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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
By Admin (from 27/07/2010 @ 12:18:12, in it - Scienze e Societa, read 2237 times)

C’è una fetta della provincia di Pavia che se ne sta racchiusa tra Piemonte ed Emilia-Romagna, nota come Oltrepò Pavese, amata dai golosi per il salame di Varzi, i formaggi dell’alta valle Staffora e l’ottimo vino, apprezzata dai più romantici per il paesaggio dolce e arrotondato delle colline.

Qui, a ridosso dell’Appennino, sorge Salice Terme, piccola frazione di 1000 anime del comune di Godiasco, abbracciata da una corona di colli disseminati di torri, castelli e borghi medievali. Per quanto piccola e dal carattere riservato, si tratta della località turistica più bella e famosa dell’Oltrepò Pavese, nota soprattutto per gli stabilimenti termali che sfruttano le acque sulfuree, salsobromoiodiche e solforose del territorio.

Dall’aerosolterapia alla fangoterapia, le cure e i trattamenti termali si accompagnano a sedute di bellezza, relax e benessere, nello scenario accogliente e moderno del complesso termale di Salice. Le sorgenti locali sono tra le più ricche di idrogeno solforato in Italia, così ricche di minerali da risultare perfette per la cura del sistema respiratorio e cutaneo.

Per chi non fosse ancora convinto c’è un’ulteriore ragione per cui scegliere le Terme di Salice: il Ministero della Salute ha assegnato e confermato alle sorgenti locali la classificazione “1° Livello Super” per la qualità e l’ampia scelta di trattamenti. Per restare all’altezza di un riconoscimento tanto prestigioso il personale del complesso termale è serio e professionale, impegnato a regalare benessere, salute e serenità.

Ma Salice Terme sorge in una terra generosa su tutti i fronti, anche dal punto di vista paesaggistico, naturalistico e, soprattutto, storico-artistico. A pochi chilometri da Salice, infatti, si può ammirare l’Antica Abbazia di S.Alberto, simbolo per eccellenza della vita monastica in età medievale. Eretta nel lontano XI secolo, l’antica chiesetta custodisce gelosamente pregevoli opere d’arte, in particolare numerosi affreschi quattrocenteschi.

Da vedere anche il vicino borgo di Varzi, anch’esso pervaso dall’inconfondibile atmosfera medievale. Qui potrete passeggiare lungo la caratteristica “Via del Sale”, oppure visitare la Chiesa dei Cappuccini del XIV secolo, in austero stile tardo-romanico. La natura incontaminata e il sapore medievale dei borghi limitrofi non devono trarre in inganno: Salice Terme è tutt’altro che isolata, silenziosa o addormentata. Sono invece innumerevoli le occasioni di festa distribuite nell’arco dell’anno, pensate appositamente per celebrare le tradizioni locali, per far conoscere ai visitatori la vera indole del paese e per valorizzare il patrimonio cittadino. Tra le occasioni più amate ci sono il Carnevale dei Bambini, con le sue sfilate in maschera, e l’atteso Concorso Balconi e Giardini Fioriti che si svolge da maggio a giugno. Per tutta l’estate poi, nell’ambientazione incantevole del Parco delle Terme, una volta al mese c’è la Rassegna dell’Hobbistica e del Piccolo Artigianato, con tante bancarelle di tutti i tipi.

Chi ha deciso di visitare Salice Terme sarà felice di sapere che si trova in una posizione strategica, facilmente raggiungibile in auto e comodamente accessibile da tutte le principali vie di comunicazione del Nord d’Italia. A pochi minuti da Alessandria, Voghera, Pavia e Tortona, Salice è raggiungibile mediante l’Autostrada A7 Milano-Genova, sucendo a Casei Gerola e seguendo le indicazioni fino alla meta. In alternativa, dall’Autostrada A21 Torino-Piacenza, bisogna uscire a Voghera e proseguire per circa 10 minuti seguendo i cartelli.

La stazione ferroviaria più vicina è quella di Voghera, sulle linee Milano - Ventimiglia, Roma - Torino e Bologna - Torino, mentre gli aeroporti più vicini sono quello di Milano, a 87 km circa, e quello di Genova, a 112 km.

Giunti a destinazione ci si innamora immediatamente del microclima piacevole, dovuto alla collocazione da nord a sud lungo la vallata del torrente Staffora, che alimenta lo spirare delle brezze settentrionali.

