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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

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Framenti di codice genetico che sopravvivono alla digestione e modificano l’espressione dei nostri geni. Lo suggerisce uno studio su Nature Cell Research condotto su 31 volontari umani, più alcune mucche e topi presso l’Università di Nanchino, in Cina. E' la prima volta che il fenomeno viene descritto nei mammiferi.

I micro-Rna sono piccole molecole di una ventina di nucleotidi appena, stipate nei nuclei cellulari: sono noti per regolare l’espressione dei geni e possono spostarsi da una cellula all’altra.

La scoperta che nei mammiferi si trovano micro-Rna estranei è avvenuta per caso. Chen-Yu Zhang, primo autore della ricerca, voleva classificare i micro-Rna del latte materno, ma vi ha trovato un’elevata concentrazione di micro-Rna di origine vegetale. Dato che la cottura non distrugge l’Rna delle piante, i ricercatori hanno supposto che provenissero dal cibo ingerito. Zhang e la sua équipe hanno allora cominciato a cercare anche nel sangue e in altri tessuti, trovando in tutto 40 micro-Rna di cui alcuni, molto abbondanti, provenienti da riso, cavolfiore e broccoli. 

Il passo successivo è stato capire se queste molecole estranee avessero un effetto sull’organismo ospite, dal momento che le sequenze genetiche sono complementari a quelle di 50 geni dei mammiferi. I ricercatori hanno prima testato l’effetto in vitro di un micro-Rna del riso, il MIR168, su cellule del sangue e del fegato, osservando che alcuni geni venivano silenziati. In particolare, nel fegato veniva "spento" un gene legato alla sintesi di una proteina utile a eliminare il colesterolo Ldl (quello cosiddetto cattivo). Zhang è quindi passato a indagare gli effetti di questo micro-Rna in vivo, in tre gruppi di topi. Il primo ha ricevuto una dose elevata nel sangue di MIR168, il secondo ha seguito una dieta a base di riso e il terzo è stato tenuto come controllo. Alla fine della sperimentazione, nei primi due gruppi il livello di colesterolo Ldl risultava molto più alto che nell’ultimo. Come prova del nove, i ricercatori hanno inibito l’azione di MIR168 con un altro micro-Rna: i valori sono rientrati nella norma.

L’immaginazione corre subito alla possibilità di inserire nei cibi micro-Rna capaci di modificare selettivamente l’espressione di alcuni geni a scopo terapeutico. Ma c'è anche chi si chiede se anche i micro-RNA degli Ogm abbiano qualche effetto sui mammiferi.

Riferimento: doi: 10.1038/cr.2011.158

 

Uno degli indicatori più usati per valutare la crisi italiana è lo “spread con i bund tedeschi”. Lo spread è considerato infatti un indicatore della capacità di un paese di restituire i prestiti.

Lo stato italiano, per esempio, ha moltissimi debiti, costituiti sostanzialmente da tutti i titoli di stato (Bot, btp ecc) emessi in cambio di soldi presi in prestito da cittadini, banche , altri paesi. Ma oggi l’italia è da questo punto di vista meno credibile (è stata recentemente degradata da due agenzie che valutano le capacità dei debitori di rendere i soldi) e per far acquistare i suoi bot deve offrire interessi sempre più alti.

E siccome lo spread è la differenza o “allargamento” (spread in inglese) di rendimento tra i titoli di Stato (come i btp) italiani e quelli tedeschi (“bund”), meno l’Italia è credibile, più alti sono gli interessi che deve pagare per avere prestiti e più aumenta lo spread con i titoli tedeschi, giudicati molto affidabili.

Pagare alti interessi può infine avere come conseguenza l'impossibilità di ridurre i debiti, il che farebbe di nuovo crollare l'affidabilità del paese, in una spirale sempre più inarrestabile.

Fonte: focus.it

 

Il più antico "coltellino svizzero" della Storia è stato rinvenuto non lontano dal Lago Turkana, nel nordovest del Kenya.

