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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Ma questo di cui si parla oggi su Nature è diverso da tutti gli altri: più che rappezzarsi, infatti, potrebbe essere in grado di rigenerarsi come fosse un vero e proprio organismo vivente. In pratica, potrebbe comportarsi come una lucertola che si fa ricrescere la coda.

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Siamo ancora molto lontani da tutto ciò, ma la ricerca, frutto del lavoro di chimici e fisici della New York University (Usa), dimostra che si è sulla buona strada. Per ora, gli scienziati hanno creato un dna artificiale in grado di replicarsi da solo. Per capire cosa sia stato fatto esattamente bisogna ricordare che in natura il dna è formato da due filamenti appaiati e avvolti in una doppia elica. L’appaiamento non è casuale, ma dipende dalla disposizione delle quattro unità fondamentali del dna, chiamate nucleotidi: adenina (A), guanina (G), timina (T) e citosina (C). Queste unità devono appaiarsi due a due secondo regole di complementarietà: A con T, C con G.

Il dna artificiale creato nei lab della Nyu è completamente diverso, ma si basa sullo stesso concetto di complementarietà. Invece di usare solo 4 nucleotidi, i ricercatori ne hanno scelti 7 e, invece di avvolgere solo 2 filamenti, ne hanno intrecciati 4 in una struttura che nel complesso presenta 3 doppie eliche. Questa molecola, chiamata Btx (dall’inglese Bent triple helix) è in grado di legarsi a un’altra Btx complementare, in una configurazione molto complessa di 10 doppie eliche in tutto (tre della prima Btx da una parte, 3 della seconda Btx dall’altra, raccordate da altre 4 doppie eliche più corte). In questo modo, le combinazioni possono essere migliaia.

A questo punto, per arrivare a un ipotetico materiale auto-rigenerante era necessario disporre di una sequenza di Btx che potesse replicare se stessa in modo perfetto. Ecco come hanno proceduto i ricercatori: hanno creato una prima struttura di 7 Btx definita progenitrice e l’hanno posta in una soluzione chimica contenente altre singole Btx; la progenitrice ha allora dato il via all’assemblaggio di una nuova sequenza di Btx a lei complementare: la figlia; a quel punto le due sequenze sono state separate attraverso shock termico (riscaldando la soluzione a 40°C) e la figlia è stata riutilizzata per promuovere l’assemblamento di un’altra sequenza a lei complementare, la nipote, che, giocoforza, era identica alla progenitrice.

Quello messo a punto dagli scienziati è dunque un processo di replicazione a tutti gli effetti, anche se di naturale c’è ben poco: non lo è il materiale genetico, né l’apparato molecolare necessario al processo (per esempio gli enzimi).

“Questo è il primo passo verso la creazione di materiali autoreplicanti di composizione arbitraria”, ha commentato Paul Chaikin, uno degli autori dello studio: “Il prossimo obiettivo sarà una replicazione che non duri solo per poche generazioni, ma abbastanza a lungo da favorire una crescita esponenziale”.

In effetti, per ora il processo funziona grazie alle manipolazioni chimiche e termiche innescate dall’esterno e ha una durata limitata. Indubbiamente, però, per la prima volta è stato dimostrato che la capacità di autoreplicarsi non è esclusiva di molecole biologiche come dna e rna, ma può appartenere anche a strutture artificiali che possono, in teoria, assumere forme e caratteristiche funzionali diverse.

Via: Wired.it

 

Per capire che non si tratta di una semplice protesta, basta dare uno sguardo al sito della loro campagna: Europe vs Facebook. L'obiettivo della mobilitazione è quello di demolire la barriera impenetrabile che divide gli utenti dal caveau digitale in cui il social network conserva i loro dati sensibili. I pochi che finora ci sono riusciti, sono rimasti a bocca aperta: Facebook detiene più di 800 pagine di informazioni personali per ciascuno dei suoi iscritti.

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I dati a cui hanno avuto accesso gli attivisti sono ben diversi dal semplice memorandum scaricabile da Facebook che riporta foto, video, post, messaggi e chat condivisi sul profilo personale. In realtà, il social network dispone di una quantità di dati di gran lunga maggiore: i suoi archivi comprendono ogni singola informazione - anche se apparentemente cancellata dall'utente - che riguardi messaggi privati, eventi a cui si è partecipato, numero della carta di credito, geotags delle foto e indirizzi IP dei computer usati per connettersi.

