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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Finora ritenuta un’esperienza del tutto soggettiva, il dolore potrebbe diventare qualcosa di misurabile al pari di una febbre. Un gruppo di ricercatori della Stanford University School of Medicine guidati da Sean Mackey è infatti riuscito a mettere a punto un sistema per diagnosticare il dolore basato sull’attività fisiologica cerebrale – anziché sulle sensazioni espresse dal paziente – in modo da fornire una valutazione oggettiva del livello di sofferenza fisica. Lo studio è stato pubblicato su PLoS ONE.

Detail-dolore

L’idea di un “dolorimetro” – come è stato ribattezzato dai ricercatori -  risale a un paio di anni fa, suggerita a Mackey dalle osservazioni di Hank Greely della Stanford Law School durante un evento tenutosi presso la stessa università. Secondo Greely, esperto in casi legali, etici e sociali inerenti le bioscienze, un metodo accurato capace di determinare se qualcuno stia o meno soffrendo sarebbe stato di grande aiuto per il diritto, dal momento che ogni anno sono centinaia di migliaia le cause che riguardano l’esistenza o meno di dolore in pazienti con sofferenze croniche.

Il primo passo dei ricercatori è stato quello di creare un modello di riferimento, ovvero cercare di capire in che modo la sofferenza fisica fosse tradotta a livello cerebrale. Per farlo gli scienziati hanno eseguito la risonanza magnetica funzionale (fMRI) del cervello di otto persone, in condizioni normali e mentre un oggetto caldo veniva loro applicato sul braccio, causando dolore moderato. In questo modo i ricercatori hanno registrato l’andamento della risposta cerebrale con e senza dolore e hanno utilizzato questi dati per elaborare al computer un modello “virtuale” di sofferenza. Solo dopo sono passati alla fase di test: otto soggetti diversi sono stati sottoposti a fMRI, e contemporaneamente alla sollecitazione termica. Nell’81% dei casi il computer è riuscito a stabilire con successo se i partecipanti sentissero o meno dolore.

“Un punto chiave da ricordare è che questo approccio ha misurato oggettivamente il dolore termico in condizioni di laboratorio controllate”, ha spiegato Mackey: “Bisogna stare attenti a non generalizzare questi risultati dicendo che possiamo misurare il dolore in ogni circostanza”. I ricercatori hanno infatti sottolineato che ulteriori studi saranno necessari per determinare se questo metodo funziona in diversi tipi di dolore, come per esempio quello cronico, e se la tecnica possa essere applicata anche per distinguere tra dolore e altre sensazioni, come l’ansia o la depressione. Tecnica che, come spiegato da Mackey, permettendo di misurare il dolore fisiologico, potrebbe essere di aiuto per molti tipi di pazienti, come i più piccoli e gli anziani, incapaci a volte di comunicare il loro livello di dolore.

Riferimenti: PLoS ONE doi:10.1371/journal.pone.0024124

 

Un programma in grado di analizzare rapidamente i dati conservati nella sua memoria permetterebbe infatti di individuare con maggiore certezza eventuali anomalie e guasti relativi al velivolo, dando quindi la possibilità di effettuare riparazioni mirate prima che l’aereo venga rimesso in pista. Il metodo, sperimentato dai ricercatori del Massachusets Institute of Technology (Usa) e dell’Universidad Pontificia Comillas (Madrid, Spagna) guidati da John Hansman, sarà presentato alla Conferenza sui Sistemi Digitali di Avionica in programma a Seattle a ottobre (Usa).

Detail-scatola nera

In genere, il registratore di volo viene utilizzato dopo un incidente aereo per ricostruirne la dinamica e risalire alle cause che lo hanno provocato. Oltre ai suoni e alle voci della cabina di pilotaggio, infatti, la scatola nera registra, ogni secondo e per molte ore consecutive, centinaia di parametri meccanici diversi, dal rendimento dei motori alla posizione, accumulando una mole enorme di dati. Informazioni che le compagnie aree possono controllare anche per garantire la sicurezza a bordo. Ma secondo Hansman questa operazione richiederebbe molto tempo e la conoscenza a priori dei parametri da ispezionare: “Con questo approccio potrebbero mancare agli operatori le informazioni chiave per migliorare la sicurezza e le operazioni di volo”, ha spiegato lo scienziato. 