Si tratta in realtà di una pietra affilata lunga 23 centimetri, utilizzata per un'ampia varietà di mansioni - dal taglio del legno a quello della carne - talmente versatile da meritarsi il soprannome del noto coltello portatile multiuso.

Trovato in Kenya il

Secondo gli esperti a fabbricarla sarebbero stati nostri antenati appartenenti alla specie Homo erectus 1,76 milioni di anni fa.

La scoperta, ripresa immediatamente dalla BBC inglese è stata inizialmente pubblicata sul giornale Nature.

Fonte: Nature - via Focus.it

 

Lo dice la Corte di Giustizia dell’Unione europea esprimendosi sul caso del neurologo tedesco Oliver Brústle. Nel 1997, il ricercatore di Bonn aveva depositato in Germania, presso l’Ufficio competente di Monaco di Baviera, un brevetto su un trattamento per la cura delle patologie neuronali basato sull’uso di cellule staminali provenienti da embrioni all’inizio dello sviluppo, a circa 5 giorni dalla fecondazione (il cosiddetto stadio di blastocisti).

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Il brevetto dava a Brústle l’esclusiva sulle cellule progenitrici dei neuroni, sulle tecniche necessarie alla loro produzione a partire da cellule staminali embrionali e sul loro uso per il trattamento di malattie neurodegenerative. Sollecitato dalle pressioni di Greenpeace, l’Ufficio brevetti tedesco aveva annullato la registrazione motivando la decisione in questo modo: per ottenere le cellule progenitrici dei neuroni bisognava eliminare embrioni umani. Il ricercatore aveva allora fatto ricorso alla Corte di Cassazione, sostenendo che non aveva senso parlare di blastocisti in quanto embrione.

La Corte, dal canto suo, ha rigirato la questione direttamente alla Corte di Giustizia della Ue, chiamata a rispondere alla domanda: come interpretare la definizione giuridica di embrione umano? Ora l’Unione europea ha risposto in modo molto chiaro: “sin dalla fase della sua fecondazione qualsiasi ovulo umano deve essere considerato come un embrione umano, dal momento che la fecondazione è tale da dare avvio al processo di sviluppo di un essere umano”. Non solo: “deve essere riconosciuta questa qualificazione di embrione umano anche all’ovulo umano non fecondato in cui sia stato impiantato il nucleo di una cellula umana matura e all’ovulo umano non fecondato indotto a dividersi e a svilupparsi attraverso partenogenesi”. Quindi, sono embrioni tutte le cellule uovo che abbiano appena iniziato a dividersi, siano esse fecondate oppure no.

Ma cosa comporta, in concreto, la sentenza dell’Unione europea? Lo chiediamo a Elena Cattaneo, docente all’Università di Milano ed esperta di cellule staminali neuronali.

Come giudica il parere della Giustizia europea in merito al caso Brústle?

“Si tratta di una sentenza devastante che, oltre a cancellare la richiesta di brevetto del ricercatore tedesco, ne annulla in un colpo solo altre 200 in attesa di giudizio, soprattutto da parte di ricercatori inglesi e svedesi”.

Addirittura devastante?

“Negando a un ricercatore la possibilità di brevettare i risultati del suo lavoro, neghiamo alla società il diritto di progredire. I brevetti non sono una forma di arricchimento personale, ma sociale, perché solo tutelando la proprietà intellettuale uno scienziato o un’accademia riesce ad attirare i finanziamenti necessari per portare avanti la ricerca. Mi spiega perché un’industria farmaceutica dovrebbe investire nella ricerca se nessuno ne tutela il prodotto finale? È come se la Fiat investisse tempo e denaro nella realizzazione di un nuovo modello e poi, senza registrarne la proprietà, lo mandasse in giro per il mondo così che tutti lo possano copiare”.

In altre parole, nessun brevetto significa un freno alla ricerca.