Secondo la legislazione europea, ogni cittadino dell'Unione ha diritto ad avere accesso a un elenco di tutti i propri dati sensibili detenuti da una qualsiasi azienda privata presente sul territorio comunitario. Facebook, però, ha la sua sede legale a Palo Alto, dall'altra parte dell'oceano. Un semplice dettaglio geografico che fa cadere nel vuoto ogni tipo di rivendicazione. Ma gli attivisti austriaci non si sono arresi, e hanno trovato una legge a cui appellarsi.

Quando Facebook è sbarcato in Europa lo ha fatto adottando una strategia aziendale ben precisa: creare una succursale Ue nel paese dove avrebbe pagato meno tasse. La scelta è caduta perciò sull'Irlanda, dove è stata fondata la sede legale della affiliata Facebook Ireland Limited. Questo significa che la branca europea di Facebook è soggetta a tutte le leggi comunitarie. In particolare, all'articolo 12 della Direttiva 95/46/Ue, si prevede che le aziende spediscano una copia dei dati sensibili dietro richiesta dei cittadini.

Secondo le disposizioni di legge, Facebook ha a disposizione 40 giorni per soddisfare le richieste degli utenti e spedire loro un Cd contenete un file pdf con tutti i dati sensibili trattenuti. Tuttavia, la succursale irlandese del social network ha ignorato la maggior parte delle richieste pervenute finora (è possibile inoltrarle attraverso questo link), rifiutandosi di rispondere apertamente ai suoi utenti e depistandoli verso lo scarno memorandum online. Chi scrive, per esempio, ha inoltrato la propria domanda formale il 4 ottobre. Sono passati dieci giorni e Facebook non ha ancora dato alcuna risposta. Tuttavia, manca un mese allo scadere del termine di legge.

Gli attivisti puntano il dito contro il comportamento poco rispettoso da parte dell’azienda, che non terrebbe conto del diritto a conoscere quali siano - e come vengano trattate - le informazioni personali conservate nei suoi archivi. Al centro della contesa ci sono soprattutto i dati sensibili che si credevano rimossi ma che sopravvivono ancora nei database del social network. Che fine farebbero le informazioni personali degli utenti - si chiede il gruppo austriaco - se un attacco hacker riuscisse a svaligiare i server del social network?

Il 19 settembre, dopo aver invitato gli utenti europei a sostenere le loro richieste per ottenere i dati completi, Europe vs Facebook ha inoltrato all'ufficio irlandese per il Data Protection l'ultimo di una ventina di richiami nei confronti del social network. Secondo gli attivisti, l'azienda di Palo Alto non rispetterebbe a pieno la tutela della privacy garantita dalle leggi europee. Ora toccherà all'autorità irlandese decidere se accogliere le rimostranze degli utenti e procedere con delle sanzioni.

Fonte: galileonet.it

 

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Lo sostiene uno studio condotto da Jessica Sommerville della University of Washington (Usa) e da Marco Schmidt del Max Planck Institut für Evolutionäre Anthropologie di Lipsia (Germania), pubblicato su Plos One.

L'altruismo e la correttezza verso il prossimo rappresentano due comportamenti adattativi fondamentali che, facilitando la cooperazione tra gli individui, hanno dato un contributo chiave all’evoluzione degli ominidi e al successo della nostra specie. Per i neuroscienziati un aspetto importante di questi comportamenti è capire quando e in che modo si sviluppi il senso di cooperazione nelle diverse fasi della crescita. Studi precedenti avevano evidenziato che un "senso della correttezza" è presente a sei o sette anni d’età, ma che già a due anni i bambini sono in grado di aiutare gli altri. Così i ricercatori si sono chiesti se i comportamenti altruistici possano emergere ancor prima, per esempio poco dopo il primo anno di vita.

Per capirlo, gli scienziati hanno sottoposto 47 bambini di 15 mesi a due prove diverse: una basata sulla distribuzione del cibo, l’altra sulla condivisione dei propri giocattoli. Nel primo test è stato mostrato a tutti i bimbi un video in cui un uomo suddivideva un piatto di cracker e una brocca di latte tra altri due individui: prima in parti uguali e poi diverse. Nel secondo test, invece, dopo aver individuato tra due giocattoli quello preferito di ogni bambino, i ricercatori hanno chiesto a ognuno di loro di poter avere uno dei loro giochi.

