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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Quelle che, fino a questo momento, si pensavano essere le "detonazioni" più luminose dell’Universo.

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Si tratta di un tipo completamente diverso dalle supernovae conosciute, tanto da meritarsi una categoria a parte, creata da Robert Quimby e dal suo gruppo di astronomi del Californian Institute of Technology, cui va il merito della loro scoperta, raccontata su Nature.

Le supernovae sono esplosioni di stelle morenti o il risultato dello scontro tra due soli. Non passano inosservate perché liberano nell’Universo un’enorme quantità di luce, così intensa da eguagliare (anche se per poco tempo) la luminosità dell’intera galassia che le ospita. Gli astrofisici le classificano in diversi gruppi, a seconda del tipo di radiazione che emettono, rivelatore della composizione chimica. Questa carta di identità dipende dal decadimento radioattivo degli elementi generati durante l’esplosione, dello shock termico interno alla stella o dell’interazione tra la polvere stellare liberata durante l’esplosione e il materiale circostante. Il tipo Ia, per esempio, si ha quando vi è traccia di idrogeno e si verifica quando i resti di un sole morente succhia materiale da una stella compagna; il tipo II, che contiene idrogeno, si ha quando il core di una stella massiva collassa su se stesso. Al momento sembra che nessuno dei processi elencati possa però spiegare la formazione di queste nuove sei supernovae, che contengono ossigeno (e niente idrogeno) e liberano fasci di raggi ultravioletti per un tempo molto lungo. Secondo i ricercatori, questi dati si spiegherebbero solo in presenza di supernovae a grande raggio che si espandono ad altissima velocità.

Quimby ne ha individuate 4 tra il 2009 e il 2010, grazie al Telescopio Oschin sull’Osservatorio californiano del Monte Palomar. Le loro caratteristiche - la grande luminosità nonché la durata - gli avevano ricordato altre due strane esplosioni, osservate nel 2005 e nel 2006.

Dal momento che questa nuova classe di stelle in esplosione continua a emettere radiazione anche per anni, i ricercatori vogliono sfruttarle come fossero dei fari per illuminare gli angoli più remoti e primitivi delle galassie.

Credit immagine: Caltech/Robert Quimby/Nature - Riferimento: doi:10.1038/nature10095 - Fonte: wired.it

 
By Admin (from 07/09/2011 @ 14:00:53, in it - Osservatorio Globale, read 1242 times)

Mille secondi, ovvero 16 minuti e 40 secondi. Tanto è il tempo per il quale i ricercatori dell’ esperimento Alpha (Antihydrogen Laser Physics Apparatus) del Cern sono riusciti a catturare alcuni atomi di anti-idrogeno. “ Un’eternità”, secondo Joel Fajanas, membro dell’esperimento e docente di Fisica a Berkeley. Si tratta, infatti, di un record assoluto: un tempo 5mila volte superiore a quello raggiunto lo scorso novembre sempre dai ricercatori dell’Alpha. Ma soprattutto, come spiega Jeffrey Hangst, leader dello studio, è un intervallo abbastanza lungo per cominciare a studiare queste particelle. Questo risultato è stato presentato sulle pagine di Nature Physics insieme a un resoconto dettagliato di quanto ottenuto nel corso degli scorsi dodici mesi: 112 atomi di anti-idrogeno creati e catturati per un tempo variabile tra un quinto di secondo e mille secondi.

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Da quando, nel 2009, atomi di anti-idrogeno sono stati catturati per la prima volta (sono stati creati per la prima volta, sempre a Ginevra, nel 2002 ma si sono istantaneamente distrutti), la possibilità di studiare l’antimateria, postulata negli anni ’30 da Paul Dirac, si sta velocemente trasformando da sogno impossibile per appassionati di Star Trek e fantascienza, a realtà. Da allora, infatti, nel centro svizzero sono stati creati e catturati 309 atomi di anti-idrogeno. Ma il Cern con il suo Lhc non è il solo istituto occuparsi di antimateria: c’è anche il Relativistic Heavy Ion Collider (Rhic), negli Usa, dove lo scorso aprile è stato catturato l’antiatomo più pesante al mondo: l’antielio-4. Inoltre, non si può dimenticare Ams 02 (Alpha Magnetic Spectrometer), il cacciatore di antimateria che è appena arrivato sulla Stazione Spaziale Internazionale per catturare le particelle elementari nello Spazio.

