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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Si chiama metil-butil-solfuro e potrebbe comparire nel prossimo libro del Guinness World Record. A che titolo? Come il più piccolo motore elettrico mai realizzato. Un gruppo di ricercatori della Tufts University del Massachusetts, guidati da E. Charles H. Sykes, è infatti riuscito per la prima volta a mettere in moto (non casuale) una singola molecola di metil-butil-solfuro grazie all’ energia elettrica trasmessa attraverso l’aiuto di un microscopio a effetto tunnel ( scanning tunnel microscope, un dispositivo usato generalmente per osservare fenomeni su scala atomica). Un’invenzione che oltre a guadagnare il primato mondiale potrebbe servire per il rilascio controllato di farmaci, o per lo sviluppo di circuiti elettrici su scala molecolare.

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La macchina monomolecolare realizzata dagli scienziati (appena un nanometro di lunghezza, ossia un miliardesimo di metro), e presentata in uno studio apparso sulle pagine di Nature Nanotechnology, è così costituita: un atomo di zolfo, cinque atomi di carbonio e dodici atomi di idrogeno, fissata a un supporto di rame attraverso un legame con lo zolfo. Asimmetrica: più lunga da una parte (quella del butile) e più corta dall’altra (quella del metile). Nel corso dell’esperimento i ricercatori hanno usato dell’energia elettrica come carburante, iniettata nel motore attraverso la sottilissima punta del microscopio, grazie al quale poi gli scienziati hanno osservato la risposta della molecola.

Una volta trasmessa l’energia elettrica il motore della macchina si è acceso: la molecola ha cominciato a ruotare intorno all’atomo di zolfo, sia dall’una sia dall’altra parte, preferendo generalmente una direzione (quella oraria) all’altra (come dipendenza sia della conformazione della molecola sia delle caratteristiche della punta del microscopio, spiegano i ricercatori), a una velocità di circa 50 giri al secondo (valore misurabile solo grazie all’abbassamento della temperatura: fino a 5°Kelvin - circa -268°C - in modo da ridurne il moto e da poterlo osservare).

Come ha spiegato Sykes, rispetto ai motori molecolari realizzati in passato - come quelli alimentati da sostanze chimiche o accesi dall’interazione con la luce - il microscopio, attraverso l’energia elettrica, permette di operare più precisamente, interagendo con una singola molecola, che a sua volta, potrebbe essere utilizzata come sistema di ancoraggio per altri sistemi molecolari, che si mettano in moto di conseguenza.

Fonte: wired.it

 

È successo tutto tra giugno e agosto: un hacker che si firma con il motto " Janam Fadaye Rahbar" (qualcosa che suona come " sono pronto a sacrificarmi per il mio leader") ha violato migliaia di account Google di utenti iraniani. Per farlo, ha sfruttato i server del provider olandese DigiNotar, attraverso cui ha generato dei certificati digitali fasulli di cui Wired.it vi ha già raccontato. Secondo l'agenzia di Internet security Fox-IT, l'attacco informatico avrebbe aggirato facilmente alcuni firewall colabrodo. Così, vista la sonora batosta, gli esperti della sicurezza hanno pensato bene di soprannominare l'operazione " Tulipano nero".

Come racconta PCWorld, l'hacker ha usato i server di DigiNotar per generare un certificato digitale targato *.google.com fasullo. Armato di questa chiave d'accesso, il pirata informatico ha forzato username e password di migliaia di account gmail registrati in Iran e ne ha assunto il controllo. Il volume di informazioni riservate potenzialmente sottratte sarebbe enorme: a partire dal 4 agosto, infatti, i server di BigG sono stati contattati da 300mila diversi IP, tutti iraniani e con passaporto olandese. Una situazione davvero insolita, che ha messo tardivamente in allarme Google. Il certificato è stato bloccato il 29 agosto, quando ormai il peggio era già successo.

Per capire cosa si sia verificato nel concreto, è utile dare uno sguardo al report stilato da Fox-IT, che ha ricostruito i dettagli dell'accaduto a partire da fine agosto. I primi movimenti sospetti hanno avuto luogo a metà giugno, quando il provider olandese ha identificato delle attività sospette sui propri server. Il 19 luglio, in seguito a un controllo più approfondito, DigiNotar ha scoperto l'esistenza di 128 certificati fasulli generati sfruttando alcune falle nel suo sistema di sicurezza. Nonostante il blocco immediato di questi dati, l'attacco hacker è andato avanti fino al 27 luglio, generando altri 204 certificati pirata, tutti indirizzati verso l'Iran.

