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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
By Admin (from 01/01/2011 @ 10:00:51, in it - Scienze e Societa, read 2087 times)

Inclusa già nel 1983 nella lista del Patrimonio mondiale dell'umanità, l'Abbazia benedettina di San Gallo ha rappresentato per oltre 12 secoli uno dei principali centri di cultura in Europa e ancora oggi custodisce una delle più ricche e antiche biblioteche del mondo.

 

Una fucina d'arte e di conoscenza con oltre 1200 anni di storia, una biblioteca con una straordinaria collezione di libri e una sala barocca considerata un gioiello d'architettura. Con queste peculiarità non vi è da stupirsi che l'Abbazia di San Gallo sia stata uno dei primi siti di tutto il mondo a essere iscritto nel Patrimonio dell'umanità, già pochi anni dopo la creazione della prestigiosa lista dell'Unesco.

"L'idea di presentare una candidatura non era venuta da San Gallo, ma era stata avanzata da alcuni organismi internazionali. Mentre oggi vi è quasi una corsa a livello mondiale per figurare nella lista dell'Unesco, a quei tempi non si sapeva molto bene cosa potesse significare questo riconoscimento", ricorda Karl Schmuki, viceresponsabile della biblioteca abbaziale.

A San Gallo l'impatto di questa iscrizione si è capito soprattutto nell'ultimo decennio, da quando i siti del Patrimonio mondiale hanno cominciato a suscitare un forte interesse popolare e ad attirare masse di turisti dai 5 continenti. Il numero dei visitatori è lievitato anche nell'abbazia sangallese e la cittadina della Svizzera orientale ha guadagnato rinomanza e visibilità internazionale.

 

Una città nata dall'abbazia

Per i sangallesi, l'importanza dell'abbazia benedettina era però già nota da molto tempo. Senza di essa, forse San Gallo non esisterebbe nemmeno e di certo non sarebbe diventata una delle principali capitali culturali e scientifiche del Medio Evo. La città è infatti sorta attorno al convento, situato ancora oggi nel cuore del centro storico.

La nascita risale al 612 d.C., quando il monaco peregrinante Gallo, di origini irlandesi, si stabilì in questo sito, radunando attorno a sé numerosi discepoli. Un secolo più tardi il sacerdote alemanno Otmaro assunse la guida della comunità e diede vita al monastero, il primo fondato in Svizzera.

Con l'introduzione della Regola benedettina, che imponeva letture quotidiane ai membri del cenobio, cominciò a svilupparsi lo scriptorium, l'officina scrittoria in cui generazioni di monaci si dedicarono all'arte della calligrafia, della decorazione e della rilegatura. Ancora oggi numerose delle grandi biblioteche del mondo custodiscono manoscritti creati dai benedettini sangallesi.

Accanto allo scriptorium sorsero una scuola e una biblioteca che fecero di San Gallo uno dei centri di studi e di sapere più luminosi d'Europa. Il monastero lasciò importanti tracce anche nell'architettura: la pianta realizzata nel IX secolo per l'ampliamento del complesso abbaziale servì da modello all'architettura monastica in tutto il continente. E, più recentemente, ispirò anche "Il nome della rosa" di Umberto Eco.

Una miniera d'oro

L'abbazia, che si raggruppa attorno alla collegiata e ad un grande cortile, conserva ancora oggi molteplici testimonianze dei diversi stili architettonici sviluppati nel corso dei secoli. Il complesso attuale risale prevalentemente al XVIII secolo e vanta una delle più splendide realizzazioni dell'architettura barocca: la sala della biblioteca, visitata ogni anno da oltre 130'000 persone.

"In una biblioteca simile ci si lascerebbe volentieri rinchiudere per l'eternità", scrisse nel 1822 l'erudito tedesco Andreas Wilhelm Cramer. Il salone, considerato il più bell'ambiente rococò della Svizzera, è un capolavoro armonico di colonnati, nicchie, rilievi, decorazioni e dipinti.

Sopra la porta d'entrata della sala, che contiene 30'000 preziosi volumi, figura la scritta greca "Farmacia dell'anima". Un richiamo alle virtù spirituali attribuite dai monaci benedettini al patrimonio di conoscenza raccolto nel corso dei secoli dall'abbazia.

La biblioteca, annoverata tra le venti più importanti del mondo, dispone di una collezione complessiva di 160'000 libri e rappresenta una vera e propria miniera d'oro per gli studiosi del Cristianesimo, del Germanesimo e della Classicità. Vi si trovano numerose opere uniche e antiche - tra cui migliaia di manoscritti, incunaboli e manufatti della legatoria - che documentano 12 secoli di storia europea in ambito di liturgia, arte, scienza, medicina e vita quotidiana.


Un patrimonio minacciato

"È quasi incredibile che questi tesori siano giunti fino a noi, attraverso una così lunga storia di incendi, saccheggi e guerre", osserva Karl Schmuki. A più riprese i monaci trafugarono la collezione a centinaia di chilometri di distanza, fino in Austria, per sfuggire alle minacce. Dapprima le orde degli Ungari, che nel X secolo depredarono i conventi di mezza Europa, poi i seguaci della Riforma, che si accanirono contro i tesori della Chiesa cattolica, o le forze della Rivoluzione, che soppressero nel 1805 l'abbazia e secolarizzarono la biblioteca.

La tradizione bibliofila sangallese ha dimostrato di saper sormontare anche le rivoluzioni tecnologiche. All'epoca dell'invenzione della stampa i monaci benedettini si adeguarono creando una loro stamperia. E oggi, nell'era di internet, la biblioteca ha già avviato uno dei progetti più innovativi a livello mondiale di digitalizzazione dei testi medievali, per permettere a tutti di accedere alla sua inestimabile fonte di sapere.

