Danimarca, sta facendo tirare un sospiro di sollievo a tutti gli astrofisici che hanno basato i loro modelli cosmologici sulla teoria di Einstein.

Non si tratta di quella della Relatività ristretta (o speciale) messa in discussione in questi giorni da quella che potrebbe essere la scoperta del secolo, ma di quella pubblicata circa 10 anni più tardi. Qui i neutrini non c’entrano. C’entra, piuttosto, un effetto su cui si basa quasi tutto ciò che sappiamo oggi sull’Universo: il cosiddetto spostamento verso il rosso ( redshift), cioè quel fenomeno per cui la lunghezza d’onda della radiazione luminosa emessa da stelle e galassie tende ad aumentare (spostandosi verso il colore rosso dello spettro elettromagnetico) man mano che si avvicina alla Terra. Una delle cause del redshift - che è tanto più marcato quanto più lontana è la sorgente luminosa - è l’espansione dell’Universo. Un’altra, secondo la teoria della relatività generale, è il campo gravitazionale generato dalle galassie attraverso il quale si muove la luce.

E qui arriviamo al nocciolo della questione. Sino ad oggi, il redshift gravitazionale era stato verificato con misurazioni condotte all’interno del Sistema Solare, ma mai nessuno lo aveva testato nello Spazio più profondo. Ora, grazie a una tecnologia sempre più raffinata, i ricercatori danesi sono riusciti a misurare lo spettro della radiazione luminosa emessa da galassie lontane mille volte i corpi celesti presenti nel nostro sistema. E le osservazioni hanno confermato la teoria. “ È meraviglioso, viviamo in un’epoca in cui i progressi della tecnologia ci permettono di misurare fenomeni come il redshift gravitazionale cosmologico”, ha commentato Radek Wojtak, a capo dello studio.

Wojtak ha osservato lo spettro della radiazione luminosa emessa da circa 8mila ammassi di galassie, ovvero insiemi di centinaia di galassie tenute incollate dalla loro stessa gravità. Le loro misurazioni sono state effettuate sia su quelle posizionate al centro dei gruppi sia su quelle periferiche. Secondo la teoria della Relatività generale, infatti, la luce perde energia quando attraversa un campo gravitazionale: più forte è il campo, e più energia viene consumata. Di conseguenza, ci si aspetta che la luce proveniente dal centro degli ammassi (dove il campo gravitazione è molto intenso) perda più energia di quella emessa dai bordi.

Questo è esattamente ciò che Wojtak e colleghi hanno verificato, pesando la massa delle galassie e calcolando l’energia potenziale gravitazionale.

La scoperta è importante anche sotto un altro aspetto: è in perfetto accordo con i modelli cosmologici che prevedono l’esistenza della materia oscura, quella parte dell’Universo che i ricercatori non riescono a osservare perché non emette né riflette la luce. Non solo. Le nuove misurazioni segnano anche un punto a favore dell’ energia oscura, che le speculazioni teoriche indicano come la responsabile dell’accelerazione dell’espansione dell’Universo. Secondo i calcoli derivati dalla Relatività generale, questa costituirebbe circa il 72% di tutto ciò che si trova là fuori.

Fonte: daily.wired.it

 

A tutti sarà capitato di sentirsi disorientati al mattino quando si viene svegliati da un rumore improvviso, come una telefonata. Spesso non si ricorda di aver dormito in un hotel o sul divano di un amico, anziché nel nostro letto, e ci si sente per qualche attimo persi. È come se il cervello avesse bisogno di una manciata di secondi prima di riattivarsi e raccogliere tutte le informazioni ambientali, permettendoci così di orientarci di nuovo nella realtà. Questo perché quando cambiano repentinamente alcune caratteristiche dello spazio circostante, l’ ippocampo, cioè l’area del cervello determinante per la memoria spaziale, ha bisogno di qualche millesimo di secondo per attivare la mappa neurale corrispondente al nuovo ambiente.

A scoprirlo è stato un team internazionale di ricercatori, tra cui il neuroscienziato Alessandro Treves della Scuola internazionale superiore di studi avanzati (Sissa) di Trieste, in uno studio pubblicato sulla rivista Nature.

Il meccanismo è piuttosto semplice. Nell’ippocampo le cosiddette cellule di posizione elaborano una rappresentazione mentale dello spazio circostante e a ciascun ambiente corrisponde una mappa diversa, costituita da insiemi distinti di cellule. Ma se il cambiamento è istantaneo la percezione sensoriale del nuovo ambiente contrasta con la memoria e le due diverse mappe cognitive, corrispondenti al vecchio e al nuovo contesto, entrano in competizione fra loro: nell’ippocampo si osservano cioè salti da una mappa all’altra e viceversa, a intervalli temporali brevissimi. Il risultato? È come se venissimo teletrasportati da un ambiente a un altro. Per un attimo infatti regna l’ incertezza e la realtà circostante sembra incomprensibile, fino a quando il cervello riesce a riprendere il controllo della situazione e in modo stabile si attiva la rappresentazione corrispondente al nuovo set ambientale.

