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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

È un ritratto di famiglia davvero molto speciale quello che un gruppo di scienziati della Stanford University ha fatto a ai membri di casa West. Papà, mamma e due figli, residenti a Cupertino (Usa), hanno messo a disposizione il loro dna, facendosi sequenziare l’intero genoma. Lo studio, pubblicato sulla rivista  PLoS Genetics, ha permesso di capire a quali malattie ereditarie ciascun membro della famiglia è predisposto.

Due membri della famiglia hanno partecipato attivamente alla ricerca. Il papà, John West, è a capo della compagnia di sequenziamento del dna  Solexa e sua figlia Anne ha lavorato nel laboratorio di Stanford insieme a Euan Ashley, primo autore dello studio, per sequenziare e interpretare il dna di famiglia.

Grazie a questa dettagliata mappa del dna di casa West, gli scienziati sono stati in grado di controllare meglio gli errori di sequenziamento e quindi prevedere con precisione come le singole varianti genetiche influenzano il rischio di ogni componente della famiglia di sviluppare una determinata malattia.

I genomi umani sono portatori di due copie di ogni gene, ciascuna di esse ereditata da entrambi i genitori. Analizzando il genoma di un’intera famiglia, i ricercatori hanno potuto determinare esattamente quale genitore aveva trasmesso una copia di un dato gene alla loro discendenza, permettendo quindi un calcolo migliore della gravità dei rischi per la salute di fronte a insiemi di diverse varianti genetiche.

Il progetto è servito anche a migliorare gli strumenti di calcolo che forniscono l’interpretazione medica dei genomi: dalla comprensione della suscettibilità a una malattia alla risposta a determinati farmaci. Non è la prima volta che gli scienziati analizzano il genoma di una famiglia, ma è la prima volta che si tenta di interpretare quali sono le componenti genetiche ereditare che comportano rischi per la salute.

Dall’analisi infatti è emerso che sia il papà John, sia sua figlia, hanno lo stesso rischio genetico alla trombosi. Il padre ha già avuto due embolie polmonari e da quello che gli scienziati hanno letto nel genoma sembra che anche figlia abbia scritto nel dna lo stesso destino.

“Avere in anticipo queste informazioni promette una nuova era della medicina personalizzata in cui le persone saranno in grado di prendere decisioni informate sul trattamento medico sulla base dei rischi genetici individuali”, ha detto Rochelle Long, direttore del  National Institutes of Health Pharmacogenomics Research Network. Se poi le informazioni genetiche si collegano a quelle di tutta la famiglia, la previsione del rischio diventa più accurata e precisa.

“Il sequenziamento del genoma delle famiglie porta a migliori dati genetici e sarà una parte importante nell’analisi dei genomi in medicina”, ha confermato Frederick Dewey, cardiologo e ricercatore dello studio.In futuro non è escluso infatti che la lettura del dna familiare diventi una routine medica.“ Con la diminuzione continua del costo del sequenziamento del genoma, è molto probabile”, ha concluso Ashley. Ma torna un vecchio problema: quanti preferiscono conoscere le proprie predisposizioni genetiche?

Fonte: daily.wired.it - Licenza Creative Commons

 

La sconvolgente intervista censurata, condotta dallo studioso di storia medica Edward Shorter per la televisione pubblica di Boston WGBH e la Blackwell Science, è stata tagliata dal libro "The Health Century" a causa dei sui contenuti - l'ammissione che la Merck ha tradizionalmente iniettato il virus (SV40 ed altri) nella popolazione di tutto il mondo. Questo filmato contenuto nel documentario "In Lies We Trust: The CIA, Hollywood & Bioterrorism", prodotto e creato liberamente dalle associazioni di tutela dei consumatori e dall'esperto di salute pubblica, Dr. Leonard Horowitz, caratterizza l'intervista al maggior esperto di vaccini del mondo, il Dott. Maurice Hilleman, che spiega perché la Merck ha diffuso l'AIDS, la leucemia e altre orribili piaghe nel mondo :

Produzione dei Vaccini facoltativi e non:

Si deve acquistare il germe della malattia (NdR: ma non e'il germe a produrre la malattia, trattasi di falsita' in biologia), un batterio tossico o un virus "vivo" (NdR: NON e' possibile avere virus "vivi", in quanto essi NON sono esseri viventi ma proteine di lipidi contenete porzione di DNA) che deve essere attenuato, o indebolito per uso umano; con una serie di passaggi passando i virus attraverso colture di tessuti animali parecchie volte per ridurre la relativa potenzialita' patogena; es.il vaccino associato al morbillo, parotite e rosolia (MMR) viene preparato nell'embrione di pulcino; il virus della poliomielite attraverso i reni della scimmia verde africana; il virus della rosolia attraverso le cellule diploidi umane, ovvero organi sezionati di feti abortiti.

