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 Trilingual World Observatory: italiano, english, română. GLOBAL NEWS & more... di Redazione
   
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

The scientists from the Jenner Institute at the University of Oxford have shown that their vaccine induces an antibody response in animal models that is capable of neutralising all the strains they tested of the malaria parasite Plasmodium falciparum.

The group led by Dr Simon Draper, with colleagues from the Wellcome Trust Sanger Institute and the Kenyan Medical Research Institute-Wellcome Trust Programme in Kilifi, Kenya, have published their findings in the journal Nature Communications.

The results add to a key discovery reported last month. Scientists at the Wellcome Trust Sanger Institute identified a potential ‘Achilles’ heel’ in the malaria parasite that could hold significant promise for vaccine development.

Their research published in the journal Nature showed that the P. falciparum parasite relies on a single protein – the antigen RH5 – to ‘unlock’ the doorway for the parasite to enter red blood cells. Once there, it grows and replicates, causing potentially life-threatening disease.

Lead researcher Dr Sandy Douglas of the University of Oxford says: ‘We have created a vaccine that confirms the recent discovery relating to the biology of RH5, given it can generate an immune response in animal models capable of neutralising many – and potentially all – strains of the P. falciparum parasite, the deadliest species of malaria parasite. This is an important step towards developing a much-needed vaccine against one of the world’s major killers.’

Malaria killed around 800,000 people in 2009, mainly young children and pregnant women. It is caused by parasites that are carried by mosquitoes. The most deadly form, P. falciparum, is responsible for nine out of ten deaths from malaria.

Vaccination is likely to be the most cost-effective way of protecting people against malaria. However, no licensed vaccine is currently available. While one vaccine is achieving promising but incomplete levels of protection in clinical trials in Africa, scientists believe a new and more effective vaccine will be required to eradicate the disease.

Professor Adrian Hill, director of the Jenner Institute at the University of Oxford, says: ‘Vaccines against malaria are notoriously difficult to develop because the parasites’ antigens – the target of vaccines – tend to be genetically so diverse. The RH5 antigen doesn’t show this diversity, making it a particularly good target for a vaccine to exploit. Our next step will be to begin safety tests of this vaccine. If these prove successful, we could see clinical trials in patients beginning within the next two to three years.’

The research was funded by the Wellcome Trust, with other support from organisations including the UK Medical Research Council.

Source: Oxford University - via ZeitNews.org

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Prin analizarea informatiilor furnizate de acestea, oamenii de stiinta pot întelege mai bine modul în care oamenii obtin si proceseaza informatiile vizuale, mai ales modul în care acestia recunosc fetele altor persoane.

Psihologii au observat de câteva decenii ca oamenii disting trasaturile si recunosc chipuri cu o mai mare acuratete atunci când persoanele studiate fac parte din aceeasi rasa (mai exact, despre persoane de aceeasi rasa cu persoanele care au fost prezente în majoritatea experientelor din copilarie). Acum, un nou studiu arata ca persoanele apartinând unor rase diferite folosesc strategii distincte pentru procesarea imaginilor continând chipuri.

De ce recunoaştem mai bine feţele celor din propria rasă?

Cercetatorii de la Universitatea din Glasgow au descoperit ca occidentalii tind sa foloseasca un "tipar triunghiular" atunci când privesc o fata, miscând privirea între cei doi ochi si gura. În schimb, persoanele care au crescut în China tind sa se concentreze mai mult asupra centrului fetei, în jurul nasului.

Cea mai recenta cercetare, efectuata în campusul Universitatii Nottingham din Selangor, Malaezia, a aratat ca persoanele din Malaezia de etnie chineza folosesc o strategie care difera atât de cea a celor din China, cât si de cea a occidentalilor. Astfel, persoanele studiate se concentreaza pe ochi si pe nas, dar nu pe gura, atunci când privesc fata altcuiva.

"Credem ca oamenii învata sa recunoasca chipuri în urma studierii acelora pe care le întâlnesc de-a lungul vietii", explica Ian Stephen, un expert în recunoastere faciala de la Universitatea Nottingham. "Desi Malaezia este o tara din Asia de est, compozitia sa etnica este extrem de diversa. De aceea, chinezii malaezieni recunosc la fel de bine si fetele occidentalilor si pe cele ale asiaticilor", a concluzionat profesorul Stephen.

