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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

La delibera AGCOM sul diritto d'autore è al giro di boa: la battaglia sembra persa per gli attivi dei diritti digitali. Venerdì le parti si sono incontrate ma non sono giunte ad alcun compromesso. O meglio, secondo Luca Nicotra di Agorà Digitale il Garante avrebbe fretta di chiudere la partita per questioni prettamente politiche e di lobbying.

Com'è risaputo entro il 6 luglio il Garante delle Comunicazioni approverà la tanto contestata delibera sul diritto d'autore. Una sorta di regolamento che consentirà la cancellazione e l'inibizione di siti Internet (amatoriali e commerciali, compresi blog) sospettati di violare il diritto d’autore mediante il blocco dell'indirizzo IP o del Domain Name Systems.

Presidente AGCOM Calabrò

I difetti di questa iniziativa, rilevati per lo più dagli esperti giuristi del Web, sono molti. Il primo è che l'AGCOM diventa di fatto una sorta di poliziotto: interviene se le richieste di rimozione di un titolare di copyright non vengono esaudite (dal sito) entro 48 ore. Ecco quindi scattare "una breve verifica in contraddittorio con le parti da concludere entro cinque giorni". In caso di esito negativo l'AGCOM dispone la rimozione e per i siti stranieri volendo anche "l’inibizione del nome del sito web […] ovvero dell’indirizzo Ip, analogamente a quanto già avviene per i casi di offerta, attraverso la rete telematica, di giochi, lotterie, scommesse o concorsi in assenza di autorizzazione, o ancora per i casi di pedopornografia".

"Saremo l'esperimento più avanzato di censura del nuovo millennio. È questo il baratro in cui stanno lanciando il sistema dell'informazione italiana", ha tuonato Nicotra. 

"Calabrò non si era preparato un discorso o una parte da recitare. Non ha provato a contrapporre argomentazioni alle nostre, che ignari, siamo subito partiti, ordinati come scolaretti, a spiegare pacatamente le nostre posizioni e le nostre critiche", ha raccontato Nicotra dell'incontro con il presidente AGCOM.

"Calabrò ha deciso di mettere in scena il potere che non deve giustificarsi, che può dire beffardamente, quasi ingenuamente Speriamo di no mentre gli spieghiamo l'inferno di decine di migliaia di richieste di rimozione di contenuti da cui saranno sommersi. Sarà il far west, con un approssimazione totale nella decisione di rimuovere o chiudere siti web, e decine, centinaia forse migliaia di contenuti innocenti e abusi del sistema. È questa l'ovvio risultato della censura. È questo il motivo per cui non è mai accettabile in democrazia".

Spaghetti Western, manca solo Sergio Leone

"Chissà com'eravamo buffi agli occhi di Calabrò quando gli abbiamo chiesto conto del fatto che senza preavviso aveva rimosso Nicola D'Angelo, l'unico commissario che aveva promesso una lotta fino all'ultimo per evitare un sistema di censura così pervasivo. Eravamo buffi e gli abbiamo ispirato una sorta di barzelletta: Mi avevano informato - ci ha detto sorridendo - che D'Angelo voleva dimettersi. E allora l'ho dimesso io, il giorno prima. Cosa potevamo rispondere noi di fronte a questo?", continua Nicotra facendo riferimento al licenziamento di Nicola D'Angelo.

"L'Italia sarà un esperimento, noi saremo un esperimento. Possiamo fermarci? ha chiuso Calabrò, e senza motivazione, e anzi contraddicendo quanto aveva appena detto circa la complessità della materia si è risposto No, dobbiamo chiudere subito, dobbiamo chiudere entro l'estate".

Insomma, il dibattito è stato ridotto ai minimi termini e secondo Nicotra la questione è semplice. "Si teme che presto l'aria politica fuori e dentro Agcom non sarà così favorevole. Forse non ci sarà la stessa protezione dei grandi soggetti dominanti il mercato dei media e non sarà così facile spianare la strada ai progetti di conquista che il sistema mainstream ha sull'informazione online. E allora bisogna fare in fretta, raccogliere tutto il possibile in tempi brevi", sottolinea l'esperto.

"E allora che importa se ci avevano assicurato che ci sarebbe stato un nuovo incontro con tutti i soggetti interessati per discutere i risultati della consultazione pubblica? Che importa se ci avevano rassicurato che il regolamento, nella sua forma definitiva sarebbe anch'esso entrato nuovamente in consultazione permettendo un ampio dibattito? Che importa mentire e mentire pubblicamente? Che importa? Hanno tagliato tutto perché hanno una fretta terribile. Se mamma televisione impone che il Web italiano debba essere forgiato in questo modo, Agcom e Calabrò obbediscono".