Autore: Armando Mombelli, San Gallo, swissinfo.ch

 
By Admin (from 31/12/2010 @ 10:00:28, in it - Scienze e Societa, read 1688 times)

Situato ai piedi delle Alpi svizzere, il convento di San Giovanni offre uno sguardo unico sul Medioevo che nel 1983 l'Unesco ha riconosciuto come Patrimonio mondiale. Un monastero vivo, dove coesistono impegno culturale, ricerca archeologica e rigore benedettino.

 

L'aria è pungente nel convento di San Giovanni. Una luce fioca illumina la navata centrale e immerge la chiesa in un'atmosfera surreale. Ogni angolo del complesso monastico trasuda storia. Una storia che ha inizio 1200 anni fa, raccontata attraverso il più vasto ciclo di affreschi del basso ed alto medioevo ancora esistente al mondo.

La chiesa con il suo campanile e la torre Planta con le caratteristiche guglie a coda di rondine disegnano l'inconfondibile profilo del monastero; quel profilo che contraddistingue tutto il villaggio di Müstair. Oltre alle pitture parietali il convento custodisce altri tesori culturali e artistici unici nel suo genere, frutto di almeno otto fasi di ristrutturazione. Ogni epoca ha lasciato le proprie tracce con stuccature, volte e salotti rivestiti in legno che si fondono in un insieme armonico.

«L'idea di candidare il convento alla lista dell'Unesco è nata un po' per caso ed è frutto dell'iniziativa del professor Alfred Schmid, allora presidente della Commissione federale dei monumenti storici», spiega Elke Larcher, responsabile delle pubbliche relazioni per la Fondazione Pro Monastero. «In quegli anni, la prassi da seguire era senza dubbio più semplice anche perché il marchio di patrimonio dell'umanità non era ancora molto conosciuto al grande pubblico».

 

Situata all'estremità orientale delle Alpi svizzere, dietro i ghiacciai dello Stelvio e a pochi passi dal Tirolo, la Valle Monastero ha fondato per secoli la sua economia sull'agricoltura e il transito dai passi. Oggi gli oltre 1'700 abitanti vivono prevalentemente di turismo, coscienti di quanto le peculiarità naturali e culturali – non da ultimo la lingua romancia – rappresentino una vera e propria risorsa per la regione.

«È difficile stabilire fino a che punto il riconoscimento dell'Unesco abbia accresciuto il turismo nella valle, ma di sicuro ha regalato al convento una maggiore visibilità, soprattutto all'estero», precisa Elke Larcher. Un'opportunità di sviluppo ecosostenibile che potrebbe prosperare ulteriormente se la candidatura della biosfera Val Monastero – comprendente il Parco nazionale svizzero – fosse accolta dall'Unesco.

Un tentativo di ritorno allo splendore del passato, quando attorno a questo villaggio a 1'250 metri di altitudine si cristallizzava l'agire politico, economico, sociale e religioso dell'epoca.

 

La fondazione, tra mito e storia

La leggenda racconta che Carlo Magno, di rientro dalla sua incoronazione a re dei Longobardi nel 774, riuscì a sopravvivere a una bufera di neve e in segno di gratitudine fondò il convento di San Giovanni. Müstair si trovava infatti in una posizione strategica per le sue ambizioni di espansione ad est, verso la Baviera.

Come ogni leggenda, anche questa sembra avere un fondo di verità: le travi in legno inserite nella struttura originaria della chiesa risalgono proprio al periodo in cui l'imperatore percorse la Valtellina e attraversò il passo dell'Umbrail dopo aver conquistato il regno longobardo. Da allora la figura dell'imperatore è venerata come quella di un santo a Müstair. La sua statua si erge fiera a fianco del crocifisso, quale guardiano della chiesa.

Sin dall'inizio il convento è stato decorato con pitture murali e vetrate policrome, segno evidente di un periodo di prosperità e rinascita culturale. «Bisogna immaginare la chiesa come un locale semplice, con pareti lisce e un soffitto piatto, interamente dipinto», spiega Elke Larcher. I pilastri, la volta e il matroneo furono aggiunti solo nel 1492.

Gli affreschi carolingi (VIII e IX secolo) ricoprivano interamente le pareti della chiesa e illustravano la storia della redenzione. Intorno al 1200 tutta la parete orientale fu completamente decorata con un nuovo strato di affreschi, più dinamico e fantasioso rispetto al passato, ma caratterizzato dagli stessi contenuti iconografici.

Guardiane del convento

Le pitture parietali vennero riportate alla luce tra il 1947 e il 1951, ma l'esistenza di cicli di affreschi carolingi è stata documentata già a partire dall'inizio del secolo scorso. Nel 1969 venne poi avviata una campagna di restauro finanziata dalla Fondazione Pro Monastero, volta a conservare gli edifici del complesso e affiancata da scavi archeologici. Nel 2003 sono terminati i lavori di restauro e di consolidamento della torre Planta, coronati dall'apertura del nuovo museo del monastero.

«Oltre agli aspetti prettamente artistici, unici nel loro genere, il convento riesce a far coesistere l'elemento culturale – tra storia, scienza e restauro – con quello religioso», ricorda Elke Larcher. «La presenza delle suore è stata decisiva per la sopravvivenza del monastero e rappresenta tuttora un elemento di importanza fondamentale per il villaggio». Un convento vivo, insomma, dove la regola di San Benedetto viene rinnovata giorno dopo giorno e scandisce i ritmi quotidiani tra preghiera e lavoro.