Per potenziare il sistema di controllo i ricercatori hanno quindi pensato di esaminare i dati registrati nella scatola nera usando il metodo statistico della “cluster analysis”: in poco tempo un apposito programma estrae i dati dei singoli voli e li suddivide in gruppi, mettendo insieme quelli che hanno le stesse caratteristiche. I dati di volo anomali – quelli cioè che non rientrano in nessun insieme - vengono in seguito controllati dagli operatori per verificare se siano o meno dovuti a dei guasti meccanici.

Per testare la loro idea, gli scienziati hanno quindi applicato questo metodo ai parametri riguardanti 365 voli internazionali (effettuati da alcuni Boeing 777 di un’unica compagnia, nell’arco di un mese di attività), analizzando dati come la posizione del velivolo, la velocità e l’accelerazione, il vento, la pressione e la temperatura. Secondo i ricercatori, tra le anomalie messe in evidenza dal programma (come la poca potenza, la difficoltà di rotazione al decollo o la quota troppo bassa in fase di atterraggio) la maggior parte sarebbe dovuta ad azioni dell’equipaggio. “Ma il bello di tutto questo – ha concluso Hansman – è che non si è tenuti a conoscere in anticipo cosa sia normale (e cosa invece anomalo, ndr), perché il metodo stesso trova la norma grazie agli insiemi generati”.

Riferimenti: Mit - Credits immagine: National Transportation Safety Board/Public domain/Wikipedia commons

 

Dopo il gioco virtuale Moonbase Alpha (vedi Galileo, “Astronauti sulla Luna per gioco”), l’Agenzia spaziale americana propone, infatti, una nuova, complessa, realistica esperienza per gli appassionati di stelle e pianeti. Il nuovo strumento on line si chiama Eyes on the Solar System e permette di esplorare tridimensionalmente il nostro sistema planetario: si possono osservare immagini e dati elaborati a partire dalle missioni spaziali dal 1950 a oggi, ma anche la previsione di quello che potranno vedere gli astronauti da qui al 2050.

L'ambiente virtuale sviluppato dalla Nasa usa la tecnologia Unity game engine, inventata dai programmatori di videogiochi e animazioni 3D per computer, ed è disponibile in internet dopo aver scaricato gratuitamente un plug-in per il browser web. Con l'applicazione – come spiega la stessa agenzia spaziale nel video introduttivo pubblicato insieme alla piattaforma – gli utenti non solo possono osservare i pianeti e le loro lune, gli asteroidi che popolano il Sistema Solare e tutte le missioni spaziali (di oggi, di ieri e di domani), ma hanno anche numerose opzioni di navigazione.
Con il mouse e la tastiera, infatti, si può personalizzare il viaggio a proprio piacimento. Oltre a cosa osservare, si può scegliere come: con una visualizzazione che permette una visione complessiva della porzione di universo scelta, con una più ravvicinata o addirittura con lo stesso panorama che si avrebbe stando su una navicella. Se si hanno a disposizione occhiali stereoscopici, si può anche optare per la visuale 3D. Inoltre, gli utenti possono scegliere a quale velocità osservare un evento: così i viaggi delle astronavi possono essere seguiti in tempo reale oppure velocizzati, fino ad osservare il tragitto di una missione spaziale durata anni nel giro di qualche secondo.

Per i navigatori esperti – o quelli che hanno la pazienza di osservare i quattro tutorial rilasciati in rete insieme alla piattaforma – ci sono ulteriori controlli e menù da imparare a padroneggiare: i più curiosi possono arrivare addirittura a misurare le distanze tra i vari astri e a confrontare le dimensioni di pianeti diversi. I dati, ovviamente, sono proprio quelli raccolti dalle varie missioni spaziali dagli anni Cinquanta a oggi.

L'applicazione per ora è ancora in versione beta, ma alla Nasa promettono che presto arriveranno nuove opzioni ed esiste un account Twitter per tutti coloro che volessero rimanere aggiornati sulle novità. “Questo sforzo dimostra quanto sia importante per noi condividere quello che facciamo e sappiamo con tutta la comunità”, ha detto Jim Green, direttore della Planetary Science Division nel quartier generale della Nasa a Washington. È proprio questa spinta verso il pubblico ad aver ispirato il progetto, che vuole essere anche un modo di promuovere la scienza stessa, sia agli addetti ai lavori che ai non esperti. “Non è un caso se abbiamo scelto di basare la visualizzazione del sistema solare sui dati reali delle missioni” ha spiegato Kevin Hussey, direttore della sezione Visualization Technology Applications and Development del Nasa Jet Propulsion Laboratory (JPL) di Pasadena, il cui team ha sviluppato Eyes on the Solar System. “Uno strumento come questo più aiutare sia il pubblico sia chi lavora all'agenzia spaziale stessa a capire l'importanza e la complessità delle nostre missioni nello Spazio”.

