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 Trilingual World Observatory: italiano, english, română. GLOBAL NEWS & more... di Redazione
   
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

L’ 11 marzo 2011, poco dopo il terrificante terremoto di magnitudo 9, uno tsunami si abbatte sulla costa orientale giapponese, investendo la centrale nucleare di Fukushima Daiichi. Onde alte più di 10 metri sorpassano le barriere protettive, di appena cinque metri e mezzo, e inondano i sei reattori. Č black-out. I sistemi di raffreddamento saltano. Inizia così una corsa contro il tempo per evitare la catastrofe, solo in parte sventata grazie al disperato ricorso all’ acqua di mare, gettata sui reattori con idranti ed elicotteri. Non basterà a evitare fusioni parziali del nocciolo nei reattori 1, 2 e 3, incendi ed esplosioni nei reattori 2, 3 e 4. Dallo scorso dicembre, nove mesi dopo l’incidente, la situazione è stabile, con i reattori in stato di chiusura fredda, una condizione che non implica rischi immediati. Di sicuro, è stato il peggiore incubo atomico che il Giappone ricordi e l’unico altro incidente, insieme a Chernobyl, classificato come livello 7, il massimo della scala Ines. Ma fu davvero così catastrofico? Un anno dopo, è ancora difficile rispondere. 

Chernobyl victim.

Anche se la centrale Fukushima non sta più rilasciando isotopi radioattivi nell’aria, come iodio-131 e cesio-137, non è chiara quale sia stata la reale portata della contaminazione. A maggio è atteso un rapporto del Committee on the Effects of Atomic Radiation delle Nazioni Unite che dovrebbe fare un po’ di chiarezza. Intanto, al primo anniversario dell’incidente, sono emersi nuovi particolari inquietanti. Secondo un rapporto della Rebuild Japan Initiative Foundation, un’organizzazione indipendente costituitasi per indagare su Fukushima, nei drammatici giorni dopo l’11 marzo il governo considerò l’ipotesi di evacuare Tokyo, che si trova a circa 250 chilometri da Fukushima. Non s’arrivò a tanto, ma più di 100mila persone, residenti nel raggio fino a 40 chilometri dalla centrale, sono ancora sfollate e almeno 25mila non potranno far ritorno nelle loro case per i prossimi cinque anni a causa delle radiazioni.

Il quadro, tuttavia, potrebbe essere meno drammatico. Sembra che l’esposizione della popolazione alle radiazioni sia stata minima, anche grazie ai venti che giocarono a favore, spirando verso il mare. Secondo le ricerche effettuate dalla Fukushima Medical University, il 99,3 per cento delle 10mila persone residenti vicino alla centrale e sottoposte a screening avrebbero ricevuto meno di 10 millisieverts (mSv) di radioattività nei primi quattro mesi dopo l’incidente. La dose più alta registrata è stata 23 mSv, ben inferiore alla soglia di 100 mSv collegata a un più elevato rischio di cancro. Questi dati sono in linea con le analisi presentate da un panel di ricercatori statunitensi, secondo cui le conseguenze a Fukushima non saranno minimamente paragonabili a quelle del disastro di Chernobyl. Persino i lavoratori dentro la centrale – hanno riferito gli scienziati alla conferenza della Health Physics Society – sono stati esposti a livelli di radiazioni 10 volte inferiori rispetto alle 500mila persone che costruirono il sarcofago sopra la centrale ucraina, esplosa nel 1986. A Fukushima, il rischio di ammalarsi di tumore potrebbe aumentare dello 0,002%, e la probabilità di morire dello 0,0001%. Troppo poco perché si possa distinguere i casi di tumore connessi all’incidente nucleare rispetto all’incidenza nella popolazione generale.

Si tratta comunque di conclusioni provvisorie che lasciano scettici alcuni esperti. Come Hisako Sakiyama, attivista anti-nuclearista e ex biologo al National Institute of Radiology, il quale sostiene che, mentre i danni provocati dalle esposizioni acute alle radiazioni sono ben noti, gli effetti sulla salute di basse esposizioni, ma prolungate nel tempo, sono in gran parte sconosciuti.