Le particelle di antimateria sono, secondo il Modello Standard, il corrispettivo delle particelle di materia (elettroni, neutroni, protoni, ecc). Riprodurle in laboratorio non è più un problema per i fisici del Cern o di altri laboratori dotati di un acceleratore di particelle come il Large Hadron Collider. Grazie a questi strumenti, infatti, è lavoro di tutti i giorni creare anti-protoni che vengono poi mescolati con anti-elettroni o positroni (quelli della tomografia a emissioni di positroni) in una camera a vuoto, dove alcuni di questi si combinano per dare origine ad atomi di anti-idrogeno.

È qui che comincia il lavoro più complicato per i ricercatori. Queste particelle infatti si distruggono appena entrano in contatto con la materia, devono quindi essere catturate in complicate trappole: campi magnetici molto potenti e dalle maglie molto strette, chiamati bottiglie magnetiche.
Queste particelle sono create direttamente all’interno delle trappole e individuate semplicemente interrompendo il campo magnetico e registrando la loro distruzione, che provoca un lampo.

Anzi, come ricorda il Guardian, questo processo, chiamato annichilazione, trasforma le masse delle particelle in energia secondo la famosa equazione di Albert Einstein, E=mc 2. Un Kg di antimateria che entra in contatto con altrettanta materia provoca un’esplosione circa 3000 volte superiore a quella di Hiroshima.

L’obiettivo di Hangst e colleghi, tuttavia, non è creare esplosioni (anche se questo tipo di esperimenti affascina molto gli autori di Science Fiction), quanto condurre esperimenti sull’antimateria per stabilire se essa ubbidisce alle stesse leggi della fisica della materia, e per capire perché, rispetto a quest’ultima, sembra essere così poco presente nell’Universo, sebbene durante il Big Bang se ne dovrebbe essere creata una quantità uguale.

Come riportato su Nature Physics, i ricercatori hanno già cominciato a studiare gli anti-atomi misurandone la distribuzione dell’energia. “ Potrebbe non sembrare molto emozionante”, commenta Jonathan Wurtele, coautore dello studio, “ ma si tratta del primo esperimento mai condotto su anti-idrogeno intrappolato. Quest’estate speriamo di riuscire a misurare cambiamenti indotti dalle microonde sullo stato atomico degli anti-atomi”.

Fonte: wired.it

 
By Admin (from 05/09/2011 @ 11:00:14, in it - Osservatorio Globale, read 1970 times)

L’attivista David Icke, che mise in guardia sulla natura fittizia della “primavera araba” da quando iniziò e cioè ben 6 mesi fà, ha rispolverato un articolo del 3 agosto 1981, intitolato: “Un piano per rovesciare Gheddafi “.

‘I dettagli del piano erano imprecisi, ma sembrava essere una classica campagna di destabilizzazione della CIA. Un elemento per portare a termine la missione era un programma di “disinformazione”, progettato per mettere in imbarazzo Gheddafi e il suo governo. Un altro era la creazione di un “governo di opposizione” che sfidasse la sua pretesa di leadership nazionale. Un terzo – potenzialmente più rischioso – era una campagna paramilitare, probabilmente composta da cittadini libici delusi, di far saltare ponti, condotta su scala ridotta attraverso operazioni di guerriglia per dimostrare che a Gheddafi si opponeva una forza politica indigena “.
….

Ovviamente questo piano è stato eseguito alla lettera, con la necessaria aggiunta di un intervento della NATO per salvare quei “paramilitari” citati nello spezzone sopra, dalle forze di sicurezza libiche – un piano di emergenza esplicitamente enunciato in un altro report dal titolo “Which Path to Persia?”, creato dalla Brookings Institution e sovvenzionata da Wall Street e da Londra.