Sursa: Financial Times - via Descopera.ro

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L’idea l’aveva avuta molti anni prima, nel 1860 circa, quando Dmitry Ivanovich Mendeleyev (1834-1907) si era ritrovato al primo congresso internazionale di chimica di Karlsruhe (Germania), durante uno dei brevi e pochi periodi che avrebbe passato fuori dalla sua Russia. In realtà, più che aver avuto un’idea, aveva ricevuto un invito dai colleghi: c’era bisogno di mettere ordine nella lista degli elementi chimici che col tempo si andava allungando. Magari usando il peso atomico come sistema di classificazione. Ma raccolto l’invito, Mendeleyev tornò in patria e non avrebbe messo mano al problema fino al 1867.

In laboratorio La sua tavola sui muri Illuminata

In Russia, dove era nato l’ 8 febbraio 1834, aveva infatti di che tenersi impegnato. Tra il suo lavoro di insegnate all’Istituto di Tecnologia di San Pietroburgo, il dottorato in chimica, e la passione per l’agricoltura che l’avevano spinto a metter su una fattoria, il tempo da dedicare alla soluzione del problema era davvero poco. Fino a quando non divenne professore all’Università di San Pietroburgo. Si dice infatti che l’idea della tavola periodica fosse nata come un bisogno: quello di trovare un modo chiaro e semplice di insegnare la chimica, un metodo che mancava nei libri di testo allora a disposizione e che invece sarebbe stato presente nella sua opera, Osnovy Khimii (Principi di Chimica).

Cominciò creando delle carte per ogni elemento allora conosciuto (63 in tutto), e scrisse su ognuna il peso atomico e le proprietà chimiche. Poi iniziò a giocare, mescolando le carte, cercando una qualche regola che permettesse di distribuire i diversi elementi in ordine. E a un certo punto la vide. Posizionando le carte in ordine crescente di peso atomico, e raggruppando i diversi elementi in base alle proprietà simili, abbozzò la sua prima tavola periodica (ovvero con il ripetersi delle proprietà chimico fisiche a intervalli, periodi). Anche se non tutti i conti tornavano.

In particolare c’era il problema dei buchi. Alcune posizioni della sua tavola rimanevano infatti in bianco. Come se ci fosse una discontinuità negli elementi presenti in natura. Ma Mendeleyev difese la sua tavola periodica supponendo che gli elementi mancanti non fossero stati ancora scoperti. E sebbene non ne potesse conoscere l’identità, il suo sistema permetteva comunque di stabilirne le proprietà chimiche. Aveva fatto centro, come dimostrarono poi le scoperte del gallio, dello scandio e del germanio, alcuni dei tappi che nel corso dei decenni servirono a chiudere i buchi iniziali.

Ma quello di Mendeleyev non fu certo il primo tentativo di far ordine nella giungla degli elementi chimici. Il concetto di periodicità, per esempio, lo aveva già annunciato intorno al 1860 John Newlands nella sua legge degli ottavi (ispirandosi alla musica). Lo scienziato inglese infatti aveva osservato che le proprietà chimiche sembravano ripetersi a intervalli di otto elementi, ordinati secondo il peso atomico.

Anche il chimico tedesco Julius Lothar Meyer era arrivato ad analoghe conclusioni, realizzando una tavola molto simile a quella di Mendeleyev, che però gli avrebbe strappato il primato pubblicando per primo i suoi risultati, nel 1869. Anche il lavoro di Henry Moseley - che dimostrò come fosse in realtà il numero atomico (quello dei protoni o degli elettroni) di un elemento, e non il suo peso, a ordinare gli elementi in una tavola periodica – non sarebbe riuscito a cancellare la paternità dell’invenzione. Come dimostrarono gli stessi studenti di Medeleyev, portando, si dice, ai suoi funerali anche la sua tavola periodica.

Fonte: Wired.it

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We only have to look at something to know what it is.

But teaching a computer to "know" what it’s looking at is far harder. In research published this fall in the Public Library of Science (PLoS) Computational Biology journal, a team from Los Alamos National Laboratory, Chatham University, and Emory University first measured human performance on a visual task ? identifying a certain kind of shape when an image is flashed in front of a viewer for a very short amount of time (20-200 milliseconds). Human performance gets worse, as expected, when the image is shown for shorter time periods. Also as expected, humans do worse when the shapes are more complicated.

But could a computer be taught to recognize shapes as well, and then do it faster than humans? The team tried developing a computer model based on human neural structure and function, to do what we do, and possibly do it better.

