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 Trilingual World Observatory: italiano, english, română. GLOBAL NEWS & more... di Redazione
   
 
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
By Admin (from 30/12/2010 @ 12:00:31, in en - Video Alert, read 972 times)

Uzbekistanian terrorists have hwacked the Goodbar blimp, not knowing that God-Man is aboard!

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By Admin (from 31/12/2010 @ 08:00:31, in en - Video Alert, read 1201 times)

J.D. can't sleep as his last day as an intern begins. When he gets up, he is reminded of everything that has happened in the past year, Dr. Cox being in love with Carla, Turk knowing about it, J.D. sleeping with Jordan, J.D.'s relationship with Elliot, and all the characters in the show. Arriving at the hospital, Dr. Cox really doesn't care about J.D.'s last day, and is instead preoccupied with a job opportunity by Dr. Kelso, who wants him to stop bothering him about the monetary issues. J.D., Elliot and Turk all try to pawn off Mr. Bober, an annoying patient, on each other but when they realize none of them cared enough to remembered what Mr. Bober looked like, they realize just how insensitive they had become. When Elliot gives Jordan a physical, Jordan deduces that she is still in love with J.D. and gives her hell about it until Elliot snaps at her and says that the whole hospital knows that Dr. Cox and Jordan still have sex, leading Jordan to another realization. Since Mr. Bober doesn't have insurance and does not seriously need surgery, J.D., Turk and Elliot decide to do something about it. J.D. goes to Dr. Cox who agrees to help him and compliments J.D. on the doctor he is becoming. Turk and Carla go to Dr. Wen who agrees to leave a surgery slot open and Elliot goes back to Jordan to try to convince her to back the decision on behalf of the board but she refuses to.

 

When Jordan is at Perry's apartment for a "predictable" booty call, he tells her that he didn't ask for her help with Mr. Bober because she is predictable, and that she needs to stir it up. The next day in the cafeteria, Jordan spills the beans on everybody's secrets: that Dr. Cox is in love with Carla Espinosa and Turk hasn't told her, that the position Dr. Kelso offered Perry was filled, that Elliot still had feelings for J.D., and she finally reveals to Perry that she slept with J.D. the first time they met.

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By Admin (from 31/12/2010 @ 10:00:28, in it - Scienze e Societa, read 1648 times)

Situato ai piedi delle Alpi svizzere, il convento di San Giovanni offre uno sguardo unico sul Medioevo che nel 1983 l'Unesco ha riconosciuto come Patrimonio mondiale. Un monastero vivo, dove coesistono impegno culturale, ricerca archeologica e rigore benedettino.

 

L'aria è pungente nel convento di San Giovanni. Una luce fioca illumina la navata centrale e immerge la chiesa in un'atmosfera surreale. Ogni angolo del complesso monastico trasuda storia. Una storia che ha inizio 1200 anni fa, raccontata attraverso il più vasto ciclo di affreschi del basso ed alto medioevo ancora esistente al mondo.

La chiesa con il suo campanile e la torre Planta con le caratteristiche guglie a coda di rondine disegnano l'inconfondibile profilo del monastero; quel profilo che contraddistingue tutto il villaggio di Müstair. Oltre alle pitture parietali il convento custodisce altri tesori culturali e artistici unici nel suo genere, frutto di almeno otto fasi di ristrutturazione. Ogni epoca ha lasciato le proprie tracce con stuccature, volte e salotti rivestiti in legno che si fondono in un insieme armonico.

«L'idea di candidare il convento alla lista dell'Unesco è nata un po' per caso ed è frutto dell'iniziativa del professor Alfred Schmid, allora presidente della Commissione federale dei monumenti storici», spiega Elke Larcher, responsabile delle pubbliche relazioni per la Fondazione Pro Monastero. «In quegli anni, la prassi da seguire era senza dubbio più semplice anche perché il marchio di patrimonio dell'umanità non era ancora molto conosciuto al grande pubblico».