Fonte: galileonet.it

 
By Admin (from 03/10/2011 @ 08:00:43, in it - Scienze e Societa, read 1116 times)

Detail-gatti gfp

Nei laboratori della Mayo Clinic College of Medicine, in Usa, un gruppo di ricerca ha fatto nascere tre gatti speciali. Si chiamano TgCat1, TgCat2 e TgCat3 e, oltre a diventare verdi se illuminati da luce ultravioletta, possiedono una caratteristica straordinaria: sono immuni dagli attacchi del virus dell’immunodeficienza felina (FIV). I tre gatti hanno acquisito questa resistenza grazie a un gene di macaco impiantato nel loro dna. Il gene in questione, chiamato TRIMCyp, sintetizza una proteina che attacca il virus felino proteggendo il sistema immunitario delle scimmie dall’infezione e sembra garantire lo stesso tipo di protezione anche ai globuli bianchi dei gatti.

Il Fiv agisce nello stesso modo dell’Hiv: aggredisce il sistema immunitario compromettendone il funzionamento e rendendo l’organismo più vulnerabile nei confronti di malattie e infezioni. Da quando è stato scoperto, il virus dell’immunodeficienza umana ha causato più di 30 milioni di morti e siamo ancora lontani dal trovare una cura efficace per debellare l’Aids. I felini non se la passano meglio: ogni anno, milioni di gatti contraggono il virus, e la sindrome interessa tutte le specie di questi animali, rappresentando un’ulteriore minaccia alla loro già critica sopravvivenza.

Ma per loro, e naturalmente per gli uomini, ci sono interessanti novità. Eric Poeschla e la sua equipe di ricerca della Mayo, assieme a colleghi della Yamaguchi University, in Giappone, hanno sperimentato con successo per la prima volta sui carnivori una tecnica di ingegneria genetica chiamata gamete-targeted lentiviral transgenesis: si tratta di prendere un gene estraneo e inserirlo tramite un lentivirus (virus a rna) nel dna di una cellula uovo non fecondata. Dopo averlo fertilizzato, l’uovo viene quindi impiantato nell’utero per avviare la gravidanza. Utilizzando questa tecnica, i ricercatori hanno impiantato 22 cellule uovo geneticamente modificate attraverso l’inserzione del gene di macaco in cinque gatte. Oltre a quello scimmiesco, nel dna dei felini è stato inserito anche il gene che porta alla sintesi della GFP, la proteina che nelle meduse dona fluorescenza verde (in questo caso necessaria per tracciare la presenza di TRIMCyp).

I 22 impianti hanno portato allo sviluppo di 12 feti, da tre dei quali sono nati TgCat1, TgCat2 e TgCat3. Anche se non tutte le gravidanze sono andate a buon fine, come si legge nello studio pubblicato su Nature Methods, il dna di 11 feti ha incorporato il gene estraneo, dimostrando l’efficacia della tecnica. Inoltre, uno dei tre gatti si è accoppiato dando alla luce cuccioli il cui dna possedeva il gene di macaco, dimostrandone l’ereditarietà. Dopo il parto, i ricercatori hanno subito cercato di capire se i gattini geneticamente modificati mostravano resistenza al Fiv, ma per farlo, il virus non è stato inoculato direttamente nei gatti bensì in colture di globuli bianchi prelevati dal loro sangue.
I risultati in vitro sono stati positivi: il TRIMCyp inserito nel dna felino sintetizzava proteine capaci di distruggere l’involucro esterno del Fiv, impedendogli l’attacco alle cellule immunitarie.

Anche se questo approccio non verrà utilizzato direttamente sugli uomini e sui felini (in altre parole non saremo ingegnerizzati con geni di macaco, né lo saranno i nostri gatti), servirà a capire in che modo determinati geni possono aiutare a sviluppare un’efficace terapia per combattere l’Aids. Ma nonostante l’entusiasmo generale, alcuni sono scettici di fronte alla possibilità di usare gatti come modello di studio umano. “È fantastico che siano stati creati gatti geneticamente modificati con questa tecnica - ha commentato su New Scientist Theodora Hatzjioannou dell’Aaron Diamond Aids Research Center di New York - ma le scimmie sono più utili nella ricerca sull’Aids perché il Siv (il virus che causa immunodeficienza nei primati, ndr) è evolutivamente  più vicino all’Hiv di quanto non lo sia il Fiv”.