Pare che un funzionario AGCOM abbia sussurrato a Nicotra e il resto del gruppo del "Libro bianco su diritti d'autore e diritti fondamentali nella rete Internet" un ultimo messaggio da lasciare ai posteri.

"Ma è possibile che qui sotto vengano a protestare per ogni stronzata e ora, che stanno per portare una censura infernale in Italia non c'è un cane che venga a dire qualcosa?".

Fonte: tomshw.it

 

Che fare con gli ultimi esemplari di un virus letale che solo nello scorso secolo ha causato la morte di oltre 400 milioni di persone? Distruggerli definitivamente o conservarli perchè "non si sa mai"? La risposta a questa domanda è meno ovvia di quanto a prima vista potrebbe apparire e da oltre 15 anni sta tenendo impegnati gli esperti dell’ Organizzazione Mondiale della Sanità.

Vaiolo

Provette letali

Il protagonista di questa storia è il vaiolo, o meglio le ultime provette contenenti il virus che al momento sono conservate, e ben protette, nelle stanze blindate del Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta e in un centro sanitario della Siberia.

Completamente debellato alla fine degli anni ‘70 grazie a una capillare campagna di vaccinazione di massa durata un decennio, il vaiolo è stato ufficialmente dichiarato sconfitto dall’OMS nell’inverno del 1979. Da allora le autorità dei paesi in via di sviluppo, in assoluto i più colpiti da questo devastante flagello, premono perchè anche gli ultimi campioni conservati nei laboratori vengano eliminati. Il loro timore è quello di una fuga del virus che potrebbe sfociare in nuove pericolose epidemie.
E in effetti le autorità sanitarie internazionali avevano deciso di procedere con la soppressione del virus già nel 1996. La "condanna" fu sospesa all’ultimo momento su richiesta di molti paesi, Russia e USA in testa, che sostenevano l'opportunità di conservare alcuni esemplari del virus per studiare nuovi vaccini e nuove cure, utili in caso di improvvise recrudescenze della malattia.

All’OMS l’ardua sentenza

L'unica altra malattia ad essere stata ufficialmente debellata dal pianeta è la peste bovina, una specie di morbillo altamente contagioso che colpisce e stermina i ruminanti.
La decisione ufficiale sulla sorte dei campioni di vaiolo è attesa per il prossimo mese di maggio: Russia e Stati Uniti sembrano in realtà propensi a conservare i campioni del virus, ritenendoli indispensabili per la ricerca e per produrre antidoti e medicinali in caso di scellerati attacchi con armi biologiche base di vaiolo.

Vaccinati è meglio

Lo scorso agosto un team di ricercatori dell’ UCLA ha presentato alla comunità scientifica internazionale gli inquietanti risulatati di uno studio secondo il quale la fine delle vaccinazioni antivaiolose nei paesi africani, ha coinciso con un esponenziale aumento di casi vaiolo delle scimmie, una malattia esotica provocata da un virus del genere Orthopoxvirus, simile al Variola (il virus del vaiolo) e al Vaccinia (il virus utilizzato nel vaccino del vaiolo).
Questa malattia causa gravi eruzioni cutanee, febbre, dolori di testa e, nei casi più gravi, cecità e morte. Al momento non è curabile: a dispetto del nome, si contrae dalle principamente dai roditori e chi ne è colpito può solo sperare di sopravvivere. La più grave epidemia recente si è registrata in Congo nel 1997.

Fonte: Focus.it

 

Cos’hanno in comune un russo, un cinese, un finladese, un boliviano e un italiano? Non è l’inizio di una barzelletta, ma la sintesi di un recente studio sull’evoluzione delle lingue secondo il quale gli oltre 6000 idiomi parlati oggi nel mondo deriverebbero tutti da un’unica lingua ancestrale parlata in Africa dai nostri antichi progenitori tra i 50.000 e 70.000 anni fa.

 

Secondo Quentin Atkinson, docente di psicologia evolutiva presso l’Università di Auckland (Nuova Zelanda) e autore della ricerca, circa 50.000 anni fa i nostri antenati africani ebbero un improvvisa evoluzione culturale e comportamentale: diedero vita alle prime forme di arte rupestre, iniziarono a costruire i primi manufatti di osso e misero a punto attrezzi da caccia relativamente sofisticati.
Secondo gli esperti questo exploit può essere attribuito alla nascita della prima forma di linguaggio complesso, elemento indispensabile alla formulazione di pensieri astratti.