Insomma, il provider dei Paesi Bassi ha capito subito di trovarsi di fronte a attività di hacking su larga scala che stavano bersagliando computer iraniani. Ma, a quanto pare, DigiNotar non è riuscita a bloccare tutte le chiavi d'accesso create dal pirata informatico. Primo fra tutti, il famoso certificato *.google.com - generato, per la precisione, il 10 luglio - che è sfuggito completamente ai controlli ed è rimasto operativo per quasi 50 giorni. In questo arco di tempo, il burattinaio di Tulipano nero aveva diretto accesso ai contenuti degli account gmail e di qualsiasi altro servizio BigG a cui fosse possibile accedere con le credenziali rubate.

Nessuno, tuttavia, sa ancora quale sia stata la reale portata di questo attacco. Google ha semplicemente invitato gli utenti iraniani a cancellare i vecchi cookies e a scegliere una nuova password per il login.

Le identità dei bersagli colpiti dall' hacker non sono ancora note, ma di sicuro l'accaduto non verrà preso alla leggera. Giusto per capire la portata dell'attacco, basti pensare che tra gli altri codici sospetti bloccati da DigiNotar c'erano anche protocolli fasulli per accedere direttamente ai server di Microsoft, Cia e Mossad, i servizi segreti israeliani.

Fonte: daily.wired.it

 

Se volete dirlo e scriverlo come avrebbero fatto Maya e Aztechi, sappiate che 6 settembre 2011, è il 12.19.18.12.8 per il calendario Maya Lungo Computo, il 16 Mol nello Haab, e il 13 Lamat nello Tzolkin. Non facile da ricordare, certo, ma potrebbe andar meglio con 13.0.0.0.0 (il 21 dicembre 2012, lasciando da parte il calendario Haab e il Tzolkin, rispettivamente il calendario solare e quello religioso), giorno in cui il Lungo Computo (il complesso calendario invece utilizzato per marcare gli eventi sul lungo periodo) terminerà il suo lunghissimo ciclo di 5126 anni circa (il quarto per i Maya), avuto inizio il 6 settembre 3114 a.C (secondo il calendario giuliano). E con lui il prossimo anno, almeno secondo le profezie, anche il mondo dovrebbe finire. O, nel migliore di casi, subire un cambiamento radicale, l’apertura verso una Nuova Era.

File:Maya-Maske.jpg

Ma come e da dove hanno avuto origine questa apocalittiche profezie? In Messico, precisamente nel sito archeologico di Tortuguero, grazie all’ormai famoso monumento VI, che riporta una misteriosa (quanto in larga parte non interpretabile perché incompleta e danneggiata) iscrizione che si riferisce alla fine del tredicesimo baktun del Lungo Computo (1 baktun equivale a un periodo di circa 144mila giorni), coincidente proprio con la data del solstizio d’inverno dell’anno che verrà, come una data da tenere sotto controllo. Quel giorno infatti qualcosa di imprecisato dovrebbe accadere in seguito all’avvento di Bolon Yokte K’uh, dio maya generalmente associato con la creazione, ma anche con gli inferi, i conflitti e la guerra. Di qui l’idea di un grande cambiamento, qualcosa che implichi distruzione, come appunto la fine del mondo. Oppure l’avvento di Bolon Yokte K’Hu potrebbe avere a che fare con una nuova creazione (una New Age per l’appunto) piuttosto che con un evento distruttivo.

Secondo alcuni studiosi della civiltà Maya, però, né l’una né l’altra profezia sembrerebbero avere un reale riscontro: la fine del calendario maya non sarebbe altro che la chiusura di un ciclo prima dell’inizio di una nuova era. Eppure, dal Monumento VI, quella scritta ne ha generate di paure e miscredenze. Alcune vogliono che il 21 dicembre 2012 coincida con l’impatto, in pieno stile Armageddon, di un asteroide con la Terra e con l’avvento di un’estinzione di massa senza precedenti. Secondo altri invece potrebbe verificarsi un terremoto straordinario, e un cambiamento del campo magnetico del nostro pianeta - indotto dal raro allinearsi con gli altri componenti del sistema solare lungo l’equatore galattico - così forte da determinare un’inversione della polarità della Terra. Quanto manca? Circa 471 giorni, come cita il countdown del sito ufficiale dell’apocalisse prevista per il prossimo anno del sito December 21 2012. Noi, in ogni caso, non tratterremo il fiato.

