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L’Unione Europea si è espressa positivamente su Acta, un accordo sulla contraffazione che rischia di avere sul Web effetti peggiori di Sopa e Pipa.
By Admin (from 08/03/2012 @ 14:08:24, in it - Video Alerta, read 1930 times)

Per difendere la libertà di espressione in Rete non basta condividere un video, firmare una petizione o piazzare una decina di pollici alzati su alcuni status di Facebook. Non è nemmeno sufficiente aderire a un blackout trasversale oscurando il proprio sito per consapevolizzare la gente sui rischi che un controllo verticale della condivisione in Internet implicherebbe. Per difendere veramente la libertà di espressione in Rete bisogna tenere gli occhi costantemente aperti, e accettare che anche dopo aver incassato una (mezza) vittoria come quella che il Web ha portato a casa nella lotta contro Sopa e Pipa, si debba tornare subito ad appuntire le frecce per fronteggiare un'altra. E tra chi vuole battaglia c'è in prima fila il gruppo di cyberattivisti Anonymous.

Perché il fatto è che questa minaccia esisterebbe già, si chiama Acta (acronimo di Anti-Counterfeit Trade Agreement) e ha ricevuto oggi il via libera dell’Unione Europea. Sulla carta, si tratta di un Accordo Commerciale Anti-Contraffazione volto a introdurre misure internazionali comuni contro la contraffazione di beni di lusso e di prodotti coperti da diritti di proprietà intellettuale come farmaci e sementi. Da ieri, i cittadini polacchi hanno scatenato le proteste contro l’annunciata intenzione del governo di firmare l’accordo internazionale. Ma la promulgazione dell’accordo è già in una fase estremamente avanzata, tra i paesi che l’hanno siglato figurano: Stati Uniti, Corea, Marocco, Singapore, Giappone, Canada e Nuova Zelanda. Si attendono invece le firme di Svizzera, Messico. E ora si è espressa positivamente anche l' Unione Europea. Finora ci si basava sui singoli stati - oggi la Polonia metterà la propria firma in calce all'accordo, ma gli altri paesi ancora non si sono espressi. Per essere ratificato, l'accordo deve passare al vaglio del Parlamento Europeo, stimato entro il 2013.

Qualcuno di voi se lo starà chiedendo: da dove spunta ora questa fregatura? Com’è possibile che, in questi ultimi mesi di battage mediatico su proprietà intellettuale e libera condivisione, non si sia mai (o quasi) sentito parlare di Acta? La domanda è meno ingenua di quanto potrebbe sembrare, dal momento che le trattative che hanno portato alla stesura di Acta sono in corso dal 2007 e fino a poco tempo fa sono state mantenute in totale segreto.

Cos’è in realtà Acta:
Ma insomma cosa c’entrano i beni contraffatti con la protezione del copyright in Rete? Stando all’ articolo 23 di Acta c’entrano eccome, dal momento che un prodotto contraffatto (un paio di scarpe di marca taroccate, per esempio) viene equiparato a un contenuto piratato.

Oltre a stabilire una serie di linee guida sulle misure da adottare contro la contraffazione di beni coperti da copyright, Acta si concentra nello specifico sull’introduzione di misure e sanzioni contro quegli Internet Service Provider che ospitino materiale coperto da copyright e che in qualsiasi modo favoriscano (questo il termine utilizzato) la pirateria su scala commerciale. Secondo i maggiori critici dell’accordo, i termini che abbiamo evidenziato in corsivo sarebbero sufficientemente ambigui da permettere di applicare sanzioni penali verso qualunque sito che non solo metta a disposizione materiale piratato ma anche solo che introduca link che conducoano a contenuti illeciti. Per siti come YouTube, Facebook e Google, questo significherebbe essere obbligati a controllare nel dettaglio qualsiasi tipo di contenuto condiviso (fosse anche un video in cui in sottofondo ci sono venti secondi di una hit coperta da copyright) e a evitare preventivamente che sulle loro pagine venga introdotto materiale piratato. In poche parole: significherebbe la fine della condivisione in Rete e quindi del Web 2.0 come lo conosciamo. È anche utile prestare attenzione alle parole “ su scala commerciale”, l’accordo non parla in fatti di profitto o di intento commerciale, ma allarga il campo anche alla condivisione gratuita di contenuti tra utenti, equiparandola alla contraffazione.