Più è meglio

Atkinson ha formulato la sua tesi mutuando dalla genetica un processo noto come "effetto del fondatore" secondo il quale in una popolazione nata da un piccolo gruppo di individui fuoriusciti da un gruppo molto più grande, si assiste a una progressiva riduzione della variabilità e della complessità genetica. E quindi della ricchezza evolutiva.
Secondo lo scienziato questo modello può essere applicato ai fonemi, i suoni elementari alla base di una lingua: Atkinson ha analizzato oltre 504 lingue e dialetti parlati oggi nel mondo e ha scoperto che mentre quelli più ricchi di fonemi si trovano in Africa, quelli più poveri sono in Sud America e in alcune isole del Pacifico.
I risultati di Atkinson sono coerenti con le più recenti ipotesi secondo le quali il Continente Nero sarebbe stato la culla del genere umano sviluppatosì lì circa 200.000 anni fa. Poi, tra i 50.000 i 70.000 anni fa, un piccolo gruppo dei nostri progenitori si sarebbe spostato colonizzando il resto del mondo e dando vita alle popolazioni non africane.
E così come l’effetto del fondatore incide sulla popolazione che si separa rendendola più debole, allo stesso modo i primi uomini che hanno lasciato l’Africa hanno probabilmente dovuto pagare uno scotto notevole, in termini di complessità e diversità culturale.

Dall’Africa con furore

Secondo un’altra teoria, nota come "ipotesi multiregionale", le prime forme di uomo nate in Africa si sarebbero lentamente evolute fino alla forma moderna nelle diverse aree dell’ Europa. E allo stesso modo le lingue sarebbero nate e si sarebbero sviluppate indipendentemente una dall’altra.

Fonte: Focus.it

 

Sei di destra o di sinistra? In questo periodo è una domanda piuttosto difficile, che metterebbe in imbarazzo non poche persone, primi tra tutti gli stessi politici.
Eppure secondo una recente ricerca dello University College di Londra, l'orientamento politico di ciascuno di noi è scritto in maniera molto chiara nel nostro cervello.

destra e sinistra

Le dimensioni contano

Ryota Kanai e i suoi colleghi hanno condotto uno studio su 90 volontari ai quali è stato chiesto di descriversi come liberali o conservatori utilizzando una scala di valori compresa tra 0 e 5. Gli scienziati hanno poi analizzato le loro strutture cerebrali e hanno scoperto che chi si dichiara liberale tende ad avere una corteccia cingolata anteriore più sviluppata, mentre i conservatori hanno un'amigdala più grande.

In passato i ricercatori avevano già condotto studi che mettevano in relazione alcune caratteristiche psicologiche con l'orientamento politico: quello di Kanai è il primo lavoro che le collega anche alla conformazione fisica del cervello.

I conservatori sembrano più sensibili all'ansia (e in effetti l'amigdala è il luogo dove vengono elaborate aggressività e paura), mentre i liberali tendono a essere più aperti a nuove esperienze.

Ciò che non è ancora chiaro è se siano le preferenze politiche a influenzare le strutture cerebrali o viceversa: il cervello, nei primi anni di vita, non ha ancora una conformazione ben definita. Questa si forma anno dopo anno, esperienza dopo esperienza. E comunque sono molte le persone che nel corso della vita cambiano la sponda politica.
"Ma prima di poter affermare che le scelte in cabina elettorale sono una questione fisica servono ancora molti studi" mette in guardia Kanai.

Di tutta l'erba un fascio?

Certo è che se gli scienziati britannici avessero ragione, la fisiologia del cervello potrebbe spiegare anche altri tipi di comportamento come il disinteresse per la politica di molte persone o la preferenza per il PC piuttosto che per il Mac. Ma occorre muoversi con estrema cautela perchè questa interpretazione potrebbe aprire la strada a pericolose derive.

Fonte: Focus.it

 
By Admin (from 24/06/2011 @ 19:25:39, in it - Osservatorio Globale, read 1881 times)

La dichiarazione delle ostilità è arrivata una settimana fa attraverso un video (vedi sotto), dove alla faccia del Presidente del Consiglio – nel video in cui Berlusconi parlava dell’indagine sui festini ad Arcore – si sostituisce quella di Guy Fawkes, cospiratore inglese del ’600 tornato a nuova popolarità con il fumetto (e poi il film) “V per vendetta” e ormai maschera ufficiale del gruppo hacker degli Anonymous. “Governo italiano, sei sotto osservazione, l’informazione nel Paese non è libera. Noi non perdoniamo. Noi non dimentichiamo. Aspettaci”. Le prime azioni coordinate sono avvenute quindi martedì e mercoledì scorsi. Nell’arco dei due giorni sono stati diversi gli obiettivi colpiti con l’ormai “tradizionale” attacco Ddos, il Distributed denial of service, massiccio numero di richieste fittizie ai server che impedisce o rende difficoltoso l’accesso a un sito: ilpopolodellaliberta.it, governoberlusconi.it, governo.it, camera.it, senato.it. Mentre sui siti afferenti al Pdl e al premier è comparso il messaggio lasciato degli anonimi (vedi più sotto il volantino), quelli del governo – come confermano fonti di Montecitorio – hanno resistito all’attacco. Immediata e dura la condanna del presidente del Senato, Renato Schifani: “Le azioni degli hacker sono atti esecrabili perché gli attacchi alle istituzioni sono attacchi alla democrazia da combattere senza se e senza ma”.