 

Situata all'estremità orientale delle Alpi svizzere, dietro i ghiacciai dello Stelvio e a pochi passi dal Tirolo, la Valle Monastero ha fondato per secoli la sua economia sull'agricoltura e il transito dai passi. Oggi gli oltre 1'700 abitanti vivono prevalentemente di turismo, coscienti di quanto le peculiarità naturali e culturali – non da ultimo la lingua romancia – rappresentino una vera e propria risorsa per la regione.

«È difficile stabilire fino a che punto il riconoscimento dell'Unesco abbia accresciuto il turismo nella valle, ma di sicuro ha regalato al convento una maggiore visibilità, soprattutto all'estero», precisa Elke Larcher. Un'opportunità di sviluppo ecosostenibile che potrebbe prosperare ulteriormente se la candidatura della biosfera Val Monastero – comprendente il Parco nazionale svizzero – fosse accolta dall'Unesco.

Un tentativo di ritorno allo splendore del passato, quando attorno a questo villaggio a 1'250 metri di altitudine si cristallizzava l'agire politico, economico, sociale e religioso dell'epoca.

 

La fondazione, tra mito e storia

La leggenda racconta che Carlo Magno, di rientro dalla sua incoronazione a re dei Longobardi nel 774, riuscì a sopravvivere a una bufera di neve e in segno di gratitudine fondò il convento di San Giovanni. Müstair si trovava infatti in una posizione strategica per le sue ambizioni di espansione ad est, verso la Baviera.

Come ogni leggenda, anche questa sembra avere un fondo di verità: le travi in legno inserite nella struttura originaria della chiesa risalgono proprio al periodo in cui l'imperatore percorse la Valtellina e attraversò il passo dell'Umbrail dopo aver conquistato il regno longobardo. Da allora la figura dell'imperatore è venerata come quella di un santo a Müstair. La sua statua si erge fiera a fianco del crocifisso, quale guardiano della chiesa.

Sin dall'inizio il convento è stato decorato con pitture murali e vetrate policrome, segno evidente di un periodo di prosperità e rinascita culturale. «Bisogna immaginare la chiesa come un locale semplice, con pareti lisce e un soffitto piatto, interamente dipinto», spiega Elke Larcher. I pilastri, la volta e il matroneo furono aggiunti solo nel 1492.

Gli affreschi carolingi (VIII e IX secolo) ricoprivano interamente le pareti della chiesa e illustravano la storia della redenzione. Intorno al 1200 tutta la parete orientale fu completamente decorata con un nuovo strato di affreschi, più dinamico e fantasioso rispetto al passato, ma caratterizzato dagli stessi contenuti iconografici.

Guardiane del convento

Le pitture parietali vennero riportate alla luce tra il 1947 e il 1951, ma l'esistenza di cicli di affreschi carolingi è stata documentata già a partire dall'inizio del secolo scorso. Nel 1969 venne poi avviata una campagna di restauro finanziata dalla Fondazione Pro Monastero, volta a conservare gli edifici del complesso e affiancata da scavi archeologici. Nel 2003 sono terminati i lavori di restauro e di consolidamento della torre Planta, coronati dall'apertura del nuovo museo del monastero.

«Oltre agli aspetti prettamente artistici, unici nel loro genere, il convento riesce a far coesistere l'elemento culturale – tra storia, scienza e restauro – con quello religioso», ricorda Elke Larcher. «La presenza delle suore è stata decisiva per la sopravvivenza del monastero e rappresenta tuttora un elemento di importanza fondamentale per il villaggio». Un convento vivo, insomma, dove la regola di San Benedetto viene rinnovata giorno dopo giorno e scandisce i ritmi quotidiani tra preghiera e lavoro.

Müstair fu prima di tutto un centro destinato a consolidare la cristianità e a propagare il modello monastico. Oggi non è soltanto un punto di riferimento turistico, ma anche un luogo di pellegrinaggio. Un modo diverso di concepire il viaggio, lontano dal caos della vita moderna e alla ricerca di quel silenzio che ha il sapore del passato. Tra pitture medievali e litanie benedettine, resta soltanto la meridiana a scandire il tempo nel convento di Müstair.

