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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Riservato e meticoloso, proprio come ci si immaginerebbe un matematico. Eppure lui, Charles Lutwidge Dodgson (1832-1898) nell’immaginario collettivo non è uno scienziato famoso ma il papà di una delle favole più raccontate di sempre. Per indovinare quale basterebbe aggiungere lo pseudonimo sotto cui Dodgson firmò i suoi racconti, nell’intenzione di tener bene separate quelle strampalate fantasie messe nero su bianco dal suo serissimo lavoro da matematico. Per farlo scelse di chiamarsi Lewis Carroll, invertendo l’ordine dei suoi due nomi e mescolando l’inglese al latino (a partire da Carolus Lodovicus): così sarebbe diventato il papà di  Alice nel paese delle meraviglie (più correttamente Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie). Ma la carriera di Carroll come cantastorie cominciò molto prima del 1865, anno di uscita della sua fiaba più famosa.

Dodgson era nato il 27 gennaio 1832 a Daresbury nel Cheshire (Inghilterra) in una famiglia numerosa, con nove sorelle e due fratelli, e proprio con loro il piccolo Lutwidge iniziò a inventare storie. Si dice infatti che, malgrado la balbuzie - che una volta adulto gli avrebbe impedito di fare il predicatore anche dopo essere diventato il reverendo Dodgson – amava intrattenere i fratelli con giochi, poemetti e assurde storie. E anche da grande avrebbe continuato a preferire la compagnia dei piccoli a quella dei grandi. Proprio da qui nasce l'ipotesi di un Carroll pedofilo, anche se non è mai stato verificato che abbia oltrepassato la soglia dell'amore platonico.

Nel 1851 arrivò al Christ Church College di Oxford. Ci era andato per studiare la logica e la matematica e lì sarebbe rimasto anche dopo essersi diplomato, diventando prima professore e poi reverendo. Nel tempo libero amava fotografare e fu la scusa di uno scatto alla cattedrale del college dal giardino del preside a dar inizio alle avventure di Alice nel paese delle meraviglie. Con una bambina che, guarda caso, si chiamava proprio così.

Era la figlia del preside Henry Liddell, e aveva avvicinato Dodgson chiedendogli di essere fotografata. Non è chiaro come, ma forse, per intrattenere Alice e i suoi fratelli tra uno scatto e l’altro, il matematico rispolverò la vecchia passione e si ritrovò a raccontare fantastiche storie. Piacevano così tanto ai bambini che presto l’appuntamento con Dodgson e le sue avventure divenne una piacevole abitudine. Come quel giorno d’estate del 1862, quando il professore, in compagnia di un collega e delle figlie del preside, era usciti in barca per una passeggiata lungo le rive del fiume Isis (come viene chiamato il Tamigi dalle parti di Oxford). “Raccontaci una storia”, implorarono i bambini:  “e mister Dodgson cominciò”, avrebbe ricordato Alice Liddell una volta diventata adulta.

Le avventure nel paese delle meraviglie erano nate quel giorno, e solo per richiesta della bambina sarebbero state messe per iscritto, in un libro che originalmente recitava così: “Come regalo di Natale a una cara bambina in memoria di un giorno d’estate”.

Era la prima copia delle Le avventure di Alice nel sottosuolo. Già, perché almeno all’inizio il paese delle meraviglie non c’era nel titolo, così come la bionda ragazzina che tutti conoscono era mora, proprio come Alice, l’originale, s’intende. Su consiglio di un amico, poi, Carroll decise di rendere pubblico quel racconto. Venne così ampliato e arricchito dei disegni di John Tenniel, che firmò le illustrazioni della storica edizione del 1865. Il contenuto lo conosciamo tutti.

Fonte: Wired.it

 

Nel dna di alcune persone ci sono piccoli pezzetti di codice genetico che offrono una resistenza naturale contro l’ Aids. Sono 47 varianti genetiche che fanno da  scudo e aiutano a controllare la progressione della malattia. A individuarle è stata una ricerca coordinata da Guido Poli, docente di Patologia Generale e Immunologia dell’ Università Vita-Salute San Raffaele e responsabile dell’Unità di immunopatogenesi del Aids presso l’ Istituto Scientifico Universitario San Raffaele di Milano, pubblicata sulla rivista Journal of Infectious Diseases.