Fonte: wired.it

 

Nessuna password, nessun messaggio criptato e nessun accesso filtrato: da giovedì primo settembre, l'intero archivio di WikiLeaks è  disponibile in Rete e chiunque abbia qualche nozione base di navigazione è in grado di accedere ai 251.287 cablogrammi e di organizzare la ricerca per parole chiave. Digitando Italia, per esempio, si viene scaraventati in un'arena popolata da 6.362 file all'interno dei quali viene citato lo Stivale e la sua situazione politica, economica e sociale. Rivelazioni, riflessioni e valutazioni della diplomazia statunitense che sono tutt'ora, mentre giornalisti e semplici internauti scartabellano il materiale, oggetto di un braccio di ferro fra Julian Assange e le testate con cui il fondatore di WikiLeaks stesso avevo stretto accordi. L'apertura totale delle porte al vaso di Pandora dell'informazione, l'inizio della pubblicazione parziale risale al novembre del 2010 ( qui le rivelazioni di gennaio 2011 ), sancisce la fine del dialogo fra i media (e il giornalismo?) tradizionali e la no profit dedicata alle - letteralmente - fughe di notizie, e delega ai singoli cittadini il dovere di analizzare il materiale e far circolare quello più importante e rilevante. Noi abbiamo selezionato alcuni documenti riguardanti tecnologia, scienza e ambiente.

L'interesse degli Usa per il ritorno dell'Italia al nucleare 
In un documento datato 24 dicembre 2008, l'Ambasciata di Roma fa il punto sulla situazione dell'energia nucleare nel nostro paese, a partire dagli obiettivi fissati dal ministro Claudio Scajola per il 2020 (25% rinnovabili, 50% combustibili fossili e 25% nucleare). Gli Stati Uniti sottolineavano allora come il governo Berlusconi fosse intenzionato a puntare sul nucleare nonostante i cittadini avessero espresso parere contrario in merito con un precedente referendum e individuavano nella ricerca di finanziamenti per lo sviluppo delle centrali l'incognita del progetto. Gli States, che citavano Enel e la controllata di Finmeccanica Ansaldo tra i possibili attori tricolori coinvolti, manifestavano interesse a investire con Westinghouse e General Electric e - come si legge in un altro documento - vedevano nella cooperazione Usa-Italia nel nucleare un possibile spinta per la situazione energetica a stelle e strisce. 

La battaglia della Apple in Cina 
Nel settembre del 2008,  l'Ambasciata di Pechino si occupava della lotta della Apple alla pirateria. Il documento evidenzia come il team capitanato da Don Shruhan e John Theriault, già responsabili dello scardinamento della diffusione fasulla di Viagra orientale, abbia individuato i luoghi dedicati alla riproduzione dei gingilli della Mela, nella provincia di Guangdong, vicino all'impianto ufficiale di Foxonn, e ricostruito il percorso dei prodotti contraffatti.

Nelle conclusioni l'Ambasciata sottolinea tuttavia che senza il supporto del governo cinese, che nel caso del Viagra era interessato a tutelare la salute dei suoi cittadini, gli sforzi sono vani.  

Taiwan taglia le gambe alle rinnovabili
Febbraio 2010, al centro della riflessione l'approccio di Tawian in direzione delle energie alternative. Le autorità si sono poste l'obiettivo di aumentare la capacità delle rinnovabili/alternative dall'8 al 15% entro il 2025. Al fornitore statale di energia Taipower è stato dato il compito di acquistare rinnovabili all'ingrosso dai produttori a prezzi fissi con una revisione (e successiva imposizione di una cifra) annuale da parte dell'autorità stessa. In questo modo, sottolinea il documento, il settore pubblico è rimasto tagliato fuori, non essendo i tassi abbastanza alti da incoraggiare investimenti. Causa di ciò sarebbe l'interesse che Taipower ha a spingere il nucleare, considerato a Taiwan un'energia alternativa, e a mantenere il monopolio della fornitura di energia.  Inoltre, secondo il documento, una dichiarazione del ministro senza portafoglio Liang Chi-yuan fa riflettere su un maggiore interesse dell'isola ha in termini economici piuttosto che di diffusione delle energie in questione. 