Al di là dell’esposizione diretta, poi, restano le preoccupazioni sulla contaminazione degli alimenti. Secondo l’ultimo rapporto dell' Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) l’1% delle circa 14mila analisi svolte su cibi giapponesi fornisce ancora valori superiori ai limiti di sicurezza per il cesio 137, e una particolare specie di funghi della prefettura di Tochigi continua ad avere restrizioni sulla vendita. Tra marzo e novembre scorsi, hanno subito restrizioni alla vendita e divieti pesce, alghe, spinaci, funghi, carne, tè e latte.

Altre analisi stanno valutando le conseguenze della radioattività sull’ ecosistema naturale. Non così drammatiche, per fortuna. Però gli uccelli nella regione di Fukushima si sarebbero ridotti di un terzo, secondo Tim Mousseau, ecologo della University of South Carolina in Columbia, e nell’oceano, sostiene Ken Buesseler, chimico marino della Woods Hole Oceanographic Institution, plutonio e stronzio radioattivo potrebbero accumularsi nei pesci vicino al reattore.

In termini economici, il danno complessivo alla regione di Fukushima è stimato in miliardi di dollari.

Fonte: wired.it

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This opens up new implications for the treatment of neurological and psychiatric conditions, even suggesting that diet choices might influence their progression.

In spite of more than 20 years of research efforts, the enzymatic function of the CRYM protein has remained elusive. Previous research has shown that CRYM functions both as an important structural protein and a binder of thyroid hormones, but PhD student Andre Hallen suspected something more.

"CRYM was first discovered in the ocular lens of marsupials, that is, in Skippy's eye! Since then, we've seen it in lamb brains, in other tissues and learnt how it can be observed and mutated in mammals like humans. Now we can see more of its full potential in human health and nutrition," Hallen explains.

In a study published in the Journal of Neurochemistry, Hallen conclusively demonstrated an enzyme function for CRYM, and identified how this enzymatic activity reveals a new role for thyroid hormones in regulating mammalian amino acid metabolism.

It also recognises a possible reciprocal role of enzyme activity in regulating bioavailability of intracellular T3, with further research pathways for how this regulatory role might open up new treatment options for a range of neurological and psychiatric conditions.

Hallen lead a team of scientists on this study, including three months working in North America with Dr Arthur Cooper, a world authority on neurochemistry and amino acid chemistry.

His research has also sparked the interest of international scientists, including Patrick W Reed and Robert J Bloch of the University of Maryland, who profiled Hallen's work in their article ‘Crystallin-Gazing: Unveiling Enzymatic Activity'.

In 2012, Hallen will continue his research into this area, further exploring the role of diet in influencing hormone function, and the effects of these changes on the CRYM protein, its related mutations and conditions.

Source: Macquarie University - via ZeitNews.org

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Gena este numita GPR120, iar specialistii spun ca ea este responsabila pentru aparitia unor boli ale ficatului, ca urmare a acumultarii celulelor adipoase în aceasta zona.

O mutaţie genetică ne predispune la obezitate

Într-o prima etapa, studiul a fost realizat pe doua grupuri de soareci care au primit hrana grasa. Un grup a fost format din soareci carora specialistii le-au dezactivat gena GPR120 si un altul în care gena a ramas activata. Astfel, cercetatorii au aflat ca soarecii care aveau gena dezactivata au luat în greutate cu 15% mai mult decât cei din celalalt grup. Totodata, la cei cu gena dezactivata s-a constat ca nivelul total de grasime acumulata a fost dublu fata de cel al soarecilor cu gena normala. În plus, s-a constat ca soarecii cu gena GPR120 dezactivata au prezentat simtome de diabet si steatoza hepatica.

Atunci când ambele grupruri au primit mâncare cu un nivel scazut de grasimi, nu s-au înregistrat diferente mari de greutate între soareci, studiul sugerând ca gena este puternic asociata cu obezitatea legata de dieta.