“ Il cervello non si lascia confondere”, hanno spiegato gli autori dello studio. “ I diversi luoghi dei ricordi – hanno continuato – non si mescolano mai, anche se si percepisce il contrario. Questo perché i processi avvengono solo nella nostra testa. Quando il cervello è alla ricerca di una mappa di dove ci si trova è talmente veloce che non si nota il cambiamento effettivo tra le diverse mappe. Quando invece ci si sente confusi è perché nel cervello sono in competizione due diverse memorie. O fose anche più di due”.

Lo studio quindi dimostra che la memoria spaziale è divisa in tanti singoli pacchetti. Ogni pacchetto di memoria viene mantenuto arrivo più o meno per  125 millisecondi, il che significa che il cervello può passare tra diversi pacchetti all’incirca otto volte in un secondo.

Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno sviluppato una procedura sperimentale, applicata sui topolini, che ha permesso di visualizzare il processo attraverso il quale si attiva l’ippocampo in seguito a cambiamenti repentini delle caratteristiche che contraddistinguono l’ambiente in cui ci troviamo.

Ebbene, dai risultati è emerso che, al variare di alcune caratteristiche dello spazio circostante, nell’ippocampo delle cavie si alternano le mappe spaziali, del vecchio e del nuovo ambiente, a intervalli temporali brevissimi, ogni 100 millisecondi, come se fossero dei lampi di memoria. Quando si muovono nell’ambiente, i topolini, così come altre specie, attivano nell’ippocampo le mappe spaziali, elaborate in precedenti fasi di esplorazione dello spazio.

L’esperimento, realizzato al Kavli Institute for Systems Neuroscience and Centre for the Biology of Memory in Norvegia, riesce a sondare, per la prima volta su scale temporali così brevi, il legame tra le funzioni dell’ippocampo relative alla memoria, abbondantemente studiate anche negli esseri umani, e quelle relative alla cognizione spaziale, più facilmente accessibili nei topolini. Nell’esperimento, la cavia ha familiarizzato con due ambienti apparentemente molto diversi tra loro, di cui nell’ippocampo si formano le rispettive rappresentazioni. Quando il topolino è nuovamente collocato all’interno di questi ambienti ricorda di averli già visitati perché ne possiede una mappa spaziale. In realtà, l’ambiente A e quello B differiscono solo per il sistema di illuminazione: in un caso la luce è bianca e proviene dal pavimento, nell’altro la luce è verde e proviene dalla parete. Spegnendo un set di luci e accendendo l’altro, i ricercatori hanno osservato cosa accade nell’ippocampo del topolino al brusco variare del contesto spaziale.

“ Grazie al cambio improvviso delle luci, il ratto – ha spiegato Treves - si trova istantaneamente dall’ambiente A nell’ambiente B, come se lo avessimo teletrasportato. Subito dopo questo switch, abbiamo registrato nel suo ippocampo un’alternanza, per alcuni secondi, delle rappresentazioni dei due contesti ambientali (A e B): a intervalli di tempo a volte brevissimi, anche di 100 millisecondi, ovvero un decimo di secondo, si verificano dei salti da una mappa spaziale all’altra, come se il ratto si chiedesse ripetutamente ‘dove sono? ’”.

I salti dalla rappresentazione corrispondente all’ambiente A a quella di B esprimono l’incertezza del ratto, che si risolve nell’arco di pochi secondi. “ Per la prima volta siamo riusciti a osservare un fenomeno determinato dalla memoria su scale temporali molto brevi: le due possibili rappresentazioni spaziali infatti - ha spiegato il neuroscienziato - si alternano in modo imprevedibile, in pochi secondi, fino a che il ratto si lascia guidare dai nuovi stimoli visivi, quelli dell’ambiente B. Abbiamo così messo nuovamente in evidenza come nei roditori la mappatura dello spazio non sia fine a se stessa, ma funzionale alla capacità di conservare informazioni in memoria e riutilizzarle in seguito per orientarsi”.

Lo studio con i ratti consente di registrare l’ attività dei neuroni dell’ippocampo e capirne il funzionamento.

Molti laboratori nel mondo utilizzano questo approccio, basato sulla codifica della posizione spaziale espressa dalle cellule di questa regione del cervello, ma finora era stato difficile utilizzare lo stesso approccio per indagare le funzioni relative alla memoria e rapportarsi, così, con i risultati della ricerca delle scienze cognitive sugli esseri umani. “ Stiamo cercando di dare un’occhiata ai meccanismi che compongono il mondo dei nostri pensieri”, hanno concluso gli scienziati.

Fonte: daily.wired.it

 
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