 

Le temperature medie del mese più freddo, gennaio, vanno da una minima di -1°C a una massima di 5°C, mentre in agosto si passa dai 19°C ai 30°C. Le precipitazioni si concentrano specialmente in autunno e in primavera, quando si supera la media di 8 giorni piovosi al mese. ( Fonte: www.ilturista.it) 

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By Admin (from 27/07/2010 @ 13:45:49, in it - Video Alerta, read 1235 times)

Nel corso dei secoli numerosi sono stati i nomi attribuiti dalle varie culture a quell’affascinante creatura mitologica che porta l'appellativo di Licantropo: quell’essere umano con la capacità di trasformarsi in lupo mannaro nelle notti di luna piena, protagonista di spaventose storie che, per secoli, hanno dominato le culture di tutto il mondo e che solo negli ultimi 70 anni ha cominciato anche a comparire sul grande schermo.

In principio fu il classico del 1941 “L’uomo lupo” a dare il via a questo mito, personaggio icona destinato a durare a lungo; successivamente abbiamo avuto i vari Van Helsing, lupi mannari americani in giro per il mondo, Twilight, Underwolrd, ed ora, con la firma di Joe Johnston (“Jurassic Park III”, “Tesoro mi si sono ristretti i ragazzi”) arriva questo “Wolfman”, interpretato nientemeno che da due Premi Oscar di tutto rispetto: Benicio Del Toro ed Anthony Hopkins.

Storia spaventosa ma anche storia d’amore e non solo di violenza (avvisiamo subito il pubblico più sensibile dell’interminabile fiumana di sangue che scorrerà dall’inizio alla fine e delle interiora asportate, manco fossimo in una sala operatoria), la riattualizzazione di questo classico (che rimane abbastanza fedele all’originale) si sposta dalle location del Galles degli anni ’40 all’Inghilterra vittoriana del 1890 e ci presenta Lawrence Talbot (Del Toro) che ritorna a distanza di anni nella cittadina di Blackmoor.
Testimone di un indicibile orrore di cui è stato partecipe da bambino, viene allontanato per un anno in manicomio e, una volta uscito, intraprende la carriera teatrale in quel di Londra.

Richiamato dalla fidanzata del fratello (preoccupata per la scomparsa del suo amato), Lawrence dovrà vedersela con una mostruosa creatura che sta seminando panico e terrore nell’intero villaggio, oltre ad impegnarsi a ricostruire un rapporto col padre, abbandonato da decenni.

A rendere omaggio al film, in una versione più attuale per il pubblico di oggi, l'ossessionante e viscerale ululato di un Benicio del Toro (“Traffic”, “21 grammi – Il peso dell’anima” e la recente biografia in due film di Ernesto Che Guevara) dagli occhi incredibilmente espressivi e in grado di trasmettere grandi emozioni, sorretto dalla sempre magistrale interpretazione di Anthony Hopkins (basta solo rammentare il capolavoro “Il silenzio degli innocenti”), freddo come il ghiaccio, esemplare nel non far trasparire alcuna dolcezza verso la tragedia e il dolore, in un look da unghie sporche, pellicce indossate con vestaglia e cappotto, capelli arruffati e che si aggira per un’enorme residenza desolata in totale stato di abbandono (per la cronaca, abitata dal Duca e dalla Duchessa del Devonshire, che ne sono anche i proprietari).
Non tralasciamo anche il cameo di una brava Geraldine Chaplin (nel la parte della zingara Maleva) che presagisce la notizia della maledizione di Lawrence.

Accanto a loro la lodevole interpretazione dell'Ispettore Aberline (interpretato dal celebre attore Hugo Weaving di “Priscilla – Regina del deserto”, la trilogia di “Matrix” e l'altra famosissima trilogia “Il signore degli anelli”), saggio e furbo estraneo tra gli abitanti del minuscolo paesino di montagna.
La presenza femminile (d'obbligo) ha, invece, le fattezze di Emily Blunt (assistente di Meryl Streep in “Il diavolo veste Prada”), vedova e innamorata felice, che ovviamente farà di tutto per salvare il nuovo innamorato di turno.

Pur non spiccando per originalità di trama, la pellicola, che sicuramente incontrerà il gusto di quegli spettatori attratti dal lato oscuro della vita (trasformazione, resurrezione, salvezza), riesce a cavarsela nel rappresentare l'uomo che lotta con i due lati della natura (la parte civilizzata e quella animale) e il buon esito è sicuramente dovuto anche alla cupa fotografia di Shelly Johnson, in grado di risaltare una Londra sporca, inquinata, illuminata da lampade a gas e un paesino (Blackmoor), nebbioso e assonnato, che fa venire i brividi con le sue case buie, creando quel risultato visivo freddo e desolato, tipico delle atmosfere da film horror classico.