În a doua etapa a studiului, specialistii au comparat efectele genei asupra oamenilor. În aceasta etapa au fost implicati 6.900 de europeni obezi care consumau regulat mâncare grasa si alti 7.650 de oameni care aveau o dieta sanatoasa. Cercetarea a indicat ca aceasta mutatie a genei este întâlnita la 2,4% dintre persoanele obeze si 1,3% dintre indivizii care au o dieta sanatoasa. De asemenea, în urma rezultatelor, specialistii au concluzionat ca cei care detin aceasta mutatie au cu 60% mai multe sanse sa devina obezi, comparativ cu restul indivizilor.

Sursa: The Mainichi Daily News via descopera.ro

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Scegliere le parole giuste non è facile, forse proprio per colpa del computer. Niente a che fare con la mancanza di contatto con la penna e il foglio, piuttosto si tratterebbe di un dettaglio di fabbricazione delle tastiere Qwerty. Infatti, comporre parole con caratteri situati a destra dei tasti t, g, b sarebbe più facile. Come se non bastasse, a queste parole verrebbe attribuita anche una connotazione positiva. Il perché ce lo spiega Kyle Jasmin, neuroscienziato all' University of College London, in uno studio pubblicato su Psychonomic Bulletin and Review.

Tutto dipende dal fatto che le lettere sono disposte in modo asimmetrico sulla tastiera Qwerty, brevettata nel 1868 dall'americano Christopher Sholes. La fila di centro – delimitata dai tasti t, g, b – divide il piano di scrittura in due parti diseguali: la parte sinistra contiene infatti più lettere rispetto a quella destra. Quanto basta per causare una nostra innata predilezione per le parole composte di caratteri  destrorsi, visto che il cervello deve fare meno fatica per individuare i tasti corretti.

Un dettaglio tutt'altro che trascurabile, visto che oggi trascorriamo buona parte della giornata digitando messaggi su tastiere di computer, smartphone e tablet. Possibile mai che questo disequilibrio a destra possa condizionare le nostre scelte stilistiche? Jasmin ha condotto tre diversi studi per verificare se il posizionamento dei caratteri qwerty possa avere un impatto sulla semantica moderna.

Il primo esperimento consisteva nell'analizzare le emozioni personali di 132 madrelingua olandesi correlate alle parole composte in maggioranza da tasti posizionati a destra (e viceversa). Tutto ciò ripetuto per tre lingue differenti (olandese, inglese e spagnolo) e con più di mille parole. Ebbene, a prescindere dalla lingua, sembra che il cervello tenda a associare alle lettere destrorse significati positivi.

Il secondo e terzo esperimento erano invece pensati per valutare se il significato delle parole senza senso e di quelle nate dopo l'introduzione della Qwerty fosse stato influenzato maggiormente dal disequilibrio della tastiera. In questo caso, il campione era composto da 800 madrelingua inglesi, visto che la maggior parte dei neologismi della rete è nata nei paesi anglosassoni. Anche in questo caso, la parte destra ha registrato connotazioni più positive.

Secondo Jasmin, l'uso massiccio della tastiera ci starebbe guidando verso un vocabolario strettamente legato alla geografia Qwerty. Neppure le persone mancine sarebbero immuni al fascino del lato destro, sebbene alcuni studi ritengano che in genere la mano dominante abbia un influsso positivo sulla digitazione.

Insomma, il nostro vocabolario del futuro sembra legato alla Qwerty ma, tutto sommato, questo disequilibrio è dovuto al caso. Il nome della tastiera deriva dal fatto che i 6 caratteri della prima fila siano stati appositamente collocati in quella posizione dai costruttori per comporre velocemente la parola typewriter, “ macchina da scrivere”. Esiste però una tastiera di fabbricazione più recente, la dibattuta variante Dvorak, in cui le lettere sono disposte in modo differente. A voi la scelta.

Fonte: wired.it

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Researchers at Brigham and Women's Hospital (BWH) have successfully tested a controllable endoscopic capsule, inspired by science fiction, that has the ability to "swim" through the body and could provide clinicians with unprecedented control when photographing the inside of the human body.