Dai risultati delle prove sono emersi due tipi contrapposti di comportamento: “I condivisori altruisti (o altruistic sharers, cioè coloro che hanno prestato ai ricercatori il loro gioco preferito, ndr.) si sono mostrati molto sensibili quando il cibo veniva suddiviso in modo non equo tra i due individui”, ha raccontato Sommerville. Quasi tutti questi bambini, infatti, hanno osservato per un periodo di tempo più lungo e con più attenzione il video in cui latte e cracker venivano suddivisi in parti disuguali, un comportamento noto come violazione dell’aspettativa. Come ha spiegato la psicologa infatti, i bambini si aspettavano una distribuzione equa, e sono rimasti sorpresi nel vedere una persona dare più cibo a un individuo rispetto all’altro. Al contrario, la gran parte dei condivisori egoisti (o egoistic sharers, cioè coloro che hanno ceduto il giocattolo a cui tenevano meno) si sono mostrati sorpresi quando il cibo veniva diviso equamente.

I risultati dello studio sugggeriscono che il senso della giustizia e l'altruismo si manifestino molto presto nella vita degli esseri umani, seppur in modo elementare. Tuttavia, resta ancora da chiarire se si tratti di comportamenti e sentimenti insiti nella natura di ognuno o se, invece, siano dovuti all’esperienza, come ha precisato la ricercatrice: “È probabile che i bambini apprendano queste norme attraverso la comunicazione non verbale, osservando come le persone si trattano a vicenda”.

Riferimenti:  PLoS ONE doi:10.1371/journal.pone.0023223 - via galileonet.it

 

Ma le approssimazioni non bastano: l'importante è quantificare i reali benefici apportati dai polmoni verdi che, oltre a immagazzinare l'anidride carbonica, agiscono come un grande tampone, in grado di assorbire parte delle polveri sottili inquinanti (Pm10) prodotte dalle attività umane. Ecco allora che a fare i calcoli arrivano i ricercatori della University of Southampton: il loro studio, pubblicato sulla rivista Landscape and Urban Planning, stima l'effetto che avrà un incremento del numero di piante sull'aria di Londra.

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La strategia chiave per la qualità dell'aria consiste nel piantare soprattutto alberi sempreverdi che espongono le foglie durante tutto l'anno e raccolgono molti più inquinanti rispetto alle piante stagionali. Sfruttando il modello di calcolo Ufore (Urban Forest Effects Model), gli scienziati hanno calcolato che oggi gli alberi rimuovono ogni anno tra le 850 e le 2.100 tonnellate di Pm10 presenti su Londra. Sembra una quantità immensa, ma in realtà rappresenta solo tra lo 0,7 e l'1,4 per cento delle polveri sottili prodotte in città.

Successivamente, i ricercatori hanno ipotizzato diversi scenari di incremento del numero di alberi, che andranno a coprire il 30 per cento dell'area urbana londinese negli anni a venire (oggi occupano il 20 per cento). Analizzando l'impatto delle sempreverdi nelle aree più inquinate, gli scienziati hanno calcolato che la quantità di Pm10 sequestrata dalle foglie potrebbe crescere fino a 1.100 – 2.300 tonnellate l'anno entro il 2050. In pratica, verrebbe tolto dalla circolazione circa il 1,1 - 2,6 per cento del totale degli inquinanti.

Nonostante il lieve incremento nella percentuale di particolato rimosso, la presenza delle nuove piante potrebbe produrre maggiori effetti benefici in alcune aree chiave. “Le polveri sottili mettono a rischio la salute umana”, spiega Peter Freer-Smith, coautore dello studio e direttore scientifico della commissione nazionale Forest Research: “Possono aggravare i casi di asma, e per questo l'abbattimento del Pm10 può avere effetti importanti, soprattutto intorno alle scuole”.

Ovviamente gli alberi non possono essere l'unica soluzione all'inquinamento dell'aria. Per risolvere il problema è necessario adottare delle soluzioni a monte, che riducano la quantità di particelle pericolose immesse nell'atmosfera. Per adesso, il governo inglese ha comunque deciso di promuovere il piano di incremento delle aree verdi su scala nazionale. Si chiama Big Tree Plant: per partecipare basta piantare un albero e averne cura nel corso degli anni.

Riferimento: doi:10.1016/j.landurbplan.2011.07.003

 

L'enciclopedia libera si è messa il bavaglio. Da ieri sera non è più possibile consultare alcuna voce italiana di Wikipedia. Perché? Per protesta contro il ddl sulle intercettazioni, in discussione in Parlamento. Quando si cerca di accedere a una qualsiasi pagina, si viene indirizzati a un lungo comunicato che spiega le ragioni del blocco.