Il lavoro è stato condotto da un consorzio finanziato dal Sesto Programma Quadro della Commissione Europea, Gisheal – Genetic and Immunological Studies on Hiv + European and African Ltnp che include alcuni tra i massimi ricercatori europei impegnati in questi studi.

In pratica gli scienziati hanno analizzato 144 persone sieropositive nelle quali la malattia non dava segni di progressione, cioè rimaneva stabile nel tempo. Si tratta di individui definiti Ltnp, Long Term Non Progressors, una rara condizione osservata solo nell’1-2% di tutte le persone con infezione, nelle quali il sistema immunitario reagisce in modo innato o naturale alla replicazione del virus in assenza di terapia anti-retrovirale.

I ricercatori hanno poi confrontato il dna di questo campione con un altro gruppo di 605 persone infettate da poco. Ebbene, dai risultati di questo confronto è emerso che nei pazienti in cui la malattia non progredisce ci sono 47 varianti genetiche particolari. La maggior parte di queste mutazioni sono state identificate nella porzione di genoma in cui sono presenti i geni del cosiddetto Complesso maggiore di istocompatibilita (Mhc). Studi precedenti avevano identificato alcuni geni Mhc di Classe I coinvolti nel controllo spontaneo della replicazione del virus Hiv in assenza di terapia anti-retrovirale. I geni Mhc di Classe I sono infatti responsabili della risposta immunitaria specifica all’infezione esercitata dai linfociti T citotossici ovverosia in grado di riconoscere, grazie anche alle proteine codificate da questi geni, in modo altamente selettivo le cellule infettate dal virus e di eliminarle. Questa ricerca ha inoltre evidenziato per la prima volta l’importanza di un’altra regione dell’Mhc, ovvero la Classe III, che codifica molte proteine responsabili della cosiddetta immunità naturale o innata alle infezioni.

In pratica gli scienziati hanno scoperto l'esistenza di una particolare classe di molecole Mhc capaci di produrre proteine responsabili della cosiddetta immunità naturale alle infezioni.

“Questo lavoro scientifico - spiega Poli - servirà come base per ulteriori studi di varianti geniche associate alla resistenza spontanea alla malattia in persone già infettate e potrebbe portare alla scoperta di nuovi aspetti della risposta immunitaria, sia specifica che innata, importanti per la messa a punto di strategie di prevenzione generale dell’infezione quali i vaccini, potenzialmente in grado di avere un impatto fondamentale sulla corrente pandemia da Hiv”.

Nonostante le prospettive eccezionali, c’è il rischio che gli scienziati non riescano ad andare avanti.  “Purtroppo, il finanziamento europeo al consorzio Gisheal - riferisce Poli - è terminato e non vi sono ulteriori finanziamenti attivi per proseguire lo studio. Tuttavia, i ricercatori del consorzio sono fiduciosi che l’importante pubblicazione scientifica stimolerà l’interesse di enti pubblici e privati per sostenere sia il consorzio che iniziative simili finalizzate a comprendere quali siano ‘i segreti’ alla base della resistenza naturale alla progressione di malattia in persone infettate che non assumono farmaci anti-retrovirali i quali, è importante sottolinearlo, rimangono un presidio fondamentale per l’assoluta maggioranza delle persone infettate”.

Fonte: Wired.it

 

Che i raggi X permettano di osservare la materia nel dettaglio si sa. Ma se fosse possibile raggiungere una precisione tale da riuscire a fare una foto dei processi molecolari più veloci? Se fosse possibile catturare l’immagine di una singola reazione chimica? Un passo in più verso quest’incredibile precisione è stato fatto grazie a un gruppo di ricercatori del Lawrence Livermore National Laboratory, in California, guidati da Nina Rohring, che descrivono sulle pagine di Nature un primo tentativo di laser atomico a raggi X in grado di raggiungere una lunghezza d'onda pari a 1,46 nanometri. Un valore vicino alla barriera dello 0,1 nm: vero obiettivo della ricerca in questo campo, rincorso dagli scienziati da quando i laser sono stati inventati, 50 anni fa.

Gli strumenti tradizionali sono basati su un principio abbastanza semplice. Atomi opportunamente eccitati, che si trovano dunque in uno stato con grande energia ma poco stabile, tenderanno a tornare nella loro condizione fondamentale (a energia minore) emettendo radiazione elettromagnetica. Quando il numero di atomi che si trovano in questo stato è abbastanza alto (condizione che si chiama di inversione di popolazione) si può ottenere quel fascio di luce coerente, monocromatica e collimata che è, appunto, il laser.