The capsule is designed to be swallowed like a pill and can be equipped with a camera. Once inside the patient's digestive track, a doctor can "steer" the capsule through the body using an MRI machine, photograph specific areas of interest, and view those pictures wirelessly.

With current endoscopic capsule technology, the capsule tumbles randomly through the digestive track and clinicians have no control over what areas of the body are being photographed. The ability to steer a capsule, aim a camera, and take pictures of specific areas of concern is a major leap forward with the potential for broad medical implications.

"Our goal is to develop this capsule so that it could be used to deliver images in real time, and allow clinicians to make a diagnosis during a single procedure with little discomfort or risk to the patient," said Noby Hata, a researcher in the Department of Radiology at BWH and leader of the development team for the endoscopic capsule. "Ideally, in the future we would be able to utilize this technology deliver drugs or other treatments, such as laser surgery, directly to tumors or injuries within the digestive track."

BWH researchers Hata and his colleague, Peter Jakab, have successfully tested a prototype of their capsule in an MRI machine and proved that the capsule can be manipulated to "swim" through a tank of water. The next step in their research is to successfully test the capsule inside a human body. There is no reason to believe the capsule would move differently in a human than it does in a tank of water.

Source: Medical Xpress - via ZeitNews.org

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Boxing News online | Issue 24 May 2012

Carl Froch believes he can get an early advantage over Lucian Bute at today’s public weigh-in at the Capital FM Arena in Nottingham, live on this website.

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Info: for the Boxing schedule, please set your time area, go to Other (this section contains Other Sports and Live Streaming Video links) and search for:

.: Boxing: Lucian Bute - Carl Froch :.
Live Streaming Video Other : Boxing 
That content will be published 1 hour(s) before Start Time

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Froch and Bute will take to the scales ahead of Saturday night's IBF super middleweight title clash, and The Cobra wants his fans to turn out in force just like they did when 3,000 of them cheered him on at the weigh-in for his last fight in Nottingham against Andre Dirrell three years ago.

“Bute is going to feel the full force of my fans tomorrow – there’s nothing like The Cobra’s army in full force,” said Froch. “It looks like it’s going to be a beautiful day so I hope they come out in their thousands.

“When I weighed in for the Dirrell fight they definitely gave me an edge – he was intimidated by the huge numbers and then they started chanting for me. They created a real racket and they will tomorrow – and Lucian will get a little idea of what’s in store for him on Saturday night, but times by three.”

Extremely limited tickets for Froch’s IBF World super middleweight title challenge to Bute are on sale from the Capital FM Arena Nottingham website www.capitalfmarena.com and on 08444 124624.

Source: news.boxrec.com


 


LUCIAN BUTE îsi pune în joc centura mondiala IBF la categoria supermijlocie în fata britanicului CARL FROCH, sâmbata, pe Capital FM Arena din Nottingham. Boxerul nostru este considerat favorit cert la casele de pariuri cu o cota de 1.45.

LUCIAN BUTE 1.45 - Remiza 21.00 - CARL FROCH 2.88

Bookmakerii cred ca cel mai probabil meciul nu se va termina înainte de finalul celor 12 runde si acorda o cota de 2.50 pentru o victorie la puncte.

Total runde
sub 10,5 - 2.90
peste 10,5 - 1.30

Sportivul nostru are 30 de victorii (24 prin KO) si nicio înfrângere la profesionisti. CARL FROCH are 28 de victorii (20 prin KO) si doua înfrângeri.

Sursa: gandul.info

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Intâlnirea anuala a AAAS (American Association for the Advancement of Science):

Experti în filozofie, conservare si în comportamentul delfinilor sustin ca delfinii si balenele sunt fiinte inteligente, constiente de sine, elemente ce justifica tratarea lor ca persoane.

Delfinii sunt „persoane non-umane”, susţin experţii

Recunoasterea drepturilor cetaceelor ar însemna ca vânatoarea si tinerea acestor fiinte în captivitate sa înceteze.

Cercetatorii sustin aceasta „declaratie a drepturilor cetaceelor” dupa ani de studii ce au aratat ca delfinii si balenele au creiere mari si complexe ce le permit sa atinga un nivel de constiinta de sine similar cu cel atins de oameni.