La stretta dello Sri Lanka sui nuovi media
Dallo Sri Lanka arriva, sempre nel febbraio 2010, un allarme sulla tendenza a censurare e controllare siti Internet, motori di ricerca, social network e messaggistica via sms. Il documento parte citando un articolo del Sunday Times, secondo il quale il regolatore locale delle telecomunicazioni avrebbe assoldato esperti informatici cinesi per mettere un bavaglio alla Rete, imponendo - fra le altre cose - la registrazione obbligatoria di tutti i portali e un controllo dei risultati di Google e simili. La World Bank, che supporta finanziariamente il regolatore delle tlc, ha negato di aver assunto consulenti ma il documento pone l'accento sugli indizi dell'atmosfera che si registra nel paese: la scomparsa della giornalista Prageeth Ekneligoda, l'arresto di cittadini per aver pubblicato messaggi anti-governativi su Facebook e Twitter e il blocco di siti Internet avvenuto sotto elezioni. La preoccupazione è per la libertà di informazione e comunicazione e e per le opportunità di business nello Sri Lanka. 

Il tira e molla saudita 
Nel documento dedicato ai tentennamenti dell'Arabia Saudita in merito alla sottoscrizione dell' accordo di Copenaghen, gli interessi del paese nell'economia del petrolio impediscono di prendere posizione nella tutela dell'ambiente, gli Stati Uniti si dicono convinti che i leader si stiano rendendo conto del rischio che corrono non prendendo l'impegno di ridurre del 40% le emissioni di anidride carbonica entro il 2020. Si preoccupano, si legge, ragionando a lungo termine, ma non hanno ancora compreso quale sia il reale impatto climatico di quanto deciso in terra danese.

Fonte: daily.wired.it

 

Detail-spigelia genuflexa

L’hanno chiamata Spigelia genuflexa, perché piega i suoi steli fino a terra, come a inginocchiarsi, e sotterra i propri frutti: in pratica, pianta i propri semi.

La nuova specie appartiene alle Loganiaceae, una famiglia di piante diffuse nelle regioni tropicali ed equatoriali di tutto il mondo, ed è stata rinvenuta nella foresta atlantica dello Stato di Bahia, una zona ricca di biodiversità che accoglie ben nove delle quarantatre specie di Spigelia presenti in Brasile. Alex Popovkin, un botanico amatoriale che ha catalogato e fotografato più di 800 specie nella regione (le foto sono postate su Flickr), ha trovato il nuovo esemplare nei pressi della propria abitazione, ma non riusciva a identificarlo. Si è quindi rivolto ad esperti di diversi paesi, tra cui Lena Struwe, della Rutgers University, nel New Jersey. Alla fine, Popovkin, Struwe e un team di studiosi hanno concluso che si trattava di una nuova specie e l’hanno descritta in uno studio pubblicato su PhytoKeys.

Il termine genuflexa è stato scelto perché la pianta sembra davvero genuflettersi quando piega i propri steli verso il suolo, per “piantare” i frutti. Questo fenomeno prende il nome di geocarpia ed è possibile osservarlo in varie piante, ad esempio nell’arachide (Arachis hypogaea L.) che subito dopo la fecondazione introduce i fiori nel terreno dove avviene la maturazione del frutto. Nel caso della piccola pianta di Bahia, questo comportamento favorisce la sopravvivenza della specie.
La Spigelia genuflexa ha  vita breve (solo alcuni mesi nella stagione delle piogge) e il suo habitat è limitato a piccoli frammenti di suolo sabbioso. La pianta madre rilascia accanto a sé i semi che germogliano nelle vicinanze, sfruttando le caratteristiche del suo  stesso ambiente.

“Nuove specie vengono scoperte ogni giorno, ma tante altre non sono ancora note”, ha ricordato Struwe: “La scoperta mette in evidenza, ancora una volta, l'urgenza di proteggere la Foresta Atlantica, che è minacciata dalla deforestazione. Quest’area, infatti, presenta il più elevato grado di biodiversità rispetto a qualsiasi altra nel mondo, con molte specie endemiche, ma vaste zone sono già state trasformate in terreni agricoli”.

