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Una telecamera a infrarossi per scoprire chi mente. Č dotata di sensori infrarossi e collegata a un software di analisi delle espressioni sul viso. Due volte su tre ci prende e sarŕ sperimentata in un aeroporto inglese come misura antiterrorismo.
By Admin (from 29/11/2011 @ 11:05:09, in it - Osservatorio Globale, read 2366 times)

D'ora in poi fate attenzione quando raccontate una balla. Una telecamera nascosta potrebbe riprendere il vostro viso e sbugiardarvi in flagrante. È quanto promette la versione più evoluta dei cosiddetti lie detector o macchine della verità. Niente elettrodi, cavi e sofisticati scanner cerebrali, stavolta. Solo un occhio hi-tech programmato per leggere oltre quello che dicono le parole. Si tratta, nella fattispecie, di una videocamera termica che, inquadrando l'intervistato, può rivelare con buon grado d'accuratezza se questi è sincero oppure sta mentendo. I primi test su una quarantina di volontari hanno avuto un successo del 70%, più o meno come il vecchio poligrafo, il capostipite di tutte le macchine della verità. L'obiettivo dei ricercatori è arrivare entro la fine dell'anno a sperimentare la telecamera in un aeroporto inglese dove potrebbe smascherare sospetti terroristi.

Il dispositivo, messo a punto da Hassan Ugail direttore del Centre for Visual Computing della Bradford University, con i colleghi dell'ateneo di Aberystwyth e la britannica Border Agency, è dotato di sensori infrarossi che misurano le impercettibili variazioni di temperatura sul viso, in particolare nella zona intorno agli occhi e sulle guance. Sente la vampata di calore, ma anche i singoli capillari che si dilatano sotto pelle per la paura di esser scoperti, persino quando la persona resta apparentemente imperturbabile dinanzi al suo interlocutore. Al termometro delle emozioni i ricercatori hanno abbinato un sistema di elaborazione delle espressioni facciali frame-by-frame, capace di cogliere i movimenti del viso che tradirebbero anche l'impostore più disinvolto. Un sussulto degli occhi, il naso che s'arriccia, un fremito delle labbra, un respiro più corto, la fronte che si corruga involontariamente, la pupilla che s'allarga. Se comincia a ricordarvi un po' troppo la serie televisiva americana Lie to me, c'è un perché: il software di analisi mimica, Facial Action Units (Facs), è stato ideato da Paul Ekman, lo psicologo dell'Università della California che con i suoi studi sulle espressioni delle bugie, ha ispirato la figura del dottor Cal Lightman della fiction (di cui è stato consulente scientifico). La combinazione delle due tecniche, secondo Ugail, aumenta la precisione delle sole immagini termografiche, che altrimenti rischierebbero di prendere troppi granchi negli aeroporti e aumentare più il caos che la sicurezza (come mette in guardia questo articolo su Law and Human Behavior).

Il fatto è che nella realtà stanare chi mente non è per niente facile come sembra nella fortunata serie tv. “ Numerosi movimenti facciali indiziari non permettono di discriminare in modo attendibile la menzogna da altre emozioni”, osserva Giuseppe Sartori, docente di neuroscienze cognitive all'università di Padova.

Dal primo poligrafo, sviluppato nel 1921 in poi, tutte le tecnologie per stanare chi inganna si basano sullo stesso assunto. Mentire è uno stress. E lo stress si traduce in una serie di reazioni fisiologiche, come l'aumento del battito, della pressione sanguigna o della sudorazione, registrabili da una macchina collegata all'organismo. Cambiano persino le onde cerebrali (pochi millisecondi dopo la domanda a cui si risponderà il falso, l'elettroencefalogramma registra onde P300). “ Le risposte fisiologiche alle bugie sono però comuni ad altre emozioni, come l'ansia, il nervosismo, l'insicurezza”, prosegue Sartori. “ Si può arrossire perché si sta mentendo, ma anche perché si è innocenti e si ha paura di non esser creduti”. Non ci sono sufficienti evidenze scientifiche, come indica questa poderosa revisione della National Academy of Sciences sui poligrafi, che i parametri fisiologici delle menzogne siano univoci. “ Peraltro, anche la personalità conta moltissimo”, osserva Serena Mastroberardino, ricercatore in ambito forense e in neuroscienze cognitive presso la Fondazione Santa Lucia di Roma e membro esperto dell’ Associazione italiana di psicologia giuridica.