Quelli dei giorni scorsi non sono stati certo i primi assalti ai siti istituzionali da parte della sezione italiana del movimento di hacker politici Anonymous: a febbraio di quest’anno l’attacco a governo.it non aveva portato all’effetto sperato dagli anonimi. Ma come suggestivamente questi “pirati etici” si autodefiniscono – “Noi siamo una legione” –, è proprio la forza del numero che permette agli anonimi di sferrare attacchi sempre più efficaci. Non è solo dunque la “potenza di fuoco” dei Ddos tramite botnet a essere aumentata nei mesi (raddoppiata, secondo quanto ci ha raccontato l’esperto di sicurezza Raoul Chiesa, in soli 4 mesi). Come si può leggere sul blog di Anonymous Italy, i comunicati stampa del gruppo sono spesso scritti in due lingue, italiano e inglese. Un’azione su Internet non necessita presenza fisica in un luogo particolare e dunque gli “anonimi” di tutto il mondo si “scambiano le forze”, sostenendosi di volta in volta nei vari attacchi a siti nazionali o internazionali. Dal movimento “Free Assange” (gli Anonymous si sono fatti conoscere dal grande pubblico proprio per le azioni a favore del fondatore di Wikileaks) agli “indignados” spagnoli. Fino ad arrivare al gruppo italiano, che evidentemente sta ottenendo un sempre maggiore appoggio internazionale, così da riuscire a bloccare i siti messi nel mirino. A questo si aggiunge poi anche una maggiore diffusione – probabilmente per questioni politiche – di supporters nazionali disposti a utilizzare gli “strumenti di attacco” messi a disposizione della rete degli anonimi.


Gli attacchi dei giorni scorsi hanno avuto in realtà due obiettivi diversificati: il 21 nel mirino digitale c’era dichiaratamente la persona di Silvio Berlusconi (vedi il volantino sopra) e l’operazione – co-firmata dal gruppo Lulz Security, “protagonista” di attacchi di alto profilo come quelli ai server Sony o a quelli della Cia (a fianco il logo) – sichiamava in modo significativo “#opitaly Bunga Bunga”; il 22, nell’ambito dell’operazione chiamata invece “Payback Italy”, l’obiettivo erano invece i siti istituzionali e in generale il governo italiano. Le modalità come detto sono le stesse e così anche quella che si potrebbe definire la “retorica” del messaggio: il richiamo di Anonymous è sempre rivolto al “popolo”, ai “cittadini”. L’idea è quella della partecipazione dal basso per arrivare a cambiare chi c’è e quanto accade in alto: “Noi siamo gli anonimi, noi siamo una legione. Noi siamo te”. Non sono chiari quali possano essere i prossimi passi di questa “guerra” che prevede azioni dicybersquatting, anche se in Rete circola la voce di un possibile nuovo attacco venerdì mirato sulla città di Milano.

Giovedì al Senato, proprio durante l’attacco al sito, si è svolta una conferenza sulla cybersecurity organizzata dal Centro studi TTS. Durante l’incontro Raoul Chiesa ha fatto una proposta-provocazione che ha fatto molto discutere: “Nella strategia di cyberdifesa nazionale gli hacker potrebbero essere considerati come una risorsa e non come una minaccia, “patrioti informatici” contro chi davvero agisce per dolo, spie, terroristi e altre tipologie di criminali”. Perché qualcosa del genere possa accadere, servirebbero ovviamente dei passi di avvicinamento. sia da una parte, sia dall’altra.

Fonte: vitadigitale.corriere.it - Autore: Federico Cella

 

Sembra proprio che gli Americani abbiano vinto la Coppa dei campioni, invece i festeggiamenti si riferiscono alla morte di bin Laden, di cui non esiste più neppure il cadavere, svanito tra i flutti dell’Oceano indiano. Un finale da thriller hollywoodiano per il “nemico numero uno” americano che però non ci aiuta a capire cosa c’era dietro al Qaeda, né cosa si cela oggi. Sarebbe stato meglio interrogare il saudita, strappargli qualche informazione preziosa sulle sue finanze e su quelle dell’organizzazione di cui era l’incontrastata icona, un sorta di centrale del terrore che ha gestito fino all’11 settembre. Ed invece non è stato così. Osama bin Laden, come Elvis Presley e John Kennedy, appartiene a quelle figure storiche di cui si sa quasi tutto meno i particolari. E veniamo al destino di al Qaeda, che molti americani oggi reputano decapitata con la perdita del capo. Ebbene si sbagliano. Dal 2005, da quando bin Laden aveva preso possesso della piccola fortezza ad appena un’ora di macchina dalla capitale pachistana dove è morto, l’uomo più pericoloso al mondo era, in un certo senso, andato in pensione.