„Delfinii sunt persoane non-umane. O persoana trebuie sa fie un individ. Daca indivizii conteaza, atunci uciderea intentionata a unui individ este echivalentul etic al uciderii unei fiinte umane”, a declarat profesorul Tom White, expert în etica la Universitatea Loyola din Los Angeles.

Psihologul dr. Lori Marino, de la Universitatea Emory din Atlanta, a explicat cum progresul stiintei a dus la schimbarea perspectivei din care este privit creierul cetaceelor: „Initial, vedeam creierul delfinilor si al balenelor ca pe o masa amorfa, ce nu prezinta multa inteligenta si complexitate. Acum, întelegem ca este vorba de un creier cu o complexitate uluitoare, similara cu cea a creierului uman”.

Chris Butler-Stroud, reprezentantul organizatiei „Whale and Dolphin Conservation Society”, a relatat un caz extraordinat înregistrat pe coasta Patagoniei: „Un exemplar batrân, membru al unui grup de balene orca, avea probleme la falca si nu mai putea sa manânce. Partenerii balenei au tinut-o în viata, hranind-o. Astfel, balenele trebuie sa fi conceptualizat faptul ca, daca nu o hraneau, acest membru vârstnic al grupului ar fi murit”.

Conform cercetatorilor, recunoasterea drepturilor cetaceelor în legislatia internationala ar putea dura câteva decenii. „Daca suntem norocosi, vom atinge acest obiectiv în 10 ani. Acum ne aflam în faza în care se gaseau acum 20 de ani climatologii. Acesta este doar primul pas”, a declarat Tom White.

Surse: Press Association si The Guardian via descopera.ro

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Un demonio, con un piede largo 10 centimetri e lungo 20. A lasciare quelle tracce su quella che un tempo fu la lava sputata dal vulcano di Roccamonfina (in provincia di Caserta), non ancora solidificata, poteva essere stato solo qualcuno con superpoteri, abituato alle fiamme. Un diavolo appunto. Così gli abitanti del luogo avevano prontamente chiamato quelle impronte Le ciampate del Diavolo. In realtà, niente di paranormale: si trattava invece di impronte fossili appartenute a un nostro lontano parente, probabilmente le prime di cui si avesse notizia, relative a un rappresentante del genere Homo, come suggerivano il 13 marzo 2003 alcuni ricercatori italiani su Nature.

Si trattava di tre diverse piste: la prima composta da 27 impronte, la seconda da 19 e una terza da 10. La prima mostrava un andamento a zig zag, le altre invece erano per lo più lineari, e almeno una di tanto in tanto presentava anche i calchi di una mano, suggerendo che forse chi si muoveva lungo i pendii del vulcano avesse anche bisogno degli arti anteriori per sostenere la discesa. Le tracce avevano da sempre incuriosito gli abitanti del luogo, ma solo quando due archeologi si rivolsero a Paolo Mietto e Marco Avanzini, l’uno dell’Università di Padova e l’altro del Museo Tridentino di Scienze Naturali, quelle impronte cominciarono a essere oggetto di studio.

Le prime analisi realizzate dai ricercatori rivelarono così che a lasciare il segno sulla lava erano stati tre diversi individui, completamente bipedi, appartenenti al genere Homo, vissuti più o meno tra i 325mila e i 385mila anni fa, al tempo in cui l’Europa era abitata da Homo heidelbergensis e Homo neanderthalensis (ma è più probabile che il proprietario delle impronte fossili fosse uno dei primi, più che dei secondi). Calcoli successivi mostrarono poi come non si non si trattasse di soggetti molto alti: un metro e mezzo al massimo. Il che lasciava intuire che, se di heidelbergensis si trattava, quelli campani erano insolitamente bassi, o più semplicemente piccoli, poco più che bambini.

Le conferme arrivarono solo qualche anno dopo, quando alcuni ricercatori francesi, effettuando nuove analisi di datazione all’argon sulle testimonianze fossili del vulcano di Roccamonfina, le fecero risalire a circa 345mila anni fa.