Anche la popolare enciclopedia rientrerebbe infatti nell'obbligo di rettifica entro 48 ore di un contenuto segnalato da una parte lesa, senza alcun intervento di un giudice ed evitando commenti, previsto dal ddl (maggiori dettagli sul disegno di legge li trovate sul blog del nostro Guido Scorza). Ecco cosa scrivono a Wikipedia:

" Quindi, in base al comma 29, chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata giornalistica online e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia, potrà arrogarsi il diritto -indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive - di chiedere l'introduzione di una 'rettifica ', volta a contraddire e smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti. [...]

 

" L'obbligo di pubblicare fra i nostri contenuti le smentite previste dal comma 29, senza poter addirittura entrare nel merito delle stesse e a prescindere da qualsiasi verifica, costituisce per Wikipedia una inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza: tale limitazione snatura i principi alla base dell'Enciclopedia libera e ne paralizza la modalità orizzontale di accesso e contributo, ponendo di fatto fine alla sua esistenza come l'abbiamo conosciuta fino a oggi". 

Intanto, in Parlamento si cercano di limitare (in parte) i danni, con un emendamento (da parte del deputato Pdl Roberto Cassinelli) che non cancella il dovere di rettificare, ma dà all'online più tempo - 10 giorni - per gestire il contenuto incriminato. Ma il problema della limitazione della libertà in Rete resta, come scrive il nostro blogger Alessandro Longo. E la protesta sul Web monta, considerando che la pagina Facebook Rivogliamo Wikipedia - No alla legge bavaglio in poche ore ha già guadagnato quasi 150mila fan.

Fonte: wired.it

 

Le prime pagine dei giornali aprono con la notizia di una sentenza epocale: la Corte d’Assise di Perugia ha assolto Amanda Knox e Raffaele Sollecito dall’accusa di omicidio di Meredith Kercher, la studentessa inglese trovata morta nel 2007 nel suo appartamento di Perugia, dove si trovava per un soggiorno studio. La sentenza ribalta il verdetto di primo grado del 2009, che aveva condannato i due giovani rispettivamente a 26 e 25 anni di carcere, ed è stata emessa con una motivazione ben precisa: le prove di colpevolezza non sono affidabili.

I legali della famiglia di Meredith hanno basato l’ accusa su prove biologiche: frammenti di dna su un coltello ritrovato nella cucina di Sollecito e su un gancio strappato dal reggiseno che indossava Meredith. Dai test di laboratorio emerse che il dna isolato dalla lama del coltello combaciava con quello della ragazza uccisa, mentre quello prelevato dal manico apparteneva alla Knox. D’altra parte, dalle analisi venne fuori che il dna ritrovato sul fermaglio del reggiseno di Meredith era quello di Sollecito. Prove schiaccianti (almeno così sembrava) con cui l’accusa aveva chiesto, e ottenuto, l'incarcerazione dei due ragazzi.

Dal canto suo, la difesa ha sempre sostenuto l’ inaffidabilità dei test di dna che avevano portato alla condanna in primo grado dei suoi assistiti. Per prima cosa, gli avvocati della Knox e di Sollecito sostenevano che la quantità di dna ritrovato sul coltello e sul reggiseno fosse  troppo poca per permettere un’analisi accurata. Secondo, avanzavano timori di contaminazioni. In altre parole, la difesa aveva sostenuto che il dna isolato dal coltello e dal reggiseno fosse stato contaminato da materiale genetico estraneo (per esempio quello degli agenti che avevano raccolto e maneggiato le presunte prove del delitto).

Per analizzare il materiale genetico ritrovato sulla scena di un crimine, si usa un metodo standard: il dna viene amplificato (cioè se ne fanno più copie) ed esaminato con elettroforesi. Si ottiene così un grafico costituito da una serie di picchi, la cui altezza permette di determinare quanti frammenti di un certo tipo di dna sono presenti nel campione analizzato. Insieme, questi picchi costituiscono un’ impronta genetica unica per ciascun individuo. Per scongiurare il rischio che qualche picco venga fuori da dna estraneo, la maggior parte dei laboratori statunitensi non prende in considerazione quelli al di sotto di un certo standard, chiamato soglia di unità di fluorescenza (Rfu), pari a 50. “ Ma la maggior parte dei picchi usciti fuori dall’analisi del dna ritrovato sul coltello era sotto la soglia di 50”, ha detto Greg Hampikian, un ricercatore della Boise State University, in Usa.