“Esatto, e voglio sottolineare anche un altro aspetto. Il brevetto è una garanzia di trasparenza dei risultati raggiunti. Se non posso più brevettare la mia scoperta, perché mai dovrei renderla pubblica? La terrò per me. E in questo modo impoverirò tutta la ricerca, perché i miei risultati potrebbero essere una spinta a nuove scoperte”.

Cosa potrebbe succedere in Europa dopo il pronunciamento della Ue?

“Temo una forte battuta d’arresto nel campo degli studi sulle staminali. La sentenza non fa altro che uccidere la competitività della ricerca europea. Magari arriveremo comunque a sviluppare farmaci dalle staminali, ma con molto ritardo e spendendo molto di più perché dovremmo importarli dall’estero, magari dall’Asia o dagli Stati Uniti. E bisognerà spiegare alla gente, ai malati, perché ci abbiamo messo così tanto tempo”.

Via Wired.it  - galileonet.it

 

In particolare, la partnership riguarda la possibilità di standardizzare le conoscenze che nel corso degli ultimi anni i ricercatori di Telethon hanno acquisito in questo campo per cercare di farne un trattamento disponibile su larga scala. “ Insomma, l’idea è quella di far diventare la terapia genica un farmaco, in modo che tutti quelli che ne hanno bisogno possano riceverlo”, dice Luigi Naldini, direttore dell’Hsr-Tiget, pensando alle ricadute future dei suoi studi.

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Per ora, infatti, con la terapia genica sono stati trattati 14 piccoli pazienti affetti da immunodeficienza Ada Scid, il deficit che rende l’organismo incapace di affrontare qualsiasi infezione, tanto che chi ne è affetto deve vivere in ambienti completamente sterili: un singolo trattamento che gli ha permesso di tornare a svolgere una vita normale. "Al momento stiamo anche sperimentando la sicurezza e l’efficacia della terapia genica nei confronti di due gravi malattie genetiche: la sindrome di Wiskott-Aldrich, rara immunodeficienza, e la leucodistrofia metacromatica, che colpisce invece il sistema nervoso e porta alla perdita progressiva delle capacità cognitive e motorie", spiega ancora Naldini. “A oggi sono sette in totale i bambini trattati: per quanto sia ancora prematuro trarre delle conclusioni - i risultati definitivi li avremo soltanto tra due anni -  i primi dati sono molto incoraggianti. La terapia è risultata priva di effetti collaterali immediati e molto efficiente in termini di trasferimento del gene corretto nell’organismo di questi pazienti”. La rosa di sette malattie a cui stanno lavorando Telethon e Gsk comprende anche la beta talassemia, tra le più diffuse malattie ereditarie del sangue, la leucodistrofia globoide, in cui la mancanza di un enzima porta alla perdita di vista e udito e alla morte entro i primi tre anni di vita, la mucopolisaccaridosi 1, rara malattia ereditaria che nella sua forma più grave porta deformità scheletriche e ritardo psicomotorio, e la granulomatosi cronica, grave patologia del sistema immunitario. Malattie molto diverse fra loro ma accomunate dalla possibilità di essere trattate grazie all’ infusione di cellule staminali ematopoietiche corrette.

Ma come funziona questa particolare terapia genica? La tecnica utilizzata dai ricercatori dell’Istituto Telethon di Milano (Hsr-Tiget) - adottata per la prima volta al mondo da Maria Grazia Roncarolo e Alessandro Aiuti - prevede il prelievo dal midollo osseo del paziente delle cellule staminali ematopoietiche, quelle cioè da cui si generano i vari tipi di cellule del sangue. Queste cellule vengono quindi manipolate in laboratorio e al loro interno viene inserito un vettore virale che contiene il gene terapeutico.
Così corrette, le cellule vengono nuovamente reintrodotte nell’organismo, opportunamente preparato grazie a specifici farmaci per favorirne l’attecchimento. Usare le cellule del paziente, e non quelle di un donatore, vuol dire non andare incontro al rigetto, perché anche se corrette l’organismo riconosce quelle cellule come proprie, e non le attacca.