Müstair fu prima di tutto un centro destinato a consolidare la cristianità e a propagare il modello monastico. Oggi non è soltanto un punto di riferimento turistico, ma anche un luogo di pellegrinaggio. Un modo diverso di concepire il viaggio, lontano dal caos della vita moderna e alla ricerca di quel silenzio che ha il sapore del passato. Tra pitture medievali e litanie benedettine, resta soltanto la meridiana a scandire il tempo nel convento di Müstair.

Autore: Stefania Summermatter, Müstair, swissinfo.ch

 

Se Genova si può comparare a un grande puzzle di colori, odori, consistenze variegate e ogni volta sorprendenti, fatte di aria di mare e monumenti dalla lunga storia, allora Nervi è una delle tessere più interessanti. Si tratta di un quartiere residenziale all’estrema periferia orientale del capoluogo, uno dei comuni della Grande Genova che negli anni ’20 del Novecento vennero soppressi dalla riforma urbanistica fascista.

 

Sono poco più di 11 mila gli abitanti di Nervi, che possono godere un bel panorama sulle scogliere e un clima gradevolissimo garantito dalle alture a ridosso del mar Ligure, che proteggono l’abitato dai venti e dal freddo e lo rendono più mite rispetto al resto di Genova. In effetti qui le temperature medie sono sempre piuttosto dolci, comprese tra i 5°C e gli 11°C in gennaio e tra i 21°C e i 27°C in luglio. Anche le precipitazioni sono scarse in primavera e in estate, e soltanto in autunno si fanno un poco più abbondanti, sino a raggiungere i 153 mm di pioggia.

 

Con queste condizioni climatiche è un vero piacere passeggiare nel cuore della cittadina, alla scoperta dei monumenti e degli edifici storici che raccontano il passato di Nervi, le sue usanze e le sue tradizioni. Tra le architetture religiose più interessanti spicca la Chiesa di San Siro, prima parrocchiale di Nervi, conosciuta in età medievale come “Plebana” e dotata un tempo di una facciata molto più ampia di quella attuale. All’interno si possono ammirare pregevoli sculture neoclassiche di diversi artisti genovesi, come Pasquale Bocciardo e Bernardo Mantero.

 

Tra le architetture civili c’è invece Villa Gnecco, posizionata sul torrente di Nervi, edificata nel XVIII secolo con una tipica struttura ad angoli rinforzati e corpi angolari avanzati, come nelle antiche fortificazioni. Da vedere anche Villa Gropallo, circondata da un bel parco, e Villa Luxoro, oggi sede di un museo con opere pittoriche e pezzi d’antiquariato di grande valore, anch’essa immersa in un ampio giardino che si affaccia su una scogliera a picco sul mare. Infine non mancano a Nervi alcune importanti strutture militari, in particolare la torre di Gropallo e il Castello, quest’ultimo edificato a protezione dell’attuale porticciolo situato alla foce del torrente Nervi.

Se amate la vita all’aria aperta e le passeggiate apprezzerete i cosiddetti Parchi di Nervi, tre aree verdi inserite proprio all’interno del contesto urbano, e la passeggiata dedicata a Anita Garibaldi, un lungo percorso che venne realizzato in due tempi dal marchese di Gropallo, la prima parte nel 1862 tra il porto e la torre di Gropallo, e la seconda nel 1872 per unire via Serra Gropallo con l’area di Capolungo. Lungo l’itinerario si incontrano diversi accessi che consentono di raggiungere la scogliera, meta preferita dei pescatori o dei bagnanti che visitano Nervi nella stagione estiva.

 

Per completare la panoramica del paese varrebbe la pena di prender parte a uno dei tanto eventi che vi si tengono nell’arco dell’anno. Tra le varie manifestazioni ce ne sono due particolarmente suggestive, una in piena estate e una nel periodo natalizio. Nella prima metà di agosto c’è la Disfida delle focacce, che coinvolge tutti i comuni dell’area e consiste in una sfida culinaria per premiare il paese produttore della migliore focaccia. Ogni cittadina ha un proprio forno vincitore, che partecipa alla finalissima, e non mancano gli assaggi gratuiti e la degustazione di vini del territorio. L’evento più bello dell’inverno è invece ambientato all’interno della chiesa della confraternita del Rosario: qui viene allestito ogni anno uno dei presepi più grandi e ammirati del territorio genovese, animato da suoni, luci e giochi d’acqua, interamente fatto a mano.

 

Trovandosi nella periferia di Genova, raggiungere Nervi non è difficile. La stazione ferroviaria e l’aeroporto Cristoforo Colombo consentono collegamenti efficienti con le maggiori città d’Italia e d’Europa, e per chi si sposta in auto è sufficiente uscire dall’autostrada al casello di Genova Nervi, per poi seguire i cartelli stradali sino a destinazione.

Fonte: ilturista.info

 
By Admin (from 29/12/2010 @ 08:00:53, in it - Scienze e Societa, read 1917 times)

Una mezza luna per metà inzuppata nel mare, per metà protesa verso il cielo con vette montuose imponenti: questa è la Liguria, lingua di terra sottile e allungata, in viaggio ogni giorno tra l’ambiente mediterraneo e le colline, tra i terrazzamenti coltivati ad ulivo e le cime innevate delle prime Alpi. Qui, nella parte più elevata della regione, dove l’inverno sparge generoso manciate di candida neve, sorge la località sciistica Monesi di Triora, frazione di Triora.

 

Abbarbicata a 1376 m di quota, Monesi è l’unica frazione di Triora a non trovarsi nella Valle Argentina, bensì in Val Tanaro, nella verdeggiante provincia di Imperia. A breve distanza dal paese il Tanaro affiora alla luce e inizia il suo corso avventuroso verso valle, mentre sopra l’abitato si erge possente il Saccarello, il monte delle Alpi Liguri più elevato della zona. Quasi alla sommità del rilievo, riconoscibile sin da lontano, se ne sta il celebre monumento del Redentore, posto qui oltre cento anni fa perché vegliasse sulle Alpi Marittime.