Loretta Napoleoni

Lontano dalle zone calde del Waziristan, da dove nel 2007 inizia la rimonta Talebana, senza telefono, internet nè televisione, bin Laden era a tutti gli effetti tagliato fuori dal mondo. Quindi come faceva a gestire la rete globale del jihadismo? Ancora più assurda è l’idea che in queste condizioni l’infimo saudita potesse gestirne le finanze.

Osservazioni queste che gli americani non fanno per paura di guardare in faccia la realtà: che la morte di Osama bin Laden cambia poco le carte in tavola, al Qaeda ieri come oggi è una nebulosa inafferrabile che si alimenta principalmente dei proventi del contrabbando di droga, un business di 500 miliardi di dollari in costante ascesa e di quello ancora più agghiacciante di esseri umani.

Ad oriente i talebani ed al Qaeda, due forze che si sono fuse nel lontano 2007, si autofinanziano tassando la fiorente industria dell’oppio e dell’eroina nei territori da loro riconquistati in Afganistan. Ad occidente, in Europa e nel Nord Africa, al Qaeda nel Magreb, pericolo numero uno per gli europei, è diventato uno dei partner più importanti dei narcotrafficanti di cocaina dell’Africa occidentale che dalla Colombia portano la polvere bianca nelle nostre discoteche. Al Qaeda nel Magreb è anche invischiata con i trafficanti di esseri umani che attraversano il deserto del Sahara verso il Mediterraneo nella speranza di una vita migliore a casa nostra. Né i talebani nè al Qaeda nel Magreb hanno bisogno dei soldi di bin Laden o dei suoi amici sauditi, il crimine frutta abbastanza denaro. Ciò significa che dall’11 settembre le fonti di finanziamento del terrorismo sono mutate, come d’altronde c’era da aspettarsi.
Diversa era la situazione 15 anni fà, allo scoppio della guerra del Golfo, allora sì che la scomparsa di Osama bin Laden avrebbe segnato la fine di al Qaeda. Trasformata negli anni Ottanta da guarnigione d’elite dei mujaheddin - i guerrieri musulmani che in quella decade avevano combattuto la Jihad anti-Sovietica in Afganistan - in un’organizzazione armata, al Qaeda diventa un potente strumento in mano al miliardario saudita. Ed è lui che ne forgia la struttura con i soldi dei vecchi finanziatori della jihad antisovietica.

Il modello di finanziamento è quello classico della sponsorizzazione del terrorismo. I finanziamenti partono dai poli della finanza internazionale: New York, Londra e, negli anni Novanta, Dubai. Transitano su conti cifrati nei paradisi fiscali ed arrivano a destinazione grazie alla complicità delle banche Sudanesi ed Afgane, dove bin Laden ha conti aperti, e di una rete di organizzazioni caritatevoli infiltrate da al Qaeda. Tutto ciò avviene sotto gli occhi degli americani che non se ne curano. Perché? Perché bin Laden e i suoi accoliti sono ex alleati, sono stati loro a mettere in ginocchio i sovietici in Afghanistan.

Dal 1991 fino al 2001, prima in Sudan e poi in Afghanistan, il saudita gestiva campi di addestramento che sfornavano jihadisti. Le reclute erano selezionate dai “reclutatori”, anche loro da lui assoldati, che agivano principalmente nei paesi occidentali, dove forte era la presenza della diaspora mussulmana: Germania, Regno Unito e Spagna. Costoro avevano a disposizione un budget generoso con il quale offrivano alle reclute “vacanze studio” in Afghanistan.

Ebbene tutto questo non esiste più dal 2001. Per decapitare al Qaeda o perlomeno per infliggerle un colpo mortale bisognerebbe tagliare la testa al contrabbando delle droghe e porre fine al commercio degli esseri umani. E molti sostengono che questo potrebbe avvenire senza sparare un solo colpo, semplicemente legalizzando e regolarizzando il consumo di droghe e aiutando le economie dei paesi da dove parte l’emigrazione a modernizzarsi. Politiche, quali la legalizzazione delle droghe, che in molti paesi hanno avuto grande successo. C’è solo un problema: l’impatto mediatico di queste politiche sarebbe minimo rispetto a quello di aver giustiziato il moderno Hitler. E un presidente poco popolare che vuole essere rieletto ha bisogno di tanta propaganda!