Spesso, parlando di terapia genica si è posto l’accento sul problema della sicurezza: il virus usato per traghettare il gene può andare ad attivare anche altri geni coinvolti nello sviluppo di alcune forme di cancro. Il gruppo dell’Hsr-Tiget usa ormai da alcuni anni dei virus, i lentivirus, con un profilo di sicurezza maggiore: “ una volta espletata la loro funzione, questi virus vanno in quiescenza e anche se capitano vicino a degli oncogeni raramente li innescano”, spiega Naldini. Peraltro lo studio del comportamento dei vettori virali è uno dei punti oggetto del finanziamento di Gsk: “vogliamo aumentarne l’efficacia e la sicurezza e sviluppare un approccio rivoluzionario che di permetterà di riscrivere  il genoma e correggere direttamente le mutazioni causa di malattia nelle cellule dei pazienti, ripristinandone così tutte le funzioni”, sottolinea Naldini.

Il profilo di sicurezza è infatti un punto chiave per rendere di routine quello che oggi è un trattamento speciale. L’obiettivo della partnership, quindi, ha per obiettivo quello di individuare le procedure per poter produrre in futuro i vettori virali su scala industriale, standardizzare le tecniche di manipolazione delle cellule in laboratorio, rendere i protocolli sicuri. “Per esempio, vogliamo capire se possiamo congelare le cellule del paziente in modo da poterle manipolare in un laboratorio anche diverso da quello dell’ospedale che ha in cura il paziente”, va avanti il direttore dell’Hsr-Tiget. “In questo modo la procedura sarebbe centralizzata e quindi più sicura, e il malato dovrebbe andare in ospedale solo al momento della re infusione”.

Via Wired.it

 

È quanto emerge dallo studio condotto dai ricercatori guidati da James C. Engert della McGill University, in Canada, su oltre 27 mila persone di diversa nazionalità. I risultati della ricerca, pubblicati su Plos Medicine, confermano ciò che i biologi sanno da tempo: che siamo il prodotto dell’interazione tra i geni e l’ambiente in cui viviamo. 

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Il rischio di sviluppare malattie dell’apparato cardiocircolatorio può aumentare a causa di variazioni genetiche a carico di specifiche regioni del Dna. Tra queste, le più rilevanti sono rappresentate da un gruppo di cosiddetti polimorfismi a singolo nucleotide (Snps, cioè differenze negli elementi che costituiscono il Dna) localizzati in una regione cromosomica chiamata 9p21. Ma non è ancora chiaro se e in che misura fattori ambientali come la dieta possano influire sul profilo genetico. Inoltre la maggior parte degli studi condotti finora ha riguardato campioni di popolazione omogenei, appartenenti per lo più al ceppo europeo.

L’equipe di Engert ha analizzato invece il Dna di oltre otto mila soggetti (Europei, Asiatici, Cinesi, Latinoamericani, Arabi) coinvolti nel progetto Interheart, uno studio che investiga sui rischi di infarto del miocardio. Ha così individuato quattro Snps particolarmente critici. Nelle persone che  possiedono queste varianti, infatti, la probabilità di un attacco di cuore aumenta di un quinto. Ma l’effetto negativo di questi polimorfismi può essere mitigato da una buona alimentazione (soprattutto per il Snp chiamato rs2383206). A parità di dieta poco equilibrata, infatti, i pazienti portatori della variante rs2383206 hanno il doppio delle possibilità di essere colpiti da infarto rispetto alle persone senza predisposizione genetica. Tuttavia, se la dieta è ricca di frutta e verdura, il rischio di un attacco di cuore diventa uguale in tutti i soggetti, a prescindere dal profilo genetico.

Gli stessi risultati sono emersi dall’analisi genetico-ambientale di oltre 19 mila finlandesi coinvolti in un progetto analogo all’Interheart. Anche se bisognerà replicare i risultati su un campione più ampio, lo studio dimostra comunque che, anche nelle malattie, l’azione dei geni non è mai isolata, ma risente dell’influenza dell’ambiente circostante.