Autore: Stefania Summermatter, Müstair, swissinfo.ch

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By Admin (from 31/12/2010 @ 12:00:37, in ro - Stiinta si Societate, read 1359 times)

 De la Schliemann incoace, fascinatia arheologilor pentru Troia, cetatea mirifica descrisa in versuri de Homer, nu s-a stins nici macar o zi. Si, desi astazi spiritele academice sunt de acord sa recunoasca faptul ca tenacele aventurier german a exagerat in multe dintre presupunerile sale, Troia, actualul Isarlik, din Turcia, continua sa fie identificata cu cetatea regelui Priam, desi acolo exista nu mai putin de noua straturi de locuire umana.

Ca Troia razboiului cu aheii a existat, nu incape nici un dubiu, orasul cunoscand maxima expansiune, dar si decaderea, prin anii 1300 i.Hr. Si se pare ca, potrivit unei recente ipoteze lansate de cercetatorul britanic Donald F. Easton, specialist in istoria si dialectele din Anatolia antica si laureat cu medalia Schliemann de catre Academia de Stiinte din Berlin, chiar si calul troian nu a fost doar o legenda! Studiind fragmentele de zid din cadrul stratului Troia VII, cel mai probabil candidat pentru orasul cantat de Homer, el a observat crapaturi specifice unei activitati seismice de amploare.

„N-ar fi exclus ca un cutremur de proportii sa se fi produs chiar in momentul in care Troia era asediata de ahei si pe fondul confuziei generale, invadatorii sa se fi strecurat in cetate. Desigur, Homer nu putea lasa un astfel de final prozaic pentru minunata sa epopee si de aceea a imbracat seismul in forma mai poetica a calului troian", spune Easton.

GABRIEL TUDOR - magazin.ro

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By Admin (from 01/01/2011 @ 08:00:19, in en - Video Alert, read 1056 times)

Is it nearly the week-end?

IT'S THE FU***** NEW YEAR !!!

Enjoy it.

Source: haroldsplanet.com

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By Admin (from 01/01/2011 @ 10:00:51, in it - Scienze e Societa, read 2024 times)

Inclusa già nel 1983 nella lista del Patrimonio mondiale dell'umanità, l'Abbazia benedettina di San Gallo ha rappresentato per oltre 12 secoli uno dei principali centri di cultura in Europa e ancora oggi custodisce una delle più ricche e antiche biblioteche del mondo.

 

Una fucina d'arte e di conoscenza con oltre 1200 anni di storia, una biblioteca con una straordinaria collezione di libri e una sala barocca considerata un gioiello d'architettura. Con queste peculiarità non vi è da stupirsi che l'Abbazia di San Gallo sia stata uno dei primi siti di tutto il mondo a essere iscritto nel Patrimonio dell'umanità, già pochi anni dopo la creazione della prestigiosa lista dell'Unesco.

"L'idea di presentare una candidatura non era venuta da San Gallo, ma era stata avanzata da alcuni organismi internazionali. Mentre oggi vi è quasi una corsa a livello mondiale per figurare nella lista dell'Unesco, a quei tempi non si sapeva molto bene cosa potesse significare questo riconoscimento", ricorda Karl Schmuki, viceresponsabile della biblioteca abbaziale.

A San Gallo l'impatto di questa iscrizione si è capito soprattutto nell'ultimo decennio, da quando i siti del Patrimonio mondiale hanno cominciato a suscitare un forte interesse popolare e ad attirare masse di turisti dai 5 continenti. Il numero dei visitatori è lievitato anche nell'abbazia sangallese e la cittadina della Svizzera orientale ha guadagnato rinomanza e visibilità internazionale.

 

Una città nata dall'abbazia

Per i sangallesi, l'importanza dell'abbazia benedettina era però già nota da molto tempo. Senza di essa, forse San Gallo non esisterebbe nemmeno e di certo non sarebbe diventata una delle principali capitali culturali e scientifiche del Medio Evo. La città è infatti sorta attorno al convento, situato ancora oggi nel cuore del centro storico.