Their paper, "Model Cortical Association Fields Account for the Time Course and Dependence on Target Complexity of Human Contour Perception," describes how, after measuring human performance, they created a computer model to also attempt to pick out the shapes.

"This model is biologically inspired and relies on leveraging lateral connections between neurons in the same layer of a model of the human visual system," said Vadas Gintautas of Chatham University in Pittsburgh and formerly a researcher at Los Alamos.

Neuroscientists have characterized neurons in the primate visual cortex that appear to underlie object recognition, noted senior author Garrett Kenyon of Los Alamos. "These neurons, located in the inferotemporal cortex, can be strongly activated when particular objects are visible, regardless of how far away the objects are or how the objects are posed, a phenomenon referred to as viewpoint invariance."

The brain has an uncanny ability to detect and identify certain things, even if they’re barely visible. Now the challenge is to get computers to do the same thing. And programming the computer to process the information laterally, like the brain does, might be a step in the right direction.

How inferotemporal neurons acquire their viewpoint invariant properties is unknown, but many neuroscientists point to the hierarchical organization of the human visual cortex as likely being an essential aspect.

"Lateral connections have been generally overlooked in similar models designed to solve similar tasks. We demonstrated that our model qualitatively reproduces human performance on the same task, both in terms of time and difficulty. Although this is certainly no guarantee that the human visual system is using lateral interactions in the same way to solve this task, it does open up a new way to approach object detection problems," Gintautas said.

Simple features, such as particular edges of the image in a specific orientation, are extracted at the first cortical processing stage, called the primary visual cortex, or V1. Then subsequent cortical processing stages, V2, V4, etc., extract progressively more complex features, culminating in the inferotemporal cortex where that essential "viewpoint invariant object identification" is thought to occur. But, most of the connections in the human brain do not project up the cortical hierarchy, as might be expected from gross neuroanatomy, but rather connect neurons located at the same hierarchical level, called lateral connections, and also project down the cortical hierarchy to lower processing levels.

In the recently published work, the team modeled lateral interactions between cortical edge detectors to determine if such connections could explain the difficulty and time course of human contour perception. This research thus combined high-performance computer simulations of cortical circuits, using a National Science Foundation funded neural simulation toolbox, called PetaVision, developed by LANL researchers, along with “speed-of-sight” psychophysical measurements of human contour perception. The psychophysical measurements refer to an experimental technique that neuroscientists use to study mechanisms of cortical processing, using the open-source Psychtoolbox software as an advanced starting point.

"Our research represented the first example of a large-scale cortical model being used to account for both the overall accuracy, as well as the processing time, of human subjects performing a challenging visual-perception task," said Kenyon.

More information: Link to PLoS paper: http://www.ploscom … pcbi.1002162

Source: PhysOrg - via ZeitNews.org

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Cercetatorii de la Universitatea San Francisco State au descoperit ca persoanele extravertite si deschise experientelor noi cheltuiesc mai mult pe experiente (precum un concert, sau o calatorie de un weekend) decât pe obiecte.

Pentru a investiga modul în care deciziile de folosire a banilor afecteaza starea persoanelor, profesorul Ryan Howell a lansat un site intitulat Beyond the Purchase, unde utilizatorul poate participa la sondaje pentru a descoperi cel fel de consumator este si cum este afectat de deciziile de folosire a banilor.

Cercetătorii au descifrat secretul fericirii

Howell si colegii sai au elaborat acest studiu pe baza informatiilor colectate de la 10.000 de participanti la un sondaj. Voluntarii au completat chestionare cu întrebari referitoare la cumparaturile pe care le fac, la trasaturile de personalitate, propriile valori si nivelul de satisfactie în ce priveste propria viata.

Un studiu efectuat de Howell în 2009 a demonstrat ca persoanele care folosesc banii pentru experiente noi devin mai fericite, contrazicând astfel zicala "banii nu aduc fericirea".

"Precedentul meu studiu a aratat ca persoanele care prefera sa foloseasca banii pentru experiente, nu pentru obiecte, sunt mai fericite. Acum am vrut sa întelegem ce fel de persoane tind sa faca aceste alegeri", a explicat profesorul Howell.

Cercetarea a aratat ca persoanele care tind sa-si cheltuiasca economiile pe experiente obtin un punctaj mai mare în testele care masoara gradul de extraversiune si deschiderea catre experiente noi.