Hampikian fu uno degli esperti forensi che, nel 2009, firmò una lettera aperta contro la condanna della Knox e di Sollecito, sostenendo appunto che le prove non erano sufficienti a stabilire il coinvolgimento dei due ragazzi.

Come scritto nella lettera, se c’è sospetto di contaminazioni, l’analisi del campione di dna deve essere ripetuta, cosa che non è mai stata fatta. Inoltre, un test chimico condotto per rilevare la presenza di sangue sul coltello ha dato esito negativo. Ma se non ci sono globuli rossi, dicono gli esperti, come è possibile che ci siano altre cellule da cui estrarre sufficiente dna da analizzare? Anche le prove del reggiseno sembrano inconcludenti, dal momento che le impronte genetiche impresse sono un mix di dna di diverse persone, e Sollecito può aver lasciato il proprio in modi del tutto innocenti. Infine, il dna della Knox e di Sollecito non è stato trovato da nessuna altra parte (né vestiti né mobili), mentre quello di Rudy Guede è stato trovato ovunque. E infatti, l’ivoriano è l’unico a rimanere in carcere con una condanna di 16 anni per concorso in omicidio. Per ora.

Ma i dubbi restano. “ La sentenza, dal punto di vista scientifico, non ha alcun senso. Il dna c’è ed è inequivocabile. C’è da capire perché è lì, chi ce l’ha messo, ma non si può dire che non sia sufficiente’, spiega a Wired.it Giuseppe Novelli, genetista e preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Tor Vergata di Roma e consulente per la Procura. Novelli ha fatto tre ricorsi alla Corte. Il primo trattava la supposta contaminazione del dna: “ La polizia aveva dimostrato che i campioni non sono inquinati e la Corte ha dovuto accettare il ricorso. Ora l’hanno buttata sulla quantità, ma lo standard di cui parlano anche gli americani, di 50 Rfu, non ha senso. Basti pensare che il Ris di Roma usa come limite 35 Rfu. Non si può buttare via una prova solo per una questione di quantità, se la qualità c’è. In ogni caso, se anche volessimo escludere il coltello, come la mettiamo con il fermaglio, dove la soglia viene superata?”.

Gli altri due ricorsi, respinti, riguardavano un’altra traccia sul coltello, non analizzata perché ritenuta troppo piccola, e l’analisi biostatistica sul profilo del dna, per stabilire quanto è probabile l’appartenenza. “ Anche nel caso della traccia non analizzata si è chiamata in causa la quantità, ma dire che è ‘troppo poca ’ ma non ha alcun senso. Prima la si analizzi, si veda di che si tratta, come è qualitativamente e poi si può discutere di quantità. Anche perché il ‘troppo poco ’ dipende dalla competenza e dalla bravura dell’operatore che esegue l’analisi", continua Novelli: " Se guardiamo i curricula, pubblici, dei periti scelti per il caso Knox, salta all’occhio che non sono esperti, tanto che non hanno pubblicazioni a riguardo. Quel che è poco per alcuni, non lo è per altri: esistono laboratori, in Italia e all’estero, in grado di analizzare questo dna, come esistono esperti che possono eseguire le analisi statistiche che non state fatte”.

Fonte: wired.it

 

Georges Nagelmackers (1845-1905) aveva pensato a tutto. Fondando la  Compagnie Internationaledes Wagons-Lits aveva fatto molto di più di  George Pullman, l’uomo cui aveva scippato l’idea delle  sleeper cars: il giorno di inaugurazione del suo  Orient Express, il  4 ottobre 1883, Nagelmackers aveva chiamato a Parigi una folla di giornalisti, da ospitare a bordo del suo treno delle meraviglie. E aveva completato la sua strategia pubblicitaria affiancando l’immagine dei suoi vagoni luccicanti alle malconce carrozze di Pullman. Il nome  Orient Express, fu, in effetti, proprio una trovata dei giornalisti.

A cena Sosta in Bulgaria Salottini da Orient Express Lusso sulle rotaie Gli anni Cinquanta dell'Orient Express

Qualche anno dopo, Nagelmackers avrebbe fatto dimenticare del tutto la paternità dell’idea delle  cuccette di lusso, facendo costruire a  Istanbul, tappa finale del suo Wagons-Lits, il  Pera Palas, l’hotel dove i passeggeri dell’esclusivo treno potevano riposare una volta giunti a destinazione. Lì, nella camera 411, la stessa  Agatha Christie avrebbe scritto buona parte del suo  Assassinio sull’Orient Express.