La nascita risale al 612 d.C., quando il monaco peregrinante Gallo, di origini irlandesi, si stabilì in questo sito, radunando attorno a sé numerosi discepoli. Un secolo più tardi il sacerdote alemanno Otmaro assunse la guida della comunità e diede vita al monastero, il primo fondato in Svizzera.

Con l'introduzione della Regola benedettina, che imponeva letture quotidiane ai membri del cenobio, cominciò a svilupparsi lo scriptorium, l'officina scrittoria in cui generazioni di monaci si dedicarono all'arte della calligrafia, della decorazione e della rilegatura. Ancora oggi numerose delle grandi biblioteche del mondo custodiscono manoscritti creati dai benedettini sangallesi.

Accanto allo scriptorium sorsero una scuola e una biblioteca che fecero di San Gallo uno dei centri di studi e di sapere più luminosi d'Europa. Il monastero lasciò importanti tracce anche nell'architettura: la pianta realizzata nel IX secolo per l'ampliamento del complesso abbaziale servì da modello all'architettura monastica in tutto il continente. E, più recentemente, ispirò anche "Il nome della rosa" di Umberto Eco.

Una miniera d'oro

L'abbazia, che si raggruppa attorno alla collegiata e ad un grande cortile, conserva ancora oggi molteplici testimonianze dei diversi stili architettonici sviluppati nel corso dei secoli. Il complesso attuale risale prevalentemente al XVIII secolo e vanta una delle più splendide realizzazioni dell'architettura barocca: la sala della biblioteca, visitata ogni anno da oltre 130'000 persone.

"In una biblioteca simile ci si lascerebbe volentieri rinchiudere per l'eternità", scrisse nel 1822 l'erudito tedesco Andreas Wilhelm Cramer. Il salone, considerato il più bell'ambiente rococò della Svizzera, è un capolavoro armonico di colonnati, nicchie, rilievi, decorazioni e dipinti.

Sopra la porta d'entrata della sala, che contiene 30'000 preziosi volumi, figura la scritta greca "Farmacia dell'anima". Un richiamo alle virtù spirituali attribuite dai monaci benedettini al patrimonio di conoscenza raccolto nel corso dei secoli dall'abbazia.

La biblioteca, annoverata tra le venti più importanti del mondo, dispone di una collezione complessiva di 160'000 libri e rappresenta una vera e propria miniera d'oro per gli studiosi del Cristianesimo, del Germanesimo e della Classicità. Vi si trovano numerose opere uniche e antiche - tra cui migliaia di manoscritti, incunaboli e manufatti della legatoria - che documentano 12 secoli di storia europea in ambito di liturgia, arte, scienza, medicina e vita quotidiana.


Un patrimonio minacciato

"È quasi incredibile che questi tesori siano giunti fino a noi, attraverso una così lunga storia di incendi, saccheggi e guerre", osserva Karl Schmuki. A più riprese i monaci trafugarono la collezione a centinaia di chilometri di distanza, fino in Austria, per sfuggire alle minacce. Dapprima le orde degli Ungari, che nel X secolo depredarono i conventi di mezza Europa, poi i seguaci della Riforma, che si accanirono contro i tesori della Chiesa cattolica, o le forze della Rivoluzione, che soppressero nel 1805 l'abbazia e secolarizzarono la biblioteca.

La tradizione bibliofila sangallese ha dimostrato di saper sormontare anche le rivoluzioni tecnologiche. All'epoca dell'invenzione della stampa i monaci benedettini si adeguarono creando una loro stamperia. E oggi, nell'era di internet, la biblioteca ha già avviato uno dei progetti più innovativi a livello mondiale di digitalizzazione dei testi medievali, per permettere a tutti di accedere alla sua inestimabile fonte di sapere.