 

Lo scenario che abbraccia Monesi di Triora è un patchwork variegato di colori diversi, profumi che si confondono ricordando ora la montagna ora il mare, dove le montagne sono sculture di roccia modellate da mani titaniche. A seconda della stagione le luci si fanno intense o gentili, malinconiche o gioiose, e il panorama cambia d’abito da un mese all’altro: il regno dell’estate è fatto di verdi teneri e freschi, ma quando entra in carica l’inverno porta con sé una bellezza glaciale che immerge la natura in un velo di seta bianca.

 

Ad accarezzare il paesaggio c’è il clima montano di Monesi, freddo come si addice alle località d’alta quota ma piuttosto mite rispetto ad altre zone alpine. Qui le temperature medie di gennaio, il mese più rigido, vanno da una minima di -1°C a una massima di 2°C, mentre in luglio e agosto, i mesi più tiepidi e ideali per le passeggiate, si passa dai 14°C ai 25°C. Le precipitazioni, che nei mesi più freddi regalano bei fiocchi di neve, si concentrano soprattutto tra aprile e maggio, quando cadono in media 113-124 mm di pioggia mensili.

 

Il connubio di ambiente e condizioni climatiche fa sì che Monesi di Triora, dall’inizio dell’inverno ai primi giorni di primavera, sia una rinomata stazione sciistica. Fondata a metà degli anni Cinquanta, la località conobbe il maggior successo nei due decenni successivi, quando erano in funzione cinque efficienti impianti di risalita tra cui quattro skilift, uno dei quali costituiva il primo skilift italiano con illuminazione notturna, e una seggiovia, che per diversi anni ha detenuto il record di più lunga d’Europa. Agli impianti si aggiungevano una pista di pattinaggio, un’accogliente piscina e strutture ricettive all’avanguardia, che avevano attirato al paese il soprannome di “piccola Svizzera ligure”.

Purtroppo una combinazione di eventi sfortunati, come alcuni inverni poco nevosi o la gestione insufficiente della promozione turistica, ha fatto sì che la zona perdesse lustro a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, e un lento declino ha costretto gli albergatori a chiudere certe strutture, perdendo turisti e prestigio. Ma non ci si deve far ingannare da questa parentesi sfavorevole: chi conosce il panorama delle Alpi Liguri sa che vale la pena di salvare le località della zona, per non dover rinunciare allo sci e alle escursioni in un vero e proprio paradiso incontaminato, capace di emozionare e rilassare allo stesso tempo. Proprio per questo, dal 2008, si sta operando con cura e attenzione per la ripresa della stazione, che è ormai in fase di piena ripresa: gli alberghi confortevoli, i bar e i ristoranti tipici sono di nuovo vivaci, e gli impianti di risalita promettono discese mozzafiato.

 

Aldilà alle vecchie piste, che si possono ancora utilizzare, il vero fiore all’occhiello di Monesi sono i numerosi fuoripista che accompagnano i temerari dalla vetta del Saccarello sino in paese. La superficie percorribile con gli sci ai piedi è di ben 330 ettari, e comprende percorsi diversi per tutti i gusti e tutti i livelli di preparazione. Ma quando le giornate di marzo si fanno più tiepide e il sole accarezza la neve con sempre maggior calore, ecco che il candore inizia a ritirarsi per rivelare il cuore verde di queste montagne.

 

Dalla primavera all’estate si possono scoprire innumerevoli attività, divertenti o rilassanti, da condurre all’aria aperta a contatto con la natura. Il trekking è il passatempo più amato, da sperimentare nei sentieri che solcano i crinali rocciosi del Saccarello, a metà strada tra la Liguria, il Piemonte e la Francia. Da provare anche le pedalate in mountain bike, le passeggiate a cavallo, il rafting lungo il torrente Arroscia e il parapendio nei pressi di San Bernardo di Mendatica.

 

Ma Monesi di Triora non offre soltanto passatempi sportivo: un’ottima alternativa per trascorrere una vacanza in paese è partecipare ad alcune delle manifestazioni che vi si organizzano nell’arco dell’anno. Tra le occasioni più accattivanti ci sono la fiaccolata di carnevale e la festa in maschera sulla neve, con la cioccolata calda per tutti, e l’attesissimo Skitest Mela Verde di fine febbraio, che fa la gioia degli sciatori e degli snowboarder più appassionati.

Per raggiungere Monesi di Triora e le sue piste da sci ci sono diverse possibilità. Chi sceglie l’auto può percorrere l’Autostrada A10 Genova-Ventimiglia e uscire ad Arma di Taggia, quindi seguire le indicazioni per Triora lungo la SS 548. Chi preferisce il treno può scendere ad Arma di Taggia o a San Remo, mentre gli aeroporti più vicini sono quelli di Nizza e di Genova, rispettivamente a 90 km e 155 km di distanza.

Fonte: ilturista.info

 
By Admin (from 28/12/2010 @ 08:00:22, in it - Scienze e Societa, read 1361 times)

Giardino Esotico Pallanca.

Subito dopo la galleria di Punta Migliarese, ecco un ripido pendio roccioso a picco sul mare, con fasce e terrazze popolate da splendide piante. E' il Giardino Esotico Pallanca, spettacolare monumento naturalistico realizzato dai discendenti di Bartolomeo Pallanca, giovanissimo"bocia" e poi collaboratore di Lodovico Winter. Vi sono tremiladuecento specie di piante. Spicca la preziosa collezione di cactus e succulente, la più importante d'Italia e una delle più importanti d' Europa. La pianta più antica - una "Copiapoa" originaria del Cile, che cresce sulle pendici delle Ande - ha trecento anni. Il Giardino Esotico Pallanca ben si può considerare come l'erede del Giardino Moreno.