Come si producono, lo spiega il dott. Alain Scohl in un articolo di cui presentiamo le parti più significative, apparso su Kairos n. 4/97 dove afferma: "L'inoculazione dei vaccini viene praticata a dispetto di tutte le abituali regole di sicurezza raccomandate per i trattamenti medici." Le tecniche di preparazione dei vaccini sono tenute segrete.

Normalmente neanche i grandi professori le conoscono (forse neanche al Ministero ?).

Oggi i vaccini virali moderni sono preparati prevalentemente su colture di cellule umane fetali o animali, cancerizzate artificialmente, per renderle letteralmente immortali (si riproducono sempre all'interno dei corpi viventi), ed avere una certa "stabilità del prodotto", quando non si tratti di cellule già cancerose (linfomi).

Per accrescere il rendimento della produzione, le cellule "immortali" vengono "nutrite" con siero del sangue di vacca, che possiede un fattore dì crescita particolarmente attivo. E' proprio il liquido di coltura di queste cellule cancerizzate che viene inoculato, dopo filtraggio e trattamenti per attenuare o uccidere i virus. E' assolutamente impossibile ottenere un prodotto puro. L'OMS "auspica" pudicamente una purezza del 90%.

Quali pericoli ?

Con questi vaccini si inoculano nel nostro organismo:

- Sostanze cancerogene sicuramente in enormi quantità

- Alcuni strumenti (su scala cellulare) serviti alla manipolazione genetica (nel caso dei vaccini geneticamente manipolati), come enzimi e parti di DNA.

Questo materiale può innescare in qualsiasi momento variazioni del messaggio genetico nel vaccinato, oltre a virus sconosciuto.

Per certi vaccini (polio ed altri) vengono utilizzate colture di cellule di reni della scimmia verde africana, (NdR: con cui viene preparato il vaccino della polio - il rene della scimmia contiene un progenitore del virus HIV, quello che dicono produca l'Aids) il siero del vitello e l'embrione di pulcino sono proteine estranee, materia biologica composta di cellule animali.

I virus detti impropriamente "uccisi"

un virus NON puo' essere ucciso in quanto NON e' un essere vivente ma solo una proteina tossica contenete DNA - vengono resi "inattivi" - in relata' solo "indebolito" - con calore, radiazioni o prodotti chimici, ma in certi casi uno stato febbrile puo' riattivare il virus.

Il virus "indebolito" deve poi essere rinforzato con dei coadiuvanti (buster degli anticorpi) e degli stabilizzatori, aggiungendo farmaci, antibiotici e disinfettanti tossici alla base del preparato:

neomicina, streptomicina, cloruro di sodio, idrossido di sodio, idrossido di alluminio, cloridrato di alluminio, sorbitolo, gelatina idrolizzata, formaldeide (prodotto canceroso) e thiomersal (parte del mercurio).

Commento: NdR: il virus NON e' un micro organismo, ma solo una proteina di lipidi contenente DNA, quindi e' una proteina TOSSICA !

Dato che questa "materia tossica organica" viene iniettata direttamente nella circolazione sanguigna, saltando TUTTI i meccanismi di difesa immunitaria naturale; essa può alterare anche la nostra struttura genetica, oltre ad immunodeprimere il soggetto vaccinato.

Diversi ricercatori hanno notato che i vaccini "ingannano" il corpo stimolando a focalizzarsi solo su un aspetto (cioè la produzione di anticorpi) delle molte strategie complesse normalmente disponibili al sistema immunitario.

Virus (Proteine tossiche) degli animali utilizzati nelle colture di preparazione dei vaccini ed inoculati con essi, possono saltare la barriera della specie in maniera occulta e inosservabile. E' esattamente quello che è successo durante gli anni 50 e gli anni 70 in cui milioni di persone sono state infettate con i vaccini della poliomielite (sabin) e contaminati con il virus SV-40 (scimmia virus) e passato dagli organi della scimmia utilizzati per preparare i vaccini.

SV-40 - contaminante - (il quarantesimo virus di Scimmia rilevato da quando i ricercatori hanno cominciato a osservarli), è considerato un potente soppressore del sistema immunitario, un innesco potente dell'HIV, il nome dato al virus dell' AIDS.

Si dice che causa uno stato clinico simile all' AIDS ed è stato trovato anche nei tumori al cervello, nella leucemia ed in altri cancri umani. I ricercatori lo considerano un virus che genera il cancro della Pleura: mesotelioma.

Secondo il Dott. David Kessler, ex funzionario della Food and Drug Administration, "soltanto circa l'un per cento degli eventi seri (reazioni avverse ai vaccini) viene segnalato alla FDA. Quindi, è assolutamente possibile che ogni anno milioni di persone abbiano reazioni avverse ai vaccini obbligatori".