Autore: Armando Mombelli, San Gallo, swissinfo.ch

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By Admin (from 01/01/2011 @ 12:00:57, in ro - Stiinta si Societate, read 1324 times)

 Se spune adesea, si pe buna dreptate, ca din cauza grijilor si stresului, a vietii trepidante, ca o permanenta cursa contracronometru, pe care o duce, omul modern nu mai are timp nici sa zambeasca. Fericirea a ajuns, in aceste conditii, un deziderat de neatins pentru cei mai multi dintre noi, care, prinsi in vartejul grijilor zilnice, au uitat sa mai traiasca pana si micile bucurii ale vietii. Unii apeleaza la tot felul de medicamente, gen „Prozac”, pentru a elimina efectele stresului; oricat ar parea de curios, se pare insa ca banalul praf, nelipsit in Romania zilelor noastre, ar putea fi un inlocuitor mult mai eficient pentru substantele anxiolitice uzuale.

Unii cercetatori au emis ipoteza ca cresterea sensibila a cazurilor de alergii si astm, din ultimele decenii, s-ar putea datora, paradoxal, tocmai faptului ca traim foarte „curat”. Ideea este ca expunerea de rutina la microorganismele nedaunatoare din mediul inconjurator – bacteriile din sol, de pilda – antreneaza sistemul imunitar uman sa ignore moleculele benigne, precum polenul de pilda.

Luand in considerare „ipoteza igienica” dintr-un cu totul alt punct de vedere, studii recente par sa demonstreze ca tratamentul cu o anumita bacterie aflata in sol, Mycobacterium vaccae, poate anihila simptomele anxietatii, „boala secolului” in opinia multor savanti. S-a observat ca pacientii bolnavi de cancer pulmonar carora li se injectase un fel de vaccin cu bacterii M. vaccae moarte au resimtit ulterior mai putine ameteli si dureri si au declarat ca se simt mult mai fericiti si mai putin ingrijorati in privinta starii lor de sanatate.

O plimbare prin praf, benefica pentru creier

 O echipa de imunologi si neurologi de la Universitatea Bristol sustine ca ar fi reusit sa descifreze misterioasa transformare. Prin injectarea bacteriei la cobai, se activeaza o serie de neuroni care elibereaza serotonina in creier, fiind vizati aceiasi nervi stimulati si de Prozac. „Suntem de parere ca bacteria activeaza celulele responsabile de imunitate, care elibereaza substante chimice numite cytocine. La randul lor, aceste substante actioneaza asupra receptorilor nervilor senzoriali, stimulandu-le activitatea”, afirma prof. Christopher Lowry.

Pentru a verifica aceasta ipoteza, Lowry si echipa lui a ucis o colonie de bacterii M. vaccae, cu ajutorul microundelor, apoi a injectat bacteriile pulverizate direct in narile unor cobai. Dupa ce rozatoarele au fost omorate, savantii britanici au masurat nivelul de cytocine din corpurile lor si au gasit o crestere a acestor proteine in tesuturile pulmonare. Totodata, s-a observat ca neuronii producatori de serotonina din regiunea cerebrala numita „nucleul dorsal raphe”, dar si din cortexul prefrontal si hippocampus (zone responsabile de starile sufletesti si de functia cognitiva) fusesera mult mai activi la soarecii tratati astfel.

„Bacteria are acelasi efect ca si medicamentele anxiolitice, ceea ce inseamna, teoretic, ca simpla inhalare a M. vaccae – prin plimbari in natura sau consumul de plante si fructe salbatice, necultivate – va puteti asigura o doza suficienta pentru a elimina efectele stresului si a va simti fericit”, spune savantul britanic, care este convins ca in viitor terapia cu micobacteria-minune va fi folosita pentru alungarea depresiei.

GABRIEL TUDOR - magazin.ro

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By Admin (from 02/01/2011 @ 08:00:29, in en - Video Alert, read 1178 times)

J.D. wakes up the morning after an incredibly awful blowout between all his close friends and co-workers, hoping it was all a bad dream. Turk is sleeping next to him since Carla kicked him out of his own room for not telling her about how Dr. Cox felt about her. At Sacred Heart, J.D. passed Dr. Cox, who is ashamed with Carla, mad at Dr. Kelso for misleading him about a job offer, and furious with J.D. for sleeping with his ex-wife. He also sees Elliot who quickly leaves, ashamed to be seen by J.D. now that he knows she still has feelings for him. After Dr. Cox unleashes his anger on Dr. Kelso, he proceeds to be surprisingly polite to J.D. Meanwhile, Turk is trying to get back on Carla's good side but is confused when he realizes he doesn't know why she is mad at him. Elliot and J.D. have an awkward conversation where J.D. suggests they sleep with each other, giving a reason for Elliot to be mad at him.