Sovrasta il tutto il bel processo di trasformazione dell’uomo in lupo mannaro: quella metamorfosi da calmo nobiluomo a segugio infernale, merito del sei volte vincitore del Premio Oscar Rick Baker, la splendida colonna sonora di Danny Elfman (che può vantare la collaborazione con un notevole numero di registi di fama mondiale) e l'apprezzabile rappresentazione di costumi gotici, ottimamente calati in un'atmosfera come quella richiesta da questo film.

Pur nella semplicità del solito monster movie, cosa può mai dirci l'ennesimo licantropo di turno?
Forse anche solo trasmetterci la sensazione, comune a molti, di aver fatto qualcosa che non avremmo dovuto o che in tutti noi c'è un no so che di primitivo, di animale, che dobbiamo imparare a controllare per non rimanerne condannati.

O, forse, anche solo pensare che, spesso, non sono solo gli animali ad attaccare e ad uccidere, poiché la malignità di noi umani ci può portare a fare cose che mai avremmo immaginato di compiere. Cosa, questa, che dovrebbe farci ancora più paura. ( Fonte: cinemalia.it)

Autore della recensione: Piergiorgio Ravasio

Redazioneonline- Cinema e Spettacoli

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By Admin (from 27/07/2010 @ 14:14:15, in it - Scienze e Societa, read 1190 times)

Chi siamo? Da dove veniamo? Cosa dobbiamo fare? Dove stiamo andando? Perchè siamo qui? Questa è la domanda fondamentale. Che cosa è la realtà? Si tratta di domande sul modo in cui percepiamo il mondo, sull'esistenza, o meno, di una differenza tra come è fatto il mondo e come lo percepiamo.

 Vi siete mai chiesti di che cosa sono fatti i pensieri? Alcuni dei comportamenti che notiamo nei bambini, dimostra che la cultira sta seguendo un paradigma sbagliato e che non viene apprezzato il potere del pensiero.

Ciascuna epoca, ciascuna generazione, ha le sue convinzioni: che la terra è piatta, che la terra è rotonda, ci sono centinaia di convinzioni nascoste, cose che diamo per scontate ma che potrebbero anche non essere vere. Nella maggior parte dei casi, storicamente, queste convinzioni si sono rivelate false, perciò si può presumere che molte delle cose che diamo per scontate sul mondo non siano vere. Spesso siamo intrappolati in questi preconcetti senza rendercene conto: è un paradigma.

Tutti sono un mistero, tutti sono un enigma? Lo siamo di sicuro! Farsi queste domande profonde apre la strada a nuovi modi di stare al mondo, porta una boccata di aria fresca, rende la vita più gioiosa. Il vero segreto non è vivere nel familiare, ma vivere nel mistero.

Fonte: kattolika.myblog.it

WIE VAN DE DRIE

Caprice  
Caprice | Maly | Monika
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By Admin (from 28/07/2010 @ 10:43:31, in it - Scienze e Societa, read 1370 times)

Sensation

Par les soirs bleus d'été, j'irai dans les sentiers,
Picoté par les blés, fouler l'herbe menue,
Ręveur, j'en sentirai la fraîcheur à mes pieds.
Je laisserai le vent baigner ma tęte nue.

Je ne parlerai pas, je ne penserai rien :
Mais l'amour infini me montera dans l'âme,
Et j'irai loin, bien loin, comme un bohémien,
Par la nature, heureux comme avec une femme.

 
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By Admin (from 28/07/2010 @ 12:21:09, in it - Scienze e Societa, read 1149 times)

Ci si lascia alle spalle il caos delle grandi città e a poco a poco ci si inoltra nella campagna. All’orizzonte iniziano a stagliarsi le dolci colline di San Colombano, agghindate di vigneti e noccioleti carichi di frutti, affacciate come dame curiose sullo spettacolo della Bassa Pavese, dove il Po accoglie il corso dell’Olona e del Lambro. Così si raggiunge Miradolo Terme, piccolo comune di 3500 abitanti in provincia di Pavia, nella parte meridionale della Lombardia.

Ad appena mezz’ora di auto da alcune grandi città d’arte, come Milano, Pavia, Cremona e Piacenza, Miradolo è la via di mezzo ideale tra quiete e vivacità culturale: perfettamente collegata al resto della regione tramite i mezzi pubblici, ricca di eventi e di attrattive turistiche, la cittadina riesce comunque a preservare la sua indole più genuina, legata alle tradizioni di un tempo e alla quiete.