La testimonianza più antica (3,7 milioni di anni fa) di impronte fossili di ominidi spetta invece a un parente di Lucy, un Australopithecus afarensis ritrovato alla fine degli anni Settanta in Tanzania. Molto più simili a quelle delle scimmie, con l’alluce divergente dal resto delle dita e un arco plantare poco profondo, le impronte sembrano appartenere ad estremità ancora adatte alla presa, piuttosto che alla deambulazione. Al tempo, il bipedismo era già sviluppato, ma il genere Homo (cui appartengono le impronte italiane) era di là da venire. E tuttavia, anche le tracce campane persero il podio, nel 2009, sostituite da quelle assai più antiche rinvenute in Kenya, vecchie di circa un milione e mezzo di anni, appartenute a un Homo ergaster o Homo erectus e lasciate sulle rive di un fiume: un arco pronunciato e con l’alluce corto, parallelo alle altre dita. Un piede insomma che ricorda da vicino il nostro.

Fonte: wired.it

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And the more urgent the issue, the more people want to remain unaware, according to a paper published online in APA’s Journal of Personality and Social Psychology®.

“These studies were designed to help understand the so-called ‘ignorance is bliss’ approach to social issues,” said author Steven Shepherd, a graduate student with the University of Waterloo in Ontario. “The findings can assist educators in addressing significant barriers to getting people involved and engaged in social issues.”

Through a series of five studies conducted in 2010 and 2011 with 511 adults in the United States and Canada, the researchers described “a chain reaction from ignorance about a subject to dependence on and trust in the government to deal with the issue.”

In one study, participants who felt most affected by the economic recession avoided information challenging the government’s ability to manage the economy. However, they did not avoid positive information, the study said. This study comprised 197 Americans with a mean age of 35 (111 women and 89 men), who had received complex information about the economy and had answered a question about how the economy is affecting them directly.

To test the links among dependence, trust and avoidance, researchers provided either a complex or simple description of the economy to a group of 58 Canadians, mean age 42, composed of 20 men and 38 women. The participants who received the complex description indicated higher levels of perceived helplessness in getting through the economic downturn, more dependence on and trust in the government to manage the economy, and less desire to learn more about the issue.

“This is despite the fact that, all else equal, one should have less trust in someone to effectively manage something that is more complex,” said co-author Aaron C. Kay, PhD, of Duke University. “Instead, people tend to respond by psychologically ‘outsourcing’ the issue to the government, which in turn causes them to trust and feel more dependent on the government. Ultimately, they avoid learning about the issue because that could shatter their faith in the government.”

Participants who felt unknowledgeable about oil supplies not only avoided negative information about the issue, they became even more reluctant to know more when the issue was urgent, as in an imminent oil shortage in the United States, according the authors. For this study, 163 Americans, with a mean age of 32 (70 men and 93 women), provided their opinion about the complexity of natural resource management and then read a statement declaring the United States has less than 40 years’ worth of oil supplies. Afterward, they answered questions to assess their reluctance to learn more.

“Beyond just downplaying the catastrophic, doomsday aspects to their messages, educators may want to consider explaining issues in ways that make them easily digestible and understandable, with a clear emphasis on local, individual-level causes,” the authors said.

Another two studies found that participants who received complex information about energy sources trusted the government more than those who received simple information. For these studies, researchers questioned 93 (49 men and 44 women) Canadian undergraduate students in two separate groups.

The authors recommended further research to determine how people would react when faced with other important issues such as food safety, national security, health, social inequality, poverty and moral and ethical conflict, as well as under what conditions people tend to respond with increased rather than decreased engagement.

Source: American Psychological Association - via ZeitNews.org

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Despite the majority of children enjoying the subject at school and viewing scientists positively, fewer than 17 per cent are interested in pursuing a career in science, according to research from King’s College London, published today. Researchers also found that parents and children still see science careers as predominantly ‘for boys’.