Il Dott. Robert Mendelsohn che ha criticato spesso la medicina ufficiale per la sua dottrina bigotta.

Ha sostenuto che "i medici sono i preti che erogano l'acqua santa sotto forma di inoculazioni" per dare l'iniziazione rituale della grande industria medica alla nostra consacrazione.

Il Dott. Richard Moskowitz afferma: "I vaccini sono diventati i sacramenti della nostra fede nella biotecnologia. La loro efficacia e sicurezza sono viste estensivamente come auto evidenti e che non necessitano di ulteriori prove". Ogni anno la FDA riceve migliaia di rapporti di reazioni avverse ai vaccini.

Questi dati includono lesioni cerebrali e morti.

Queste informazioni vengono immagazzinate in un database segreto del Governo (USA) a cui i cittadini americani possono accedere (con alcune restrizioni) ricorrendo al Freedom of Information Act (Legge sulla Libertà di Informazione). E' diviso in categorie che includono i vaccini somministrati, i tipi di reazione, informazioni sui ricoveri e le morti e altro ancora.

I dati contenuti vanno dal 1990 all'Agosto 2004.

Tratto da: http://thinktwice.com/secret.htm

ATTENZIONE: lo stesso programma criminale vale per le diffusioni periodiche delle epidemie influenzali !!!

Info:  http://www.mondobiologicoitaliano.it/art_cancro.html
Fonte: http://www.sos2012.it/

 

James Irwin Apollo 11 con vista Rover Lunare Soste lunari duranti la missione Apollo 17 Sotto il Sole

“Non lasceremo la Luna agli americani”, aveva dichiarato agli inizi degli anni Sessanta Nikita Khrushchev, l’allora premier dell’ Unione Sovietica, in piena Guerra Fredda. Non era passato molto tempo da quando il presidente Kennedy aveva promesso la Luna agli Stati Uniti entro gli inizi degli anni Settanta, e l’Unione Sovietica non aveva intenzione di rimanere a guardare. Quel che accadde dopo è cosa nota: la bandiera a stelle e strisce sventolò sulle lande extraterrestri nel 1969, mentre l’Urss fallì nell’impresa.

Se le impronte di Armstrong e Aldrin hanno oscurato la storia delle missioni lunari sovietiche, fu comunque la Russia la prima a conquistare il satellite. Un primato che porta la data del 14 settembre 1959, quando un oggetto spedito da Terra, senza equipaggio a bordo, si schiantava per la prima volta sul suolo lunare.

La Second Soviet Cosmic Rocket, anche nota come sonda Luna-2 (come venne ribattezzata quattro anni dopo) e come Lunik 2 (certamente più assonante con il famoso Sputnik), era partita il 12 settembre dal cosmodromo di Baikonour, in Kazakistan. Appariva come una piccola sfera (circa 390 kg di peso) con tante antenne, e non ospitava alcun astronauta: solo un magnetometro (uno strumento per rivelare eventuali campi magnetici), un contatore Geiger e uno a scintillazione (entrambi per misurare la presenza di radiazioni) e dei rivelatori di micro-meteoriti. Da Terra, il suo volo nello spazio sarebbe stato seguito attraverso la scia di gas arancione.

33 ore dopo il lancio, le comunicazioni con la sonda si persero. Poteva sembrare il fallimento della missione, e invece era la prova che lo scopo era stato raggiunto con successo: Lunik 2 si era schiantata sulla Luna, nei pressi del Mare della Serenità. Intanto i russi avevano anche avuto la conferma che la Luna non aveva una cintura radioattiva, né un forte campo magnetico.

Non era andata così bene nei tentativi che avevano preceduto questa missione. Lunik 2, infatti, a dispetto del nome, non era il secondo volo delle missioni senza equipaggio sovietiche, ma il sesto. Prima di lei c’erano stati una Luna 1 - la prima volta che una sonda riusciva a sfuggire al campo gravitazionale della Terra, che mancò sì la Luna ma raggiunse in compenso l’orbita del Sole - e altri 4 tentativi meno gloriosi.

La lista dei lanci da base russa prosegue fino ad arrivare al 1976: include una cinquantina di missioni, anche se solo 24 di queste sarebbero passate alla storia come lunari, perché arrivate effettivamente nell’orbita del satellite. Qualcuna segnò dei traguardi importanti, come la sonda Luna-3, nel 1959, che fotografò per la prima volta nella storia il lato oscuro del satellite. La Luna-9, invece, fu la prima sonda a non schiantarsi, ma compì un vero e proprio allunaggio, nel 1966.