Usare la forza militare per assistere le rivoluzioni popolari, pagina 109-110 (pagine 122-123 del pdf): “Di conseguenza, se gli Stati Uniti riuscissero mai ad innescare una rivolta contro il regime dei mullah, Washington potrebbe essere costretta ad intervenire fornendo una qualche forma di sostegno militare per evitare che Teheran la schiacci.” ” Questo requisito implica che una rivoluzione popolare in Iran non sembrerebbe adattarsi al modello delle “rivoluzioni di velluto” che si sono verificate altrove. Il punto è, che il regime iraniano non accetterà tranquillamente questa “buonanotte”, come invece, è accaduto con tanti regimi dell’Est europeo, potrebbe scegliere di combattere fino alla morte. In tali circostanze, se non c’è assistenza esterna militare per i rivoluzionari, potrebbero non solo perdere la battaglia, ma essere anche massacrati.
Di conseguenza, se gli Stati Uniti perseguono questa politica, Washington dovrà prendere in considerazione questa possibilità. Ci sono anche altri interessanti dettagli nei piani: è necessario includere sistemi per indebolire l’esercito iraniano, o indebolire la volontà dei leader del regime, oppure che gli Stati Uniti siano pronti ad intervenire per sconfiggere definitivamente il regime “.

….

La campagna di disinformazione è iniziata in febbraio, come risaputo sono state dette molte falsità al pubblico, sia per quanto riguarda la natura della rivolta sia per quanto riguarda la reazione del governo libico ad essa. Mentre i carri solcavano le strade libiche, e i jet volavano nei cieli la battaglia si faceva più dura e i mercenari di Al Qaeda mossero guerra contro l’esercito libico, i media corporativi in tandem con gli stati membri della NATO si preparavano ad intervenire, ritraendo una rivolta costituita da attivisti pacifici che venivano crivellati dai colpi delle mitragliatrici e bombardati dagli aerei. Ci sono ora le prove che confermano che tali atrocità non sono mai avvenute, ma l’Onu citando questa DISinformazione ha autorizzato l’intervento della NATO.

La natura stessa dei ribelli Bengasi è stata presentata in maniera ingannevolmente al pubblico. In realtà, erano una miscellanea di estremisti e mercenari, molti dei quali avevano combattuto di recente in Iraq e in Afghanistan contro le forze Usa. Questi mercenari, pagati dalla CIA e dall’MI6 negli ultimi 30 anni (vedi linea del tempo), vengono raffigurati come “una forza politica indigena” di opposizione al governo libico. Recentemente è stato rivelato che il comandante dei ribelli che hanno tentato la conquista di Tripoli altro non è che Abdelhakim Belhadj, una pedina di Al Qaeda che venne precedentemente catturato in Malesia, torturato dalla Cia a Bangkok, in Thailandia nel 2003, prima di saltar fuori di nuovo in Libia dove sta ora combattendo per conto della NATO.

Un’altra via in cui è stata propagata disinformazione è stato il tentativo di rappresentare Gheddafi come un pazzo vagabondo che, nonostante la denigrazione, si rivelò essere uno dei pochi capi di stato “sinceri” sul conflitto che assediava la sua nazione. Dalle sue prime dichiarazioni sul fatto che la rivolta fosse fomentata dall’esterno e che fosse coinvolta Al Qaeda, alle affermazioni ormai certe del fatto che la ribellione servisse per inaugurare una nuova occupazione straniera assieme alla depredazione delle risorse della Libia, aveva colto nel segno.

Quello a cui stiamo assistendo in Libia è una di aggressione orchestrata da finanziatori/capi corporativi per i loro interessi. Hanno cospirato apertamente sul fatto di effettuare una campagna di conquista militare ed economica in tutto il Medio Oriente (e oltre), includendo il Nord Africa e specificamente anche la Libia. Dal discorso di Wesley Clark nel 2007, all’articolo del Newsweek del 1981, ci sono state consegnate delle confessioni firmate sul fatto che sono i “nostri” governi i veri nemici da cui l’umanità si deve liberare, mascherano la loro agenda con la sottile patina della giustificazione morale. Ancora una volta, dobbiamo impegnarci ad individuare  i veri interessi che hanno messo in moto questo conflitto, guardando dietro i leader militari e politici meri esecutori della “politica internazionale.”

Fonte: prisonplanet.com & neovitruvian.wordpress.com

 

Lo ha scoperto Christofer Adams, endocrinologo dell’Università dello Iowa, che descrive sulle pagine di Cell Metabolism come questa sostanza sia capace anche di ridurre i lipidi, i livelli di zucchero nel sangue, il colesterolo e i trigliceridi.