Fonte: caffe.ch

 

"Sono andate più persone sulla Luna che sotto ai 6 mila metri di profondità": se a dirlo è un miliardario con un debole per le sfide impossibili, il passo per risolvere il problema è breve. Già alla fine di quest'anno Sir Richard Branson - il "papà" di Virgin Galactic, la più famosa compagnia per viaggi suborbitali turistici - potrebbe scendere di persona nella Fossa delle Marianne a bordo di Virgin Oceanic, un sottomarino attrezzato per spingersi dove nessun natante è mai arrivato ed esplorare i punti più profondi dell'oceano.

Il sottomarino Virgin Oceanic è lungo quasi 5 metri e mezzo e ha un'autonomia di operatività negli abissi di circa 24 ore.
Foto © virginoceanic

Le mete. Il progetto prevede cinque spedizioni nelle misteriose e inesplorate fosse collocate nei mari di tutto il pianeta: oltre alle Marianne (11.034 metri, nel Pacifico), quella di Porto Rico (8380 metri circa, Oceano Atlantico), la Fossa Diamantina (8.047 metri, Oceano Indiano) quella delle Sandwich australi (7235 metri, Atlantico meridionale) e il Molloy Deep (5606 metri, nell'Oceano Artico). A supportare mister Branson ci sarà l'esploratore americano Chris Welsh.

Prestazioni da record. Più simile a un delfino che a un sommergibile tradizionale, il sottomarino monoposto potrà raggiungere gli 11 mila metri di profondità e resistere a una pressione 1500 volte superiore a quella che sopporta un aereo. In fibra di carbonio e titanio, con una cupola in quarzo a proteggere il pilota, viaggerà a una velocità massima di 5,5 chilometri all'ora e potrà immergersi di circa 106 metri al minuto: si stima che un tuffo e una risalita nella Fossa delle Marianne richiederanno circa 5 ore.

Primatista animale

Il capodoglio (Physeter catodon) tra i "sub" più esperti del mondo animale, può immergersi fino a una profondità di 2200 metri e resistere per più di un'ora. Virgin Oceanic potrà spingersi cinque volte più in basso.

Reportage completo. Una volta disceso, il sottomarino sorvolerà i fondali raccogliendo dati per le analisi scientifiche e spedendo immagini video in superficie. Le preziose informazioni arricchiranno i database di Google Earth e Google Maps, insieme a quello dello Scripps Institution of Oceanography, un prestigioso centro californiano per la ricerca marina che sta collaborando alla missione.

Senza via di scampo. Le conoscenze attuali su queste fosse oceaniche sono talmente carenti che in caso di guasto del sottomarino, nessun mezzo potrebbe spingersi fino a quelle profondità per salvare gli occupanti. Anche una piccola crepa potrebbe compromettere la sicurezza del pilota, e i test del natante stanno procedendo a ritmo serrato. Il battesimo dell'acqua comunque è previsto per la fine del 2011 e le 5 spedizioni dovrebbero tutte essere completate entro due anni.

Fonte: Focus.it

 

E se  vendessimo legalmente la canapa agli adulti? No, non è una boutade. A neanche un mese dall'entrata in vigore delle modifiche alla legge federale sugli stupefacenti - per una maggior protezione della gioventù e pene più pesanti per chi fornirà stupefacenti ai minorenni nelle scuole - ci stanno pensando seriamente le autorità di due importanti centri elvetici: Basilea-Città e Zurigo. Polizia e rappresentanti dei Dipartimenti della salute pubblica hanno infatti ricevuto un mandato dal Gran consiglio per valutare i pro e i contro di permettere che gli over 18 acquistino la cannabis. Mentre altre due città, Berna e Lucerna, seguono a ruota con progetti identici. "Č l'unico modo per evitare il commercio clandestino. Sono vent'anni che lo predico!", sbotta Werner Nussbaumer, il medico di Gravesano, sostenitore degli effetti benefici delle gocce di canapa che prescriveva ai suoi pazienti e che, nel 2003, gli sono costate 26 giorni di prigione, una sospensione di un anno dalla professione con l'accusa di infrazione alla legge sugli stupefacenti e un processo. "Già, ma come far capire a un giovane che comunque è una sostanza da tenere lontana, visto che se la vedrebbe vendere sotto il naso?", si chiede preoccupato Franco Lazzarotto, direttore scolastico delle scuole Medie di Biasca, da sempre sulle barricate per convincere i ragazzi a non far uso di spinelli e affini.