Riferimento: doi: 10.3897/phytokeys.6.1654 - Credit per l'immagine: Alex Popovkin

 

Detail-twitter

Ma durante il giorno è piuttosto sfuggente, lasciando il posto ai cattivi pensieri. È quanto hanno scoperto due ricercatori della Cornell University, in Usa, analizzando i cinguettii postati su Twitter da milioni di persone sparse in tutto il mondo. Dall’analisi dei tweets, come riporta lo studio pubblicato su Science, è emerso che la felicità non ha colore, nazionalità o religione. Il buon umore, piuttosto, dipende dal sonno e dalla lunghezza delle giornate.

Se le parole sono lo specchio delle emozioni, un social network come Twitter può diventare uno strumento di indagine scientifica straordinariamente importante. Partendo da questo presupposto i ricercatori statunitensi in due anni hanno raccolto ben 509 milioni di post lasciati da 2,4 milioni di persone di 84 paesi differenti. Utilizzando un software di analisi del testo (Linguistic Inquiry and Word Count), gli scienziati hanno quindi pesato l’umore delle parole, distinguendo quelle che esprimevano sentimenti positivi (piacere, entusiasmo, vivacità, dinamismo) da quelle portavoce di negatività (paura, distrazione, rabbia, disgusto). In questo modo sono riusciti a disegnare una mappa temporale degli stati d’animo.

Si è così scoperto che, in ogni paese, le persone si svegliano felici per poi, nel corso della giornata, diventare man mano più cupe. Il buon umore ritorna verso mezzanotte e il ciclo ricomincia. A una prima analisi, questo andamento può far pensare a una relazione tra buon umore e stress: siamo più felici di mattina e sera perché non lavoriamo. Ma i ricercatori hanno riscontrato lo stesso pattern nei weekend, segno che la felicità è una questione di sonno e ritmi circadiani. In effetti, a conferma di questa ipotesi, i ricercatori hanno visto che nei giorni festivi il picco di buon umore mattutino arriva in media due ore più tardi, perché le persone dormono di più se non devono lavorare.

Lo studio non è il primo a indagare i fattori che influenzano l’umore, ma, rispetto ai precedenti, analizza un campione molto più ampio e culturalmente eterogeneo. Inoltre, grazie ai social network, ha un approccio più genuino: gli sperimentatori non domandano alle persone come si sentono, ma si limitano a registrare ciò che pensano, dicono e fanno.

Riferimenti: Science DOI: 10.1126/science.1202775  - Credits immagine: Science/AAAS - Autore: Martina Saporiti - via: galileonet.it

 

O, meglio, non era. Dal  Max-Planck-Institut per la Chimica di Mainz (Germania) arriva infatti un nuovo sistema che permette di misurare con estrema precisione la concentrazione e il tempo di sopravvivenza degli ossidi azoto, basandosi unicamente sulle correnti d’aria e le rilevazioni eseguite dai satelliti. Il metodo, descritto sulle pagine di Science, potrebbe rivelarsi estremamente utile per valutare i livelli di sostanze inquinanti prodotti nelle città dei paesi in via di sviluppo, dove le rilevazioni ambientali sono effettuate con meno frequenza.

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Gli ossidi di azoto (sia il mono che il di) sono dei sottoprodotti dei processi di combustione e giocano un ruolo chiave in molti processi di inquinamento della troposfera (i primi 15 chilometri di strato atmosferico). Oltre a essere tossiche, infatti, queste sostanze chimiche contribuiscono alla formazione di piogge acide, agiscono da precursori di aerosol inquinanti e catalizzano la formazione di ozono. Informazioni dettagliate sulle loro emissioni nelle megalopoli (città con oltre 10 milioni di abitanti) sono considerate essenziali per la costruzione di modelli sull’inquinamento sia a scala locale che globale.

Finora, uno dei problemi principali è stato come stimare la persistenza degli ossidi nell’atmosfera. Se da un lato, infatti, alcune strumentazioni satellitari sono in grado di stimare le emissioni di queste molecole nell’aria, dall’altro il calcolo della loro vita si è sempre basato unicamente su modelli teorici (nel giro di poche ore, infatti, il diossido di azoto interagisce con gruppi di idrossido che ne riducono la tossicità). Adesso, invece, grazie alla tecnica sviluppata da Steffen Beirle, è possibile stimare con precisione la quantità e la sopravvivenza degli ossidi di azoto, analizzando gli spostamenti dei composti in base alle condizioni ventose e alla distanza percorsa prima di reagire con i gruppi idrossilici.