Nel territorio circostante, così come nel centro del comune, sono innumerevoli le testimonianze della storia locale, ricca di avvenimenti e di protagonisti diversi: sulle colline che circondano il borgo si nascondono cascine e antichi villaggi, tra cui spiccano Cà de Rho, Borgognona, Palazzina e Valbissera. Aldilà delle testimonianze architettoniche e urbane, opera dell’intervento umano, la campagna è una fonte inesauribile di tracce naturali: non è raro trovare qualche fossile marino, come quelli riuniti nelle raccolte archeologiche di San Colombano.

Ma i gioielli più preziosi sono nel cuore vero e proprio di Miradolo Terme, dove si possono ammirare soprattutto le chiese, risalenti al Cinquecento e al Seicento e più volte modificate nel corso dei secoli. Tra le costruzioni più interessanti c’è sicuramente la Chiesa Parrocchiale, arricchita all’interno da preziose tele seicentesche. Tra le varie opere, procurate da Don Alfredo Cremascoli, si possono ammirare il “San Francesco” del Cerano, l’ “Adorazione dei Pastori” del Ferrabosco, il “Trionfo del Rosario” del Malosso e l’organo Bossi Urbani del 1864.

Da vedere anche la chiesa di Santa Maria, una struttura originariamente semplice e lineare ma arricchita in seguito da varie opere di restauro. All’interno si può ammirare un bel quadro raffigurante la Madonna, racchiuso da una raffinata cornice dello scultore Carlo Antonio Lanzani, probabilmente dipinto intorno alla fine del Cinquecento. Aldilà delle chiese, tutto il tessuto di Miradolo è un interessante repertorio di testimonianze storiche, in una ricca alternanza di palazzi nobiliari settecenteschi, testimonianze medievali, residui delle prime fonti termali e un antico mulino dal fascino malinconico. Da non perdere, infine, nella vicina frazione di Camporinaldo, lo splendido oratorio quattrocentesco di Santa Maria.

Ma una delle attrattive maggiori di Miradolo sono forse le terme, originate da falde acquifere salmastre presenti, in passato, nella pianura circostante. I fossili di conchiglie che abbondano nella zona testimoniano l’antica presenza del mare, e giustificano il nome “Saline di Miradolo” con cui si era soliti indicare le fonti termali fino a poco tempo fa. Tra i vigneti e i noccioleti, a 78 metri di quota, sono ben cinque le fonti che regalano preziose acque -bromo-iodiche, litiose, magnesiache e sulfuree, a cui si aggiungono i preziosissimi fanghi. Le proprietà benefiche sono innumerevoli: affezioni delle prime vie respiratorie, sinusiti, faringiti, bronchiti croniche ed asmatiche, disturbi gastro-intestinali e dermatologici sono solo alcuni dei problemi che vengono efficacemente leniti dalle pratiche termali. Alle cure vere e proprie si aggiungono i trattamenti cosmetici, le maschere a base di fango e le massoterapie.

Ma non si può lasciare Miradolo Terme senza aver assistito almeno a una delle manifestazioni tradizionali, che durante l’anno, animano le strade e le piazze del centro.

 

Le occasioni più attese e più amate sono quattro, tutte legate alla tradizione contadina del borgo. La stagione delle feste comincia col carnevale, dedicato ai bambini, con le sfilate dei carri allegorici, per proseguire con la festa dei piselli che si tiene la prima domenica di maggio, in onore del tradizionale raccolto dei piselli.

 

In settembre c’è forse l’evento più importante, la sagra dell’uva, e poco dopo si celebra la festa delle castagne, per dare il benvenuto all’autunno in arrivo.

In ogni stagione, insomma, ci sarebbe un buon motivo per visitare Miradolo, anche se il periodo migliore da un punto di vista climatico è forse quello della primavera e dell’estate, quando le temperature sono piacevoli e il sole fa visita al borgo più volentieri. Il mese più freddo è gennaio, con valori medi che variano tra una minima di -3°C e una massima di 4°C, mentre quello più caldo è agosto, quando si passa dai 16°C ai 29°C. Le precipitazioni raggiungono il picco massimo tra ottobre e novembre, quando cadono in media 91-94 mm di pioggia al mese.

Per raggiungere Miradolo Terme si possono valutare diverse possibilità. Chi viaggia in auto deve percorrere la A1 Milano-Bologna e uscire a Casalpusterlengo, poi continuare sulla S.S. 234 Pavia- Casalpusterlengo per circa 4 km fino a destinazione. Per chi sceglie il treno c’è la stazione cittadina sulla linea Pavia-Cremona, mentre l’aeroporto più vicino è quello di Milano Linate, a circa 59 km. ( Fonte: 
www.ilturista.info)

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By Admin (from 28/07/2010 @ 15:00:26, in it - Osservatorio Globale, read 1118 times)

Se oggi vedere una mamma che ha il primo figlio dopo i 40 anni sembra ancora strano, nel giro di qualche generazione potrebbe essere la norma. Lo affermano i ricercatori dell'universita' di Sheffield, secondo cui l'evoluzione 'selezionerà' le donne in grado di procreare piu' tardi, dando loro un vantaggio sulle altre.