Intanto, il costo della marijuana lievita. "Colpa" di controlli sempre più serrati di polizia e forze dell'ordine. A Bellinzona e a Lugano tre grammi e mezzo da 50 sono già passati a oltre 60 franchi. Tant'è che, da qualche tempo, si è intensificata la vendita a credito, un'eccezione in precedenza. Il Malcantone sembra essere per ora il più conveniente, solo una decina di franchi, facendo spostare schiere di consumatori. Sì perché il fenomeno cannabis non accenna a calare. "Non c'è flessione, il mercato è subdolo e difficile da debellare - riprende Lazzarotto -. Malgrado i nostri sforzi sovrumani per ripetere ai giovani di starne lontani. Ma fosse anche uno solo che riusciamo a convincere ne vale comunque la pena".

Tuttavia, niente è ancora deciso. Le autorità delle quattro città coinvolte nel progetto stanno ancora discutendo in che forma potrà eventualmente essere sviluppata tale vendita. Di sicuro, hanno sottolineato, non si tratterà certo di promuovere piantagioni sui balconi o sulle rive del Reno. Intanto, tra i vertici del principale organismo di prevenzione della tossicomania l'iniziativa non solleva grandi entusiasmi. "Sulla vendita non ci pronunciamo, se non per dire che questo progetto rischia di attirare consumatori da altre regioni, a meno di estenderlo a livello nazionale", premette Donatella Del Vecchio, portavoce di Addiction Info Suisse. E aggiunge: "Intanto, auspichiamo l'introduzione di multe uguali in tutti i cantoni". Ma Nussbaumer scalpita: "Qualcosa va fatto. Non possiamo lasciar arricchire in eterno chi lucra sulle altrui debolezze. In questo modo ci sarebbe un maggior controllo sulla merce. Cosa che non accade comperando al mercato nero. E colui che casca in una partita tagliata male si guarda bene dall'andare a denunciare chi gliel'ha venduta". "Spero che se l'iniziativa dovesse diventare realtà le autorità decidano sulla base di studi seri e con le prove che così il mercato diventi davvero meno attrattivo. Ma ripeto, per il giovane è un misura altamente diseducativa", conclude Lazzarotto.

Fonte: caffe.ch - Autore: Patrizia Guenzi

 

Basta occhialini super tecnologi e altri costosi aggeggi: l’ultima frontiera del 3D è l’ologramma a colori, una proiezione a tutto tondo così realistica che sembra quasi... da toccare.

In realtà prima di poter vedere un film o una partita di calcio olografica passeranno ancora un pò di anni, ma un team di ricercatori giapponesi è sulla buona strada: Satoshi Kawata e i suoi colleghi dell’ Università di Osaka sono infatti riusciti a sviluppare un rivoluzionario sistema per la a proiezione di immagini di questo tipo che al posto del laser, comunemente impiegato negli studi sull’olografia, utilizza la luce convenzionale.

Il primo ologramma 3d a colori (© foto Science/AAAS)

Questa scoperta permetterà la realizzazione di schermi in minatura per cellulari, televisioni e videogame portatili in grado di offrire un’esperienza 3D assolutamente nuova rispetto a quelle che conosciamo oggi.

Raggi laser, specchi ed effetti speciali

Le immagini tridimensionali non sono una novità assoluta: i primi ologrammi risalgono addirittura agli anni ‘60. Venivano ottenuti sparando un raggio laser contro un oggetto e registrando su una pellicola fotografica le interferenze tra le onde riflesse dall’oggetto e quelle provenienti direttamente dal laser.

Proiettando sulla lastra una raggio laser della medesima lunghezza era possibile visualizzare l’immagine tridimensionale, ma monocromatica, dell’oggetto stesso.
Diversa è invece la tecnologia utilizzata per realizzare gli ologrammi arcobaleno presenti, per esempio, sulle carte di credito: sono formati da una pellicola argentata sulla quale sono sovrapposti diversi film trasparenti. Su ognuno di questi livelli è impressa un’immagine dell’oggetto visto da una diversa prospettiva e in uno specifico colore. Quando l’ologramma è investito da luce bianca, a seconda dell’angolo di incidenza viene illuminato un determinato livello: l’effetto finale, che si ottiene muovendo l’ologramma sotto la luce, è quello di un oggetto 3D che ruota. Ma anche in questo caso l’immagine ottenuta non è a colori.

Ologramma in tecnicolor

Satoshi Kawata e colleghi sono riusciti invece a realizzare il primo ologramma tridimensionale a colori. Gli scienziati nipponici hanno utilizzato la tecnica degli schemi di interferenza, ma per illuminare l’oggetto hanno utilizzato tre diversi laser: uno rosso, uno verde e uno blu. Hanno registrato l’immagine olografica su una lastra  fotosensibile alla quale hanno aggiunto uno strato di oro, un materiale che contiene molti elettroni liberi e facilmente eccitabili dalla luce.