Per testare il metodo, il team tedesco si è focalizzato inizialmente sulla capitale dell’Arabia Saudita, Riyadh, per via delle sue “caratteristiche favorevoli allo studio”. La città, infatti, conta oltre 5 milioni di abitanti e ha emissioni di ossidi di azoto molto elevate; non è soggetta a venti costanti, raramente è coperta da nuvole e soprattutto è estremamente isolata (nell’arco di 200 chilometri non sono presenti altri centri densamente abitati). Così, analizzando i dati satellitari, gli studiosi sono riusciti a calcolare un tempo di sopravvivenza degli ossidi pari a quattro ore.

Poi hanno allargato la loro analisi ad altre metropoli, scoprendo diversi tempi di sopravvivenza.

“Questo metodo rappresenta un passo in avanti rispetto ai modelli attuali poiché consente di avere delle informazioni più precise per ogni luogo preso in esame”, ha spiegato Steffen Beirle su Science. “ I modelli precedenti, invece, sovrastimavano o sottostimavano la persistenza di queste specie tossiche”. Come hanno sottolineato i ricercatori, la tecnica può essere applicata a diverse fonti di emissione di ossidi di azoto e potrebbe essere allargata anche ad altre sostanze inquinanti, qualora si trovasse il modo di farle rilevare dai satelliti.

L’ultimo numero di Science non affronta il problema azoto solo dall’alto, ma anche dal basso, ossia dal punto di vista degli oceani. Un gruppo di ricercatori coreani, infatti, è riuscito a dimostrare per la prima volta gli effetti negativi che l’eccesso di azoto ha sulla chimica delle acque. “ Per anni gli scienziati hanno sospettato che il deposito di azoto reattivo sulla superficie degli oceani provocasse cambiamenti nella loro composizione chimica. Ora abbiamo mostrato che l’eccesso di azoto è in grado di alterare il normale equilibrio tra azoto e fosforo”, ha detto Tae-Wook Kim, ricercatore della University of Science and Technology di Pohang. Kim, in particolare, ha confrontato le misurazioni di nitrato e fosfato effettuate nei mari che circondano la Corea e il Giappone tra gli anni Ottanta e il decennio 2000-2010. Ha così scoperto che l’accumulo di azoto atmosferico ha rotto l’equilibrio con l’azoto disciolto, alterando il rapporto azoto-fosforo nel Pacifico. “ Se la tendenza dovesse continuare – sostengono gli autori – la vita marina dell’area potrebbe subire gli effetti della mancanza di fosforo”.

Riferimenti: Science DOI: 10.1126/science.1207824
Via: wired.it
Credits immagine: NASA

 
By Admin (from 27/10/2011 @ 14:00:52, in it - Osservatorio Globale, read 2798 times)

Appena videro affiorare i resti dell’imponente edificio romano a pianta rettangolare, rinvenuti tra Ostia e Fiumicino, pensarono si trattasse di un magazzino per lo stoccaggio delle merci, dall’architettura molto simile a quella dei Mercati Traianei. Procedendo negli scavi, però, gli archeologi dell’Università di Southampton dovettero ricredersi: quei pilastri larghi tre metri piantati nel II secolo d.C a metà strada tra i porti di Traiano e di Claudio, sul litorale romano, erano probabilmente la struttura portante di un gigantesco cantiere navale. Forse il più grande di tutta la Roma Imperiale, niente a che vedere con gli altri due finora noti, quello fluviale di Testaccio e l’altro marittimo di Ostia. 

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Bisogna immaginarselo come un casermone in pietra, con otto vani paralleli, dai soffitti a volta ricoperti in legno (oggi li chiameremmo box), che ospitavano le navi per la costruzione, riparazione e rimessa invernale.

Con i suoi 145 metri di lunghezza, 60 di profondità e 15 di altezza, quello che è stato chiamato l’“arsenale di Traiano” - di cui per ora è stata portata alla luce solo la prima delle otto navate - ha tutti i requisiti per venire considerato il principale cantiere navale dell’Urbe, l’unico in grado di soddisfare le sue ambizioni egemoniche sul mare. A questo scopo venne costruito durante il regno di Traiano (98-117 d.C) e solamente dopo, nel V secolo, trasformato in magazzino per la conservazione del grano.