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“L’atrofia muscolare è piuttosto comune e colpisce soprattutto persone malate o anziane”, ha dichiarato Adams. “E non esiste un trattamento”. Per questo il ricercatore ha cominciato a studiare l’attività dei geni che sovraintendono allo sviluppo muscolare nei pazienti affetti da questa patologia, usando queste informazioni per individuare una sostanza chimica in grado di bloccare il processo. Da questa analisi è emerso il ruolo interessante dell’acido ursolico.

Da qui la decisione di somministrare questa sostanza a topi di laboratorio. L’esperimento ha dato i risultati sperati: negli animali trattati è aumentata sia la massa sia la forza del muscolo. “Questo accade perché l’acido ursolico agisce direttamente su due degli ormoni che partecipano alla costruzione muscolare: l’insulina e il fattore di crescita insulino-simile (IGF1)”, ha precisato Adams. Lo sviluppo della massa muscolare non ha causato un aumento del peso corporale; si sono invece registrati una riduzione dei lipidi grasso e un abbassamento dei livelli di glucosio, colesterolo e trigliceridi nel sangue.

Fonte: galileonet.it

 

Ma oggi questa ipotesi sembra finalmente essere più reale. Il merito è di alcuni ricercatori del Columbia University Medical Center e del loro lavoro su una molecola che agisce sui recettori dell'acido retinoico (RAR), sostanza in grado di interferire con il processo di spermatogenesi, che potrebbe diventare il primo anticoncezionale orale non steroideo maschile a basso dosaggio. I risultati del loro studio sono stati pubblicati su Endocrinology.

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Che la carenza di vitamina A negli uomini provochi sterilità è un fatto noto. In particolare, i ricercatori della Columbia avevano già dimostrato che manipolando il sistema dei recettori dell'acido retinoico si poteva interferire con la genesi dello sperma. Studiando la letteratura su questo argomento gli scienziati si sono imbattuti in un ritrovato della Bristol-Myers Squibb per il trattamento della pelle e delle malattie infiammatorie: BMS-189453, questo il nome della molecola, era stata però abbandonata dalla multinazionale farmaceutica perché causava mutamenti nel testicolo, tanto da essere definita “tossina testicolare”. Proprio quegli stessi mutamenti che Debra Wolgemuth, coordinatrice dello studio, aveva osservato nel suo laboratorio. "Siamo stati incuriositi dal fatto che quella che era una tossina per qualcuno poteva essere un contraccettivo per un'altra persona," ha detto Debra Wolgemuth, coordinatrice dello studio.

Così Wolgemuth e il suo team hanno testato il farmaco su topi di laboratorio e hanno osservato che le modifiche del testicolo riscontrate nel corso degli esperimenti condotti da BMS sono simili a quelle causate dalla carenza di vitamina A e dalla perdita della funzione di un recettore dell'acido retinoico, il RARalpha. Ma il passo decisivo è stato fatto somministrando il farmaco a un basso dosaggio per un periodo di 4 settimane: gli animali così trattatati hanno sviluppato una sterilità reversibile. La reversibilità è una componente essenziale per un contraccettivo, la sua azione infatti deve essere limitata nel periodo compreso dall’inizio della somministrazione alla sospensione del farmaco.

Uno dei vantaggi di un anticoncezionale non-steroideo, dicono inoltre i ricercatori, è evitare gli effetti collaterali dei farmaci a base di ormoni, tra cui il rischio di malattie cardiovascolari e di iperplasia prostatica benigna, oltre ad un calo della libido. "Non abbiamo osservato alcun effetto collaterale e, finora, i topi sembrano accoppiarsi senza problemi", ha affermato Wolgemuth.

"Un ulteriore vantaggio del nostro composto è che può essere assunto per via orale come una pillola, evitando il processo di iniezione. Sembra anche avere un effetto molto rapido sulla produzione di spermatozoi e di un recupero ancora più rapido quando si vuole tornare alla fertilità", ha dichiarato Sanny Chung, ricercatore associato presso il Columbia University Medical Center. Ma perche l'ipotesi del pillolo diventi veramente realtà i ricercatori devono ancora dimostrare che il farmaco è sicuro, efficace e reversibile anche se usato per anni.

Fonte: galileonet.it

 

Questa la denuncia che arriva da un rapporto sullo stato della repressione su Internet presentato all'Assemblea generale dell'Onu da Frank La Rue, esperto indipendente del Consiglio sui diritti umani.