All’inizio, in realtà, la Parigi-Istanbul non era interamente su rotaie. Dopo aver toccato Monaco e Vienna, i facoltosi passeggeri del  “re dei treni e del treno dei re” lasciavano il comfort delle loro cuccette ai confini della Romania, dove salivano su un traghetto per raggiungere la sponda destra del Danubio, in Bulgaria. Poi di nuovo sulle rotaie, ma solo fino a Varna. Per arrivare nell’ Estremo Oriente, bisognava infatti scendere di nuovo e oltrepassare il Mar Nero con la nave.

L’intera tratta a rotaie venne completata nel 1889 - come era nei sogni di  Nagelmackers che  immaginava  “un treno che attraversasse un continente correndo su un unico nastro di metallo per più di 1.500 miglia”. Anche allora, il viaggio durava circa 80 ore. Da passare, però, tra lenzuola di seta, tappeti orientali, salottini di pelle, rifiniture in legno e le prelibatezze degli chef del vagone ristorante: per i passeggeri dell’ Orient Express,  tutti accomodati nelle loro camere con bagno privato, la vera fatica era forse quella di scendere dal treno.

Sembra che il viaggio fosse così piacevole da attrarre anche chi al lusso e alla vita sfarzosa doveva essere abituato, come le teste coronate di  Ferdinando di Bulgaria e lo zar  Nicola II, oltre che personaggi enigmatici come l’affascinante spia  Mata Hari.

La storia dell’Orient Express continuò tra alti e bassi (nelle due guerre mondiali), spesso con nomi e tratte diverse dall’originale (si ricordano infatti il Nostalgic Orient Express, il Simplon Orient Expresse e il Direct Orient Express), e abbassando gli standard, fino al 1977, quando corse l’ultima Parigi-Istanbul. Solo nel 2009, comunque, l’originale treno di  Nagelmackers compì il suo ultimo viaggio: era il  469 Orient-Express, nella tratta tra Strasburgo e Vienna.

Fine della storia? Non proprio: per i nostalgici o i curiosi c’è il  Venice-Simplon Orient Express, un treno decisamente in  vecchio stile.

Fonte: wired.it

 

Tra i milioni di malware che girano online, ve ne è uno che non solo potrebbe danneggiare il computer, ma l’intera Rete. Si Chiama Conficker, è capace di aggiornarsi da solo e di sfruttare le risorse del computer senza il nostro permesso. E ha già infettato 12 milioni di terminali.

“ Conficker può entrare nel sistema operativo del computer, prendendone completamente il controllo, e creare così una rete di moltissimi computer che lavorano come uno solo”. Le parole sono dello scrittore Mark Bowden, intervistato questa settimana durante il programma radiofonico Fresh air, in onda sulle frequenze della National Public Radio statunitense, e autore del libro Worm: The First Digital World War. Libro che lancia un vero e proprio allarme.

Il worm, criptato, plasma infatti un botnet, una rete di computer (che in gergo si chiamano appunto bot, o più didascalicamente, zombie) collegati a Internet e controllati da un'unica macchina, il botmaster. L’epidemia è cominciata nell'ottobre 2008, ma chi vi sia dietro è ancora un mistero, tanto che Microsoft ha messo una taglia sul responsabile (o sui responsabili) di addirittura 250mila dollari.

Quel che è certo è che con una potenza informatica di questa portata si può fare quasi tutto: come spiega lo scrittore nel suo libro (e come riporta anche Npr), è possibile non solo rubare password di account e conti online, ma anche controllare banche, sistemi di telefonia, traffico aereo. Ma, soprattutto, un botnet così ampio può agire su Internet: può spegnere la Rete in larghe porzioni del pianeta, se non addirittura ovunque. Un interruttore che potrebbe tornare utile a qualcuno in tempi di rivolte e guerre civili, come è successo recentemente nel Nord Africa.

Una vera e propria arma dunque, potente ma ancora mai usata. “ Con uno strumento del genere, formato da migliaia di computer che lavorano all'unisono, non c'è sistema di sicurezza commerciale che non possa essere crackato”, ha aggiunto Bowden: “ Ma dire che la creazione stessa di un botnet sia un'attività criminale è azzardato: è come dire che un trapano è un'arma perché potrebbe essere usato per una rapina in banca. Non è lo strumento in sé ad essere pericoloso, ma l'uso che se ne fa”.