 

When J.D. realizes that Dr. Cox isn't yelling at him because he doesn't care about him anymore, he pages everyone to the cafeteria, where everyone argues and nothing is resolved. J.D. is late for rounds and hasn't done any tests or medication for Mr. Zerbo yet. When Dr. Kelso confronts him on this, J.D. is honest and said he did nothing, to which Dr. Kelso compliments him as good doctors know that any patient bounced from ward to ward has a high risk of fever. Shocked at this response, J.D. realizes that doing nothing sometimes works and all people need is time.

 

Eventually, J.D. and Elliot are comfortable to be around each other again, Dr. Cox realizes he just idealizes Carla, Carla lets Turk back into his own room and Dr. Cox starts yelling and caring about J.D. again, putting everything back to normal.


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By Admin (from 02/01/2011 @ 10:00:09, in it - Scienze e Societa, read 1878 times)

Vette maestose, pareti di roccia mozzafiato, un'immensa lingua di ghiaccio che lambisce le cime: il sito Unesco Jungfrau-Aletsch racchiude in un'area di oltre 800 km2 uno dei più spettacolari paesaggi delle Alpi svizzere.

 

A ovest, la regione è costeggiata dalla linea ferroviaria del Lötschberg, a est dalla strada del Grimsel. Il suo margine meridionale coincide per alcuni tratti con il crinale nord del Vallese, in altri si spinge fin verso il fondovalle. Quello settentrionale è delimitato dalla formidabile muraglia delle Alpi bernesi.

Innumerevoli strade, piste, funivie, skilift e trenini di montagna – il più noto è quello della Jungfrau – permettono di giungere ai confini dell'area protetta e talvolta di varcarli. Una fitta rete di sentieri ne percorre la fascia esterna. Il suo nucleo rimane però pressoché inaccessibile, se non per le aquile e per gli alpinisti.

Il sito comprende montagne celebri, come la triade Jungfrau-Eiger-Mönch, il Bietschhorn, il Wetterhorn, lo Schreckhorn e il Finsteraarhorn (con i suoi 4274 metri, la vettta più alta dell'area). Nove cime superano i 4000 metri di altitudine, altre cinquanta i 3500. Una superficie di circa 350 km2 è coperta dai ghiacciai.

Il paesaggio selvaggio e inospitale ha affascinato generazioni di artisti e viaggiatori, alla ricerca di spazi di natura incontaminata in un'Europa sempre più industrializzata. La civiltà però non si ferma ai confini della regione Unesco. Alcune aree della fascia esterna del sito sono segnate dal lavoro dei contadini, dalla transumanza secolare delle greggi e delle mandrie, dalla vita quotidiana delle popolazioni di montagna.

 

Non solo montagne

«Per noi è sempre stato importante integrare nell'area della Jungfrau-Aletsch il paesaggio culturale che la circonda, che emana un fascino del tutto particolare», osserva Beat Ruppen, direttore del centro di management del sito Unesco a Naters (Vallese), mostrando fotografie dei ripidi tratturi percorsi dalle pecore dirette ai pascoli dell'Aletsch e delle suonen vallesane, canali per l'irrigazione dai tracciati vertiginosi.

Nuovi paesaggi modellati dal lavoro dell'uomo si sono aggiunti al sito con l'ampliamento approvato dall'Unesco nel 2007. I confini dell'area protetta sono stati spostati a est verso il passo del Grimsel e Meiringen, a ovest verso il lago di Öschinen (Kandersteg) e verso la parte bassa della Lötschental.