 

Il Lungomare Argentina

Un rettilineo lungo due chilometri che corre tra la ferrovia e la spiaggia, fiancheggiato da splendidi filari di "Araucaria excelsa" e da variopinti giardini con piante grasse e fiori.

Il magnifico Lungomare Argentina, così chiamato perché inaugurato da Evita Perón, la moglie del Presidente argentino che trascorse a Bordighera una giornata del luglio 1947; una presenza vissuta come "auspicio" della rinascita turistica della città nel dopoguerra.

Il Lungomare Argentina è la passeggiata mare pedonale più lunga della riviera.

Da qui si ammira il "panorama incomparabile" descritto da Edward e Margaret Berry. Lo sguardo abbraccia la costa fino alla rocca della Turbie, ai grattacieli di Montecarlo, al promontorio di Cap Ferrat e oltre. Nel Chiosco della Musica, lungo la passeggiata, si tenevano tre concerti alla settimana.

Il Sentiero del Beodo

"Ecco una delle passeggiate più entusiasmanti di Bordighera, che ogni artista non può dimenticare", esclamava Charles Garnier: " una successione ininterrotta di tanti angoli nei quali si armonizzano forma ed eleganza."

E' la passeggiata lungo il percorso dell'antico canale dell'acquedotto (béodo) che portava in città l'acqua potabile e per l'irrigazione. Alimentava una cisterna (oggi coperta) scavata al centro della Piazza Padre Giacomo Viale. Il béodo riforniva d'acqua le case, le fontane, i frantoi, i lavatoi pubblici, fino ai giardini e agli orti della città bassa. Il sentiero parte poco oltre la Città Alta (verso la Via dei Colli), passa sotto un tunnel, risale la Valle del torrente Sasso per una vecchia mulattiera; procede a mezza costa, lungo le fasce sostenute da muri a secco, tra mimose e ginestre, olivi, piante grasse e ciuffi di palme. Nel primo tratto domina la costa, quindi svolta verso l'interno, fino a raggiungere la piccola frazione di Sasso.

 

La chiesina Del Carmelo

La Cappella della Madonna del Carmelo di Bordighera risale al 1790 circa e fu eretta per iniziativa del Sindaco della città Giacomo Maria Giribaldi (1763-1850). Sensibile alle aspettative dei primi abitanti della "nuova" Bordighera, quella cioè del "Borgo Marina", egli volle mettere a disposizione un'area attigua alla casa dei suoi antenati, sulla tradizionale Piazza Mazzini, per farvi costruire un chiesetta che servisse alle necessità dei suoi concittadini per le funzioni religiose senza doversi recare nella lontana chiesa parrocchiale della Città Alta. Sorse così il piccolo tempio che venne dedicato alla Madonna del Carmelo e ottenne presto dalle Autorità Ecclesiastiche ogni privilegio.

Nella facciata principale, orientata verso l'attuale Piazza Mazzini, si trova un pregevole fregio floreale in stucco che contorna uno stemma Mariano e che è sovrastato da un rosone adornato da vetrata policroma. Sopra il rosone una lastra di gesso con la dicitura"DECOR CARMELI"; più in alto un fregio richiama l'antica configurazione architettonica della facciata con due finestrelle e una piccola cella campanaria in posizione centrale sormontata da una croce. Nella parte inferiore della facciata è rimasto il portone originale in legno, a due ante.

 

All'interno, nonostante la sostituzione della volta con un soffitto piano, rimane uno spazio ben proporzionato minuto e raccolto, esaltato dalle linee morbide delle decorazioni e degli stucchi e dai dipinti di pregio. Nel pavimento originale in ardesia, sono inserite le lapidi in memoria di antenati della famiglia Giribaldi. Sopra l'altare una grande nicchia accoglie la statua della Madonna del Carmelo col Bambino; ai lati due statue in gesso originali di San Giuseppe e Sant' Erasmo. Sulle pareti laterali nel presbiterio vi sono due dipinti ad olio raffiguranti San Giovanni Battista e San Francesco. Sulle pareti dell'aula sono applicati dipinti più piccoli. Il 5 ottobre 1996 il Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali ha emesso un decreto con il quale la Chiesa del Carmelo è stata dichiarata" bene di interesse particolarmente importante e come tale sottoposto a tutte le disposizioni contenute nella Legge 1.6.1939 n.1089". (Dalla relazione storico-artistica del Ministero per i Beni Culturali ed Ambientali).

Fonte: Comune di Bordighera

 
By Admin (from 27/12/2010 @ 12:00:37, in it - Scienze e Societa, read 1828 times)

Il Forte di Bard, rimasto pressoché intatto dal momento della sua costruzione, rappresenta uno dei migliori esempi di fortezza di sbarramento di primo Ottocento.

La piazzaforte è costituita da tre principali corpi di fabbrica, posti a diversi livelli, tra i 400 e i 467 metri: dal più basso, l'Opera Ferdinando, a quello mediano, l'Opera Vittorio, e al più alto, l'Opera Carlo Alberto per un totale di 283 locali.

L'Opera Ferdinando, al momento non visitabile, si presenta a forma di tenaglia ed è costituita da due corpi di fabbrica, l'Opera Ferdinando Inferiore e l'Opera Ferdinando Superiore.

L'Opera Mortai, collocata alle sue spalle, e l'attigua Polveriera ospitano i locali destinati ai laboratori didattici.

 

A circa metà della rocca sorge l'Opera Vittorio, che ospita Le Alpi dei Ragazzi, un percorso interattivo interamente dedicato ai più giovani di avvicinamento all'alpinismo in cui ci si può cimentare in un'ascensione virtuale al Monte Bianco.