Riferimenti: PLoS Med doi:10.1371/journal.pmed.1001106

 

3 ottobre 2011: qualcuno passa per il 1519 Connecticut Avenue, a Washington D.C., scatta una foto con lo smartphone e la invia online direttamente alla stampante wireless di un amico che si trova ad Anacostia, a una dozzina di chilometri di distanza. La macchina si attiva ed ecco l’immagine in Hd. Tempo totale: una manciata di secondi.

Ora torniamo indietro, esattamente a 89 anni fa. 3 ottobre 1922: qualcuno è seduto davanti al proprio telefono, al 1519 Connecticut Avenue di Washington D.C; sceglie una delle bellissime fotografie (in bianco e nero, ovviamente) che ha davanti a sé, e la manda via fax alla Navy Radio Station, (Nof) di Anacostia. Lì, gli ufficiali della Marina statunitense ricevono e ritrasmettono via radio i segnali. Questi vengono captati al 5502 Sixteenth Street N.W. (sempre a Washington), e vengono registrati su una lastra fotografica. Tempo totale: un po’ di più di una manciata di secondi. Ma che importa, da quel momento le immagini potevano viaggiare nell’etere: stavano per arrivare i radiofax (cliccare qui per sentirne il tipico suono).

Charles Francis Jenkins La master copy nello scanner Il radio facsimile riceve

Il qualcuno del 2011 potrebbe essere ognuno di noi, quello del 1922, invece, non poteva che essere Charles Francis Jenkins, tra i pionieri della trasmissione radio di immagini nonché della televisione (fondò la prima stazione americana, la W3XK). Quella di cui abbiamo parlato è in effetti una delle prime (sebbene non la prima) trasmissioni wireless di un’immagine. E, in ogni caso, la prima dimostrazione ufficiale negli Stati Uniti.

Non si trovano molti documenti che testimonino questo evento in giro per la Rete, ma uno basta e avanza: il libro Vision By Radio, radio Photographs, Radio Photograms, scritto dalla mano dello stesso Jenkins, nel 1925. Il testo si apre in un modo che ricorda i comunicati stampa di una qualche azienda hi-tech di oggi: “ Il rapido sviluppo di macchine per la trasmissione delle fotografie via filo e via radio è adesso molto atteso, perché il pubblico è pronto”. 

“L’autore - prosegue il libro, in cui si parla in terza persona - si aspetta di vedere molto presto i radioamatori utilizzare flash di luce e penne elettroniche al posto delle cuffie”. Jenkins era infatti convinto che l’applicazione di numerose idee per il controllo della luce a distanza fosse imminente nell’elettronica, motivo per cui scriveva quel testo: per aiutare gli ingegneri a sviluppare in fretta i migliori congegni.

Così è stato, e anche il radiofax (o Hf Fax, o radio facsimile, o weatherfax) conobbe il suo momento di gloria. A sfruttarlo, però, è stata soprattutto la Marina militare e gli istituti meteorologici: le frequenze radio sono infatti state usate soprattutto per inviare e ricevere le carte del tempo e delle previsioni. La prima trasmissione di una carta meteorologica è del 1926, inviata da Jenkins agli ufficiali Navy.

Fonte: daily.wired.it

 

53.457.258 minuti. Questo è il tempo dedicato gli utenti su Facebook nel solo mese di Maggio. Uno dei tanti primati dell'universo dei social network fotografati da Nielsen attraverso il rapporto State of the Media: The Social Media Report.