Nel lungo percorso che ha condotto alla candidatura Unesco, la definizione dei confini e l'integrazione nell'area protetta di paesaggi di interesse economico ha però dato adito a molte discussioni, per il timore delle regioni di montagna di essere sottoposte a troppi vincoli ambientali.

Processo partecipativo

La proposta di fare della regione dell'Aletsch un sito iscritto nella lista del patrimonio mondiale naturale dell'Unesco risale agli anni Settanta del secolo scorso. Allora l'idea si era però scontrata con un diffuso scetticismo da parte della popolazione locale e il progetto si era arenato.

Negli anni Ottanta, oltre il 90% del territorio che oggi fa parte del patrimonio mondiale è stato inserito nell'inventario federale dei paesaggi di importanza nazionale. La decisione ha facilitato la nuova candidatura Unesco, lanciata nel 1996, disinnescando almeno parzialmente i timori di norme di protezione troppo gravose. I vincoli imposti dall'Unesco infatti non vanno oltre quelli stabiliti dalla Confederazione.

La candidatura è stata accompagnata da lunghe trattative per definire il perimetro del sito. «Abbiamo adottato un modello partecipativo, coinvolgendo nelle discussioni la popolazione locale. È stato un processo lungo, che ha però permesso di far capire a chi vive nella regione l'importanza del marchio Unesco», ricorda Beat Ruppen.

Resta il fatto che dal perimetro sono state in larga misura escluse le zone di qualche interesse economico. Ruppen invita a comprendere le ragioni di chi vive nelle Alpi: «Senza prospettive di sviluppo economico, queste regioni rischiano di svuotarsi. E questo non può essere l'obiettivo di un sito dell'Unesco».


Vivere con l'Unesco

La regione della Jungfrau-Aletsch-Bietschhorn è stata inserita nella lista del patrimonio mondiale dell'Unesco nel 2001. Dopo l'ampliamento nel 2007, il sito ha ricevuto il nuovo nome Alpi Svizzere Jungfrau-Aletsch. Nel frattempo anche la popolazione locale ha scoperto i pregi del sito Unesco.

«La gente è orgogliosa di vivere in una regione che è considerata un patrimonio dell'umanità. L'identità locale ne è rafforzata», osserva Ruppen. Il logo o il nome Unesco si trova ovunque, nella regione. Anche chi in passato era scettico utilizza oggi la parola Unesco per pubblicizzare le sue attività.

La sfida è quella di garantire un equilibrio sostenibile tra protezione dell'ambiente e sviluppo economico. Con il surriscaldamento climatico, la pressione del turismo sulle regioni di alta montagna tende a crescere. I comuni sul cui territorio si trova il sito Unesco si sono impegnati a favorire uno sviluppo sostenibile, firmando nel 2001 la carta della Concordia. Per far sì che ghiacci, monti e genti possano vivere ancora per secoli insieme.

Autore: Andrea Tognina, Naters, swissinfo.ch

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By Admin (from 02/01/2011 @ 12:00:01, in ro - Stiinta si Societate, read 1386 times)

 Ne intereseaza cel putin la fel de mult ca viata. Totusi, moartea exercita o atractie in plus – fara indoiala, cu o componenta morbida – prin enigmele aparent inaccesibile noua, celor vii. Fascinatia si spaima, trairi-pereche ale fapturii umane, au facut ca intotdeauna sa se nasca mituri, legende ori pure speculatii, pentru a fi puse acolo unde misterul era atotstapanitor.

Aproape in toate cazurile, doar stiintele care au ridicat pe soclul suprem ratiunea au incercat sa explice fenomene specifice trecerii in „lumea de apoi”. Si uneori chiar au reusit sa se faca perfect credibile, chiar daca alteori, fara a aborda corect situatia, s-au aratat ingenuncheate de ceea ce numim simplu inexplicabil.