Fonte: Galileonet.it - Riferimenti: Nature Methods doi:10.1038/nmeth.1703 - Via: Wired.it

 

A dirlo è Matthew During e il suo gruppo di ricerca presso l’Ohio State University Medical Center, negli Usa, che da tempo indagano sugli effetti della socialità sulla salute. Secondo il loro ultimo studio, pubblicato su Cell Metabolism, un ambiente ricco di stimoli innescherebbe un meccanismo importante per bruciare in maniera efficace le calorie in eccesso: la trasformazione del grasso bianco (che immagazzina i lipidi) in grasso bruno (tipico dei neonati, che brucia i grassi per produrre calore). Finora solo l’esposizione a lunghi periodi di freddo sembrava in grado di attuare lo stesso processo fisiologico.

Detail-grasso bruno

La ricerca è stata condotta su alcuni topi a cui gli scienziati hanno rivoluzionato l’ambiente: gruppi di 15 o 20 individui sono stati posti in gabbie molto spaziose, attrezzate con ruote girevoli, percorsi con tunnel e labirinti, giochi in legno e materiale per costruire i nidi, oltre che con riserve illimitate di cibo e acqua. Per poter verificare e confrontare gli effetti dell’ambiente sulla salute dei topi, i ricercatori hanno mantenuto dei gruppi di controllo, ognuno costituito da 5 individui posti nelle normali condizioni di laboratorio (piccole gabbie con cibo e acqua a volontà, ma senza giochi).

Dopo quattro settimane, During ha notato che, a parità di cibo ingerito, i topi del primo gruppo non solo avevano preso meno peso rispetto agli animali di controllo –  come era logico aspettarsi – ma soprattutto avevano perduto quasi il 50 per cento del tessuto adiposo bianco addominale. Riduzione che non sembrava essere dovuta esclusivamente all’aumento di attività. Questi topi, infatti, presentavano una temperatura corporea più elevata, segnale di una maggiore quantità di energia prodotta e quindi di grasso bruno in aumento: un fattore che evita l’insorgere dell’obesità per eccessiva alimentazione.

Secondo During, l’interruttore biologico in grado di attuare questa conversione del grasso risiederebbe in un circuito neuronale che coinvolge l’ipotalamo. Un ambiente stimolante aumenta infatti la produzione di una proteina chiamata BDNF (brain-derived neurotrophic factor), implicata nel controllo dell’ingestione di cibo e nel bilancio energetico, in questa area cerebrale. L’aumento dei livelli di BDNF fa poi partire  alcuni segnali del sistema simpatico diretti alle cellule del grasso bianco. Tali segnali, a loro volta, attivano specifici geni per la produzione di grasso bruno, Prdm16 e Ucp1 (vedi Galileo: “Gli interruttori del grasso buono”).

Source: Cell Metabolism 10.1016/j.cmet.2011.06.020

 
By Admin (from 30/09/2011 @ 08:00:43, in it - Scienze e Societa, read 1640 times)

Ricreare in laboratorio il tessuto nervoso danneggiato dal morbo di Parkinson: un obiettivo  che potrebbe essere possibile a partire dalle cellule somatiche. Gli scienziati dell'Istituto Scientifico Universitario San Raffaele hanno infatti identificato tre geni che se attivati trasformano i fibroblasti, le cellule che forniscono fibre e collagene ai tessuti e ne garantiscono la struttura, in neuroni dopaminergici indotti (iDA). Questi ultimi hanno funzionalità del tutto simili a quelle delle cellule cerebrali che si trovano nella zona dell'encefalo colpita dalla malattia, chiamate per l'appunto neuroni dopaminergici. Lo studio è stato pubblicato su Nature.
Era già noto ai ricercatori che il trapianto di neuroni potesse essere parte del trattamento della malattia neurodegenerativa, ma finora l'unica sorgente utilizzabile a scopo clinico per la produzione di tessuto cerebrale era quella delle cellule staminali embrionali. Oltre a sollevare questioni etiche, in questo caso l'uso di cellule pluripotenti - se non controllato correttamente - potrebbe anche portare, secondo gli scienziati, all’insorgenza di tumori.

