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 Trilingual World Observatory: italiano, english, română. GLOBAL NEWS & more... di Redazione
   
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

“Nel giorno della nuova Luna, nel mese di Hiyar, il Sole è stato messo in ombra, ed è sparito durante il giorno, alla presenza di Marte”. Ecco Marte, appunto. Sarebbe stata proprio la visibilità del pianeta (combinata con tutti gli altri dati) scritta sul reperto di argilla ritrovato a Ugarit, nell’attuale Siria a spingere gli scienziati a rifare i calcoli. Fino alla fine degli anni Ottanta infatti si credeva che la più antica testimonianza scritta di un’ eclissi di sole mai rinvenuta risalisse al 3 maggio 1375 a.C. Poi però una nuova datazione del reperto stesso, insieme agli altri indizi, Marte prima di tutto, ha portato i ricercatori a mettere di nuovo tutto in discussione. E così l’eclissi più antica di cui si abbia notizia è quella del 5 marzo 1223 a.C.

Spettacoli celesti

Prima di allora in realtà le eclissi avevano già affascinato (e spaventato) gli esseri umani. Si racconta, infatti, che molto prima che fosse trovata una spiegazione scientifica per l’oscurazione degli astri, si credeva che qualche dragone o mostro apparisse all’improvviso nel cielo per mangiarsi la luce del sole. Ed era proprio il fattore sorpresa a spaventare (in piena antitesi al fattore previsione che invece oggi ci tieni con gli occhi incollati al cielo per partecipare allo spettacolo delle eclissi). Così che l’unico modo che gli antichi avevano per opporsi alla comparsa improvvisa di quel dragone che arrivava a mangiarsi il Sole era quello di spaventarlo, facendo più baccano possibile, con grida e tamburi.

Eclissi in sequenza

Fino a quando, intorno al primo secolo a.C, non fosse stato chiaro che quelle ombre momentanee sul Sole erano solo dei fenomeni astrali spiegabili scientificamente, e che non c’era nessun drago nel cielo, le eclissi avrebbero continuato a spaventare. O quantomeno a creare un’atmosfera tetra, come scriveva Omero nella sua Odissea: “E il Sole è scomparso dal cielo, e una nebbia funesta aleggia su tutto”, riferendosi forse all’eclissi totale di Sole avvenuta nel 1778 a.C.

Eclissi parziale

Per i Greci infatti le eclissi erano un cattivo presagio, il segnale che qualche dio dell’Olimpo si fosse adirato. O comunque un segno divino, magari quello di deporre le armi durante una battaglia, come accadde con l’eclissi di sole totale del 585 a.C, negli scontri tra i Medi e i Lidi.

Sarebbero state numerose e più o meno suggestive le occasioni in cui un’eclisse di Sole avrebbe fatto da cornice a eventi importanti. Mentre in tempi più recenti invece lo sarebbe stata come apripista a fondamentali scoperte scientifiche. Come quella dell’ elio (che non a caso prende il nome proprio dal Sole, helios in greco), nel Diciannovesimo secolo, il primo elemento chimico a essere scoperto fuori dalla Terra. Gli indizi sulla presenza nel sole di questo elemento vennero infatti raccolti proprio durante un’ eclissi solare. Una cinquantina di anni dopo, nel 1919, sarebbe stato ancora il passaggio della Luna sulla nostra stella a venire in aiuto alle teorie di Einstein, visto che fu un’eclissi a dimostrare che anche la luce può essere curvata dalla forza di gravità.

Fonte: wired.it

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More specifically, their DNA can. Scientists from National Tsing Hua University in Taiwan and the Karlsruhe Institute of Technology in Germany have created a "write-once-read-many-times" (WORM) memory device, that combines electrodes, silver nanoparticles, and salmon DNA. While the current device is simply a proof-of-concept model, the researchers have stated that DNA could turn out to be a less expensive alternative to traditional inorganic materials such as silicon.

The device is made up of a thin film of salmon DNA that has been impregnated with silver atoms, then sandwiched between two electrodes. When UV light is shone onto the system, the atoms cluster together into nanoparticles.

Subsequently, when no or little voltage is applied to the electrodes, only a low electrical current is able to travel through the UV-irradiated DNA. This is the equivalent of the device's "off" state. Because the material is unable to hold a charge under a high electrical field, however, once the voltage exceeds a certain threshold, a higher current is able to travel through the DNA. This represents the "on" state.