„Ortul popii”

Despre trecerea omului in moarte, poate ca stiinta nici nu ar trebui sa caute cu atatea obstinatie demonstratii palpabile. Cuvantul cel ziditor a toate ne ofera nebanuite cai de cunoastere si revelatii (dar la care suntem surzi si orbi), prin texte relativ incifrate, vechi de sute sau de mii de ani: asa-numitele carti ale mortilor, Biblia, Coranul, dar si folclorul si unele traditii ale popoarelor. Cand anume murim?

Sa ne gandim numai la o expresie romaneasca, astazi vulgarizata, care insa ne talmaceste multe: „a da ortul popii”, ortul fiind o moneda de argint pusa in mana ori pe pleoapele mortului, pentru a-si plati trecerea (vama) in lumea cealalta. Or, preotul primea plata ajutorului ritual dat raposatului, pentru a parasi mai usor lumea materiala, dupa trei zile de la declararea mortii. Interval in care – extrem de rareori, e adevarat – indivizi considerati decedati si-au revenit, zice-se, in mod miraculos. De unde sa fi stiut omul de rand ca, in cele trei zile dupa ultima suflare, ar fi perfect posibil ca mortul sa nu fie chiar mort de tot (sic!)?

Legile decesului

Societatea moderna a inventat tot felul de legi ciudate, unele aberante, bazandu-se pe „principii” aflate in interesul unor grupuri de oameni puternici: vezi avortul, homosexualitatea, consumul de droguri, drepturile criminalilor etc. etc. Iar acolo unde banul si puterea fac legea, deviza fara frontiere „Cine nu e cu noi e impotriva noastra” face ravagii. Asa e uneori si cu moartea, cand omul e ispitit sa se considere un fel de Dumnezeu.

Asa ca, pesemne sub protectia unei prezumtii de... vinovatie, s-au dat legi care stabilesc termenii relativi de constatare a mortii. Daca inima si respiratia s-au oprit, decesul va fi declarat doar daca sunt prezente si urmatoarele criterii clinice: inconstienta totala si lipsa activitatii motrice spontane; pierderea oricaror reflexe ale trunchiului cerebral; absenta totala a oxigenarii spontane.

Principiile respective – traduse succint in ideea mortii intregului creier – sunt valabile pretutindeni in lume, cu trei exceptii notabile: Marea Britanie, Grecia si Ungaria. Aici, moartea cerebrala e sinonima cu moartea numai a trunchiului cerebral, ceea ce din start plaseaza disputele stiintifice si etice in planul foarte palpabil al sanselor la supravietuire acordate unei persoane aflate in pragul Marii Treceri.

Dincolo de cinematografie

Exista zombi (sau mai bine spus morti-vii)? „Am vazut prin filme, dar nu e nimic adevarat”, asa suna raspunsul primit de la mai multe persoane. Totusi, chiar oamenii de stiinta contrazic scepticismul amatorilor de filme horror. Asadar, zombi exista, dar ei sunt victimele unui ritual unui voodoo originar din Haiti. Condamnati de comunitate, ei trebuie sa inghita un preparat toxic care le blocheaza influxurile nervoase si ii paralizeaza.

Desi traiesc, in acest moment par morti, fara nici un dubiu. Inchisi in ascunzatori subterane, nefericitii sunt readusi la viata datorita altui preparat din plante (matraguna, beladona s.a.), apoi alungati in sate foarte indepartate, unde vor ramane sclavi pentru tot restul zilelor. Intregul mecanism a fost identificat dupa 1980, de toxicologul japonez Takeshi Yasumoto. Cat despre „mitul” parului si unghiilor crescute dupa moarte, el e doar o iluzie optica data de deshidratarea si reactia tesuturilor inconjuratoare.

In fine, asa-numita suspendare a vietii prin congelare e si ea un fel de bluff stiintific, deoarece inghetarea tesuturilor vii duce la distrugerea ireversibila a celulelor. Ceea ce se practica in medicina e scaderea temperaturii corporale la unii bolnavi, pentru a le proteja creierul. Exista totusi si exercitii in fata carora si cercetatorii tac. In consecinta – de fapt, cand murim cu-adevarat?

ADRIAN-NICOLAE POPESCU - magazin.ro

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