Proprio in concomitanza con la Social Media Week, in corso anche a Milano,  gli analisti della multinazionale olandese hanno registrato l’ennesimo primato di Facebook. Il sito di Mark Zuckerberg, ha raggiunto, negli Stati Uniti, picchi di oltre 140 milioni di visitatori unici. Al secondo posto si trova la blogosfera, con più di 50 milioni, mentre la medaglia di bronzo se la aggiudica Twitter, grazie ai suoi 23 milioni di cinguettatori unici giornalieri. Ai piedi del podio (e intorno ai 20 milioni di contatti) si piazzano invece WordPress, MySpace e LinkedIn, mentre tra gli emergenti troviamo Tumblr, che è stato in grado di triplicare il proprio pubblico in un solo anno. Dati insomma che rivelano, ancora una volta, come per la maggior parte degli internauti le parole social network e Internet stiano diventando sempre più veri e propri sinonimi. Su un campione di 10 mercati globali, gli spazi social sono infatti la destinazione preferita, e rappresentano la maggior parte del tempo speso online arrivando a raggiungere il 60% di tutti gli utenti attivi. Indicatori così importanti da diventare anche casse di risonanza per fenomeni ancora più ampi, dalla Primavera Araba, all’ elezione del Partito dei Pirati in Germania.

E in Italia? Sempre secondo Nielsen, gli italiani trascorrono circa un terzo del loro tempo online (il 31% per la precisione) attaccati ai social network. Una crescita amplificata anche dall’uso sempre più frequente di connessioni internet mobile. Il trend piace anche agli economisti, visto che il 70% degli adulti attivi sui social ama fare acquisti online (il 12% in più dell’utente adulto Internet medio). Il lato consumatore tuttavia non è l’unico indicatore col segno più. Anche sul fronte dell’impiego Facebook è in rialzo, avendo contribuito a creare circa 182 mila posti di lavoro e un indotto di oltre 12 miliardi di dollari nell’economia degli Stati Uniti nel giro degli ultimi 12 mesi. Come? Soprattutto attraverso il download di oltre 20 milioni di applicazioni al giorno effettuato dai 750 milioni di persone che Zuckerberg conta sparse per il mondo. Una nazione, anche dal punto di vista del Pil, di tutto rispetto.

Fonte: wired.it

 
By Admin (from 30/11/2011 @ 14:05:36, in it - Scienze e Societa, read 997 times)

La notizia arriva come un fulmine a ciel sereno visto che la testata aveva appena celebrato il suo 25° anniversario con un numero speciale.

I ricercatori biomedici hanno così perso una fonte di informazioni autorevole e i giornalisti scientifici  l'ennesima pubblicazione su cui si poteva scrivere.

The Scientist è stato lanciato come un bi-settimanale nel 1986 da Eugene Garfield, fondatore dell'Institute for Scientific Information (ISI, ora Thomson Reuters). Dalla prima sede a Washington, DC, ben presto si trasferisce a Philadelphia, dove si trovava ISI, e più tardi fu trasformato in una rivista mensile stampa accompagnato dal quotidiano di notizie online.

Ma Vitek Tracz, l'imprenditore pubblicazioni scientifiche che hanno acquistato la pubblicazione e che rimane il suo amministratore delegato, ha confermato che con "grande tristezza, ... abbiamo dovuto chiudere The Scientist".

In una e-mail, Tracz scrive che l'unica ragione della chiusura è economica,  non c'è altra ragione. I nostro personale è meraviglioso e di talento, ha un pubblico che la  ama, ed è riuscita a mantenere alta editoriale e standard di produzione per molti anni.

Ma il mondo, spiega l'imprenditore promotore del movimento open-access, si sta allontanando dalle riviste tradizionali, e la nostra dipendenza dalla pubblicità ci ha portato a questo punto.

Negli ultimi anni, Tracz ha concentrato gran parte della sua attenzione sulla Faculty of 1000 post pubblication Peer Review, un tentativo alternativo di applicare la peer review in letteratura scientifica con ricercatori selezionati in una miriade di discipline.
Proprio questa settimana, infatti, il sito ha lanciato la F1000 Factor Journal, un nuovo tentativo di classificare riviste scientifiche, che offre una una alternativa alla  metrica tradizionale e controversa  conosciuta  come impact factor.