La teoria dei ricercatori nasce da uno studio, pubblicato dalla rivista The American Naturalist, sui registri dei matrimoni in Finlandia nel 1700 e nel 1800, per un totale di 1591 donne. In questo periodo le condizioni erano opposte a quelle attuali: le donne si sposavano molto prima, ma con uomini di solito molto piu' vecchi, il che rendeva piu' probabile che rimanessero vedove presto, al punto che dopo i 35 anni il numero di donne sposate declinava. Il risultato 'genetico' di queste abitudini era che si facevano figli molto prima rispetto ad ora, mentre le poche donne che avevano la capacità di generare la prole anche in eta' più avanzata non avevano la possibilita' di farlo.

"Nelle società moderne, invece - spiega Duncan Gillespie, uno degli autori - la maternità inizia in età avanzata, perché il matrimonio avviene più tardi. Il risultato potrebbe essere che la selezione naturale che prima manteneva la fertilità in età molto giovane si indebolisca, mentre verrà favorita quella in età avanzata. Questo potrebbe portare in diverse generazioni ad avere più donne capaci di generare figli dopo i 40".

Anche se la tendenza a fare figli sempre piu' tardi e' gia' in atto nelle societa' occidentali, i segni 'genetici' di questo passaggio non si sono ancora visti: "L'essere riusciti a spostare l'eta' media del primo figlio e' una conquista di questo secolo - spiega Giorgio Vittori, presidente della Societa' italiana di Ginecologia e Ostetricia (Sigo) - anche se e' probabile che la selezione naturale spingera' verso donne in grado di procreare piu' tardi, questi segni non si sono ancora visti. Biologicamente quello che vediamo e' che l'eta' della menopausa e' rimasta la stessa, quello che e' cambiato e' il numero di figli procapite, che in Italia per esempio e' sceso a 1,2, molto al di sotto del tasso necessario a garantire la sopravvivenza della specie che e' di 2,11".

Fonte: Tio.ch

WIE VAN DE DRIE

Verunka Monica Adrienne
Verunka | Monica | Adrienne
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By Admin (from 28/07/2010 @ 15:47:32, in it - Video Alerta, read 1249 times)

Nulla può meglio mettere in luce gli intenti sociologici di Clint Eastwood come regista,del suo ultimo "Invictus",dramma storico dalle valenze altamente creative,elemento quantomeno estraneo nell'orizzonte produttivo dell'attuale studio system americano.

In tutta la sua carriera di attore e regista ed in particolare nei due ultimi decenni della sua produzione artistica,Eastwood ha elaborato e sviscerato una molteplicità di tematiche di spessore non prettamente divulgativo,mescolando,come in questo film,un messaggio sociale e una lezione storica in un componimento biografico esposto con una fluidità narrativa che non lascia posto ad alcun ricorso a raffinati artifici tecnici ma semplicemente limitarsi a raccontare una storia.

Eastwood è passato dalla citazione dell'intransigenza razziale seguita da una presa di coscienza,("Gran Torino"),al clima sessista innervato nei rigori del pregiudizio maschile ("Million Dollars Baby"),dallo scottante tema dell'intervento sul malato terminale,all'eredità dei valori della tradizione ("Flags of Our Fathers"),dal recupero dell'equilibrio morale ("Gli spietati"),alla eroica ma ancor più tragica inchiesta sulla natura del comando ("Letters From Iwo Jima").

"Invictus" è un dramma su Nelson Mandela (Morgan Freeman),sul dopo apartheid sud africano e sullo sport del rugby,ambientato in un momento storico che vede il Capo di Stato appena eletto assumere una posizione nei confronti del suo Paese così decisa e rischiosa,da essere altamente criticata perfino dal suo organico governativo al punto di essere egli stesso considerato fautore e responsabile del suo suicidio politico.

Il film,ispirato al romanzo di John Carlin "Playing the Enemy" racconta della condizione sociale del Sud Africa nel 1995,dopo l'elezione di Mandela,primo presidente di colore nella storia del suo Paese.
Molti bianchi nazionalisti Afrikaner restavano ancora simpatizzanti per un sistema che condizionava i neri in una in uno stato di povertà ed oppressione,mentre i seguaci del neo presidente auspicavano un riscatto da decenni di umiliazione subiti nel clima dell'apartheid,ricetta ideale per una instabilità sociale ed il disastro politico.