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Il web rientra già a pieno titolo tra i mezzi d'informazione il cui libero accesso è sancito dall'articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Tuttavia, dal rapporto di La Rue sono emersi dei dati allarmanti: negli ultimi anni, infatti, sono aumentate le forme di violenza e repressione illegittime esercitate da parte di regimi autoritari e monopoli privati ai danni dei due miliardi di utenti connessi a internet.

Le misure restrittive che limitano la libertà di espressione sul web vengono spesso invocate dagli Stati con il pretesto di contenere l'insorgenza di movimenti terroristici. In questo modo, i blocchi e i filtri a internet vengono imposti dai governi facendo ricorso a leggi fuori dall'ordinario, ovvero dei provvedimenti che azzerano i diritti civili per perseguire un'idea di 'sicurezza nazionale' alquanto distorta. “In molti Stati, la libertà di espressione online viene ancora criminalizzata” – ha spiegato La Rue – “e lo dimostra il fatto che nel 2010 siano stati imprigionati più di 100 blogger. I governi, inoltre, fanno ricorso a tecnologie sempre più sofisticate per bloccare contenuti del web e monitorare e identificate attivisti e dissidenti politici”.

Proprio per combattere questo crescente ricorso a norme liberticide, il rapporto La Rue ha invocato la necessità di ridurre al minimo gli atti di censura tout court sul web. Le uniche eccezioni dovrebbero essere regolate in base a norme internazionali che mirino a punire e contrastare episodi di conclamata gravità. Si parla quindi di perseguire casi di pedopornografia, grave diffamazione e istigazione all'odio razziale e al genocidio.

Non mancano, poi, importanti riferimenti di La Rue al ruolo dei privati nella gestione dei contenuti online. Secondo il rapporto, aziende come Google, Facebook o i gestori del traffico online non dovrebbero mai avere il potere di censurare la libertà di espressione dei propri utenti. Tutti i loro interventi dovrebbero essere, cioè, legittimati da una decisione giudiziaria indipendente dai poteri politici.

Nonostante tutto, non sempre la legge è dalla parte dei cittadini. Due paesi democratici come Francia e Inghilterra hanno recentemente approvato delle leggi che consentono di sospendere per un anno la connessione a Internet a tutti coloro che scaricano musica e film da siti pirata. Una decisione forse eccessiva che, nel tutelare i diritti d'autore di un privato, arriva a punire i cittadini limitandone la libertà di espressione.

Come hanno dimostrato le rivoluzioni nel Maghreb, il web è diventato il primo mezzo di comunicazione attraverso cui le persone possono ancora esprimere liberamente le proprie opinioni. I servizi di social networking hanno permesso di bypassare i canali di informazione controllati e filtrati dai regimi autoritari, dando così voce agli oppressi. Dall'altra parte c'è, invece, il caso della Cina, dove Google aveva accettato di censurare molti dei contenuti visualizzabili sul suo motore di ricerca.

Proprio per questo motivo, secondo La Rue, la tutela della libertà di espressione non può essere lasciata nelle mani dei privati e l'accesso a Internet dovrebbe diventare, a tutti gli effetti, un diritto inalienabile dell'uomo, come già è stato sancito da paesi come Finlandia, Estonia e Costa Rica.

Fonte: galileonet.it

 

“Un’eternità”, secondo Joel Fajanas, membro dell’esperimento e docente di Fisica a Berkeley. Si tratta, infatti, di un record assoluto: un tempo 5mila volte superiore a quello raggiunto lo scorso novembre sempre dai ricercatori dell’Alpha. Ma soprattutto, come spiega Jeffrey Hangst, leader dello studio, è un intervallo abbastanza lungo per cominciare a studiare queste particelle. Questo risultato è stato presentato sulle pagine di Nature Physics insieme a un resoconto dettagliato di quanto ottenuto nel corso degli scorsi dodici mesi: 112 atomi di anti-idrogeno creati e catturati per un tempo variabile tra un quinto di secondo e mille secondi.