Al culmine del rilievo, la più imponente delle tre opere è formata da una cinta su cui si appoggiano tutti i fabbricati e che racchiude al suo interno l'Opera di Gola, con il relativo cortile, posta a difesa del lato sud, e l'Opera Carlo Alberto (foto in alto) con il grande cortile quadrangolare della Piazza d'Armi, circondato da un ampio porticato. Il primo piano dell'Opera ospita il Museo delle Alpi. Al pianterreno, lungo il Deambulatorio che si affaccia sulla grande Piazza d'Armi, si affacciano gli spazi dedicati alle mostre temporanee (Cannoniere, Cantine, Corpo di Guardia) e lo spazio Vallée Culture.

All'interno dell'Opera Carlo Alberto si trovano anche le Prigioni (foto in basso), 24 celle di detenzione disposte lungo quattro sezioni. Le anguste celle dove venivano rinchiusi i priogionieri hanno dimensioni molto ridotte, circa 1,3X2 metri. Nel corso dell'Ottocento arrivarono ad ospitare decine di prigionieri, in particolare nel corso della terza Insurrection des Socques del 1854 per poi essere trasformate in magazzini viveri della fortezza. Lo spazio, in fase di allestimento, è temporaneamente chiuso al pubblico.

 

Accessi

Il Forte è servito da una strada esterna, sul lato sud, che permette di accedere al cortile dell'Opera di Gola, e da una strada interna che, con stretti tornanti sorretti da possenti muraglioni, risale il pendio opposto rivolto a nord e consente di accedere all'Opera Carlo Alberto e all'area delle Scuderie, anch'essa adibita a sede di mostre temporanee. Entrambi i percorsi sono pedonali.

La sommità della rocca e quindi della fortezza è facilmente raggiungibile grazie ad avveniristici ascensori panoramici (foto in basso) che dal Borgo di Bard, ai piedi del Forte, consentono l'accesso all'Opera Carlo Alberto e quindi alla Biglietteria, al Museo delle Alpi, alle sale dedicate alle mostre temporanee, alle piazze, alla caffetteria e al Bookshop.

 

 

Fonte: fortedibard.it

 
By Admin (from 26/12/2010 @ 12:00:21, in it - Scienze e Societa, read 1078 times)

Le Orobie bergamasche non terminano mai di regalare sorprese ai loro visitatori, che siano escursionisti, sciatori o semplici curiosi. Durante l'inverno, il Passo della Presolana (1609 m) e il Monte Pora (1879 m) formano un unico comprensorio sciistico, completamente rinnovato negli ultimi due anni.

Cantoniera è la località di riferimento per raggiungere le piste che, facili, si arrampicano sui pendii del Monte Scanapà (1609 m), all'ombra dell'imponente Pizzo della Presolana (2521 m).
Pendenze poco accentuate e ampi spazi rassicuranti, giustificano il motivo per cui questa località è considerata ottima palestra per i principianti, sempre molto numerosi. In località Donico sono posizionati alcuni impianti utilizzati soprattutto dalle scuole di sci; i tracciati più impegnativi sono un poco più su, a ridosso del Monte Scanapà da cui si dipartono 4 blu e 5 rosse, mai veramente complicate. In totale 2 seggiovie, 2 manovie e 3 skilift al servizio di 9 piste (circa 15 km). Discese divertenti e in piena sicurezza sono garantite anche agli snowborder, mentre ben tre piste sono riservate ai funamboli di bob e slittino.

A Presolana-Varena (1300 m). un anello di 6 km di media difficoltà costituisce l'offerta per gli amanti dello sci nordico, così come la traversata dalla Malga Cassinelli (1600 m) alla Grotta dei Pagani (2224 m) rappresenta un ottimo itinerario per gli sci alpinisti. Una comoda stradina abbandona Castione della Presolana e si dirige sinuosa verso il Colle di Varena (1350 m). punto di partenza degli impianti del Monte Para. Se il Passo della Presolana è considerato una palestra per gli sciatori alle prime armi, il carosello del Monte Para è più adatto a chi già possiede una certa sicurezza. Una nuova seggiovia quadriposto coperta in sostituzione della vecchia monoposto Malga Alta di Para-Pian del Termen e una nuova seggiovia monoposto in sostituzione dello skilift Valzelli rappresentano l'ultima fase di un rinnovamento degli impianti che è ormai giunto a quasi il 70% del totale. A impianti nuovi ed efficienti (ampliata l'area coperta da innevamento artificiale) si accostano piste lunghe e divertenti, con qualche tracciato impegnativo come la "nera" Varena, in picchiata dalla cima del Monte Para. Rifugi e numerosi punti di ristoro costellano le piste da cui si può costantemente godere di una fantastica vista sul Pizzo della Presolana, sempre innevato fino alle pendici. Un anello da 7,5 km in località Magnolini-Pian della Palù soddisfa i fondisti più esigenti mentre il Monte Alto (1723 m) regala itinerari di scialpinismo davvero unici e da non perdere.

Castione della Presolana è un piccolo borgo di media montagna capace di conservare opere artistiche di assoluto valore, come la parrocchiale e, in località Lantana, il cinquecentesco Santuario delle Grazie, sul cui portale dell'XI secolo è esposta un'apprezzabile scultura raffigurante S. Silvestro; sempre in paese merita una visita l'interessante Museo del Mulino.
Il pattinaggio si pratica su piste scoperte nelle località Passo della Presolana, Monte Para e Colle Varena, mentre l'arrampicata indoor è effettuabile presso la nuovissima palestra del Parco della Montagna a Bratto. Tra le piste del Monte Para, nei momenti di completo relax, si può decidere di chiudere gli occhi al sole dei solarium presenti in alcuni rifugi, dove sarà piacevole anche degustare i tipici piatti locali.