La tecnica del Thermal Facial Lie Detection non è tra le più precise disponibili, e va affinata. Tuttavia presenta dei vantaggi. “ Il soggetto potrebbe essere esaminato a sua insaputa mentre risponde alle domande della polizia”, dice Sartori: “ I tempi richiesti sono nettamente inferiori rispetto agli altri macchinari. Soprattutto non serve la sua collaborazione. In fondo vale come filtro per i sospetti, e a tal scopo è più interessante la semplicità e la non intrusività, anziché l'accuratezza”.

C'è anche un altro fattore di cui tener conto: il potere deterrente. Nel Regno Unito le compagnie assicurative che hanno adottato la tecnologia di voice risk analysis per registrare l'attendibilità delle denunce telefoniche dei sinistri automobilistici hanno visto crollare del 60% le richieste di risarcimento danni. Non perché il sistema sia infallibile, ma perché i truffatori ci pensano due volte prima di rischiare di mettersi nei guai.

Attualmente la ricerca sulle macchine della verità è in grande fermento, anche se nessuna raggiunge un'affidabilità del 100 per cento. Una delle tecnologie su cui si punta di più è la risonanza magnetica funzionale (fMRI), strumento per visualizzare l'attività cerebrale. I ricercatori hanno scoperto che le risposte vere accendono nel cervello aree diverse dalle risposte menzognere. Nel 2009, la fMRI ha fatto, per la prima volta il suo ingresso in un'aula di tribunale statunitense, tra mille polemiche. Un altro strumento è il già citato elettroencefalogramma, o Brain Fingerprinting, che punta a misurare le onde cerebrali per valutare se l'interrogato conserva l'impronta di un ricordo legato a un determinato crimine.

“ Tutte queste tecniche necessitano di ulteriore perfezionamento prima di poter essere utilizzate fuori dal laboratorio”, sottolinea Mastroberardino. Se è vero che con soggetti collaborativi e in un contesto controllato, i test raggiungono una precisione del 90%, nella vita reale le stesse macchine possono essere deliberatamente ingannate dall'intervistato (si può leggere a questo proposito l'ebook The Lie Behind The Lie Detectors).

Meno facile da raggirare la macchina della verità, inventata da Anthony Greenwald dell'Università di Washington, Iat (Implicit Association Test). “Sarebbe più corretto chiamarla macchina della memoria, spiega Sartori che nel suo laboratorio ha affinato la tecnica. “ È un test puramente cognitivo: si basa sui tempi di reazione alle risposte, cronometrate al millisecondo. Le risposte a memorie false sono vistosamente rallentate rispetto a quelle vere, perché richiedono uno sforzo cerebrale maggiore. È più difficile mentire che dire la verità, come guidare a gambe incrociate”. Al test della macchina della memoria è stata sottoposta anche Annamaria Franzoni per il delitto di Cogne ed è emerso che la signora Franzoni non simulerebbe (il che non significa che non sia colpevole). Nelle scorse settimane, il dispositivo è finito sotto i riflettori per aver contribuito a stabilire la diagnosi di vizio parziale di mente di Stefania Albertani, condannata a 20 anni anziché all'ergastolo dal tribunale di Como per aver ucciso la sorella e tentato di dar fuoco alla madre (il caso è finito anche sulla rivista Nature).

“ Per il momento, nei tribunali le prove delle macchine della verità non sono ritenute attendibili”, puntualizza Mastroberardino: “ Ovviamente, quando queste tecnologie saranno evolute si porranno altre questioni di tipo etico e legislativo”. Perché le applicazioni sarebbero potenzialmente infinite. E non tutte positive. Potrebbero individuare i colpevoli di reati e scagionare gli innocenti, prevenire atti terroristici, evitare frodi assicurative o il doping sportivo. “ Ma se fossero messe a disposizione di tutti, potrebbero essere utilizzate come criterio di assunzione nella selezione del personale, con domande sulla vita privata e intima del soggetto”. Non solo: smetteremmo di essere liberi di mentire. “ La menzogna ad alcuni livelli è necessaria per la convivenza tra gli uomini, pensiamo a quante volte mentiamo per non ferire qualcuno”, osserva l'esperta. “ Se tali macchinari venissero commercializzati saremmo costretti a essere sempre sinceri?”.

Fonte: wired.it

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