Per visualizzare il loro ologramma hanno infine illuminato la lastra con una luce bianca convenzionale che contiene tutte le lunghezze d’onda, comprese quelle del rosso, del verde e del blu. La luce, eccitando gli elettroni liberi, provoca oscillazioni chiamate plasmoni di superficie, che rigenerano le immagini a tutto colore.

Nei loro test i ricercatori giapponesi sono riuscuti a ricreare le immagini 3D di una mela, di alcuni insetti e di un fiore. Per ora si tratta però solo di immagini statiche: nessuna proeizione 3D alla star Trek quindi, almeno per ora.
"Si tratta comunque di un risultato scientifico importante", afferma il fisico Pierre-Alexandre Blanche dell’Univeristà dell’Arizona, a Tucson, ma restano da risolvere un paio di problemi.

Il primo riguarda i costi: per sfruttare la scoperta dal punto di vista commerciale occorre trovare un sistema di ripresa un po’ più semplice.
E poi le dimensioni: al momento gli scienziati giapponesi sono riusciti a creare ologrammi grandi come una carta di credito.

Fonte: Focus.it

 

Un team internazionale di scienziati sta progettando un viaggio... al centro della Terra. O quasi. La notizia, che a prima vista potrebbe sembrare un pesce d'aprile un po' in ritardo, è in realtà autentica e fondata: Damon Teagle, un geologo del National Oceanography Centre presso l'Università di Southampton, Regno Unito, e Benoit Ildefonse dell'ateneo di Montpellier, in Francia, stanno ultimando i preparativi per la perforazione oceanica più profonda mai tentata: oltre 8 chilometri sotto il pavimento del Pacifico.

buco

Cosa c'è sotto?

Il loro obiettivo è quello di espolorare la discontinuita di Mohorovièić, cioè la zona di confine tra la crosta terrestre e il mantello. Ma cosa si aspettano di trovare là sotto?
Nessun dinosauro e nessun passaggio verso un'altra dimensione, ma risposte: per esempio su come si sono formati il pavimento oceanico e l'intero pianeta. Il 60% della Terra si è infatti formato negli ultimi 200 milioni di anni: se confrontato per esempio al continente australiano, vecchio di miliardi di anni, è molto recente. Fino ad oggi gli unici campioni di roccia così antica che gli scienziati hanno potuto maneggiare sono quelli eruttati dai vulcani. "Ma si tratta di rocce profondamente alterate dai movimenti che le hanno portate in superficie" spiega Teagle.
Perforando così in profondità potranno invece scoprire come si evoluto il pianeta sin dal momento in cui il il nucleo e la crosta si sono differenziati.
In particolare gli scienziati studieranno la concentrazione di elementi come il potassio e l'uranio.

Esperimento hi-tech

Tenicamente la sfida è impegnativa: gli scienziati prevedono di perforare la crosta oceanica per 8 km a partire da 4.000 metri di profondità. Non è proprio il centro della Terra, che secondo i calcoli della NASA si trova tra i 6.357 e i 6.358 km sotto la superficie, ma non sarà certo una passeggiata. Attorno ai 6.000 metri i ricercatori troveranno temperature di oltre 560°C e pressioni di una tonnellata per centimetro quadrato.
La tecnologia per questo esperimento è ancora tutta da inventare: i più sofisticati strumenti oggi disponibili consentono di perforare in non più di 2.000-2.500 metri di acqua: a profondità quasi doppie servono materiali leggeri ma resistenti, lubrificanti speciali, sistemi per la trasmissione dati e molto altro ancora.

Nessun pericolo? Speriamo...

Secondo gli scienziati i luoghi potenzialmente più interessanti per il superbuco sono tre: le acque al largo delle Hawaii, della Baia dell California o del Costa Rica.
Ma un buco così profondo non sarà anche pericoloso? "No", affermano i ricercatori, "e non ci saranno nemmeno danni ambientali: nessuna fuga di gas nè di petrolio, che a quelle profondità e in quelle zone non ci sono". Insomma, il pericolo di una Deep Water Horizon 2 sembra scongiurato.
Se tutto andrà bene i lavori inzieranno entro il 2020. Un esperimento simile fu tentato per la prima e ultima volta nel 1961: il progetto ebbe scarso successo a causa dei modesti mezzi messi a disposizione degli scienziati e si concluse con un nulla di fatto e qualche campione di roccia estratto dalla crosta oceanica nei pressi di Guadalupe.

Fonte: Focus.it

 
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