Quando però si cerca di operare nello spettro dei raggi X, la storia non è così semplice. Perché l’emissione finale sia abbastanza energetica da ricadere in questo spettro, la radiazione incidente deve essere decisamente molto alta, tanto che finora i laser a raggi X basati sull’inversione di popolazione non erano mai stati creati. Per ottenere delle emissioni così energetiche erano state scelte altre tecniche, come ad esempio il ricorso a fasci di elettroni liberi accelerati a velocità relativistiche, piuttosto che sorgenti atomiche. Sebbene questi laser, chiamati a elettroni liberi, raggiungano delle luminosità mai viste con altri metodi, i laser che ne derivano non sono del tutto coerenti e spesso i loro spettri fluttuano molto. Inoltre, di nuovo, le energie che servono per produrre i raggi collimati sono molto alte e il risultato continua ad essere ben lontano dalla precisione delle emissioni a raggi X duri (ovvero quelli che si avvicinano alla barriera del decimo di nanometro).

Ma ecco arrivare la brillante idea dei fisici californiani: perché non combinare le due tecniche, inversione di popolazione e laser a elettroni liberi? Per farlo i ricercatori hanno usato il Linac Coherent Light Source (LCLS) degli SLAC National Accelerator Laboratory della Stanford University (California), un laser a elettroni liberi a emissione di raggi X (Xfel), per colpire un gas di neon ad alta pressione.

In questo modo hanno ottenuto che una parte degli atomi del gas venissero eccitati tanto da emettere nello spettro dei raggi X, pulsazione che a sua volta ha stimolato altri atomi vicini ad emettere altre radiazioni così energetiche, producendo una sorta di effetto valanga che in gergo viene chiamato fenomeno di auto-amplificazione. In questo modo i ricercatori hanno ottenuto il famoso raggio laser di lunghezza d’onda 1,46 nanometri di cui sopra, che presentava, tra le altre cose, una purezza e una luminosità mai viste. La frequenza di questa emissione fa ancora parte dei cosiddetti raggi X ‘molli’ (in contrapposizione a quelli ‘duri’, cercati dagli scienziati), ma sicuramente promette di avvicinarsi all’obiettivo finale. “ Almeno adesso sappiamo che dobbiamo lavorare ancora, ma che stiamo andando nella giusta direzione”, hanno commentato i fisici californiani nello studio. “Ad esempio per migliorare il risultato potremmo lavorare sulla densità del gas su cui lanciamo il primo laser, o giocare con le energie dei raggi incidenti. Provare ad aumentarle ulteriormente, fino a creare un apparecchio che invece di lavorare col neon, funziona a idrogeno o elio”.

Fonte: Wired.it

 

P per V uguale a una costante. O, per dirla in un altro modo: in un gas ideale a temperatura costante, la pressione (P) e il volume (V) variano in modo inversamente proporzionale tra loro. Dunque, se aumenta l’uno, l’altro diminuisce. L’eredità più grande lasciata da Robert Boyle (1627-1691) ai posteri è forse la legge di fisica che porta il suo nome. Eppure lo scienziato irlandese avrebbe messo il naso in quasi tutti i campi del sapere del Diciassettesimo secolo, dalla medicina, alla biologia, alla religione, e soprattutto alla chimica.

Robert Boyle era nato il 25 gennaio 1627 nel Castello di Lismore, in Irlanda, penultimo di quindici fratelli, figli del ricco Primo Conte di Cork. Il piccolo Boyle lasciò presto la casa paterna, diretto verso l’ Eton College, in Inghilterra, all’età di soli otto anni, insieme a uno dei suoi fratelli. Ma terminati gli studi, Boyle non tornò a casa. Intraprese invece un viaggio attraverso l’Europa, che avrebbe influenzato non poco la sua formazione e i suoi interessi.

Toccò Parigi, Lione e Ginevra, e tra le partite di tennis e gli incontri di scherma imparò il francese, la matematica, il latino e l’italiano. Nel 1642, infatti, Boyle arrivava a Firenze, nello stesso anno e negli stessi luoghi in cui Galileo Galilei moriva. E sarebbe stata forse la vicinanza geografica a convincerlo ad abbracciare anche le teorie dello scienziato italiano sul metodo sperimentale, che lo distinsero una volta tornato in Gran Bretagna nel 1644, a Stalbridge, nel Dorsetshire.