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Da quando, nel 2009, atomi di anti-idrogeno sono stati catturati per la prima volta (sono stati creati per la prima volta, sempre a Ginevra, nel 2002 ma si sono istantaneamente distrutti), la possibilità di studiare l’antimateria, postulata negli anni ’30 da Paul Dirac, si sta velocemente trasformando da sogno impossibile per appassionati di Star Trek e fantascienza, a realtà. Da allora, infatti, nel centro svizzero sono stati creati e catturati 309 atomi di anti-idrogeno. Ma il Cern con il suo Lhc non è il solo istituto occuparsi di antimateria: c’è anche il Relativistic Heavy Ion Collider (Rhic), negli Usa, dove lo scorso aprile è stato catturato l’antiatomo più pesante al mondo: l’antielio-4. Inoltre, non si può dimenticare Ams 02 (Alpha Magnetic Spectrometer), il cacciatore di antimateria che è appena arrivato sulla Stazione Spaziale Internazionale per catturare le particelle elementari nello Spazio.

Le particelle di antimateria sono, secondo il Modello Standard, il corrispettivo delle particelle di materia (elettroni, neutroni, protoni, ecc). Riprodurle in laboratorio non è più un problema per i fisici del Cern o di altri laboratori dotati di un acceleratore di particelle come il Large Hadron Collider. Grazie a questi strumenti, infatti, è lavoro di tutti i giorni creare anti-protoni che vengono poi mescolati con anti-elettroni o positroni (quelli della tomografia a emissioni di positroni) in una camera a vuoto, dove alcuni di questi si combinano per dare origine ad atomi di anti-idrogeno.

È qui che comincia il lavoro più complicato per i ricercatori. Queste particelle infatti si distruggono appena entrano in contatto con la materia, devono quindi essere catturate in complicate trappole: campi magnetici molto potenti e dalle maglie molto strette, chiamati bottiglie magnetiche.
Queste particelle sono create direttamente all’interno delle trappole e individuate semplicemente interrompendo il campo magnetico e registrando la loro distruzione, che provoca un lampo.

Anzi, come ricorda il Guardian, questo processo, chiamato annichilazione, trasforma le masse delle particelle in energia secondo la famosa equazione di Albert Einstein, E=mc 2. Un Kg di antimateria che entra in contatto con altrettanta materia provoca un’esplosione circa 3000 volte superiore a quella di Hiroshima.

L’obiettivo di Hangst e colleghi, tuttavia, non è creare esplosioni (anche se questo tipo di esperimenti affascina molto gli autori di Science Fiction), quanto condurre esperimenti sull’antimateria per stabilire se essa ubbidisce alle stesse leggi della fisica della materia, e per capire perché, rispetto a quest’ultima, sembra essere così poco presente nell’Universo, sebbene durante il Big Bang se ne dovrebbe essere creata una quantità uguale.

Come riportato su Nature Physics, i ricercatori hanno già cominciato a studiare gli anti-atomi misurandone la distribuzione dell’energia. “ Potrebbe non sembrare molto emozionante”, commenta Jonathan Wurtele, coautore dello studio, “ ma si tratta del primo esperimento mai condotto su anti-idrogeno intrappolato. Quest’estate speriamo di riuscire a misurare cambiamenti indotti dalle microonde sullo stato atomico degli anti-atomi”.

Fonte: galileonet.it - Riferimenti: wired.it

 

Ma da qualche anno, complice l’innalzamento della temperatura, ha varcato le Colonne d’Ercole del Canale di Suez, e dal Mar Rosso ha colonizzato il Mediterraneo orientale: oggi si trova di frequente, anche vicino riva, nei pressi dell’isola di Rodi, sulle coste turche, egiziane e israeliane.

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Non bisogna lasciarsi trarre in inganno dalla sua espressione un po’ assente. L’animale in questione è pericolosissimo: perché il suo organismo produce una sostanza altamente tossica (tetrodotossina) in grado di provocare paralisi muscolari, fino alla morte, anche nella specie umana.

Quella del Lagocephalus è solo una delle oltre 900 specie aliene provenienti da habitat più caldi che stanno lentamente prendendo piede anche nel mare nostrum. Dell’avanzata tropicale fanno parte, per esempio, anche il barracuda o il pesce flauto (Fistularia commersonii). Un’invasione biologica che ha gravi conseguenze anche a livello della catena alimentare di piante e pesci locali, che ne risulta sconvolta, soprattutto quando gli invasori sono velenosi o carnivori, e diventano specie dominanti rispetto a quelle indigene. Lo conferma uno studio condotto nell’arco di quattro anni lungo le zone costiere dell’isola di Rodi da Stefan Kalogirou, del dipartimento di ecologia marina dell’Università di Goteborg.