These changes in conductivity were found to be irreversible - once the device has initially been set to either "on" or "off" it stays that way, regardless of what voltages are subsequently applied. Even after up to 30 hours, it retains its conductivity.

The scientists are now hoping that their discovery could lead to new techniques for the design of optical storage devices.

This isn't the first time that DNA has been suggested for such applications. Researchers at Imperial College London have created logic gates using DNA and bacteria, while American scientists have genetically engineered the bacterium E. coli to coax its DNA into computing the solution to a classic mathematical puzzle.

A paper on the salmon DNA research was recently published in the journal Applied Physics Letters.

Source: GizMag - via ZeitNews.org

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By Admin (from 12/05/2012 @ 14:02:59, in ro - Stiinta si Societate, read 1344 times)

Într-o epoca în care cancerul a devenit una din cele mai mari probleme mondiale, specialistii din întreaga lume se straduiesc sa creeze un nano-medicament care, atunci când va fi injectat în corp, va fi capabil sa se deplaseze singur la tinta si sa se activeze.

Nano-medicamentele în lupta împotriva cancerului

Pentru a fi eficient, un astfel de medicament ar trebui sa întruneasca doua conditii. Pe de-o parte, ar trebui sa poata sa identifice singur tinta si sa ajunga la ea, iar pe de alta parte, ar trebui sa aiba capacitatea de a elibera cantitatile necesare de substanta, chiar în mai multe etape, pe o perioada îndelungata. Cu toate acestea, pâna acum, majoritatea nano-medicamentelor inventate nu reusesc sa retina substantele active pâna la identificarea tintei.

Pentru a evita efectele adverse produse de eliberarea prematura a substantelor care lupta împotriva cancerului, o echipa de specialisti din China a creat un sistem care permite ca substantele active sa ramâna încapsulate pâna la atingerea tesuturilor canceroase. Odata ajuns la tumoare, nano-medicamentul ar exploda, eliberând substanta activa sub influenta unor anumiti stimului de mediu.

Oamenii de stiinta de la Universitatea Wuhan au demonstrat ca sistemul de aparare activa permite eliberarea medicamentului ca raspuns la stimuli prezenti în tesuturile canceroase.

Pentru crearea acestui nano-medicament, specialistii au preparat un gel din micro-particule de dextran, consolidate cu ajutorul unei substante numite baza Schiff. Au acoperit apoi suprafata capsulelor de micro-gel cu o membrana multistratificata.

Odata ajuns în sânge, sistemul este activat de stimuli fiziopatologici (un mediu acid) gasiti în tesuturile afectate de cancer. În acest mediu acid, baza Schiff se hidrolizeaza. Hidrolizarea face ca legaturile dintre atomii de carbon si cei de azot din structura bazei Schiff sa se desfaca, ducând la o crestere a presiunii interne în nucleul de dextran. Atunci când presiunea depaseste capacitatea de rezistenta a membranei, aceasta se va rupe, eliberând brusc medicamentul care este apoi absorbit de celulele tumorale.

În ciuda succesului înregistrat de cercetatorii chinezi, conducatorul studiului, dr. Zhang, a recunoscut ca sistemul are unele probleme legate de consum. Pentru moment, microcapsulele sunt relativ mari si pot fi eliminate din sânge, iar sistemul de detectare a tintei ale si el unele lacune.

Sursa: Nano Werk - via Descopera.ro

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Una sola goccia di sangue per smascherare anche il più subdolo dei tumori. E’ uno degli ambiziosi obiettivi del progetto di un’équipe interdisciplinare – tutta italiana – composta da esperti della Sissa (Scuola internazionale superiore di studi avanzati), dell’ Università di Trieste, dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia e dell’ Università di Udine, del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano, del laboratorio nazionale di ricerca Sincrotrone Elettra e dell’Istituto per l’Officina dei Materiali del Cnr (Tasc).