In realtà, a spingerlo a indagare la natura e i suoi misteri era stata anche la fede religiosa, a cui, si racconta, si avvicinò dopo un temporale estivo. Credeva infatti che la scienza fosse un modo per comprendere la natura divina delle cose. E forse anche per questo mise in piedi un laboratorio nella sua residenza del Dorsetshire, prima di trasferirsi nel cuore pulsante della scienza inglese dell’epoca, Oxford.

Qui, insieme all’illustre collega Robert Hooke, studiò a lungo le proprietà dell’aria. Capì per esempio che era necessaria per la trasmissione dei suoni, che in sua assenza gli animali non potevano vivere e gli oggetti cadevano più velocemente verso il basso. Ma soprattutto ebbe il coraggio di mettere in discussione Aristotele e le sue teorie sui quattro elementi (aria, terra, fuoco e acqua) come mattoni fondamentali di tutto quello che ci circonda.

Boyle infatti, forte anche delle osservazioni che aveva collezionato in laboratorio, arrivò per primo a elaborate la cosiddetta teoria corpuscolare, quanto di più vicino, per l’epoca, alla chimica moderna e al concetto di atomo. Come riportava nel suo The Sceptical Chymist (Il chimico scettico) del 1661, la materia era fatta di corpuscoli, a loro volta particelle più piccole combinate insieme.  Boyle inoltre introdusse per primo il concetto di elemento, come qualcosa “che non è fatto di nessun’altra entità”, ovvero l’unità fondamentale della materia. Teorie grazie alle quali lo scienziato si guadagnò per sempre il titolo di “padre della chimica”.

Fonte: Wired.it

 

MONACO - L’ acquisto di Summify da parte di Twitter è forse la risposta di Jack Dorsey all’ integrazione di Google+ in Google Search da parte di Mountain View, con relativa esclusione di Twitter (e Facebook) dal nuovo motore di social-ricerca. Il co-fondatore di Twitter è stato ospite alla Digital Life Design conference di Monaco, dove ha spiegato che la propria creatura non è (più) un social network, ma uno strumento di informazione.

“Il nostro servizio è incentrato su semplicità e informazione in real time . Vogliamo aiutare l’utente a scoprire cosa sta succedendo ora, mentre negli altri social network - Dorsey dice proprio così -  non hai bisogno di questa immediatezza”. Intervistato sul palco della Dld, Dorsey si toglie un sassolino: “Non siamo focalizzati sul social, come invece Google. Che ha un sacco di evoluzioni da affrontare ancora, con la ricerca che lentamente comincia a essere rimpiazzata dalle applicazioni”.

“Ci stiamo concentrando sulla crescita di Twitter”, ribadisce il presidente della compagnia quando si tratta di spiegare l’acquisizione di Summify, web app e iOS app che crea un sommario degli argomenti più twittati dai nostri contatti. “Vogliamo consegnare ai nostri utenti i contenuti più rilevanti istantaneamente - spiega il co-fondatore di Twitter - e oggi non ci sono più solo twit da 140 caratteri, ma anche foto, video e link ad articoli. Già con l’ultima versione di Twitter abbiamo fatto un passo in questa direzione”. Il destino di Summify, che già pareva segnato, resta dubbio, visto che alla domanda circa eventuali nuove acquisizioni Dorsey risponde: “Siamo sempre in cerca di team in gamba e dato che li possiamo avere acquistando aziende, perché no?”

La sintesi estrema del Dorsey-pensiero è in una frase all’apparenza banale: “Io non controllo più le news, apro Twitter”. Per presentare (l’ex) sito di microblogging come strumento d’informazione il presidente ricorda l’episodio dell’ammaraggio di un aereo nell’Hudson: “La notizia l’ha data su Twitter una persona con venti follower e da lì è arrivata ai media”. Molti, spiega Dorsey, usano Twitter proprio così: per leggere le notizie. Tanto più che “per usare Twitter non è necessario un account”. Visto che “ogni singolo dispositivo sul pianeta è connesso con Twitter” e che “chiunque può partecipare, anche semplicemente mandando un sms”, ecco che ritorna il lato social del sistema, che si configura come un luogo pubblico in cui si trovano le notizie e “dove avvengono conversazioni pubbliche in tempo reale”. Nulla a che fare con Facebook e Google.