"Rezultatul este de înteles, deoarece experientele de viata sunt prin definitie sociale si contin un element de risc. Daca încerci o experienta noua si nu îti place, nu o poti returna la magazin pentru a-ti cere banii înapoi", a comentat profesorul.

"Studiul nostru arata ca persoanele care sunt atrase mai degraba de cumpararea de obiecte ar putea fi mai fericite daca ar încerca mai multe experiente noi", a conchis profesorul Howell.

Rezultatele cercetarii au fost publicate în Journal of Positive Psychology.

Surse: PsychCentral si MedicalXpress - via Descopera.ro

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Un giorno, Stati Uniti e Cina saranno molto vicini, e non è una metafora geopolitica. Avverrà tra qualche centinaio di milioni di anni, ma l'America e l'Asia sono destinate a fondersi in un nuovo supercontinente: Amasia. E questa aggregazione si concentrerà, secondo ricercatori dell’ Università di Yale, attorno all’attuale Mar Glaciale Artico. Č l’ultima previsione sul fenomeno, ciclico, di addensamento e frammentazione delle terre emerse. Nel suo studio pubblicato su Nature, Ross Mitchell propone un suo modello per descrivere le posizioni sul globo dei supercontinenti.

Per i geologi, prevedere il destino dei continenti a seguito dello smembramento di Pangea –  supercontinente frammentatosi circa 250 milioni di anni fa – è come per gli astrofisici descrivere l’evoluzione dell’Universo dopo il Big Bang. La sostanziale differenza, che va a favore dei primi, riguarda l'esistenza di dati anche sui tempi precedenti all’evento di deriva. Č grazie a questa documentazione che, già dagli anni Sessanta, si è scoperto che Pangea è solo l’ultimo di una serie di supercontinenti, formati e disgregati a un ritmo regolare da quando è attiva la tettonica delle placche.

Fino ad oggi, riguardo alle modalità di formazione dei supercontinenti, e in particolare di Amasia, si sono scontrati due modelli tradizionali. Secondo il primo, chiamato dell’introversione, la saldatura tra le terre avverrà grazie alla chiusura dell’Oceano Atlantico. Al contrario, i sostenitori del modello dell’estroversione ritengono che la chiusura coinvolgerà il Pacifico.

Ma per Mitchell, la risposta si trova altrove. Chiedendosi se la posizione degli aggregati continentali fosse casuale o meno, il team di Yale ha analizzato il magnetismo fossile in diverse località del pianeta, al fine di ricostruire le coordinate geografiche dei vari centri di riunione. Indagando il fenomeno del True Polar Wander (Tpw), ovvero la migrazione dell’asse di rotazione terrestre, i ricercatori hanno dimostrato che la distanza angolare tra i centri di supercontinenti successivi si è mantenuta sempre intorno a 90 gradi. 

In particolare, si è visto che Rodinia, il super-continente risalente a 750 milioni di anni fa, si era formato a una distanza di 87 gradi da Pangea, suo successore; lo stesso aveva fatto Nuna (o Columbia), predecessore di Rodinia. La tendenza emersa nello studio mette in discussione, secondo Mitchell, i precedenti modelli dell’introversione e dell’estroversione, aprendo a una terza alternativa: il modello dell’ ortoversione.

Questo modello, oltre a gettar luce sulla tettonica delle placche primordiale, potrebbe svelarci parte del futuro geologico del nostro pianeta. Per esempio il luogo in cui, tra decine di milioni di anni, si formerà Amasia. Considerando infatti che molte placche continentali stanno attualmente migrando a latitudini settentrionali, seguendo un trend registrato fin dal Paleozoico, il centro di Amasia potrebbe trovarsi a 90 gradi Nord da quello di Pangea, cioè negli attuali mari boreali.

(Credit per le foto: Mitchell et al., Nature)

Fonte: Wired.it

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After a week, the pattern of the stamp "is written in blood vessels," the researchers report.

A paper describing the new approach will appear as the January 2012 cover article of the journal Advanced Materials.

"Any kind of tissue you want to rebuild, including bone, muscle or skin, is highly vascularized," said University of Illinois chemical and biomolecular engineering professor Hyunjoon Kong, a co-principal investigator on the study with electrical and computer engineering professor Rashid Bashir. "But one of the big challenges in recreating vascular networks is how we can control the growth and spacing of new blood vessels."