Dopo la sua scoperta nel 2008, si è comunque creato un gruppo di esperti di sicurezza - volontari che si fanno chiamare Conficker Working Group - impegnato a studiare come funziona il worm e a mettere in piedi un programma di contro attacco, viste le conseguenze che il suo uso potrebbe avere.

Ma perché non sono i governi e le istituzioni ad occuparsi del problema? Perché sembra, riferisce questo gruppo di esperti, che al loro interno non vi sia alcuno capace di comprendere cosa questo virus potrebbe fare.

“ I volontari hanno provato anche a contattare la National Security Agency (Nsa) statunitense e il Pentagono, per capire se queste istituzioni erano disposte a prestare i loro computer per la causa”, ha spiegato lo scrittore alla radio.

" Ma quello che hanno scoperto è che all'interno del governo nessuno capiva cosa stesse succedendo: il livello di cyberintelligenza era bassissimo, anche in quelle agenzie che dovrebbero essere in grado di proteggerci. Ma non solo sono incapaci di occuparsi di Conficker, ma addirittura hanno difficoltà a capire cosa sia”.

Per fortuna, il creatore del worm non sembrerebbe, per ora, volerlo usare come arma; forse il suo scopo criminale è solo quello di fare soldi. Ma il gruppo di esperti mette in guardia: Conficker potrebbe essere usato in qualsiasi momento in maniera distruttiva, soprattutto perché ogni giorno infetta nuovi computer, compresi quelli di Fbi, lo stesso Pentagono e grandi organizzazioni.

E pensare che Microsoft aveva rilasciato, già nel mese in cui il virus apparve per la prima volta, un aggiornamento capace di proteggere qualsiasi computer dal malware. Una soluzione facile. Se solo i responsabili della sicurezza informatica delle agenzie che dovrebbero proteggerci sapessero usarla.

Fonte: daily.wired.it

 

Per anni, è sembrato impossibile persino definire che cosa fosse esattamente, la coscienza. Figurarsi misurarla con un macchinario. Grazie agli studi di Giulio Tononi, neuroscienziato trentino da anni all'Università del Wisconsin (Usa), e Marcello Massimini, dell'Università di Milano, il mistero dei misteri inizia a essere decifrato. I ricercatori hanno sviluppato un macchinario che permette di registrare il grado di coscienza di una persona. Una sorta di coscienziometro che segna valori prossimi allo zero nei casi di assenza o di minima coscienza, durante il sonno, l'anestesia totale o alcuni casi di coma, fino a valori del 100 per cento, quando siamo svegli, vigili e dotati della piena capacità di pensiero.

“ Abbiamo sottoposto una serie di pazienti a stimolazione magnetica transcranica, uno strumento che induce brevi correnti elettriche nella corteccia cerebrale, e abbiamo analizzato le risposte neuronali con elettroencefalografia ad alta definizione”, ci spiega Tononi, che ha presentato i suoi studi a Venezia, nel corso del convegno della Fondazione Veronesi The Future of Science dedicato quest'anno proprio alle meraviglie della mente. “ Quando una persona è cosciente, il suo cervello reagisce agli stimoli con numerosi stati di attivazione dei neuroni che propagano l'informazione da una parte all'altra della corteccia cerebrale in poche frazioni di secondo. Abbiamo ripetuto l'esperimento mezz'ora dopo che il soggetto si è addormentato e abbiamo osservato che lo stesso stimolo produce un effetto completamente diverso" . Continua Tononi: " Nonostante la corteccia sia ancora attiva, la comunicazione tra i neuroni è assente. È stata la dimostrazione sperimentale che nel sonno senza sogni c'è una disintegrazione della risposta della coscienza, mentre nella fase del sonno Rem si ritorna a valori alti, simili a quelli della veglia”.

Il coscienziometro sviluppata da Tononi e i suoi colleghi si basa sulla cosiddetta teoria dell'informazione integrata che permette di spiegare cos'è la coscienza. “ Ovvero, - esplicita Tononi -  quella cosa che svanisce ogni sera quando cadiamo in un sonno senza sogni, riaffiora nei sogni e si ripresenta appieno al mattino quando ci svegliamo. La coscienza è sinonimo di esperienza, è la capacità di pensare, di vedere il mondo, le luci, le forme e i colori, di sentire i suoni, di provare gioia e sofferenza, è l'essenza di tutto ciò che siamo”. Qualcosa che nessun computer, per quanto sofisticato, può provare.