L’operazione di ri-posizionamento del prodotto è completata da Dorsey con l’aggiunta di qualche numero (140 milioni di dollari di ricavi nel 2011) e l’assicurazione che il business model basato sui “tweet sponsorizzati”, capaci di coinvolgere gli utenti con una percentuale che varia del 3 al 5%, funziona: “Gli inserzionisti stanno tornando indietro e il fatto che questo abbia un mercato dimostra che la gente è interessata a queste cose”.

(Nella foto: Jack Dorsey al Dld di Monaco. Credit: Johannes Simon/Getty Images)

Fonte: Wired.it - Licenza Creative Commons
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Come da programma, Planck ha portato a termine la sua missione. Il 14 gennaio scorso, infatti, l’osservatorio volante dell’ Agenzia Spaziale Europea a caccia delle prime luci dell’ Universo ha esaurito la riserva di liquido refrigerante necessario a far funzionare i sensori, di fatto ponendo fine alla sua esplorazione dello Spazio.

Ariane 5 Planck

Lanciato nel 2009, Planck è stato costruito per viaggiare nel tempo, alla ricerca cioè della radiazione di fondo a microonde (Cosmic Microwave Background, CMB), l’eco del Big Bang. Analizzando i  vagiti dello Spazio primordiale, prima che fossero create stelle e galassie, gli astronomi sperano così di riuscire a capire come l’Universo si sia creato ed evoluto nel corso del tempo.

In realtà, Planck chiude solo un occhio. A spegnersi è stato infatti l’ High Frequency Instrument (HFI), mentre il Low Frequency Instrument continuerà a lavorare per buona parte del 2012. Insieme, HFI e LFI, con i loro 74 sensori con nove rivelatori di microonde, hanno permesso all’osservatorio spaziale di catturare un ampio spettro di onde elettromagnetiche.

Che cosa ha scoperto Planck durante il suo viaggio? Per dirlo, dovremo aspettare il prossimo anno, quando i primi dati saranno stati elaborati. Per ora, però, sappiamo che Planck ha permesso di scoprire gruppi di galassie sconosciute e di ricostruire la mappa dell’Universo a microonde.

Fonte: wired.it

 

Disse bene Eraclito, più di duemila anni fa. “Nessuno può fare il bagno due volte nello stesso fiume: non sarà più lo stesso fiume e non sarà più la stessa persona”. Il tempo fugge e ci sfugge, inesorabilmente. La sua stessa essenza resta un mistero. Se basta filosofeggiare un po’ sul tempo per avere mal di testa, immaginiamoci l’effetto di misurarsi con la quarta dimensione nel Cosmo, dove le leggi della fisica cambiano e succedono cose ben più strampalate di quanto l’esperienza sensibile aiuti ad afferrare. Ne sa qualcosa Jean-Pierre Luminet, astrofisico di fama internazionale, grande esperto di buchi neri, nonché prolifico scrittore, poeta, divulgatore scientifico e musicista: un tipo poliedrico, insomma, almeno quanto il modello cosmologico a forma di caleidoscopio che ha elaborato e battezzato, con un’iperbole linguistica, l' Universo stropicciato. Sua la lectio magistralis (presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma) per inaugurare la settima edizione del Festival delle Scienze 2012, dedicata quest’anno a “ ciò che accade quando non accade nient’altro”, direbbe Richard Feynman. Alias: il tempo. 

“Prima era assoluto, identico in ogni sistema di riferimento. Poi arrivò Einstein, e il tempo diventò elastico, relativo, indissolubilmente legato alle tre dimensioni nello spazio-tempo, piegato dalla distribuzione della materia e dell’energia”, spiega Luminet, attualmente direttore del Cnrs francese. “Questo ha aperto aspetti affascinanti, come il paradosso dei gemelli e la possibilità di congelare il tempo nei buchi neri”. Chi non ha mai fantasticato di poter fermare le lancette e dilatare il tempo, come in Alice nel paese delle meraviglie? Nello Spazio questo è possibile (anche se le condizioni sarebbero decisamente estreme per apprezzarne i vantaggi).

Chiarisce lo scienziato: “ Nei forti campi gravitazionali, come quelli generati dai buchi neri, il tempo apparente, quello misurato da un orologio fermo, è molto diverso dal tempo reale, quello misurato da un orologio in caduta dentro il buco nero.  È il motivo per cui il tempo apparente può essere congelato. In altre parole, un ipotetico osservatore esterno non vedrebbe mai nel suo futuro l’oggetto che cade nel buco nero, sebbene questo sia in realtà scomparso in pochi istanti”.

