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"È vietato brevettare medicinali ricavati da cellule staminali con procedimenti che comportano la distruzione degli embrioni umani". Come uccidere la ricerca europea sulle staminali...
By Admin (from 18/12/2011 @ 14:05:31, in it - Scienze e Societa, read 2022 times)

Lo dice la Corte di Giustizia dell’Unione europea esprimendosi sul caso del neurologo tedesco Oliver Brústle. Nel 1997, il ricercatore di Bonn aveva depositato in Germania, presso l’Ufficio competente di Monaco di Baviera, un brevetto su un trattamento per la cura delle patologie neuronali basato sull’uso di cellule staminali provenienti da embrioni all’inizio dello sviluppo, a circa 5 giorni dalla fecondazione (il cosiddetto stadio di blastocisti).

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Il brevetto dava a Brústle l’esclusiva sulle cellule progenitrici dei neuroni, sulle tecniche necessarie alla loro produzione a partire da cellule staminali embrionali e sul loro uso per il trattamento di malattie neurodegenerative. Sollecitato dalle pressioni di Greenpeace, l’Ufficio brevetti tedesco aveva annullato la registrazione motivando la decisione in questo modo: per ottenere le cellule progenitrici dei neuroni bisognava eliminare embrioni umani. Il ricercatore aveva allora fatto ricorso alla Corte di Cassazione, sostenendo che non aveva senso parlare di blastocisti in quanto embrione.

La Corte, dal canto suo, ha rigirato la questione direttamente alla Corte di Giustizia della Ue, chiamata a rispondere alla domanda: come interpretare la definizione giuridica di embrione umano? Ora l’Unione europea ha risposto in modo molto chiaro: “sin dalla fase della sua fecondazione qualsiasi ovulo umano deve essere considerato come un embrione umano, dal momento che la fecondazione è tale da dare avvio al processo di sviluppo di un essere umano”. Non solo: “deve essere riconosciuta questa qualificazione di embrione umano anche all’ovulo umano non fecondato in cui sia stato impiantato il nucleo di una cellula umana matura e all’ovulo umano non fecondato indotto a dividersi e a svilupparsi attraverso partenogenesi”. Quindi, sono embrioni tutte le cellule uovo che abbiano appena iniziato a dividersi, siano esse fecondate oppure no.

Ma cosa comporta, in concreto, la sentenza dell’Unione europea? Lo chiediamo a Elena Cattaneo, docente all’Università di Milano ed esperta di cellule staminali neuronali.

Come giudica il parere della Giustizia europea in merito al caso Brústle?

“Si tratta di una sentenza devastante che, oltre a cancellare la richiesta di brevetto del ricercatore tedesco, ne annulla in un colpo solo altre 200 in attesa di giudizio, soprattutto da parte di ricercatori inglesi e svedesi”.

Addirittura devastante?

“Negando a un ricercatore la possibilità di brevettare i risultati del suo lavoro, neghiamo alla società il diritto di progredire. I brevetti non sono una forma di arricchimento personale, ma sociale, perché solo tutelando la proprietà intellettuale uno scienziato o un’accademia riesce ad attirare i finanziamenti necessari per portare avanti la ricerca. Mi spiega perché un’industria farmaceutica dovrebbe investire nella ricerca se nessuno ne tutela il prodotto finale? È come se la Fiat investisse tempo e denaro nella realizzazione di un nuovo modello e poi, senza registrarne la proprietà, lo mandasse in giro per il mondo così che tutti lo possano copiare”.

In altre parole, nessun brevetto significa un freno alla ricerca.

“Esatto, e voglio sottolineare anche un altro aspetto. Il brevetto è una garanzia di trasparenza dei risultati raggiunti. Se non posso più brevettare la mia scoperta, perché mai dovrei renderla pubblica? La terrò per me. E in questo modo impoverirò tutta la ricerca, perché i miei risultati potrebbero essere una spinta a nuove scoperte”.

Cosa potrebbe succedere in Europa dopo il pronunciamento della Ue?

“Temo una forte battuta d’arresto nel campo degli studi sulle staminali. La sentenza non fa altro che uccidere la competitività della ricerca europea. Magari arriveremo comunque a sviluppare farmaci dalle staminali, ma con molto ritardo e spendendo molto di più perché dovremmo importarli dall’estero, magari dall’Asia o dagli Stati Uniti. E bisognerà spiegare alla gente, ai malati, perché ci abbiamo messo così tanto tempo”.

Via Wired.it  - galileonet.it