Mandela aveva un compito estremamente delicato da svolgere : mantenere l'equilibrio della nuova e fragile condizione democratica del Paese. Salendo al potere dopo ventisette anni di carcere,Mandela è già una figura leggendaria ed un idolo per il Sud Africa e per tutte le nazioni che da lui sperano un giro di volta del suo Stato.

Il capo di Stato sente che la sua celebrità è ingombrante ed un fardello pesante da portare,ma è anche una forte risorsa da utilizzare come mezzo politico. La sua maggiore preoccupazione nei confronti dei suoi fedeli è quella di riuscire a trovare il prestigio morale che possa condurlo ad una intesa,un atto di mediazione con i bianchi che lo consideravano un terrorista ed un usurpatore delle tradizioni ed una minaccia ai valori fondamentali del Paese.

Nell'incipit del film,Mandela,appena uscito di prigione,passa fra due campi di gioco.
Fin da questa scena si inquadra lo spirito che animerà l'intera pellicola di Eastwood.
Sono sequenze fluide,ma fitte dell'intenso significato che darà corpo a tutta la narrazione che segue. Forse la più bella sequenza del film.

Da una parte i neri sudafricani interrompono la partita per salutare ed inneggiare all'uomo dei sogni,dall'altro lato della strada i bianchi giocano a rugby ed il loro coach apostrofa Mandela indicandolo come il terrorista a causa del quale il Paese andrà in rovina (“Ricordate questo giorno,ragazzi,è il giorno che il nostro Paese andrà in pasto ai cani”).

Qui Eastwood non evidenzia una differenza di razze e due diverse discipline sportive.
Piuttosto il regista sottolinea trasversalmente come nel corso degli anni la squadra nazionale di rugby degli Springboks fu identificata come il simbolo della condizione dell'apartheid sudafricano,al punto da portare i neri a tifare per qualsiasi altra squadra possa incontrarli nei tornei internazionali.

Il regista e lo sceneggiatore Anthony Peckman raccontano con una metafora la spaccatura sociale di una nazione lacerata da profonde contese razziali e la possibilità che lo sport possa essere il mezzo e la strategia per colmare l'abisso fra le due parti e riportare l'equilibrio nel Paese.

L'ambizioso piano di Mandela è quello di far leva sull'immagine della squadra nazionale,per volgerne il gioco a suo favore,coinvolgendo il capitano Afrikaner Francois Pienaar (Damon) a sostenere la sua causa:conciliare le aspirazioni dei neri con le paure dei bianchi.

Lo sforzo di Francois per mantenere il controllo della sua squadra ed i suoi tentativi di persuasione verso i giocatori scettici e perplessi di fronte a questa nuova realtà,rappresentano un microcosmo del disegno più vasto di Mandela,che si spalanca sulla condizione politica della sua nazione.
Alla fine i due si troveranno uniti,condividendo i versi del poema vittoriano che dà titolo al film.

Eastwood allunga lo sguardo oltre il politico;fa luce sulla sofferenza e malinconia di un uomo solo,cui manca l’affetto ed il sostegno di una famiglia,una moglie solo citata nel film ed una figlia prigioniera di un rancore cui non viene data spiegazione.

Alla guardia che gli domanda come sta la sua famiglia,Mandela risponde che la sua famiglia è molto numerosa ed è costituita da quarantadue milioni di persone.

Eastwood si ispira a John Carlin nel suo “Playing The Enemy” e ne cita il contenuto quando fa dire a Freeman che “…in prigione occorreva che studiassi i miei nemici,per poter prevalere su di essi;non sono più i nostri nemici,ma i nostri fratelli sudafricani”.

In un’altra scena Damon si chiede come “si faccia a passare trent’anni in galera ed essere pronto a perdonare chi ti ci ha rinchiuso”.

Mandela sta dunque mettendo in atto il suo progetto della Nuova Nazione Arcobaleno,fondandola sulla riconciliazione e il perdono “…che libera l’anima e cancella la paura”.

Tutto il film è permeato della creatività di ampio respiro e della ricca pacatezza narrativa che contraddistinguono le opere di Eastwood “Gli spietati”,”Gran Torino”,pur restando leggermente sotto tono rispetto a questi ultimi.

Nel ritmo quieto della narrazione il regista innesta il dinamismo di una vivace storia sportiva,innervata nell’articolata complessità politica di uno Stato e dell’uomo che ne ha preso le redini in mano,”perché non debba più subire l’oltraggio di essere lo scarico del mondo”.

Eastwood è magistrale nel far confluire idealismo nazionalista con proiezioni politiche,status razziale ed aspirazioni sociali nell’essenzialismo di un contesto sportivo,senza impoverire il contenuto del suo messaggio.