A convincere i ricercatori di Southampton, che hanno condotto gli scavi in collaborazione con la British School at Rome e la Soprintendenza archeologica di Roma, hanno contribuito una serie di eloquenti indizi. Innanzitutto la posizione: gli otto “box” avevano un doppio affaccio, da una parte sull’antico porto di Claudio e dall’altra sul bacino esagonale di Traiano. Poi ci sono le incisioni rinvenute che parlano di un “collegium” dei “fabri navales portuensis”, una sorta di associazione di lavoratori del cantiere. La ricostruzione al computer che i ricercatori hanno realizzato con i dati a disposizione ricorda molto, infine, il soggetto rappresentato nel mosaico della Villa di Livia sulla via Labicana, con una nave in ognuna delle otto gigantesche nicchie. La nuova scoperta spiegherebbe anche la natura di un palazzo rinvenuto dalla stessa squadra di archeologi nel 2009, poco lontano dall’officina navale: si tratterebbe della sede di un comando operativo, guidato da un ufficiale dell’Impero con il compito di controllare e coordinare le attività del cantiere.

Manca però la “prova del nove”: “Dobbiamo ammettere che non c’è traccia delle rampe su cui le navi appena costruite avrebbero dovuto scivolare per entrare in acqua. Ma potrebbero essere finite nel fondo del mare in seguito ai lavori di costruzione degli argini del 1900. Trovandole, potremmo confermare la nostra ipotesi, anche se potrebbero non esistere più” spiega Simon Keay che guida la campagna archeologica (Portus Project). Si scaverà ancora, a partire dal prossimo mese, in cerca di ulteriori conferme.

Riferimenti: Portus Project; Università di Southampton - via Galileonet.it

 

Secondo i dati resi pubblici dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), infatti, è il posto più inquinato del mondo. La colpa è delle industrie e dell’uso massiccio di combustibili fossili per alimentare i trasporti. Ma nella lista nera dell’Oms figurano molte altre città del mondo arabo che, assieme ad alcuni stati africani e asiatici, è una delle aree del pianeta a soffrire maggiormente di inquinamento ambientale. La classifica è stata stilata monitorando la qualità dell’aria di circa 1100 città sparse in 91 paesi, tenute sotto controllo dal 2003 al 2009. Le misurazioni hanno interessato il cosiddetto particolato, cioè l’insieme delle particelle solide e liquide disperse nell’atmosfera con un diametro inferiore ai 10 micrometri (PM10) e ai 2,5 micrometri (PM2,5).

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Ma veniamo ai numeri. Ahwaz si piazza al primo posto con una densità media di PM10 pari a 372 microgrammi per metro cubo all’anno. Una cifra mostruosa se pensiamo che il limite fissato dall’Oms per questo tipo di particelle è di 20 microgrammi per metro cubo. Segue la capitale della Mongolia con i suoi 279 microgrammi per metro cubo all’anno e Sanandaj, un’altra città dell’Iran con 254 microgrammi per metro cubo all’anno. Nei primi posti figurano anche il Pakistan, il Botswana e il Senegal, presenti nella top ten dei paesi più intossicati al mondo. E l’ Italia? Torino è la città più inquinata (47 microgrammi per metro cubo all’anno), ma anche Milano e Napoli non se la passano bene (44 microgrammi per metro cubo all’anno).

I maggiori responsabili di questo stato di cose, secondo l’Oms, sono l’ industrializzazione sfrenata e l’uso quasi esclusivo di combustibili fossili sia nei trasporti sia nella produzione di elettricità. E non è un caso che nelle prime posizioni della classifica figurino molti paesi emergenti, pronti a sacrificare l’ambiente (e la salute) in nome del progresso e della crescita economica. “ Le industrie emettono dense nuvole di fumo nell’aria e il governo non fa alcuno sforzo per controllare e frenare le loro attività”, si lamenta Mohammad Hasan, un cittadino di Karachi, in Pakistan. Va da sé che senza regolamentare il settore industriale, tutti i piccoli sforzi fatti per cercare di migliorare la qualità dell’aria (a Karachi, per esempio, i bus più inquinanti sono stati sostituiti con veicoli a basse emissioni) rischiano di essere vani.