Fonte: wired.it

 

Le pesanti tende alle finestre erano state scostate e le candele accese, ma nella stanza continuava ad aleggiare una inquietante sensazione. Di penombra. Una mezza dozzina di uomini e una donna erano appostati intorno al tavolo per le dissezioni. Si avvertiva una silenziosa eccitazione. Un corpo senza vita giaceva supino, con parte dei nervi scoperti. Uno degli uomini più prossimi al tavolo stava avvicinando una pinza metallica a quei cavi organici. Nello stesso istante, scoccava una scintilla da una macchina elettrostatica. Tra la macchina e il tavolo non vi era alcun collegamento fisico, eppure i muscoli di quel corpo si mossero. Da soli.

La rana si muove da sola Il laboratorio di Galvani La signora Galvani, Lucia Galeazzi Luigi Galvani

Applausi. Luigi Galvani, aveva distolto gli occhi da quell’organismo inerme, quella che un tempo era stata una grassa rana, e ora guardava la sola donna presente, Lucia Galeazzi: sua moglie, la sua compagna, la sua amica, la persona a cui da venti anni confidava tutti i suoi pensieri e le sue teorie sull’affascinante fenomeno dell’ elettricità animale.

Galvani era nato il 9 settembre 1737: una data significativa per tutti i fan della scienza, in particolare per quelli con uno spirito gotico. L’esperimento di Galvani, infatti, viene ripetuto da più di 200 anni da molti imberbi studenti e studentesse che nel corso della loro carriera universitaria capitano in un laboratorio di anatomia comparata. La rana, d’altra parte, è sempre stato un piatto forte della biologia. Nei primi dell’800, poi, praticamente tutti conoscevano il termine galvanismo, (inventato da Alessandro Volta), comprese le tormentate giovani ladies londinesi come Mary Shelley che, in un certo senso, a Galvani deve in parte la sua ispirazione.

“ Dopo aver raggiunto le scoperte, da noi finora esposte, intorno alla forza dell'elettricità artificiale nelle contrazioni muscolari, fu nostro vivo desiderio indagare se la cosiddetta elettricità atmosferica producesse, oppure no, i medesimi fenomeni: cioè se, seguendo i medesimi artifici, lo scoccare dei fulmini eccitasse contrazioni muscolari, così come quelle della scintilla”, scriveva infatti lo scienziato nel suo De viribus electricitatis artificialis in motu musculari del 1791.

Il medico, ostetrico e fisiologo visse e insegnò per tutta la sua vita a Bologna, ma i suoi studi arrivarono presto al di là delle Alpi. A portarle oltre la Manica ci pensò Giovanni Aldini, nipote dello scienziato, che nel 1803 pubblicava proprio a Londra il suo saggio An account of the late improvements in Galvanism. Vi si descrivono gli esperimenti di elettrofisiologia sui cadaveri, che davano “ l’impressione della rianimazione” e lasciavano pensare che in certe condizioni si potesse ripristinare persino la vita. Frankenstein, scritto nel 1818, è evidentemente figlio dei suoi tempi.

Tornando ai suoi primi esperimenti, Galvani si era convinto che esistesse un’ elettricità interna all’ animale, che gli strumenti metallici mettevano semplicemente in circolo.

La sua pinza, infatti, non era collegata ad alcun generatore ed era quindi un conduttore scarico. Galvani non poteva sapere che il metallo conduceva un segnale elettrico e che muscoli della rana altro non erano che dei rivelatori, non dei serbatoi di energia.

A mettere in dubbio l’origine animale dell’elettricità fu proprio Alessandro Volta, che già nel 1778 ripeteva gli esperimenti del collega (e avversario intellettuale) nel suo laboratorio di Pavia. Grazie a quegli esperimenti, Volta arrivò a scoprire il potenziale di contatto e a inventare la sua pila.

Fonte: Università di Bologna; Infn di Bologna

 

L' orgasmo femminile continua a essere un mistero. A dirlo non sono solo partner non esperti o che poco sanno del corpo delle donne, ma i biologi dell' Università del Queensland e della Abo Akedemi University, in Finlandia.

Uno studio, pubblicato sulla rivista Animal Behaviour, sembra infatti smontare l'ipotesi secondo cui il fenomeno sarebbe solo un sottoprodotto accidentale dell’ evoluzione maschile. In sostanza, insomma, non sarebbe un effetto collaterale dell'utilità che esso ha nei maschi, come immaginato dalla filosofa della scienza Elisabeth Lloyd della Indiana University nel suo saggio The Case of Female Orgasm: Bias in the Science of Evolution.

È facile comprendere perché la natura abbia scelto di regalare agli esseri di sesso maschile (umani, primati o di altre specie animali che siano) il dono dell' orgasmo, in nome della sopravvivenza della specie. In termini biologici infatti, serve a spingerli ad avere rapporti con più frequenza, e dunque favorisce il mantenimento della stirpe.