Fonte: Regione Lombardia

 
By Admin (from 25/12/2010 @ 12:00:41, in it - Scienze e Societa, read 1440 times)
È la più grande delle Isole Borromeo e la più caratteristica per l'atmosfera raccolta, silente, incantata: un giardino di piante rare e fiori esotici nel quale vivono in piena libertà pavoni, pappagalli e fagiani d'ogni varietà creando il fascino di una terra tropicale.
L'Isola Madre è particolarmente famosa per la fioritura di azalee, rododendri, camelie, ma anche per i pergolati di glicini antichissimi, l'esemplare più grande d'Europa di Cipresso del Cashmir di oltre duecento anni,le spalliere di cedri e limoni, la collezione di ibiscus,il Ginkgo biloba.
Nel 1978 è stato aperto al pubblico il Palazzo del XVI° secolo, interessante per la ricostruzione di ambienti d'epoca e per le collezioni di livree, bambole e porcellane.

Eccezionale l'esposizione dei "Teatrini delle Marionette" del '600/'800.
L'Isola Madre lascia al visitatore un ricordo di estrema raffinatezza nella cura dei giardini e degli interni, offrendo un contenuto qualitativo destinato ai turisti più esigenti.
 
Il Palazzo
Gli ambienti del Palazzo, allestiti a partire dal 1978 con arredi provenienti da varie dimore storiche della Famiglia, offrono numerose opere d'arte, quali arazzi, mobili e quadri.
Tra le stanze più importanti: il Salone di Ricevimento con alle pareti quadri di soggetto biblico di Stefano Danedi, detto il Montalto (1618-1683), Ercole Procaccini il Giovane (1596-1676) e Giovan Battista Costa (1636-1690); la Sala delle Stagioni con il grande arazzo appartenuto a un cardinale di famiglia; la Sala delle Bambole che conserva un'importante collezione di bambole francesi e tedesche ottocentesche.
Singolare e interessante inoltre è la collezione di marionette e teatrini dei secoli XVII, XVIII e XIX.
Il palazzo è circondato da un bellissimo giardino botanico, definito dallo scrittore francese Gustave Flaubert un paradiso terreste, che ha ospitato, e ospita, essenze vegetali rare ed esotiche originarie da ogni parte del mondo fra le quali si aggirano multicolori pavoni, pappagalli e fagiani.
Il Giardino Botanico
L'Isola Madre appartiene alla famiglia Borromeo dal 1500.
Dalla nuda roccia dell'era glaciale, l'isola ha subito varie trasformazioni: inizialmente frutteto, successivamente uliveto, agrumeto sino all'attuale Parco Botanico all'Inglese realizzato ai primi dell'800.
La sua superficie è di circa 8 ettari.
L'Isola Madre è rinomata non solo per la spettacolare fioritura delle azalee nel mese di maggio, ma anche per i suoi Giardini Botanici che ospitano rare essenze vegetali originarie delle più diverse latitudini.
Il clima particolarmente mite ha infatti permesso l'insediamento di una flora sorprendente e difficilmente reperibile in altri luoghi: qui convivono aceri, banani, camelie, eucalipti, palme. Le diverse parti del giardino hanno una loro toponomastica che aiuta il visitatore nel percorso.
 
Il Teatrino di Casa Borromeo
Nelle tre sale è esposto il Teatro delle Marionette una volta conservato all'Isola Bella.
Alla fine del XVIII secolo si assiste allo sviluppo di marionette a trasformazione, all'inserimento di animali fantastici e grotteschi, all'uso di macchine sceniche e alle rappresentazioni degli eventi atmosferici, il tutto con lo scopo di stupire e sorprendere lo spettatore. Da allora, l'attività teatrale si affermerà con successo tanto nei palazzi e nei teatri privati, quanto in quelli pubblici.
Dalla straordinaria raccolta, in stato di conservazione esemplare, spiccano " il Nano a trasformazione" da cui, grazie ad un particolare congegno, spuntano piccole marionette, il Diavolo con i mostri infernali, il Drago a sette teste, ma anche le maschere della Commedia dell'Arte come Arlecchino e Brighella.
Fonte: borromeoturismo.it
 
By Admin (from 24/12/2010 @ 10:00:35, in it - Scienze e Societa, read 1383 times)
Nel 1632 il Conte Vitaliano Borromeo iniziò la costruzione del monumentale palazzo barocco e della maestosa scenografia dei giardini che diedero fama all'Isola e che ancor oggi documentano gli splendori di un'epoca.
 
La dimora dei Borromeo offre ai visitatori un ambiente elegante e sontuoso che conserva inestimabili opere d'arte: arazzi, mobili,statue, dipinti, stucchi ma anche le curiose grotte a mosaico,luogo di frescura e di diletto. Terminata la visita al Palazzo, si accede ai giardini per una piacevole passeggiata. Questo singolare monumento fiorito sviluppato a terrazze ornate e sovrapposte, è un classico e inimitabile esempio di "giardino all'italiana" seicentesco. Fra piante esotiche e rare, la spettacolare fioritura è progettata per offrire colori e profumi da marzo a ottobre.
 