Hard? Che dire, allora, dell’origine del tempo? Esisteva prima del Big Bang? “Nel modello classico il tempo ha un punto d’inizio”, prosegue Luminet, autore tra gli altri libri de L’invenzione del Big Bang. Storia dell’origine dell’Universo (Dedalo, 2006). “In realtà questa è una limitazione che sottostà alla teoria della Relatività generale. In modelli più recenti, che prendono in considerazione gli effetti quantistici (in cui si applica la teoria della relatività di Einstein all’infinitamente piccolo, ndr), la nozione del tempo zero  svanisce. Significa che l’Universo potrebbe esistere prima del Big Bang, forse in uno stato fisico molto diverso”.

Potremo mai scoprire la verità su un passato così lontano, che risale a circa 13 miliardi e mezzo di anni fa? Forse sì. “Nello Spazio potrebbe essere ancora presente l’impronta delle onde gravitazionali generatesi nell’era pre-Big Bang”, avanza Luminet: “Le nostre attuali strumentazioni, però, non sono ancora così sensibili da testare questa ipotesi”. I telescopi gravitazionali di prossima generazione non si tireranno indietro di fronte alla sfida.

E se guardiamo avanti, quale futuro ci aspetta? Il tempo cosmologico finirà mai, o durerà per sempre? “Le recenti osservazioni sul futuro dell’Universo indicano che l’espansione sta accelerando, una scoperta che ha meritato il Premio Nobel per la fisica nel 2011: lo Spazio, infatti, sarebbe dominato da una forma di energia repulsiva chiamata energia oscura. Ma non ne conosciamo la natura e non possiamo quindi sapere se l’Universo continuerà ad accelerare per sempre o no”, risponde Luminet.

Nelle equazioni si potrà anche speculare che il tempo non esiste e che, se esiste, non finirà mai. Nella realtà, no. “Il tempo scorre uguale per tutti”, dice lo scienziato: “Ma può esser usato in modo più o meno efficiente. Il mio consiglio? Non spendetelo a fare cose insignificanti. Usatelo per accrescere la conoscenza, per il progresso della società e dell’umanità”. 

Fonte: wired.it

 

Dna e  rna sono oggi le uniche molecole della vita: si auto-organizzano, si replicano e si traducono in enzimi e proteine, sono presenti nelle cellule di ogni essere vivente. Ma, forse, non sono state le sole nella lunga storia della Terra. Nell’elenco dei possibili candidati spunta, infatti, una terza molecola: il  tna, in cui lo zucchero treosio sostituisce, rispettivamente, il desossiribosio e il ribosio di dna e rna.

Il  dna e l’ rna sono infatti molecole molto complesse, probabilmente troppo per essere state le prime forme di materiale genetico a comparire. Ecco, allora, che vari gruppi di ricerca fanno le loro ipotesi e testano la possibilità che in miliardi di anni si siano evolute (per poi scomparire) altre configurazioni. Il  tna è un’ipotesi che ha già diversi anni. Ora,  John Chaput e il suo team del Center for Evolutionary Medicine and Informatics, presso il Biodesign Institute dell’Arizona State University hanno creato delle molecole di Tna e ne hanno seguito l’evoluzione per la prima volta su un substrato in cui era presente di volta in volta una proteina diversa.

Le molecole si sono dimostrate in grado di auto-organizzarsi in forme tridimensionali complesse e di agganciare la proteina, sviluppando un alto grado di affinità. Lo studio è stato pubblicato su  Nature Chemistry e suggerisce che in futuro si possano far evolvere enzimi adatti a sostenere una prima  forma di vita basata sul tna. 

Come riporta New Scientist però, è improbabile che il tna sia stato un precursore di dna e rna perché, sebbene la sua struttura sia più semplice e più piccola, resta comunque molto complessa. C’è poi il fatto, ovviamente, che non è stata mai individuata in alcun organismo vivente. La ricerca, però, è importante anche alla luce delle informazioni che si potrebbero avere dalle prossime missioni spaziali in cerca di  vita su Marte e su altri corpi celesti.