Se lo stesso valesse per l’orgasmo femminile, si tratterebbe di un flop: in molti animali non è affatto presente (per esempio nelle femmine di gibbone), e nella specie umana non tutte le donne lo provano. Probabilmente – come ricorda Wired.com – una su dieci tra le lettrici di questo articolo ne sa qualcosa. Questo il motivo per cui i ricercatori tendono a scartare l’ipotesi del vantaggio evolutivo, restando però senza plausibili alternative.

Per mettere alla prova l’ipotesi di Lloyd, infatti, i biologi finlandesi hanno sottoposto un questionario a 1.803 coppie di gemelli dello stesso sesso e a 2.287 coppie di gemelli di sesso diverso: si chiedeva a fratelli e sorelle di riportare quanto spesso e quanto facilmente arrivassero all'orgasmo. L'idea di partenza era questa: se è vero il fenomeno dipende dal dna, persone di sesso opposto che condividono lo stesso patrimonio genetico (come, appunto, i gemelli) dovrebbero dare le stesse risposte. Così, però, non è stato. I ricercatori hanno notato che la funzione orgasmica era simile tra i gemelli dello stesso sesso (sia che si trattasse di due donne che di due uomini), ma non lo era affatto nelle coppie di sesso opposto.

“ I risultati ottenuti non vanno certo a supporto dell'ipotesi che l'orgasmo femminile si sia mantenuto come effetto secondario dell'evoluzione, cioè come prodotto del processo che ha portato allo sviluppo del fenomeno nei maschi”, hanno scritto Brendan Zietsch e Pekka Santtila, i due scienziati che hanno condotto lo studio, seppur precisando che i risultati non sono definitivi e che le interviste hanno spesso margini di errore molto ampi.

In poche parole, l’orgasmo femminile resta un enigma, anche perché un altro studio di Zietsch sosteneva proprio la teoria dell'effetto collaterale, suggerendo, tra l'altro, che potesse essere stato un tratto evolutivo importante nel passato, seppure sembri irrilevante oggi.

Fonte: wired.it

 

Specie in estinzione? L'ultima spiaggia potrebbero essere le cellule staminali. Non tutti ne sono convinti, ma intanto alcuni scienziati si sono già messi al lavoro. Le basi del progetto sono state gettate nel 2006, quando Oliver Ryder, direttore di genetica del San Diego Zoo Institute for Conservation Research, contattò Jeanne Loring, docente di neurobiologia dello sviluppo presso lo Scripps Research Institute. Il motivo del loro incontro era discutere la possibilità di collezionare le cellule staminali dalle specie animali fortemente minacciate.

Ameca splendens   Giraffa di Rothschild   Iguana delicatissima    Aquila delle Filippine (Pithecophaga jefferyi)   Lupo rosso (Canis rufus)

Ryder aveva di fatto già messo in piedi il Frozen Zoo, una banca di cellule della pelle (epiteliali) e di altro materiale biologico di oltre 800 specie, e allora non era chiaro se questo materiale potesse essere o meno utile allo scopo. Ma poco dopo, era il 2007, due équipe (quella di James A. Thomson della University of Wisconsin-Medison, e quella di Shinya Yamanaka dell'Università di Tokyo) trovarono il modo di ottenere in laboratorio cellule staminali adulte pluripotenti proprio da quelle epiteliali. Oggi la tecnica per derivare le Ipsc (acronimo di cellule pluripotenti indotte) è ormai ben sviluppata e utilizzata in molti laboratori in tutto il mondo (il metodo si serve di 4 geni che fanno regredire le epiteliali fino allo stadio di staminale).

Già nel 2008, i team di Ryder e di Loring diedero il via a una serie di studi per determinare se la tecnica potesse essere applicata agli animali, allo scopo di preservarli. La prima specie a fare da cavia è stata il drillo ( Mandrillus leucophaeus), un primate della foresta tropicale pluviale scelto per la relativa vicinanza genetica con la nostra specie e, soprattutto, perché gli esemplari in cattività soffrono frequentemente di diabete. La seconda specie fu il rinoceronte bianco; il motivo è che attualmente vi sono appena 7 esemplari al mondo, due conservati proprio allo Zoo Safari Park di San Diego.

Per oltre un anno, i ricercatori provarono a ottenere le Ipsc usando geni di animali strettamente imparentati con le specie scelte. In realtà, i ricercatori hanno scoperto - con non poco stupore - che a funzionare sono gli stessi 4 geni usati per ricavare le Ipsc umane. Il procedimento, descritto su Nature Methods, è ancora poco efficiente: tanto lavoro e numerosi tentativi per ottenere solo poche cellule staminali. Ma questo non vuol dire che non stia funzionando.