"The ability to pattern functional blood vessels at this scale in living tissue has not been demonstrated before," Bashir said. "We can now write features in blood vessels."

Other laboratories have embedded growth factors in materials applied to wounds in an effort to direct blood vessel growth. The new approach is the first to incorporate live cells in a stamp. These cells release growth factors in a more sustained, targeted manner than other methods, Kong said.

The stamp is nearly 1 centimeter across and is built of layers of a hydrogel made of polyethylene glycol (an FDA-approved polymer used in laxatives and pharmaceuticals) and methacrylic alginate (an edible, Jell-O-like material). The stamp is porous, allowing small molecules to leak through, and contains channels of various sizes to direct the flow of larger molecules, such as growth factors.

The researchers tested the stamp on the surface of a chicken embryo. After a week the stamp was removed, revealing a network of new blood vessels that mirrored the pattern of the channels in the stamp.

"This is a first demonstration that the blood vessels are controlled by the biomaterials," Kong said.

The researchers see many potential applications for the new stamp, from directing the growth of blood vessels around a blocked artery, to increasing the vascularization of tissues with poor blood flow, to "normalizing" blood vessels that feed a tumor to improve the delivery of anti-cancer drugs. Enhancing the growth of new blood vessels in a coordinated pattern after surgery may also reduce recovery time and lessen the amount of scar tissue, the researchers said.

In another study published in 2011, the team developed a biodegradable material that supports living cells. Future research will test whether the new material also can be used a stamp.

More information: The paper, "Living Microvascular Stamp for Patterning of Functional Neovessels; Orchestrated Control of Matrix Property and Geometry," is available online.

Source: University of Illinois at Urbana-Champaign - via ZeitNews.org

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"Înainte de lansarea misiunii Kepler, stiam de existenta a aproximativ 500 de exoplanete în întregul univers", a explicat Doug Hudgins, cercetator în cadrul echipei Kepler în laboratorul NASA din Washington DC. "Acum, în doar doi ani în care am studiat un mic «petic» de cer de dimensiunile unui pumn, Kepler a descoperit peste 60 de planete si 2.300 de corpuri cu potentialul de a fi clasificate ca planete. Acest lucru ne face sa credem ca galaxia noastra contine mult mai multe planete decât credeam pâna acum", a adaugat Hudgins.

Telescopul Kepler a descoperit 11 sisteme solare multi-planetare

Cel mai nou anunt facut de cercetatorii de la NASA detaliaza descoperirea a 11 stele în jurul carora orbiteaza 26 de planete.

Cercetatorii anunta ca sunt sanse mari ca în scurt timp telescopul Kepler sa ajute la descoperirea unor sisteme solare similare celuia în care ne aflam, care sa cuprinda o planeta de dimensiunile Pamântului ce orbiteaza o stea în regiunea care permite dezvoltarea formelor de viata extraterestre. Chiar daca telescopul nu va putea ajuta la detectarea vietii pe alte planete, aceasta potentiala descoperire va demonstra ca planetele ca Terra nu sunt rare în Univers, ci foarte numeroase.

Sursa: Discovery - via Descopera.ro

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Secretul consta în masurarea tensiunii arteriale în ambele brate. Oamenii de stiinta au descoperit ca persoanele care prezinta rezultate diferite în cadrul celor doua masuratori sunt mai expuse la afectiunile cardiovasculare.

A fost descoperit un test simplu care identifică din timp problemele cardiovasculare

Acest test simplu ar putea ajuta la identificarea din timp a persoanelor predispuse la astfel de afectiuni, ceea ce înseamna ca vor putea fi tratate înainte ca situatia sa se înrautateasca.

Hipertensiunea a fost supranumita "ucigasul tacut" în lumea medicala, pentru ca prezinta putine simptome, astfel ca aproximativ jumatate dintre cei afectati de hipertensiune nu stiu acest lucru.

Studiul a fost publicat în jurnalul The Lancet.

Sursa: Daily Express - via Descopera.ro

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Quindi non può essere rivendicata da Michael Doyle e dalla sua Eolas Technologies.