L’idea è quella di mettere le nanotecnologie al servizio della diagnosi precoce dei tumori: strumenti che, oltre a consentire l’individuazione di marcatori da campioni prelevati in modo poco invasivo, permettano al contempo il monitoraggio della concentrazione dei farmaci nei tessuti al fine di valutarne l’eventuale tossicità. A questo imponente progetto sono stati destinati circa nove milioni di euro, investiti dall’Associazione italiana per la ricerca sul cancro ( Airc) e dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca attraverso il programma denominato Futuro in ricerca. Scienziati di diverse specializzazioni (fisici, chimici, biologi e clinici) condivideranno le proprie competenze per sviluppare una tecnologia sensibile e a basso costo in grado di leggere l’ impronta digitale dell’ espressione proteica, per rilevare marcatori tumorali e verificare l’impatto dei farmaci sull’organismo.

A coordinare il team è Maurizio Prato dell’Università di Trieste e Giuseppe Toffoli del Cro di Aviano. “Il compito del gruppo di ricerca – racconta uno degli scienziati coinvolti, il fisico Alessandro Laio della Sissa, per sei anni in servizio presso il Politecnico federale di Zurigo e tornato in Italia grazie al progetto “Rientro dei cervelli” - è proprio quello di disegnare al computer la proteina che in modo selettivo e specifico funga da esca per i marcatori tumorali. Trovare una proteina capace di riconoscere uno specifico marcatore è un po’ come cercare un ago in un pagliaio, dato che le alternative possibili sono dell’ordine di 100 miliardi”.

Il computer e le simulazioni che questo dispositivo rende possibili saranno lo strumento con cui gli scienziati contano di individuare quell’ esca, per integrarla in un nanodispositivo capace di rilevare ritorni metastatici o tumori primari e, contemporaneamente, di valutare la quantità di farmaco assorbita dai tessuti per arrivare a dosaggi personalizzati. L’efficacia di una terapia, infatti, dipende da diversi fattori quali l’età, il sesso, il peso del paziente: somministrare farmaci in modo mirato non solo può migliorarne il potere curativo, ma anche ridurne gli effetti collaterali. Inoltre, le scoperte del team potranno anche chiarire anche alcuni meccanismi cellulari alla base di molte patologie.

Del cospicuo finanziamento, Laio gestirà una tranche da 700mila euro: “Saranno determinanti – spiega il fisico - per acquisire nuova strumentazione e reclutare almeno tre giovani ricercatori nel mio gruppo di ricerca”. Proprio il coinvolgimento di giovani studiosi è infatti alla base del programma “ Futuro in Ricerca”, con cui il Miur intende favorire il ricambio generazionale e il sostegno alle eccellenze scientifiche emergenti presenti negli atenei e negli enti di ricerca. 

Fonte: wired.it

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By Admin (from 13/05/2012 @ 11:06:49, in en - Science and Society, read 1350 times)

Creative sound-making is as fluid and changing as it implies, incorporating everything from troupes that bang on every hard surface imaginable to creators of electronic music, to musicians who craft their notes to reflect real conversation, to the new phenomenon, the Mogees.

The Mogees is a project that stems from the department of computing at Goldsmiths, University of London, where researcher Bruno Zamborlin collaborates with a team at IRCAM in Paris to experiment with new methods for “gestural interaction” in coming up with novel ways of making sounds. The project has released a video that, besides delighting every four year old on the planet, opens the minds of researchers. The video shows the use of a contact microphone and audio processing software to construct a gesture-recognizing touch interface from assorted surfaces—a tree trunk, a balloon, a glass panel at a bus stage, and an inflated balloon. Also, different gestures control different sounds.

Wooden panels sound like a bicycle bell; playing on a balloon makes sounds like a crystal hanging ornament in the wind. Other surfaces reveal sounds, by slapping or brushing, hitting, or finger tapping, that include tribal string pianos in the heat of a musical narrative.

The Mogees project turns any surface into a gestural musical interface, using the button-like silver microphone and audio processing software. But just how does it work? ExtremeTech carries the more lucid of attempted explanations: The contact microphone has multiple microphones, creating a stereo image of a sound that’s made. A PC cable connection picks up the finger vibrations for analysis and converts them into gestures. A visual programming language (MaxMSP) turns the gestures into sounds.

“Mogees is an interactive gestural-based surface for realtime audio mosaicing,” is the somewhat intimidating definition appearing on the Department of Computing site at Goldsmiths. A helpful explanation, however, also contributes toward understanding what is going on.

“When the performer touches the surface, Mogees analyses the incoming audio signal and continuously looks for its closest segment within the sound database. These segments are played one after the other over time: this technique is called concatenative synthesis.”