Se e come verranno poi utilizzate queste cellule è un’altra storia. Attualmente le terapie basate sulle cellule staminali sono in una fase preliminare di studio, e non è chiaro come questo strano zoo possa contribuire a salvare le specie.

Ciò non toglie che progressi nei campi della riproduzione e delle biotecnologie possano un giorno permetterci di sfruttare il lavoro di Ryder e Loring (preferibilmente prima che l’ultimo rinoceronte bianco scompaia). “ La cosa più importante è dare la possibilità ad altre persone di fare qualche altro passo in avanti”, ha infatti commentato Loring. In alcuni centri, per esempio, si sta cercando di differenziare le cellule staminali indotte in spermatozoi e ovociti. Se vi si riuscisse, una possibilità potrebbe essere rappresentata dalla fertilizzazione in vitro per creare un embrione da impiantare poi nell’utero di un animale vivente.

I due scienziati vedono nella loro collezione soprattutto una risorsa di biodiversità. Infatti, se anche i pochi esemplari superstiti si riproducessero in cattività (cosa che comunque non avviene facilmente, come sottolineano i ricercatori), la diversità genetica verrebbe irrimediabilmente persa. Una delle conseguenze - di cui siamo già testimoni - è che la prole nasce sempre meno sana con il passare delle generazioni.

Resta il fatto che prevenire sarebbe meglio (meno costoso e molto più efficace) che curare; ma nel caso dei rinoceronti bianchi e di molte altre specie, le strategie di protezione degli animali e dei loro habitat non hanno funzionato.

Fonte: wired.it

 

I primi esperimenti sui topi da laboratorio fanno sperare bene. I ricercatori dell' Albert Einstein College of Medicine di New York hanno infatti pubblicato su Nature Medicine uno studio che getta le prime basi per lo sviluppo di un vaccino contro la tubercolosi (Tbc). La notizia arriva quando qui in Italia la malattia imperversa sui media a causa del recente caso dell' infermiera del Policlinico Gemelli di Roma, risultata positiva ai test. Secondo dinamiche non ancora ben chiarite, la donna, che lavorava nel reparto maternità, avrebbe involontariamente contagiato, nel giro di pochi mesi, almeno 115 neonati. Le indagini delle autorità presto ci diranno se nell'ospedale romano erano state prese tutte le misure preventive per tutelare la salute dei bambini.

Intanto, i ricercatori di tutto il mondo sono al lavoro per identificare i frammenti di dna che rendono tanto pericoloso il Mycobacterium tuberculosis, la causa primaria di questa patologia delle vie respiratorie. Il suo bersaglio, infatti, sono gli alveoli polmonari, dove prolifera a lungo prima di infettare il resto del corpo con conseguenze spesso letali.

Il gruppo dell' Albert Einstein College of Medicine, guidato da William Jacobs, conduce da tempo i suoi esperimentisfruttando il Mycobacterium smegmatis, un batterio molto simile alla forma virulenta della Tbc, ma in grado di uccidere solo i topi. Gli scienziati hanno scoperto che modificando uno dei suoi geni, esx-3, le risposte immunitarie delle cavie infettate riescono a rispondere all'invasione da parte del bacillo attenuato (chiamato Ike). La soluzione, quindi, sarebbe quella di disarmare anche M. tubercolosis e utilizzarlo per creare un vaccino adatto a proteggere l'essere umano.

C'era però una difficoltà da superare: i ricercatori non riuscivano a rimuovere esx-3 dal genoma senza distruggere il ceppo di batterio letale per l'uomo. Senza una colonia batterica con cui continuare gli esperimenti, gli scienziati erano rimasti letteralmente con le mani legate. La soluzione alla fine è arrivata: se non si poteva manipolare M. tubercolosis, tanto valeva prendere i suoi geni virulenti e inserirli dentro il ceppo Ike, che si era rivelato più maneggiabile.

I risultati non si sono fatti attendere: il vaccino ottenuto grazie al nuovo ibrido Ike ha protetto le cavie infettate dalla Tbc, che sono sopravvissute per ben 135 giorni, contro i 54 toccati in media agli animali senza vaccinazione. Alcuni topi sono riusciti a rimanere in vita addirittura per 200 giorni, mostrando chiari segni di ripresa dalla malattia. Tuttavia, in questo ultimo caso, il vaccino è stato efficace solo nel 20% degli esperimenti. Una percentuale troppo bassa per cantare vittoria. Il lavoro degli scienziati, quindi, sarà ancora molto lungo.

La speranza è che il team possa presto sviluppare un vaccino sicuro, adatto a sostituire la vecchia tipologia di vaccinazione e le cure a base di antibiotici.