Purtroppo, ammette Kalogirou, non è semplice definire nel breve periodo quali potrebbero essere le reali ripercussioni sul territorio: studi del genere hanno bisogno di essere valutati sul lungo periodo, e fino ad ora nessuno ha dato troppa importanza a questi fenomeni in atto nel Mediterraneo. Così il ricercatore, oltre a interpretare gli effetti di questi fenomeni, lancia un monito a livello europeo sull’importanza della valutazione dell’impatto ambientale di queste nuove specie, la cui presenza, oltre ad interferire sul presente ecosistema, potrebbe ripercuotersi sullo sviluppo socioeconomico delle popolazioni costiere.

Fonte: galileonet.it

 

La manovra economica in corso di approvazione da parte del governo richiede sacrifici ai cittadini e aumenterà la pressione fiscale. Il momento di difficoltà dei conti pubblici ha fatto tornare di attualità un dibattito che ciclicamente si ripresenta nell’opinione pubblica italiana: quello riguardo i benefici economici che lo Stato assicura alla Chiesa cattolica attraverso riduzioni delle imposte e diverse altre forme di contributi. Negli ultimi giorni ne hanno parlato Beppe Severgnini, Massimo Gramellini sulla Stampa e Filippo Facci su Libero. Se n’è parlato meno nel mondo politico con l’eccezione dei Radicali, che intendono presentare un emendamento alla manovra per eliminare l’esenzione dal pagamento dell’ICI dei beni ecclesiastici. Cerchiamo di capire di che cosa stiamo parlando.

Le agevolazioni fiscali

La Chiesa cattolica usufruisce di forti agevolazioni fiscali, motivate soprattutto dalle finalità assistenziali, sanitarie o educative di alcune sue attività. Ad esempio l’IRES, l’imposta sul reddito delle società introdotta nel 2003 al posto di un’imposta precedente, è ridotta del 50 per cento per tutti gli enti che hanno un fine di assistenza, beneficenza e istruzione (non solo quelli riconducibili alla Chiesa, dunque).

Quello che la Chiesa non paga

foto: CESAR MANSO/AFP/Getty Images

La Chiesa cattolica italiana non ha mai pagato l’ICI (Imposta Comunale sugli Immobili) sui beni immobiliari che utilizzava per fini non commerciali, come previsto già dal decreto legislativo che introdusse la tassa nel 1992 e con un risparmio per la Chiesa che venne stimato dall’associazione dei comuni italiani in diverse centinaia di milioni di euro l’anno. Quanto agli immobili utilizzati per attività commerciali, la questione è stata oggetto di diversi pronunciamenti giuridici e di modifiche legislative nel corso degli anni: a partire dal 2005, la legge ha previsto l’esenzione tout court per tutti gli immobili. Questa decisione, presa dal governo Berlusconi a pochi mesi dallo scioglimento delle camere e all’inizio della campagna elettorale, fece molto discutere. Nel 2007 il governo Prodi limò la normativa, prevedendo che l’esenzione dell’ICI si potesse applicare solo agli immobili dalle finalità “non esclusivamente commerciali”. Quell’avverbio – “esclusivamente” – ha permesso alla Chiesa di usufruire dell’esenzione anche per strutture turistiche, alberghi, ospedali, centri vacanze, negozi: è sufficiente la presenza di una cappella all’interno della struttura. Il risparmio annuo per la Chiesa – e la perdita netta, per il fisco italiano – si avvicina ai due miliardi di euro. La legge in questione è da tempo oggetto di indagini da parte dell’Unione Europea.

Ci sono inoltre diverse altre agevolazioni fiscali di minor rilievo. Le merci dirette dall’estero alla Città del Vaticano e a tutti gli uffici vaticani del territorio italiano sono esenti da imposte doganali e daziarie. I lavoratori italiani che lavorano in società con sede in Vaticano, anche se la loro sede di lavoro è in territorio italiano, non pagano l’IRPEF (la tassa sul reddito delle persone fisiche).

L’otto per mille e gli altri finanziamenti alla Chiesa cattolica

Oltre alle esenzioni fiscali che abbiamo elencato, lo Stato italiano dà direttamente o indirettamente molti fondi alla Chiesa cattolica per le sue attività religiose, caritative e educative.