A surface, for example, can be played with any tool such as hands and Mogees will always try to find a correspondent sound to it. It can also be applied to other sound sources such as voice or acoustic/electric instruments.

Zamborlin began the project because he liked the idea of being able to touch a real surface when creating electronic music. “Touching real surfaces allows users to experience haptic feedback on what they do and enhancing their relationship with the device."

Researcher and developer Norbert Schnell is named as part of the Mogees effort, and the project also makes reference to its use of the “MuBu environment for MaxMSP.”

Max is a visual programming language for music and multimedia; electronic musicians use it for unique sound-making tools. The program is highly modular with most routines in the form of shared libraries. MuBu is a sound description buffer for real-time interactive audio processing.

PhysOrg

More information: http://www.brunoza … .com/mogees/ - via ZeitNews.org

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Testele de masurare a coeficientului de inteligenta se bazeaza pe doua tipuri de probleme: matrici progresive, care testeaza abilitatea de a vedea modele în imagini, si secvente de numere, care testeaza capacitatea de a vedea pattern-uri într-o însiruire numere. Programele comune pentru computer reusesc sa obtina un scor sub 100 de puncte la testele de IQ cu secvente de numere.

Pentru Claes Strannegård, cercetator în cadrul Departamentului de Filosofie, Lingvistica si Teoria Stiintei de la Universitatea Gothenburg, acest lucru a fost o provocare. Asa se face ca el si colegii sai au pus bazele unui program care poate descoperi modele în numere într-un mod similar oamenilor.

Cercetatorii au luat în considerare faptul ca problemele legate de secvente de numere sunt doar partial matematice.

"1,2,.....ce urmeaza? Majoritatea oamenilor ar spune 3, dar, de fapt, ar putea fi vorba de o secventa care se repeta ca 1,2,1. Pâna la urma, se pare ca totul se rezuma la faptul ca majoritatea oamenilor au învatat modelul 1,2,3", a explicat Strannegård.

Prin urmare, oamenii de stiinta au utilizat, în programul lor,un model psihologic de pattern-uri umane. Ei au integrat în sistem un model matematic care imita modul uman de rezolvarea a problemelor. Astfel, prin coroborarea matematicii cu unele componente psihologice, ei au îmbunatatit programul pâna la punctul în care acesta a ajuns sa obtina un scor de 150 la testele de masurarea a coeficientului de inteligenta.

Sursa: Astro Biology - via Descopera.ro

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Sembrerebbe un destino segnato, quello di Michelangelo. Le testimonianze sulla vita dell' artista, infatti, risalgono addirittura al suo primo giorno di vita: il neonato aveva appena emesso il suo primo vagito, che il padre Ludovico Buonarroti si era già affrettato a scrivere di suo pugno una nota in cui ricordava la nascita del suo secondogenito. Come ebbe a precisare con scrupolo, nel comune di Caprese in cui Ludovico era podestà, il calendario fiorentino segnava lunedì 6 marzo dell'anno 1474 (1475 secondo la notazione corrente).

Tuttavia, nonostante il prestigioso incarico paterno, la famiglia Buonarroti era travagliata da difficoltà economiche. Fu per questo che ben presto si trasferirono a Settignano, un paesino nei pressi di Firenze dove il piccolo Michelangelo entrò per la prima volta in contatto con la scultura. E non in senso figurato, visto che lì vivevano intere generazioni di scultori e scalpellini. Tanto che più tardi l'artista si fece vanto di essere stato allevato là dove il latte era impastato con la polvere di marmo.

E fu solo grazie alla tenacia del giovane Michelangelo che il padre rinunciò a imporgli la carriera militare o ecclesiastica. All'età di 12 anni entrò nella bottega di Domenico Ghirlandaio, dove Ludovico lo condusse di persona, non tanto per soddisfare i sogni del figlio quanto per arrotondare il bilancio familiare con il compenso da apprendista. Comunque fosse, il giovane Buonarroti si rivelò un talento tanto precoce da far esclamare al maestro: “ Costui ne sa più di me”.

Il Ghirlandaio non sbagliava. Dopo tre anni di apprendistato, Michelangelo ne sapeva abbastanza da trasferirsi a Firenze presso il giardino di San Marco,dove Lorenzo il Magnifico ospitava e sovvenzionava gli artisti più promettenti. Fu proprio qui che il giovane scultore impressionò il mecenate con la sua permalosità: il principe gli aveva fatto notare la dentatura troppo perfetta sulla statua di un vecchio fauno. Buonarroti colse la provocazione e in un batter d'occhio fece saltare un dente e con lo scalpello ne bucò un altro.