Nel corso del tempo, infatti, la Tbc ha sviluppato una resistenza nei confronti delle molecole utilizzate per combatterla. L'obiettivo finale è quello di far scomparire del tutto la malattia dalla faccia della Terra. Una sfida difficile, se si pensa che il caso italiano è solo una goccia nell'oceano. Infatti, secondo i dati diffusi dal programma globale Stop Tb, la tubercolosi uccide ogni anno più di 1,7 milioni di persone in tutto il mondo.

Fonte: Ap / LaPresse

 
By Admin (from 04/11/2011 @ 14:00:25, in it - Scienze e Societa, read 1495 times)

Una cellula somatica, più una cellula germinale. Come dire due (le copie di cromosomi contenute nella prima) più uno (la singola serie cromosomica della seconda), uguale tre. Tre copie di cromosomi per una cellula staminale triploide, pluripotente, in grado cioè di differenziarsi in diversi tipi cellulari. A realizzarla sono stati i ricercatori della NewYork Stem Cell Foundation, guidati da Dieter Egli, confermando così la possibilità di riprogrammare una cellula somatica umana, portandola "indietro nel tempo", trasferendola in un ovocita. Una tecnica che, secondo lo studio pubblicato su Nature, è importante per le possibili implicazioni in termini di medicina rigenerativa. Ma, nell'editoriale della rivista, si avverte: "non è ancora chiaro se il triploide si comporterà nei tessuti come una normale cellula. Nessuno potrà chiamarlo a breve clinicamente rilevante".

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Uno dei problemi fondamentali di questa branca della scienza è quello della compatibilità dei tessuti tra donatore e ricevente. A scopo terapeutico, la condizione ideale sarebbe quella di rimpiazzare i tessuti danneggiati in un paziente con cellule del suo stesso organismo, quindi con lo stesso dna. Ma altrettanto ideale sarebbe poter disporre di una sorta di bagaglio cellulare, da utilizzare per scopi diversi, ovvero un set di cellule in grado di originare più tipi di tessuti.

Partendo da questi presupposti, i ricercatori hanno provato a produrre cellule staminali da un ovocita. Per farlo hanno utilizzato una tecnica nota come somatic cell nuclear transfer (Scnt): hanno prelevato il materiale genetico di una cellula somatica adulta (quindi con un corredo cromosomico completo, cioè doppio) e lo hanno trasferito in un ovocita privato del nucleo (una tecnica simile a quella che ha portato alla nascita della pecora Dolly). Così facendo, i ricercatori speravano di indurre l'ovocita a dividersi, dando origine a una blastocisti, ovvero lo stadio iniziale dello sviluppo embrionale. Ma, osservando il comportamento della nuova cellula umana, hanno visto che dopo pochi cicli, la divisione si arresta.

Gli scienziati hanno quindi provato a trasferire il Dna della cellula somatica nell'ovocita, ma senza togliere il nucleo di quest'ultimo. I risultati sono stati sorprendenti: la nuova cellula cominciava a dividersi dando origine a una blastocisti e mantenendo tutti i corredi cromosomici di partenza (tre, due della cellula somatica e uno di quella germinale). Non solo: le cellule staminali derivate da questa prima blastocisti mantenevano il fenotipo della pluripotenza, mostrando di essere capaci di originare tutti i tipi cellulari (quelli dei cosiddetti tre foglietti embrionali, l'ectoderma, il mesoderma e l’endoderma, da cui si originano i tessuti di un organismo).

Come spiegano i ricercatori, i risultati mostrano come la presenza del genoma dell'ovocita sia fondamentale per la riprogrammazione della cellula somatica umana a uno stadio di pluripotenza.

Un altro traguardo, dopo quello delle staminali pluripotenti indotte (iPs, vedi Galileo, "Deja vu staminale" e "Ritornare staminali"), che bypassa l'uso di embrioni (sebbene anche gli ovociti non siano sempre disponibili). Ma è anche un risultato che pone in risalto il bisogno, etico, di regolamentare l'uso della somatic cell nuclear transfer, in modo tale da garantirne l'uso a scopi terapeutici, senza creare allarmismi in chi vi intravede pericoli di clonazione umana.
“La linea cellulare derivata dai ricercatori non potrebbe mai essere usata in terapia”, ha spiegato a Wired.it Carlo Alberto Redi dell’università di Pavia commentando la ricerca: “Quello che invece rende lo studio interessante è essere riusciti per la prima volta a derivare una linea cellulare staminale stabile grazie alla presenza del genoma dell’ovocita. Il dna della cellula germinale contiene qualcosa che aiuta le cellule a stabilizzarsi, e l’importante sarà ora far luce su questo qualcosa. Ma è chiaro che stabilizzare una cellula triploide non serve a nulla”.