 
Abbiamo corso il rischio di sentire questi due nomi molto spesso, visto che sono stati i protagonisti di una causa legale che avrebbe potuto segnare il futuro del web e dell' ecommerce. Un affare così grosso che anche Tim Berners Lee, uno degli inventori del world wide web, è sceso in campo e si è seduto al banco dei testimoni (per la prima volta nella sua vita, ricorda Wired.com) lo scorso 7 febbraio. In ballo c'era la rivendicazione dell' Interactive Web: il sistema che permette agli utenti di interagire con le immagini all'interno di una finestra su un browser. Doyle, che negli anni Novanta era biologo presso l'Università della California, poi fondatore di Eolas, aveva infatti tirato fuori un brevetto che era stato rilasciato a lui e ad altri due suoi colleghi, David C. Martin e Cheong S. Ang, il 17 novembre del 1998. Una data così remota che sembrava difficile da contestare.  


 
Però, prima di quanto sperato, è arrivata la decisione della giuria del tribunale di Tyler, modesta cittadina del Texas: Il brevetto rivendicato da Doyle non è valido.
 
Per qualche giorno Tyler ha brulicato di avvocati. L'ex biologo aveva infatti trascinato in tribunale 8 aziende del calibro di Google, YouTube, Yahoo, Amazon, GoDaddy, JC Penney, Staples e CDW Corp. A nome dell'Università della California, aveva chiesto un risarcimento dei danni per l'utilizzo del brevetto per oltre 600 milioni di dollari, secondo quanto ha riportato Wired.com. Ieri, come atteso, si è svolto il processo; ne sarebbero dovuti seguire altri tre, ma la sentenza  li ha di fatto annullati, dal momento che la questione sembra chiusa.
 
Forse a qualcuno il nome Eolas Technologies dice qualcosa. Sicuramente lo ricorda Microsoft, che nel 1999 si trovava esattamente dove al posto di Google, Yahoo e delle altre aziende citate, cioè a discutere della proprietà di un brevetto sul Web. Nel 2003, l'azienda di Gates fu condannata a pagare ben 521 milioni di dollari. Il verdetto venne poi annullato in appello, ma Microsoft preferì comunque accordarsi con Doyle per la ragguardevole cifra – ufficiosa, non ufficiale – di oltre 100 milioni. Di sicuro, nelle casse dell'Università della California ne sono entrati più di 30.
 
Per l' Interactive Web, Eolas aveva citato una ventina di aziende (non solo le 8 nominate), tra cui anche Apple, eBay, Playboy e Citigroup; queste, però, si sarebbero accordate per evitare la causa. Insomma, sembra che il modo di fare affari con i brevetti di Eolas Technologiessia più simile a quello delle cosiddette aziende patent troll, una sorta di saccheggiatori.
 
La testimonianza di Berners Lee potrebbe avere avuto il suo peso nel verdetto. Era andato a Tyler non ha tanto a che fare con la difesa degli interessi delle aziende coinvolte, ma con quella della libertà del web.
 
“ Mr. Berners-Lee, perché è qui?”, gli aveva chiesto Jennifer Doan, rappresentante legale di Yahoo e Amazon, lo scorso martedì.
“ Perché voglio aiutare a fare chiarezza su ciò che era ovvio e su quello che era il sentire [comune] nel settore dell'informatica [nei primi anni Novanta]”.
“ Quando lo ha inventato, ha brevettato il Web?”
“ No, perché internet esisteva già. Ho preso gli ipertesti, che esistevano da tanto tempo. Tutto quello che abbiamo fatto è stato mettere insieme cose che erano intorno a noi da anni, combinandole per venire incontro ad alcune necessità”.
“ E a chi appartiene il Web?”
“ A noi”
“E il web che tutti possediamo è interattivo?”
“ Direi proprio di sì”
 
E Berners Lee non era solo. Insieme a lui sono scesi in campo Eric Bina, co-fondatore di Netscape, Dave Raggettche ha inventato il tag embed Html, e Pei-Yuan Wei, l'inventore del primo browser, Viola. Su quest'ultimo erano riposte le speranze della difesa: nel programma – del 1991, cioè due anni prima del brevetto di Doyle – gli elementi interattivi erano già previsti.

La prova è un email che Pei Wei scrisse a Berners Lee nel dicembre di quell'anno: “ Una cosa che mi piacerebbe fare presto, se ho tempo, è [...] incorporare gli oggetti di Viola in file Html”. Nel maggio del 1993, il sistema venne implementato alla Sun Microsystems.

(Questo articolo è stato pubblicato il 9 febbraio, l'ultimo aggiornamento è del 10 febbraio)

Fonte: Wired.it

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By Napasechnik
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