In “Invictus” il filmaker non fornisce un racconto di persone,scavando nelle rispettive realtà famigliari o tracciandone il profilo delle condizioni esistenziali.

Nel suo poema scritto nel 1875,William Henley riversa l’amarezza e la tragicità di una vita di sofferenze fisiche e malattie da cui lo scrittore ripara all’ombra di una profonda soluzione introspettiva.
“Invictus” è un film sulle psicologia umana raccontato in forma di parabola ad esprimere nell’allegoria di un’attività sportiva l’ostinazione che l’uomo può trovare in sé stesso per raggiungere la realizzazione dei propri ideali visti concretizzati – quasi contraddizione in termini -nella formazione dell’unità dei valori e delle persone per le quali una vita vale la spesa di essere vissuta (“Io sono il capitano del mio destino ed il padrone della mia anima”). ( Fonte. cinemali.it)

Autore della recensione : Francesca Caruso

Redazioneonline- Cinema e Spettacoli

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By Admin (from 29/07/2010 @ 10:47:54, in it - Scienze e Societa, read 970 times)

Il filosofo Betrand Russell intervistato nel 1959 a proposito della fede in Dio e della religione.

 

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By Admin (from 29/07/2010 @ 12:48:25, in it - Video Alerta, read 982 times)

Il regista rumeno Radu Mihaileanu si è cimentato nel portare sul grande schermo una storia molto personale, nella quale grazie all’amore per la musica si ricongiungono i fili di una matassa smarriti trent’anni prima.
Andreї Filipov è stato un grande direttore d’orchestra all’epoca di Brežnev, oggi lavora nel medesimo teatro come uomo delle pulizie.

Una sera, mentre pulisce l’ufficio del direttore, casualmente si imbatte in un fax indirizzato alla direzione del Bolshoi. Il Théâtre du Châtelet invita l’orchestra a suonare a Parigi. Andreї distrugge immediatamente il fax e gli salta in mente un’idea, che va fuori dagli schemi: ricreare l’antica orchestra che dirigeva, presentarsi a Parigi come l’orchestra ufficiale del Bolshoi e portare in scena Čajkovskij, Concerto per violino e orchestra, portando così a termine il concerto interrotto trenta anni prima. Andreї e il suo miglior amico Sacha iniziano a reclutare i vecchi e i nuovi amici, trovando anche l’aiuto dei gitani, che gli procurano gli strumenti musicali mancanti e i passaporti. L’uomo sceglie come violino solista Anne-Marie Jacquet, dietro la quale si nasconde un segreto riguardante le sue vere origini. Il giorno del concerto arriva e sarà l’occasione per ritrovarsi e recuperare un passato mai dimenticato.

L’intento del regista è stato quello di conferire al film l’animo e il temperamento slavo, nel quale si tende a superare i propri limiti e confini nel modo di essere artisti. Non c’è la paura di manifestare e descrivere le emozioni, ci si sente liberi di esprimerle senza vergognarsi di ciò che si prova. Riprodurre la vita esaltandola in tutte le sue sfumature è questo ciò che Mihaileanu ha voluto conferire alla storia, ai suoi personaggi.
Un peculiarità della poetica di Radu Mihaileanu che ritroviamo in questo film è il tema dell’impostura positiva, come in precedenza in “Vai e Vivrai” (2005), per esempio. Qui Andreї e i suoi amici si spacciano per gli orchestrali del Bolshoi per realizzare un sogno interrotto tempo prima. Il fatto di camuffarsi è anche parte delle origini ebree del regista, il cui padre, durante la guerra, dovette cambiare cognome per sopravvivere.

Il regista nel raccontare piccole storie delinea con accenni delicati la Storia, è un film contro tutti i regimi dittatoriali.

Il film parla dei rapporti che si instaurano tra il singolo e la collettività, se non c’è armonia e intesa tra le due parti non si raggiunge il benessere di entrambi, bisogna essere complementari, come tra l’orchestra e il violino solista del film.

Il tema che sta alla base è quello di ritrovare la dignità umana che si è perduta e ritrovare la volontà di reazione a chi vuole mettere il proprio simile in ginocchio. I vari personaggi cercano innanzitutto di ritrovare l’autostima e poi di rimettersi in piedi, e di raggiungere “l’armonia suprema” anche solo per il tempo di un concerto, per dimostrare a se stessi di essere ancora degli esseri umani, che possono essere stati sconfitti una volta, ma non per questo sono finiti.