Il principale strumento è quello dell’otto per mille: lo Stato italiano decise, con la legge 222 del 1985, di destinare l’otto per mille del gettito raccolto tramite l’IRPEF “in parte, a scopi di interesse sociale o di carattere umanitario a diretta gestione statale e, in parte, a scopi di carattere religioso a diretta gestione della Chiesa cattolica” a partire dall’anno fiscale 1990. Negli anni successivi, altre confessioni religiose hanno firmato intese con lo Stato italiano, e oggi tutti i singoli cittadini (non quindi enti o aziende) che presentano la dichiarazione dei redditi possono scegliere di esprimersi sulla destinazione dell’otto per mille dell’IRPEF scegliendo tra sette opzioni: lo Stato italiano, la Chiesa cattolica, l’Unione delle Chiese cristiane avventiste del Settimo giorno, le Assemblee di Dio in Italia, l’Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi, la Chiesa Evangelica Luterana in Italia oppure l’Unione Comunità Ebraiche Italiane.

Circa il 40 per cento dei cittadini decide a chi destinare l’otto per mille, e tra questi più dell’80 per cento sceglie la Chiesa cattolica. Chi dice esplicitamente che intende destinare l’otto per mille alla Chiesa cattolica è insomma circa un terzo dei contribuenti. C’è un però: stando alla legge, non è il singolo contribuente a decidere a chi destinare la sua quota di IRPEF ma è lo Stato che consulta i cittadini – facendo quindi una sorta di “sondaggio” – per decidere a chi dare l’otto per mille del gettito dell’IRPEF. In questo modo alla Chiesa cattolica va l’80 per cento di tutto l’otto per mille, non solo di quelli che l’hanno dichiarato esplicitamente: una cifra che si aggira intorno al miliardo di euro l’anno. Come dichiara la stessa Chiesa cattolica, più di un terzo della cifra viene utilizzato per pagare gli “stipendi” dei sacerdoti, mentre agli “interventi caritativi” va circa un quarto del totale. Le modalità di destinazione dell’otto per mille e il suo impiego da parte della Chiesa sono stati spesso oggetto di discussione e polemiche.

Altri fondi che lo Stato versa a vario titolo alla Chiesa cattolica o per finanziare attività confessionali cattoliche sono: i sovvenzionamenti statali alle scuole private confessionali; gli stipendi degli insegnanti di religione cattolica nelle scuole pubbliche; altre agevolazioni, una delle più curiose delle quali è forse la fornitura idrica gratuita alla Città del Vaticano, prevista dall’articolo 6 del Trattato tra il Vaticano e il Regno d’Italia del 1929 (accordo non toccato dalla revisione del Concordato del 1985).

Fonte: ilpost.it

 

Tra le misure adottate dal governo nell’ambito dell’ultima manovra c’è anche l’accorpamento al venerdì o al lunedì delle festività civili cadenti durante la settimana. Non verranno invece toccate le festività religiose. In tal modo, le ricorrenze fondanti la nostra società, quelle in cui tutti sono chiamate a riconoscersi (25 aprile, 1 maggio, 2 giugno), passano in seconda fila rispetto a festività che sono tali sono solo per una parte della società, quella che si riconosce nella confessione cattolica.

Per la verità, il decreto legge sembra lasciar intendere che le festività religiose non siano state toccate soltanto in quanto sono state introdotte «con legge dello Stato  conseguente ad accordi con la Santa Sede». Il governo ha dunque finalmente ammesso, quantomeno implicitamente, che il Concordato ostacola la libertà d’azione dello Stato italiano. Ma par di capire che ben difficilmente avrà il coraggio di revocarlo unilateralmente, o di ridurre i miliardi di euro che lo Stato eroga ogni anno alla Chiesa cattolica.

L’UAAR, conscia di ciò, si rivolge direttamente alle gerarchie ecclesiastiche, tanto solerti a intervenire quando si tratta di difendere i diritti dei cittadini economicamente più svantaggiati, e le invita a decidere di loro iniziativa di fare la propria parte. Non chiede loro di rinunciare ai soldi che riceve dallo Stato, ma di offrire al governo il proprio assenso affinché, nel 2012, siano alcune festività religiose, e non quelle civili, a essere oggetto di accorpamento. L’UAAR è certa che, anche in un momento difficile come questo, la Chiesa cattolica saprà essere vicina alle difficoltà dei cittadini italiani.

Fonte: UAAR.it

 
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