Ad attirare l'attenzione del cardinale e collezionista Raffaele Riario fu invece una copia di un antico Cupido eseguita dallo stesso Michelangelo, e che il prelato aveva acquistato a peso d'oro – all'insaputa dell'artista – come reperto archeologico. Dopo aver scoperto l'inganno e sbollito la rabbia, il cardinale volle a tutti i costi conoscere l'artefice di quell'opera meravigliosa. E ne fece la fortuna.

Così, nel 1496 l’artista si trasferì a Roma dove produsse alcune delle sue opere più grandi. Dopo la Pietà, scolpita a soli 22 anni, Michelangelo si dedicò anche agli affreschi della Cappella Sisitina (1508-1512) e al Giudizio Universale (1534-1541). Ma nei suoi lunghi anni di attività l'artista continuò anche a scolpire altri capolavori tra cui il David (1501) e il Mosè (1513-1515).

Per raccontare tutta la vita dell'artista non basterebbe un libro. Fatto sta che Michelangelo divenne uno degli artisti più famosi dell'epoca. Gli storici raccontano che morì a Roma il 18 febbraio 1564, all'età di 88 anni: fino a pochi giorni prima aveva lavorato di scalpello sull'incompiuta Pietà Rondanini.

Fonte: wired.it

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The protein is an enzyme that Plasmodium falciparum, the protozoan that causes the most lethal form of malaria, uses to make cell membrane.

The protozoan cannot survive without this enzyme, but even though the enzyme has many lookalikes in other organisms, people do not make it. Together these characteristics make the enzyme an ideal target for new antimalarial drugs.

The research was published in the January 6 issue of the Journal of Biological Chemistry (JBC) as "Paper of the Week" for that issue.

A cartoon based on the electron density map makes it easier to see the protein’s structure and figure out how it works. The enzyme’s job is to add a methyl group — three times — to a starting molecule as part of a process for making cell membranes. In this cartoon, the phosphate is a stand-in for the starting molecule and the green molecule is the one that donates a methyl group. Both are positioned in the active site of the enzyme, the pocket where the chemistry takes place.

The work also will be featured in ASBMB Today (the newsletter of the American Society for Biological Molecular Biology, which publishes JBC), and it will be the topic of a JBC podcast.

Sweating the cold room

The protein's structure might have remained an enigma, had it not been the "unreasonable optimism" of Joseph Jez, PhD, associate professor of biology in Arts & Sciences, which carried his team through a six-year-long obstacle course of failures and setbacks.

"What my lab does is crystallize proteins so that we can see what they look like in three dimensions," Jez says. "The idea is that if we know a protein's structure, it will be easier to design chemicals that would target the protein's active site and shut it down," Jez says.

The lastest discovery is the culmination of a project that began years before when Jez was working at the Danforth Plant Science Center in St. Louis and collaborating with scientists at the local biotech startup Divergence.

"At the time, C. elegans had just been sequenced and the Divergence scientists were looking at using it as an easy model to work out the biochemistry of parasitic nematodes," Jez says.

C. elegans is a free-living nematode, or microscopic roundworm, but many nematodes are parasitic and cause disease in plants, livestock and people.

During this project, Lavanya Palavalli, a summer intern working with Jez, crystallized the C. elegans version of the enzyme. The job of the enzyme, phosphoethanolamine methyltransferase, thankfully abbreviated to PMT, is to add methyl groups to a starting molecule, phosophoethanolamine.

"When Soon Goo Lee later took up the project," says Jez, "the plan was to try to grow better crystals of the C. elegans protein, ones good enough to get readable X-ray diffraction patterns.

Two years later, the crystals were looking better but still not good enough.

So Jez suggested that Lee go after homologous (look-alike) proteins in other organisms. "Even though the proteins are homologous, each has a different amino acid sequence and so will behave differently in the crystallizations," Jez says. "Lee went from working with two C. elegans proteins to three plant proteins, two other nematode proteins and then the Plasmodium protein," Jez says.

"He took all six of those PMT versions into the crystallization trials to maximize his odds," Jez says.