Il Palazzo
Affascinante il percorso all'interno del palazzo barocco: un continuo e ricco susseguirsi di sale arredate.
Tele di noti artisti tra i quali il pittore napoletano Luca Giordano (1632-1705), il toscano Francesco Zuccarelli (1702-1788) e il fiammingo Pieter Mulier detto il Tempesta (1637 ca.-1701), occupano le pareti di eleganti e raffinati ambienti insieme a mobili di gran pregio, marmi, stucchi neoclassici, sculture e arazzi di produzione fiamminga del XV secolo.
Di grande interesse storico sono la Sala della Musica dove, nell'aprile 1935, si svolse la Conferenza di Stresa tra Mussolini, Laval e Mac Donald che avrebbe dovuto garantire la pace europea e la Sala di Napoleone che qui soggiornò accompagnato da Giuseppina Beauharnais (1797).
Terminata la visita alla dimora, si accede in quello che è considerato il più splendido e grandioso esempio di giardino barocco all'italiana. Molte le specie vegetali anche di provenienza esotica, tra le quali si aggirano in libertà pavoni bianchi dall'incantevole piumaggio.
I Giardini
Splendido e grandioso giardino barocco all'italiana è uno degli esempi più noti e meglio conservati in Italia. Costruito in tempi diversi, è comunque un insieme coerente di forma piramidale che culmina nella grande statua del Liocorno cavalcato da Amore.
Articolato in dieci terrazze digradanti, è abbellito da vasche, fontane, prospettive architettoniche e una moltitudine di statue risalenti alla seconda metà del Seicento rappresentanti personificazioni di fiumi, stagioni e venti.
Molti di questi "ambienti" sono delimitati da muraglie e balaustre sulle quali ancor oggi si intuiscono i punti da cui sgorgavano zampilli, fontane, cascatelle e giochi d'acqua.
Il clima, particolarmente mite, ha permesso la crescita di una vegetazione ricca di varietà e specie che qui hanno trovato il loro habitat. Fra azalee e rododendri, spalliere di pompelmi e arance amare, orchidee e piante carnivore, spicca la sagoma di un grosso canforo di più di duecento anni. Le piante esotiche vengono riposte durante la stagione invernale nella serra ottocentesca, inserita nel percorso di visita. Le rifiniture ricorrenti da marzo a settembre non lasciano mai il giardino privo di fascino e di colore.
Fonte: borromeoturismo.it
 
By Admin (from 23/12/2010 @ 10:00:42, in it - Scienze e Societa, read 2137 times)

Attorno alle rive del lago di Carezza si trova la foresta demaniale del Latemar, dove le piante sono alte fino a 50 metri. Le migliori si sviluppano lentamente e regolarmente, per i pochi mesi dell’estate, formando in questo modo cerchi di accrescimento perfettamente uguali e poco distanziati tra loro.

 

Sono queste le rarissime piante dalle quali si ottiene il legno 'di risonanza', ottimale per la costruzione di strumenti musicali. La preziosa foresta è tutta da esplorare grazie ai sentieri che partono da Carezza e che, a loro volta, si immettono in un famoso tracciato: il n. 20, che conduce nel 'Labirinto', affascinante zona di bizzarri massi rievocata da Agatha Christie nel suo "Poirot e i quattro".

 

Uno ci va per far divertire i bambini, in questo labirinto in cui è impossibile perdersi, magari anche per sfuggire le orde barbariche di turisti chiassosi che si accalcano intorno al lago di Carezza, oppure semplicemente per curiosità, per vedere questi angusti passaggi sotto i ciclopici massi franati dal Latemar. Invero, il sentiero assomiglia ad un budello torto, con svolte improvvise, scenari che cambiano e piccoli gioielli di flora Dolomitica che si aggrappano al niente. «Che labirinto sarà mai, un labirinto in cui non ci si perde?» E così, con la stessa fatalità e casualità con la quale si è giunti in questo luogo, si scopre attoniti… di essersi persi! Persi in una fiaba, persi in una nuvola d’agosto, persi dentro i pensieri e dentro se stessi… comunque irrimediabilmente persi.

 

Ore di cammino: 3 – 4 ore

Dislivello in salita: 400 m

Dislivello in discesa: 400 m

Difficoltà: facile, ma talvolta con qualche difficoltà di orientamento

Percorso e segnaletica: Lago di Carezza – Mitterleger (1.839m) – Labirinto (sent. no. 20) – Geplänkwiese (1.790m) – sentiero 20 – sentiero 11 – Lago di Carezza (a scelta si può allungare il percorso fino al Passo di Costalunga)

Punti d‘appoggio: non ci sono ristori lungo il percorso

Accesso partenza: Parcheggio Lago di Carezza (1.520m) gestito dall’Azienda Provinciale Foreste e Demanio

Adatto in particolare a: famiglie con bambini scalmanati e amanti delle foreste misteriose d’alta quota

Numeri utili: Uff. Turismo di Nova Levante 0471-613126

Azienda Prov. Foreste e Demanio 0471-414870

Periodo consigliato: da metà giugno a fine settembre

Degno di nota lungo l‘itinerario: la foresta del Latemar è considerata una delle più belle foreste di abete rosso delle Alpi Orientali, con alberi maestosi e colonnari, noto per il cosiddetto “legno di risonanza”; scorci mozzafiato sui Campanili del Latemar e sul Catinaccio

Descrizione: Presso il margine ovest del Lago di Carezza si trova una strada forestale con segnavia no. 11 che entra nella foresta puntando direttamente alle pareti del Latemar. Seguendola si giunge ad un bivio. Entrambe le strade conducono al Mitterleger: a dx. per un percorso più lungo, a sx. più breve ma leggermente più ripido. Arrivati alla baita forestale del Mitterleger si trovano presto i cartelli segnavia no. 20 che conducono al Labirinto. Oltrepassando alcune quinte di larici si entra nella grande frana che forma il Labirinto, attraverso il quale si scende verso una conca che all’inizio dell’estate ospita uno stagno. La segnaletica da qui evidenzia le due opzioni: il ritorno al Lago di Carezza o il proseguimento verso il Passo di Costalunga.

Fonte: turismo.it - altoadige-suedtirol.it

 
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