Mihaileanu mescola l’umorismo con la tragedia, interessato a stabilire questo tipo di dialogo. L’umorismo che preferisce è quello in reazione alla sofferenza e alle difficoltà. Tutti i personaggi del film trovano la forza di portare a termine ciò che si sono prefissati, grazie all’ironia che li connota.

La musica ricopre un ruolo fondamentale, lo si evince già dal titolo, per il cineasta la musica è energia, è dentro ognuno di noi ed è parte integrante delle nostre vite, inoltre è un linguaggio universale che arriva a chiunque, comprensibile da tutti. Parlare lingue diverse può risultare difficile nel rapportarsi con l’altro, la musica unisce e arriva dritta al cuore. Č il motore che fa muovere i personaggi.

Un altro tema inserito è il dialogo interculturale che avviene tra i membri dell’orchestra, russi gitani ed ebrei, che si relazionano con i francesi. Si sottolinea così la mescolanza delle culture, l’integrazione e l’arricchimento che ogni singola persona dona all’altra, malgrado le difficoltà iniziali in cui si può incorrere. Quando Andreї e i suoi amici arrivano a Parigi sembra un’invasione del territorio da parte di “barbari dell’est” verso i ricchi civilizzati occidentali, sicuramente i primi hanno un modo di comportarsi più sanguigno e genuino, e conservano un’energia primordiale, rispetto ai formali e distaccati autoctoni, sarà la musica a far cadere ogni barriera.

Nei suoi film si trovano spesso dei gitani, dai quali il regista è affascinato in quanto è un popolo ricco di qualità, si comporta e vive in modo differente dagli altri, è un popolo libero, errante, e in questo il regista si è identificato, un popolo errante come gli ebrei.

Un aspetto fondamentale descritto è il contravvenire alle regole. Il regista mostra come, in alcuni momenti della vita, infrangere le regole sia necessario per andare avanti e per dimostrare il proprio valore. Certo la vita è fatta di regole da rispettare, ma a volte l’eccezione mette in luce ciò che stava in ombra per cause altrui, come per i protagonisti de Il Concerto, dotati di una bravura estrema, che riescono, grazie a un sotterfugio, a mostrare al mondo la bellezza della loro musica. Un monito per non lasciarsi andare mai.
Per ciò che riguarda le riprese sono state effettuate in Romania, dove è stata ricostruita la parte russa del film. A Mosca si sono potuti girare solo alcuni esterni della città e della Piazza Rossa.
A Parigi si sono fatte le riprese degli interni, il Théâtre du Châtelet è stato messo a disposizione del regista e della troupe.

Il Concerto è un film straordinariamente emozionante, la sequenza finale è strepitosa, per il crescendo emozionale, per la sapienza con cui è stato dato risalto a ogni singolo strumento nel momento più opportuno, risultando drammaticamente efficace. Inoltre l’inserimento di alcuni frammenti che facevano chiarezza sul passato, con la musica che proseguiva il suo arco, dà un tocco in più. Tutto ha contribuito a renderlo perfetto, tanto da innalzare lo spirito. Radu Mihaileanu ha realizzato un’opera sincera, realistica, e con una componente poetica, il cineasta possiede la capacità di costruire un’emozione che giunge fino alle corde più profonde dello spettatore. ( Fonte: cinemalia.it)

Autore della recensione: Francesca Caruso

Redazioneonline- Cinema e Spettacoli

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Il 31enne spagnolo che ha subito il primo trapianto completo di faccia al mondo è stato dimesso e ha fatto la sua prima comparsa in pubblico.

All'ospedale di Barcellona Vall d'Hebron, durante una conferenza stampa, l'uomo, conosciuto semplicemente come Oscar, ha voluto ringraziare l'anonimo donatore e l'equipe medica che ha effettuato l'operazione. "Vorrei ringraziare tutto il team medico, la famiglia del donatore e soprattutto i miei familiari per il sostegno che mi hanno dato fino alla fine".

Il volto di Oscar era stato distrutto da colpi d'arma da fuoco esplosi accidentalmente cinque anni fa. L'operazione era stata effettuata in marzo sotto la supervisione del chirurgo plastico Joan Pere Barret. Il percorso di Oscar, pero' inizia qui. Ha bisogno di fisioterapia estensiva, terapia del linguaggio e altre operazioni nei prossimi mesi, ma alla fine dovrebbe recuperare l'80-90% delle sue funzioni.

Il trapianto è il piu' completo portato a termine fino ad oggi: ha riguardato tutta la pelle e i muscoli, il naso, le labbra, la mascella superiore, tutti i denti, il palato, gli zigomi e la mandibola, cosi' come il sistema lacrimale.

Fonte: Tio.ch - Foto apertura: Keystone / AP Davis Ramos

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