Perchè è più pericoloso di Sopa:
Per la sua natura, innanzitutto. Se Sopa era una proposta di legge al vaglio del Congresso Americano, Acta si presenta come un accordo commerciale tra nazioni, proponendo una serie di misure che avrebbero validità a prescindere dalle leggi vigenti nei singoli paesi. Inoltre, non trattandosi di una proposta di legge, Acta ha davanti a sé un iter di approvazione molto meno accidentato, basti considerare che diverse nazioni hanno già posto la propria firma in calce ad esso senza dover presentare (per ora) l’accordo al vaglio dei rispettivi parlamenti. Oltre a ciò, Acta è il frutto di contrattazioni rimaste segrete, che hanno coinvolto 40 diversi paesi, associazioni come la Riaa e multinazionali del calibro di Walt Disney, Sony, Intel, Verizon, e da compagnie che nulla hanno a che fare con la Rete (ma con farmaci e prodotti agrobiologici sì) come Monsanto, Pfizer e GlaxoSmithKline.  Come abbiamo detto in precedenza, lo sviluppo di Acta è già in fase avanzata, e per via della sua iniziale segretezza non si è ancora formato un movimento di opposizione sufficientemente forte e trasversale.

Cosa si può fare per contrastare Acta:
Il collettivo di hacktivisti Anonymous si è preso una pausa dalla rappresaglia contro la chiusura di Megaupload per annunciare l’avvio di una campagnia di opposizione ad Acta:

Ma il fronte di opposizione si va allargando ogni giorno di più. Tra le voci più forti si contano, oltre ad Anonymous, anche Reporter Senza Frontiere, il Pirate Party, diversi membri del Parlamento Europeo e, in particolare, l’associazione La Quadrature Du Net, che sta portando avanti un’opera di informazione sorprendente al riguardo. Quello che gli utenti possono fare per arginare Acta è innanzitutto informarsi e informare, seguire da vicino l’evolversi dell’iter di approvazione e, volendo, aggiungere firme alla petizione online (male non fa). Mi rendo conto che, arrivati in fondo a questo articolo, si può avere l’impressione che siano già passati mesi dal blackout della Rete, dal momento che la guerra sembra tutt’altro che vinta. Il problema di fondo è sempre lo stesso, le proposte di legge come Sopa e gli accordi plurilaterali come Acta pretendono di ignorare la diffusione del concetto di libera condivisione dei contenuti, per far prevalere una visione dicotomica della proprietà intellettuale. O un contenuto creativo è stato pagato, oppure la sua fruizione è automaticamente illecita. In questa dicotomia non c’è spazio per la produzione e la condivisione di contenuti amatoriali, né tantomeno per la rielaborazione e diffusione di contenuti già esistenti. Questo porta a pensare che dietro a questi tentati blitz legislativi ci sia anche l’intenzione di riportare indietro le lancette al Web 1.0, quando il passaggio da utente-consumatore a utente-produttore di contenuti non era ancora stato completato. A questo proposito, c’è chi come Clay Shirky è convinto che Sopa e Pipa facciano leva sul problema della pirateria per mettere le ganasce allo sviluppo del Web 2.0, dal momento che è molto più difficile spremere guadagni da un pubblico di produttori e condivisori che da un tradizionale pubblico di consumatori.

Come abbiamo già detto a proposito di Sopa, non ha senso sbarazzarsi delle erbacce radendo al suolo un’intera foresta. Significherebbe impoverire la Rete, la diffusione della cultura nel Web, segare le gambe a nuove forme di espressione e, in ultima battuta, tagliare fuori ogni possibile soluzione alternativa che permetterebbe di preservare la libertà della Rete senza necessariamente eliminare il concetto di copyright.

Fonte: Wired.it