Attualmente si pensa che la prima  molecola della vita in grado di duplicarsi sia stata l’ rna; recentemente, però, si sta facendo strada l’ipotesi che all’inizio vi fossero piuttosto dei  mix di acidi nucleici, come proposto dal premio Nobel 2009  Jack Szostak della Harvard University. In questo mosaico, potrebbero essere stati presenti vari cugini del nostro materiale genetico.  New Scientist ne elenca alcuni: il  pna (acido peptidonucleico), lo gna (acido gliconucleico) e l' ana (amyloid nucleic acid).

Fonte: wired.it

 

L'agenda digitale del governo Monti parte dai banchi di scuola. Č stato iscritto dal ministro dell'Istruzione con compiti legati all'Innovazione Francesco Profumo in un più ampio piano di digitalizzazione del paese, l' odierno lancio di Scuola in chiaro. Il progetto mette a disposizione in Rete i dati relativi alle 11mila scuole italiane di tutti gli ordini, dalle materne (scuola dell'infanzia) alle superiori (secondaria di secondo grado). Docenti, genitori, alunni e chiunque sia interessato ad avere informazioni sugli istituti e sulle caratteristiche degli stessi possono far riferimento alla sezione creata ad hoc all'interno del portale del Miur e operare una ricerca per luogo, ordine o nome. La scheda delle scuole, obbligate dal 30 dicembre scorso a registrarsi entro oggi, forniscono lumi su dimensioni, caratteristiche della struttura (numero di palestre, laboratori, ecc), numero di alunni e statistiche sulle iscrizioni, numero docenti e situazione degli stessi (tipo di contratto e assenze, dato aggregato e non su ogni singolo insegnante), situazione finanziaria ed eventuali documenti sulla valutazione degli apprendimenti sugli alunni. Provare, dalle vostre elementari alle superiori che volete consigliare a vostro fratello, per credere.

Non tutte le schede sono già state compilate interamente, ma l'intenzione è quella di fornire dati continuamente aggiornati in direzione di " un'amministrazione più moderna e trasparente che, attraverso Internet, metta a disposizione dei cittadini tutte le informazioni necessarie per accedere ai servizi e scegliere con consapevolezza dove iscrivere i propri figli", ha dichiarato il ministro Profumo. L' iscrizione è uno dei punti cardine del progetto, essendo prevista la possibilità di completare l'operazione online (previo inserimento di dati e scannerizzazione dei moduli necessari ed entro il termine previsto anche offline del 20 febbraio).

Ma è l'apertura di porte e finestre sulle informazioni concernenti le realtà in esame a far entrare lo spiraglio di luce degli open data. Ed è Profumo stesso a dichiarare che l'agenda digitale in lavorazione andrà a toccare sanità, mobilità, ambiente, turismo e cultura, oltre alla scuola, che trasparenza e condivisione dei dati devono coinvolgere l'intera pubblica amministrazione e le smart city e a parlare di e-governement. Qualcosa si muove ( banda larga compresa), e si apre, staremo a vedere. 

Fonte: wired.it

 

Il mio chiodo fisso in tutti questi anni di antiproibizionismo... e sicuramente ve ne sarete accorti dai miei scritti... è sempre stata un’unica domanda: Perché l’umano medio comune... diciamo pure “benpensante” non solo non ha mai fatto alcunchè per mettere fine a questa assurda persecuzione nei confronti della cannabis e di chi la usa, ma spesso, è addirittura lui stesso a dare manforte alle politiche proibizioniste? Perché accade una cosa del genere?

Manifesto

L’unico modo per scoprirlo è stato quello di chiedere in prima persona a quanta più gente potevo quali sono i motivi reali…in pratica, da dove nasce la loro predisposizione a condannare la canapa e chi ne usufruisce?

La risposta che mi è stata data il più delle volte è: "perché è una droga!"

Basta un’unica parola, un’etichetta del genere per condannare un nutrito numero di persone a prescindere da quanto nefasta sia la sostanza in oggetto…e allora io ribattevo a mia volta con una domanda: “Ma tu sai che significa realmente droga?” Ne è venuto fuori che la stragrande maggioranza della gente considera “droga” solo le sostanze che sono classificate come nocive dagli organi competenti, a prescindere dai danni che provocano.

Droga in origine era un sinonimo di spezia, di medicamento naturale, di preparato galenico. La parola inglese “Drugs” è traducibile in italiano pressappoco come spezie…i “drugs stores” e le nostre “drogherie” non erano altro e lo sono ancora adesso, rivenditori di spezie . Lo zucchero, il the, il caffè, il tabacco, l’alcol…e tante altre sostanze naturali preparate, sono classificabili come “droga”, ma se non sono scritte in una tabella di divieti redatta da un competente in materia, non sono pericolose e di conseguenza non sono più droghe.