Fonte: gravita-zero.org

 

A volte gli orrori della storia sono destinati a ripetersi. Era il 1946: il mondo occidentale condannava in modo unanime i feroci crimini compiuti dai medici nazisti sui prigionieri nei campi di concentramento. Tuttavia, nello stesso anno, il Public Health Service (Phs) americano dava inizio a un esperimento illegale nel cuore del Guatemala. Nell'arco di due anni, 1.308 persone furono infettate con i patogeni che causano sifilide, gonorrea e ulcera venerea. Lo scopo era testare la penicillina. Lo svela un inquietante rapporto pubblicato lo scorso 13 settembre dalla Commissione Usa per la Bioetica, che fa luce su una delle pagine più buie della storia statunitense.

Secondo quanto testimoniato nei fascicoli originali del Phs, i medici americani tennero all'oscuro le cavie umane circa la pericolosità delle malattie che dovevano essere studiate. Tra le vittime di questo folle esperimento vi erano soldati, prigionieri e malati psichiatrici. Si calcola che, in totale, almeno 83 persone abbiano perso la vita a causa delle complicazioni dovute alle infezioni.

Già durante la Seconda Guerra mondiale, gli Stati Uniti avevano svolto un test del genere sul territorio nazionale (prima venivano usati i conigli). Nella prigione di Terre Haute, una cittadina nello stato dell'Indiana, i medici avevano inoculato nei prigionieri il patogeno della gonorrea per studiarne lo sviluppo. In quel caso, però, ai detenuti era stato chiesto di firmare un consenso informato. In Guatemala, invece, nessuno sapeva a cosa stesse andando incontro. La disparità del trattamento riservato ai guatemaltechi lascia del tutto increduli. Il silenzio dell'équipe medica, capeggiata da John Cutler, docente all’Università di Pittsburgh, pesa come un macigno. E ancora più difficili da accettare sono le pratiche utilizzate dagli scienziati. Oltre alle iniezioni, infatti, i medici statunitensi pagavano alcune prostitute affette da gonorrea per avere rapporti sessuali non protetti con i soldati guatemaltechi.

Amy Gutmann, coordinatrice della commissione, ha intitolato il rapporto “Eticamente impossibile”. Con queste esatte parole, infatti, il giornalista scientifico Waldemar Kaempffert descriveva la sola idea di voler infettare in modo deliberato degli esseri umani a fini di studiare la sifilide. Il suo breve articolo, tragicamente profetico, apparve nel 1947 sulle pagine del New York Times. A quel tempo, nessuno, Kaempffert incluso, era a conoscenza di cosa stesse accadendo in Guatemala.

La verità è venuta a galla solo nel 2003, quando Susan Reverby, docente a Pittsburgh, entrò in possesso dei documenti lasciati in eredità da Cutler dopo la sua morte. I fascicoli includevano appunti e cartelle mediche, gran parte dei quali erano rimasti segreti per più di 50 anni. Reverby ispezionò il materiale con molta cura, e nel 2010 decise che fosse arrivato il momento di avvertire le autorità.

La notizia arrivò fino alla Casa Bianca e, il 24 novembre dello stesso anno, il presidente Obama incaricò il team guidato da Gutmann di indagare sull'accaduto. Così, dopo aver raccolto nuove prove (più di 125mila pagine di documenti sparsi in decine di archivi), la commissione ha portato alla luce la verità.

Secondo Gutmann, il caso del folle esperimento condotto in Guatemala - per cui Obama si è scusato ufficialmente a nome degli Stati Uniti - può ancora insegnarci una lezione molto importante: “ Gli scienziati di Cutler guardavano alle comuni prassi mediche come se fossero stati fastidiosi ostacoli da aggirare. Dobbiamo assicurarci che i giovani ricercatori di oggi non commettano il medesimo errore. I principi etici con cui trattiamo i pazienti non sono delle inutili scocciature. Essi rappresentano, piuttosto, i pilastri che sostengono la nostra società”.

Fonte: wired.it

 
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