"To crystallize a protein," Jez says, "we put a solution of a salt or something else that might work as a desiccant in the bottom of a small well. And then we put a drop of our liquid protein on a microscope cover slip and flip it over the top of the well, so the drop of protein is hanging upside down in the well."

"What we're trying to do is to slowly withdraw water from the protein. It's exactly like making rock candy, only in that case, the string hanging into the jar of sugar solution helps to withdraw water," he says.

The difference is that sugar wants to form crystals and proteins are reluctant to do so.

"There are 24 wells to a tray, and we usually screen 500 wells per protein at first," Jez says. "Lee had eight proteins and so his first pass was to screen 4,000 conditions. And then he had to try different combinations of ligands to the proteins and crystallize those. This is why it took a few years to finally get where he needed to go."

Road trip!

The scientists need crystals — preferably nice, big ones —to stick in the path of an X-ray beam at Argonne National Laboratory in Chicago. (If the crystal is a good one, and all the atoms are lined up in a repeating array, the scattered X-rays will produce a clear pattern of spots.)


Soon Goo Lee, a doctoral candidate at Washington University in St. Louis, about to click the mouse button to see whether six years of work will pay off and he will be the first to see the structure of a protein no one has ever seen before.

Embedded in that pattern is the mathematical information needed to back-calculate to the position of the atoms in the protein, a process a bit like throwing a handful of pebbles in a lake and then calculating where they landed by the pattern of waves arriving at the shoreline.

Lee got the PMT from Haemonchus contortus to crystallize first, but there were technical issues with the diffraction pattern that would have made solving it technically and computationally very demanding.

"When the Plasmodium enzyme finally crystallized, Soon got four crystals kind of stacked on top of each other and each of them was paper thin," Jez says.

"I never thought it would work, but we took them to Argonne anyway and he actually did surgery under the microscope and cracked off a little tiny piece of it."

To everyone's surprise, he got a clean diffraction pattern from the crystal. "Because the Plasmodium enzyme was the smallest one and the easiest to work on, we pushed that one first," Jez says.

The moment of truth

"Once we had a Plasmodium crystal that was diffracting really well, we could try back-calculating to see whether we could extract the atom positions from the data," Jez says.

After the computer finished its calculations, Lee clicked a mouse button to see the results, which would reveal whether his years of work finally would pay off.

When Lee clicked the mouse, he got an electron density map in exceptionally sharp focus.

"When you see a map like that, it's like suddenly the wind has kicked up and you're sailing free," Jez says, "because there's this moment, like, before you click that button, no one has ever seen how this protein is put together in three dimensions. You're the first person to ever see it.

"The irony of it is we got such good quality diffraction pattern and electron density maps off such an ugly crystal," he says.

Lock and load

"Once you have the electron density map, the task is to build a structure that matches the amino acid sequence of the protein," Jez says.

"The first thing you do is put in the amino acid backbones and connect them together to form a chain. It's like having a long thread, each inch of which is an amino acid, and your job is to take that thread and move it in three dimensions through that electron density map."

The next step is to add the side chains that make one amino acid different from another, Jez says. "The amino acid sequence is known," he says. "Your goal is to match the way you string together the amino acids in the electron density map to that sequence."

"Once you have the overall structure, you can start to figure out how the enzyme works. The PMT enzyme is trying to join two molecules," Jez says. "To do that, it has to lock them in place so that the chemistry can happen, and then it has to let go of them.

"We think the protein has a lid that opens and closes," he says. "The active site stays open until the substrates enter, and then the lid clamps down, and when it clamps down it actually puts the substrates together."

Not only do infections by Plasmodium falciparum cause the most severe form of malaria, about 40 percent of the human population lives in areas where the parasite is endemic. Moreover, drugs that used to be effective against malaria are beginning to fail, in part because widespread drug counterfeiting has led to resistance.

New anti-malarial drugs are desperately needed, and the PMT protein is an ideal target. If PMT is disabled, the protozoan can't make cell membranes and it dies. Moreover, a drug that would kill Plasmodium might have minimal side effects on patients.

Although the process of identifying compounds that would target PMT is in the early stages, a handful of anti-parasitical compounds used to treat diseases are known to block PMT as well.

As for Lee, he has had a hard go of it, but now things are breaking his way. Plasmodium PMT is giving up its secrets, and the plant and nematode PMTs are coming along as well.