The ASPIRES research team, led by Louise Archer, Professor of Sociology of Education at King’s, is tracking children’s science and career aspirations over five years, from ages 10 to 14. To date they have surveyed over 9000 primary school children and carried out more than 170 interviews of parents and children. After the age of 10 or 11 children’s attitudes towards science often start to decline, suggesting that there is a critical period in which schools and parents can do much to educate the next generation of the options available to them.

Professor Archer said: "Children and their parents hold quite complex views of science and scientists and at age 10 or 11 these views are largely positive. The vast majority of children at this age enjoy science at school, have parents who are supportive of them studying science and even undertake science-related activities in their spare time. They associate scientists with important work, such as finding medical cures, and with work that is well paid.

"Nevertheless, less than 17 per cent aspire to a career in science. These positive impressions seem to lead to the perception that science offers only a very limited range of careers, for example doctor, scientist or science teacher. It appears that this positive stereotype is also problematic in that it can lead people to view science as out of reach for many, only for exceptional or clever people, and ‘not for me’.

Professor Archer says the findings indicate that engaging young people in science is not therefore simply a case of making it more interesting or more fun. She said: "There is a disconnect between interest and aspirations. Our research shows that young people’s ambitions are strongly influenced by their social backgrounds – ethnicity, social class and gender – and by family contexts. More needs to be done to make science a conceivable career option for a broader range of pupils, such as incorporating explicit teaching about science-related career opportunities at Key Stage 3."

The research also showed that parents and children still see science careers as predominantly masculine and ‘for boys’. Interviews revealed most children still only recognise a very small number of ‘famous scientists’ who are overwhelmingly white men, with very few women and ethnic minority scientists identified.

The investigation found further evidence to suggest that families, teachers and schools play a part in creating gender patterns of subject choice.

Professor Archer said: 'For many girls – especially those from working class backgrounds – science careers did not fit with their interest, aptitudes and ideas of what constitutes ‘normal’ or desirable femininity. In our research parents of girls commented that a career in science was not very ‘sexy’, not very ‘glamorous’.

'We have found considerable evidence that children's interest in school science declines from the age of 10 onwards. The continued under-representation of girls and women in science is already well documented. Yet our research indicates that there is little or no gender distinction in attitudes towards science at age 10, suggesting that there is a critical period between the ages of 10 and 14 in which to engage students.'

The report, Ten Science Facts and Fictions: the case for early education about STEM careers, funded by the Economic and Social Research Council, outlines ten key messages from the findings and makes recommendations for addressing the issues. A key proposal is to integrate science careers awareness into the curriculum. The report authors call for greater support to teachers and families to increase knowledge and awareness about the diversity of science careers and encourage increasing public understanding of how science qualifications can broaden young people’s post-16 options.

Professor Archer said: "We are not suggesting ‘careers advice’ at Key Stage 3. However, you can never start careers awareness too early. This research shows a pressing need to integrate an awareness of STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) careers into the mainstream school curriculum.

"STEM subjects are vital for the economic and cultural life of the UK. Children in both primary and secondary schools in England tend to conceive of science as leading to an extremely limited range of careers. More children, and families, would benefit from understanding that science and mathematics have a strong exchange value in the education and labor market."

Nicola Hannam, Director, Education & Skills at the Science Council, welcomed the report. She said: "20 per cent of the UK workforce uses science skills to do their jobs and yet children have a very limited knowledge of the career possibilities science offers. We need to shine a light on the scientists hidden in areas such as food production, healthcare and retail. The ASPIRES research work helps us understand how to be more effective in doing that."

Professor Archer concluded: "This failure to engage young people, particularly girls, with pursuing scientific careers points to the need to develop a better understanding of why this is happening and to create a new vision of why careers in science matter, both within schools and in the wider context of society."

Source: King's College London

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Now Colorado is one love, I'm already packing suitcases;)
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By Napasechnik
Nice read, I just passed this onto a friend who was doing some research on that. And he just bought me lunch since I found it for him smile So let me rephrase that Thank you for lunch! Whenever you ha...
21/11/2016 @ 09:41:39
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By Anonimo


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16/07/2018 @ 14:45:59
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