Ma cosa induce a considerare “droga” e cioè qualcosa di potenzialmente pericoloso per l’organismo, una sostanza? Esistono dei criteri oggettivi per determinare ciò. Una sostanza per essere considerata “dannosa” e di conseguenza droga a tutti gli effetti, deve prima di tutto creare dipendenza, poi deve dare assuefazione, poi con l’uso cronico, deve degenerare l’organismo assuntore fino a nefaste conseguenze.

Prendiamo l’alcol. E’ una delle sostanze che crea più dipendenza, sono numerosi i centri di recupero specifici per superare queste crisi di astinenza ed esistono specifiche associazioni che seguono il “drogato” di alcol nel recupero passo per passo (Alcolisti Anonimi).

Per quanto riguarda l’assuefazione…qualunque alcolista può dirvi che col passare degli anni, ha dovuto aumentare la dose d’alcol assunta per avere lo stesso effetto…questa si chiama assuefazione.

E che dire dei danni all’organismo? La molecola etilica non va proprio d’accordo col nostro organismo. Di alcol si può morire di overdose (coma etilico e morte) e a differenza della cannabis, che ha un limite di overdose di circa 40.000 volte la dose massima , quella dell’alcol è appena 10 volte. È una sostanza che presa a dosi massicce aumenta l’aggressività e la spavalderia del soggetto assuntore. Ti distrugge il fegato e poi i reni…t’inquina le arterie ti indebolisce il sistema immunitario... però non è droga. Non lo è perché non la hanno iscritta nella tabella delle sostanze da vietare.

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Questo genera un paradosso…ma la gente è talmente forviata dalle cattive informazioni, che non riesce a vederlo…anche se glielo mostri tutti giorni. Anche se tutti benissimo sanno i danni dell’uso cronico di alcol, non vedendolo scritto fra i cattivi…sono portati (o meglio costretti) a considerarlo innocuo….o al limite facilmente gestibile.

Per cui l’alcol lo trovi in tutte le sue forme nelle enoteche, al supermercato, nelle “drogherie”... e perfino nei cioccolatini. Ci fanno la pubblicità ed è anche, per quanto riguarda il vino, motore portante di una buona fetta di entrate per il nostro Paese….e fanculo la dipendenza, al diavolo l’assuefazione e i danni.

Stesso discorso vale per le altre sostanze legali quali il tabacco, lo zucchero il caffè... e visto che, per la conformazione stessa del nostro organismo che secerne endodroghe (cioè droghe fatte dall’organismo stesso) qualsiasi situazione che induca un comportamento ossessivo compulsivo... come ad esempio il gioco d’azzardo, o erotomania o solo l’avventura ai limiti (che serve per generare adrenalina, altra droga endogena) può essere, o meglio deve essere considerata droga a tutti gli effetti.

Ma allora perché a qualcuno è venuto in mente di iscrivere proprio la cannabis e la sua bassa e soprattutto gestibile nocività dalla parte dei cattivi?

Io c’ho messo circa 3 anni per avere un quadro dettagliato e completo del perché sia accaduta una cosa del genere. Non vi chiedo di perdere 3 anni della vostra vita come ho fatto io... anche perché 3 anni da perdere nessuno li ha più…vi chiedo solo di riflettere... e di farlo su questioni banali come può essere questa che vi ho appena espresso…di individuare il paradosso che è palesemente lì, ma nascosto da un mucchio di chiacchiere e di non accettarlo perché oramai è diventato di uso comune farlo, ma, armati di sana e disinteressata curiosità... indagate... indagate... indagate!!

Ivan il terribile – ASCIA

P.S. Questo non è un attacco all’alcol al fine di premere per vietarne l’uso…perché per noi il problema principale non sta nella sostanza, ma nel divieto. Questo articolo serve solo per spronarvi a riflettere su quanto una parola possa allontanarsi dal concetto originale e generare paradossi talmente grandi da non essere visti.

Fonte: LegalizziamoLaCanapa.org

 
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Hi, it's Nathan!Pretty much everyone is using voice search with their Siri/Google/Alexa to ask for services and products now, and next year, it'll be EVERYONE of your customers. Imagine what you are ...
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