Fonte: galileonet.it  -Riferimento: doi:10.1038/nature10397 - Via Wired.it

 
By Admin (from 03/11/2011 @ 14:06:09, in it - Scienze e Societa, read 1038 times)

L'esplosione di una supernova è tra i fenomeni più affascinanti dell'Universo per gli appassionati di astrofisica. Ma lo studio di queste stelle vale anche il premio Nobel per la Fisica 2011: il riconoscimento va infatti a tre scienziati "per la scoperta dell'accelerazione nell'espansione dell'Universo fatta attraverso lo studio delle supernovae distanti". Metà del premio andrà a Saul Perlmutter, del Lawrence Berkeley Laboratory dell' Università della California, l'altra metà a Brian P. Schmidt della Australian National University e ad Adam G. Riess della Johns Hopkins University.

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La bella sorpresa di oggi, per questi fisici, si somma allo stupore della scoperta vera e propria: come spesso succede nella scienza,infatti, i ricercatori si aspettavano dei dati esattamente opposti a quelli registrati negli studi che hanno condotto al Nobel.

I due gruppi a cui va l'importante riconoscimento, che hanno lavorato in competizione per decenni, volevano finalmente definire quale fosse il destino dell'Universo. Per la comunità scientifica erano solo due le opzioni plausibili: quella che il cosmo continuasse a espandersi per sempre con la stessa velocità, oppure che la rapidità con cui le galassie si allontanano diminuisse nel tempo. Invece, la risposta trovata dagli scienziati è stata sorprendente: la velocità di espansione dell'Universo, incredibilmente, è in crescita.

Ma come hanno fatto gli astrofisici a studiare il moto delle galassie? Attraverso l'analisi della variazione di brillantezza di 50 diverse stelle dello stesso tipo (Supernovae di tipo 1a). La luminosità di questi corpi celesti, lontanissimi, è più debole di quanto atteso, e questo indica che la velocità di espansione è in aumento.

Entrambi i team hanno ottenuto questo stesso risultato: sia Perlmutter, che lavorava alla ricerca dal 1988, sia il team di Shmidt - che studiava le supernovae dal 1994 e in cui è stato cruciale il ruolo di Riess - quasi non potevano credere alle loro stesse rilevazioni.

“ È un po' come quello che sta succedendo con la storia dei neutrini”, ci ha detto Enrico Cappellaro, direttore dell' Osservatorio Astronomico di Padova dell 'Istituto Nazionale di Astrofisica ( Inaf), che ha commentato per Wired.it l'assegnazione del premio:  "Ci si aspettava di trovare una cosa e invece se ne è trovata un'altra, con un risultato tanto stupefacente che i gruppi hanno deciso di aspettare e ricontrollare più volte i dati, prima di pubblicare. La differenza con l'esperimento dei Laboratori del Gran Sasso è che stavolta c'erano due gruppi in competizione che avevano ottenuto lo stesso risultato: questo ha dato maggiore sicurezza ai ricercatori".

I risultati, pubblicati nel 1998, sono legati a uno dei grandi misteri dell'astrofisica: il ruolo e la genesi dell' energia oscura.

Il fatto che la velocità con la quale l'Universo si espande stia aumentando, infatti, implica che vi sia una fonte di energia che spinge il Cosmo ad allargarsi sempre di più. Il problema dei fisici è che nessuno conosce la provenienza di questa forza. “ Forse è proprio perché questi studi aprono ulteriori campi di ricerca che il premio Nobel di quest'anno va ai ricercatori che l'hanno compiuta”, ha aggiunto Cappellaro.

Trepidazione della scoperta e del premio che sono trapelate anche dalla voce di Brian Schmidt quando ha parlato in diretta telefonica nella cerimonia di annuncio del premio. “ È la stessa emozione che ho provato quando è nato mio figlio: diciamo che l'ultima mezz'ora è stata abbastanza eccezionale”, ha commentato l'astrofisico, con un sorriso che possiamo sicuramente immaginare, anche senza averlo visto.

Fonte: wired.it

 

Numerosi i casi particolarmente impressionanti: l’Huffington Post ricorda per esempio quello recentissimo di Hana, morta a tredici anni, percossa e malnutrita, spesso rinchiusa in un armadio mentre i genitori le raccontavano la Bibbia e ascoltavano Christian music.

Madre e padre (adottivi) basavano la sua educazione sui consigli contenuti in un libro fondamentalista, To Train Up a Child, che incoraggia l’utilizzo di oggetti per sculacciare i bambini: altri due decessi sono stati ricondotti alla lettura di tale volume, ma l’autore continua a giustificarsi ricordando che il suo contenuto “è fedele all’insegnamento biblico”.

La maggioranza degli statunitensi, mostrano i sondaggi, è favorevole alla sculacciata come forma di punizione, e molti procuratori distrettuali confermano che le punizioni corporali inflitte assecondando “la volontà di Dio” sono assai comuni.

Autore: Raffaele Carcano - Fonte: UAAR.it

 
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