A brain floating in a liquid-filled glass jar. Yellowing of the handwritten labels on the jar give the object an antique appearance.

Cervello di uno scimpanzé

Secondo la teoria dell'informazione integrata, la coscienza non ha una sede ben precisa. “ Sappiamo però che certe strutture cerebrali sono fondamentali per la coscienza e altre no. Il cervelletto ha circa 50 miliardi di neuroni, molti di più dei circa 20 miliardi della corteccia cerebrale. Eppure, bloccando il cervelletto, si preserva la coscienza, mentre alterando la corteccia no”.

La chiave della coscienza sta quindi tutta qui: nell'intricatissimo groviglio di neuroni della corteccia, nell'enorme quantità di informazioni che questa recepisce e nel modo in cui queste sono elaborate e integrate tra loro. “ La coscienza si materializza nella comunicazione tra le diverse aree della corteccia cerebrale. Coincide, cioè, con la capacità del sistema di scambiare informazioni”, specifica Tononi.

Gli studi di Tononi aprono per la prima volta prospettive nuove e affascinanti. Sarà possibile indagare il cervello di malati di Alzheimer in stadio avanzato, scrutare cosa realmente percepisce un paziente in coma o in stato vegetativo e rispondere a grandi interrogativi rimasti finora senza risposta. Per esempio, c'è coscienza nei feti? E negli animali? Sarà possibile avere una macchina cosciente? Presto lo scopriremo.

Fonte: daily.wired.it - Licenza Creative Commons

 

Nel 2010 aveva scosso il mondo sintetizzando la prima cellula dal genoma artificiale. Oggi, lo scienziato e businessman Craig Venter torna a far notizia sulle pagine di Nature Biotechnology. Il suo team ha infatti pubblicato uno studio in collaborazione con l' università di San Diego (Ucsd) in cui propone un metodo innovativo per sequenziare il dna fantasma dei microrganismi che sfuggono ai normali strumenti di indagine scientifica.

La nuova tecnica, la Multiple Displacement Amplification (Mda), promette di identificare e sequenziare il 90% dei geni appartenenti a tutti quei batteri che non possono essere studiati comunemente nei centri di ricerca. E non stiamo parlando solo di qualche bacillo stravagante: secondo alcune stime, il 99,9% dei microrganismi esistenti al mondo sono difficili da maneggiare. Si tratta per la maggior parte di batteri che abitano nicchie ecologiche molto particolari, come i fondali marini, i laghi sulfurei e lo stomaco umano, e sopravvivono solo all'interno dei substrati originali. Questo significa che i ricercatori non hanno la possibilità di far crescere delle colonie abbastanza grandi da estrarne dei campioni per le analisi di sequenziamento del dna.

Il metodo Mda entra in gioco proprio con l'idea di bypassare questo problema e permettere agli scienziati di leggere il genoma fantasma  dei batteri senza doverli coltivare. Il principio alla base di questa tecnica, ideata nel 2005 dal biologo molecolare Roger Lasken, prevede infatti di completare il sequenziamento del dna partendo anche da una singola cellula. In pratica, l'Mda amplifica piccoli frammenti del genoma fino a riprodurne miliardi di copie.

Ma in questo tipo di analisi, la quantità non è tutto: per fare un buon sequenziamento del genoma ci vuole, soprattutto, materiale biologico di qualità. Purtroppo, i prodotti di amplificazione ottenuti con l'Mda non sono sempre molto affidabili. Spesso i frammenti amplificati contengono molti errori, o si replicano in proporzioni diseguali, lasciando interi buchi nella sequenza dei geni. Il team di Venter si è allora rivolto a Pavel Pevzner, un bioinformatico della Ucsd che ha brillantemente risolto il problema: ha sviluppato un algoritmo capace di selezionare la migliore combinazione di frammenti del dna e assicurare dei risultati sorprendenti.

Fatto sta che gli scienziati hanno subito testato la tecnica Mda su un Deltaproteobacterium (conosciuto come SAR324), un microrganismo oceanico di cui nessuno era mai riuscito a sequenziare il genoma. L'esperimento è andato a buon fine, svelando ai ricercatori buona parte dei geni che il batterio sfrutta per sopravvivere nel suo ambiente. Il prossimo passo sarà quello di studiare altri organismi sconosciuti, ma che promettono di essere molto interessanti, come quelli che abitano l’interno del nostro corpo.

Fonte: wired.it

 
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