When he clicked the mouse button and a clean electron density map came up, he says, it was like seeing "the light at the end of a five-year-long tunnel."

Source: Washington University in St. Louis

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Rezultatele studiilor lor sugereaza faptul ca problemele legate de controlul cantitatii de zahar din sânge încep la nivelul intestinelor.

Oamenii de ştiinţă au descoperit adevărata origine a diabetului

Pe baza experimentelor realizate pe soareci de laborator, cercetatorii americani considera ca se poate rescrie istoria diagnosticarii diabetului, una dintre cele mai temute si frecvente maladii moderne. Astfel, se pare ca originea diabatului este în sistemul gastro-intestinal si nu în organe precum pancreasul si ficatul, dupa cum se credea pâna acum în mediul medical.

În cadrul noului studiu, oamenii de stiinta au studiat exemplarele de soareci ale caror organisme nu erau capabile sa secrete o enzima numita acid gras-sintaza (FAS) la nivelul intestinelor. FAS este enzima esentiala pentru producerea de lipide, fiind reglata de insulina. Soarecii care nu prezentau aceasta enzima în intestine s-au îmbolnavit, în prima instanta, de inflamatie cronica intestinala, o afectiune care prezice aproape întotdeauna instalarea diabetului.

"FAS ajuta la mentinerea mucoasei intestinale într-o stare intacta, respectiv functionala. Fara aceasta enzima, bacteriile periculoase invadeaza celulele din intestinul subtire si din colon, producând inflamarea acestora, fapt care contribuie la rezistenta la insulina si instalarea diabetului", declara profesorul Xiaochao Wei, cercetator în cadrul Sectiei de Endocrinologie din cadrul universitatii americane.

Inflamarea intestinelor si rezistenta la insulina sunt afectiuni care se sustin una pe cealalta. Substantele asociate cu procesul inflamator duc la rezistenta la insulina si inhiba producerea acesteia, iar ambele fenomene interfereaza cu reglarea nivelului de zahar din sânge.

Labrintul intestinal este un mediu extrem de important pentru aparitia si dezvoltarea diabetului, deoarece conform cercetarilor, marea majoritate a suferinzilor de diabet nu prezinta doar un nivel scazut al insulinei, ci au frecvent disfunctii gastro-intestinale.

Sursa: Medical Express - via Descopera.ro

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În general, plasticul fabricat astazi este obtinut din derivati ai petrolului si, prin urmare, el depinde de aceasta resursa naturala.

Dar si din plante se pot obtine materiale plastice. Atunci când este ars, materialul vegetal produce un amestec de hidrogen si monoxid de carbon, cunoscut sub numele de gaz de sinteza. În prezenta unui catalizator, de obicei pe baza de fier, din gazul de sinteza se obtin substante numite olefine inferioare; legând între ele aceste molecule sub forma unor lanturi moleculare lungi, prin reactii chimice specifice, se obtin polimeri ce stau la baza fabricarii materialelor plastice.

Plasticul ar putea fi creat din material vegetal

Catalizatorii utilizati în prezent nu sunt foarte eficienti si, în plus, ei au ca produs secundar o cantitate mare de metan care trebuie sa fie separat de amestec. Mai mult, reactia creeaza, la rândul ei, "praf" de carbon care poate bloca procesul.

Acum, o echipa de cercetatori de la Universitatea Utrecht a descoperit ca un catalizator pe baza de fier da rezultate foarte bune atunci când este alcatuit din granule mici (de 20 de nanometri) dispuse la distante egale una de cealalta.

De asemenea, ei au observat ca adaugarea unor cantitati minime de sodiu si sulf îmbunatateste calitatea catalizatorului.

Acest catalizator îmbunatatit produce cu 50% mai multe olefine inferioare decât catalizatorii conventionali. Totusi, alti specialisti sustin ca sistemul nu este perfect; randamantul mai trebuie îmbunatatit si cel mai bun catalizator va fi acela care va avea capacitatea de a transforma tot gazul de sinteza în olefine inferioare.

Sursa: Los Angeles Times - via Descopera.ro

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Now Colorado is one love, I'm already packing suitcases;)
14/01/2018 @ 16:07:36
By Napasechnik
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By Anonimo
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By Anonimo


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18/11/2018 @ 13:23:42
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