A rimetterci sono le persone, sempre più a rischio di ammalarsi di tumore o malattie a carico dell’apparato respiratorio e cardio-circolatorio. I dati dell’Organizzazione mondiale della sanità parlano di circa 1,34 milioni di morti premature causate ogni anno dall’inquinamento. Un problema che non è solo etico, ma economico: investendo nella tutela dell’ambiente, infatti, i governi riuscirebbero a ridurre le spese sostenute per la sanità pubblica, recuperando fondi da investire altrove.

È quello che hanno fatto nazioni come l’Australia e il Canada (13 microgrammi per metro cubo all’anno), l’Irlanda (15 microgrammi per metro cubo all’anno) o la Norvegia (22 microgrammi per metro cubo all’anno), agli ultimi posti di questa sfortunata classifica proprio perché hanno scelto di investire sull’ambiente. Anche se, per essere sinceri, dobbiamo ricordare che a differenza di altri paesi godono di situazioni geografiche e demografiche (densità di popolazione bassissime) certamente più favorevoli.

Sempre a onor del vero, bisognerebbe poi ricordare che la classifica dell’OMS soffre di alcune imperfezioni. Per esempio, analizza un campione eterogeneo, dove ci sono pochissimi dati per paesi coma la Russia e la Cina, due delle nazioni più inquinate al mondo. Inoltre, le misurazioni effettuate fanno riferimento ad anni diversi. Ma è comunque un’analisi utile per disegnare questa infelice mappa globale, dove tutti dovrebbero preoccuparsi della salute del pianeta. Perché nel cielo non ci sono linee di confine e l’inquinamento viaggia facilmente da un paese all’altro.

Riferimenti: WHO - Via: wired.it - Credits immagine: Il Cairo di Nina Hale/Creative Commons/Flickr

 
By Admin (from 23/10/2011 @ 11:00:04, in it - Osservatorio Globale, read 1448 times)

Detail-mappa salinità

Rosse nelle zone più salate, verdi in quelle intermedie e viola nelle regioni più dolci. Sono questi i colori delle acque del nostro pianeta, almeno sulla prima mappa della salinità degli oceani. A realizzarla sono stati i ricercatori della Nasa e dell’Agenzia spaziale argentina (Comisión Nacional de Actividades Espaciales, CONAE) grazie alle prime osservazioni compiute dallo spazio dal satellite Acquarius, confrontate con le misure sperimentali.

Lanciato a giugno, Acquarius è diventato operativo solamente lo scorso agosto, quando gli strumenti a bordo hanno cominciato a registrare i dati relativi alla salinità della superficie degli oceani. Scopo della missione è infatti quello di analizzare come varia la concentrazione del sale nelle acque del pianeta, fondamentale sia per studiare le correnti oceaniche sia per comprendere meglio il ciclo dell’acqua, e per capire come questi fattori siano influenzati dai cambiamenti climatici.

Nell'atlante realizzato dai ricercatori le regioni più salate (sopra i 35 grammi di sale per kg di acqua, considerato il valore medio di mari e oceani) sono quelle dell'Atlantico, del Mediterraneo più interno, delle fasce subtropicali e le acque sul versante ovest dell'India. Mentre le più dolci sono invece le acque all'altezza dell'Equatore, il Pacifico settentrionale, il Mar Caspio, il golfo del Bengala e quelle prossime al circolo polare artico. In alcuni casi questi pattern di salinità sono facilmente collegabili ad alcune caratteristiche regionali, come la foce di alcuni fiumi (per esempio dove sfocia il Rio delle Amazzoni o il Gange) o le precipitazioni (come quelle abbondanti nelle zone equatoriali). Questi infatti, insieme all'evaporazione e allo scioglimento dei ghiacciai, sono i fattori che più possono influenzare la concentrazione di sale nelle acque.

Le regioni rappresentate in nero invece sono quelle per le quali non esistono ancora dei dati. Le informazioni estrapolate dal satellite infatti sono da considerarsi ancora preliminari e con alcune incertezze, che verranno colmate dalle future osservazioni di Acquarius nei tre anni previsti di vita operativa.

Riferimenti: NASA - via Galileonet.it

Credits immagine: NASA/GSFC/JPL-Caltech

 
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