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Impianti eolici, discariche, centrali idroelettriche, termovalorizzatori. Sono solo alcune tra le 331 impianti contestati dai comitati cittadini. Perché il problema non riguarda solo l'alta velocità
By Admin (from 20/05/2012 @ 14:09:48, in it - Osservatorio Globale, read 1079 times)

Non ci sono solo la Tav e i no Tav. A guardare la mappa del Nimby Forum – un osservatorio promosso dall’associazione no profit Aris (Agenzia di Ricerche Informazione e Società) che si occupa di monitorare le opposizioni territoriali in materia di ambiente contro opere di pubblica utilità - non ci sono Regioni immuni da contestazioni. Dalla Val d’Aosta alla Sicilia sono 331 in totale i progetti in fase di stallo, a cui i cittadini, comuni e comitati dicono no. Not In My Back Yard ( Nimby) per la precisione, ovvero non nel mio giardino, o comunque non sul mio territorio. Un dato che sembrerebbe quindi ben motivare le recenti intenzioni del governo di modificare la legislazione in materia di grandi opere a favore di un modello di democrazia partecipativa alla francese, che coinvolga i diretti interessati nella realizzazione di un progetto.

Rispetto al 2010, nel rapporto del Nimby Forum si parla di un aumento del 3,4% delle contestazioni, 163 delle quali sorte solo nel 2011 (il calcolo totale considera quelle effettivamente registrate nel corso dell’anno analizzato), come rivela lo studio di carta stampata nazionale, locale e del Web (dal momento che non esiste un archivio con la lista di tutti i progetti in corso o ancora da approvare). E in molti casi (poco più della metà, il 51%) non si parla neanche di progetti in cantiere, letteralmente, ma solo di idee, ancora da sviluppare formalmente. 

Il nord e il centro sono le aree in cui si concentra il maggior numero di opposizioni, mentre nella classifica delle Regioni con più contestazioni spicca la Lombardia, con 46 progetti in bilico. Segue la Toscana (42) e completa il podio il Veneto (40). E i progetti messi in discussioni sono dei più vari: da impianti eolici e fotovoltaici alle centrali a biomassa, e poi centrali idroelettriche, discariche, termovalizzatori, gassificatori e rigassificatori. Ovunque cioè ci sia una problematica di tipo ambientale.

Ecco allora che accanto alle opere del comparto elettrico contestate (pari a circa il 62,5%), a quello dei rifiuti (che contribuisce per un 31,4%) ci sono anche quelle per le infrastrutture (4,8%) seguite in coda dalle proteste contro la realizzazione di impianti industriali (1,2%). Se a questo si aggiunge il fatto che dei 331 progetti contestati 156 sfruttano le rinnovabili, appare chiaro come gran parte delle discussioni riguardino proprio quelle tecnologie verdi che almeno a prima vista sembrerebbero invece essere accolte positivamente.

Il rapporto reso noto dal Nimby Forum non si limita a disegnare una mappa del fenomeno, e delinea anche quali sono i soggetti che portano avanti le contestazioni e le loro motivazioni. Ecco allora che quelle di matrice popolare appaiono le più forti, con il 36%. Seguono i soggetti politici e gli enti pubblici nella lista dei più dissidenti. Ma se si seziona bene il gruppo dei contestatori emergono dati interessanti, che parlano di soggetti politici locali, comuni e comitati come i principali attori delle opposizioni. Anche se sono sempre le amministrazioni locali le parti più favorevoli alla realizzazione dei progetti contestati, visti principalmente come un’opportunità per lo sviluppo del territorio.

Non stupiscono, proprio come accade nel caso delle contestazioni in Val di Susa, i motivi che spingono a scendere in piazza e dire no agli impianti in costruzione (o anche solo ai loro progetti). Impatto ambientale (soprattutto nel campo delle infrastrutture) e qualità della vita guidano la classifica delle problematiche alla base delle contestazioni, ma anche questioni burocratiche, come le difficoltà incontrate nelle procedure di autorizzazione. Le stesse che sembrerebbero, come racconta il Sole24ore, aver spinto la British Gas ad aver abbandonato il progetto di un rigassificatore a Brindisi, dopo aver atteso invano per 11 anni i permessi necessari ad avviare l’opera. Tempi normali? Non proprio, considerando che in Galles un impianto praticamente identico nello stesso lasso di tempo è stato progettato, approvato, costruito e diventato operativo.

Fonte: wired.it