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9 anni fa, si svela il mistero delle strane tracce sulla lava vicino a un vulcano nel casertano. Appartengono a un nostro progenitore Homo, non al diavolo della credenza popolare
By Admin (from 26/05/2012 @ 11:04:33, in it - Scienze e Societa, read 1706 times)

Un demonio, con un piede largo 10 centimetri e lungo 20. A lasciare quelle tracce su quella che un tempo fu la lava sputata dal vulcano di Roccamonfina (in provincia di Caserta), non ancora solidificata, poteva essere stato solo qualcuno con superpoteri, abituato alle fiamme. Un diavolo appunto. Così gli abitanti del luogo avevano prontamente chiamato quelle impronte Le ciampate del Diavolo. In realtà, niente di paranormale: si trattava invece di impronte fossili appartenute a un nostro lontano parente, probabilmente le prime di cui si avesse notizia, relative a un rappresentante del genere Homo, come suggerivano il 13 marzo 2003 alcuni ricercatori italiani su Nature.

Si trattava di tre diverse piste: la prima composta da 27 impronte, la seconda da 19 e una terza da 10. La prima mostrava un andamento a zig zag, le altre invece erano per lo più lineari, e almeno una di tanto in tanto presentava anche i calchi di una mano, suggerendo che forse chi si muoveva lungo i pendii del vulcano avesse anche bisogno degli arti anteriori per sostenere la discesa. Le tracce avevano da sempre incuriosito gli abitanti del luogo, ma solo quando due archeologi si rivolsero a Paolo Mietto e Marco Avanzini, l’uno dell’Università di Padova e l’altro del Museo Tridentino di Scienze Naturali, quelle impronte cominciarono a essere oggetto di studio.

Le prime analisi realizzate dai ricercatori rivelarono così che a lasciare il segno sulla lava erano stati tre diversi individui, completamente bipedi, appartenenti al genere Homo, vissuti più o meno tra i 325mila e i 385mila anni fa, al tempo in cui l’Europa era abitata da Homo heidelbergensis e Homo neanderthalensis (ma è più probabile che il proprietario delle impronte fossili fosse uno dei primi, più che dei secondi). Calcoli successivi mostrarono poi come non si non si trattasse di soggetti molto alti: un metro e mezzo al massimo. Il che lasciava intuire che, se di heidelbergensis si trattava, quelli campani erano insolitamente bassi, o più semplicemente piccoli, poco più che bambini.

Le conferme arrivarono solo qualche anno dopo, quando alcuni ricercatori francesi, effettuando nuove analisi di datazione all’argon sulle testimonianze fossili del vulcano di Roccamonfina, le fecero risalire a circa 345mila anni fa.

La testimonianza più antica (3,7 milioni di anni fa) di impronte fossili di ominidi spetta invece a un parente di Lucy, un Australopithecus afarensis ritrovato alla fine degli anni Settanta in Tanzania. Molto più simili a quelle delle scimmie, con l’alluce divergente dal resto delle dita e un arco plantare poco profondo, le impronte sembrano appartenere ad estremità ancora adatte alla presa, piuttosto che alla deambulazione. Al tempo, il bipedismo era già sviluppato, ma il genere Homo (cui appartengono le impronte italiane) era di là da venire. E tuttavia, anche le tracce campane persero il podio, nel 2009, sostituite da quelle assai più antiche rinvenute in Kenya, vecchie di circa un milione e mezzo di anni, appartenute a un Homo ergaster o Homo erectus e lasciate sulle rive di un fiume: un arco pronunciato e con l’alluce corto, parallelo alle altre dita. Un piede insomma che ricorda da vicino il nostro.

Fonte: wired.it

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