Per questo il gruppo di ricerca milanese ha sviluppato una nuova tecnica che si basa sulla conversione diretta di cellule del tessuto connettivo provenienti da donatori sani o dagli stessi malati di Parkinson. Tramite l'attivazione di tre geni (Mash1, Nurr1, Lmx1a) vengono codificate tre proteine che inducono i fibroblasti a differenziarsi in neuroni iDA direttamente funzionali: le cellule così ottenute presentano un'attività elettrica spontanea e rilasciano dopamina, il neurotrasmettitore la cui riduzione è responsabile dei disturbi di chi soffre della malattia.

Serviranno ulteriori ricerche per capire se questo nuovo metodo possa essere applicato nel trattamento della malattia: “I neuroni iDA presentano importanti vantaggi, come quello di poter essere generati dal paziente stesso in maniera riproducibile, in un tempo relativamente breve e senza nessun rischio di tumori - ha detto Vania Broccoli, direttore dell'Unità di Cellule Staminali e Neurogenesi del San Raffaele e coordinatore dello studio - comunque solo i prossimi studi, in via di progettazione direttamente in modelli animali della malattia di Parkinson, accerteranno se i neuroni iDA possano diventare una fonte adatta per questo tipo di utilizzo in clinica”.

Gli scienziati sono convinti che la generazione diretta di neuroni dopaminergici a partire da cellule somatiche potrebbe avere implicazioni importanti non solo nel trattamento del morbo, ma anche nella comprensione dei processi di sviluppo cerebrale, nella modellizzazione in vitro delle patologie neurodegenerative e nella creazione di terapie sostitutive per malattie simili al Parkinson.

Fonte: galileonet.it

 

Nel 2008, infatti, sono stati ben 3.284 i cicli eseguiti con gameti femminili crioconservati. A decretare il primato è il primo rapporto sull’impiego degli ovociti scongelati condotto dallo European IVF Monitoring Group (Eim) dell’Eshre (European Society of Human Reproduction and Embryology).

I dati sono stati presentati oggi, durante il 27esimo meeting annuale dell’Eshre, in corso a Stoccolma, e mostrano un enorme divario tra la nostra esperienza e quella degli altri paesi. Dopo l’Italia, infatti, seguono la Finlandia con appena 325 cicli, la Russia con 220 e la Spagna con 199 (dati sempre riferiti al 2008).

Detail-ovociti congelati

Fino a oggi il recupero di ovociti congelati non era stato monitorato a livello europeo perché, come dimostrano chiaramente i numeri, si tratta di una tecnica poco diffusa a livello globale. Da qualche tempo a questa parte, però, se ne parla sempre più: il congelamento degli ovociti, infatti, rappresenta oggi una chance di conservare la fertilità per le donne che devono sottoporsi a terapie (come quelle oncologiche) e per quelle che - per scelta personale o motivi socio-economici - decidono di ritardare il momento in cui avere un bambino.

“In Italia siamo ben consapevoli di questo primato e di questi numeri, visti gli obblighi della legge 40, che dal 2004 ha vietato la crioconservazione degli embrioni”, ha commentato Andrea Borini, direttore scientifico del centro di fecondazione assistita Tecnobios Procreazione. “In cinque anni – ha continuato Borini – il congelamento e il recupero degli ovociti crioconservati sono diventate tecniche di routine, tanto che i bambini nati in Italia da ovociti congelati dal 2005 al 2009 sono circa 1.170. Va però sottolineato che le cose stanno già cambiando. Dalla sentenza della Corte Costituzionale 151 del 2009, infatti, il numero di ovociti congelati si è ridotto a favore della crioconservazione degli embrioni, come ha rilevato anche il Registro Nazionale Pma (Vedi Galileo, "Quanti sono i figli della provetta").

Al convegno dell’Eshre sono stati anche presentati gli ultimi dati raccolti a livello mondiale (questa volta per il 2007) dall’International Committee for Monitoring Assisted Reproductive Technologies (Icmart). Ed emergono altri due primati: quello della Spagna per la sua quota del 30% delle ovodonazioni europee, e quello della Svezia per la più bassa frequenza di parti multipli (non solo in Europa, ma nel mondo, con il 7% di parti gemellari e lo 0,1% di trigemini).

“Anche per quanto riguarda le gravidanze e i parti multipli abbiamo risentito molto della legge 40”, commenta ancora Borini: “L’obbligo a impiantare contemporaneamente nell’utero tutti gli embrioni formatisi, per un numero massimo di tre, non poteva certo portare a una diminuzione delle gravidanze trigemine. La sentenza della Consulta ha però eliminato anche questo vincolo e, come conseguenza, la nostra media di parti trigemini si sta avvicinando a quella europea”.

Alla Svezia tengono testa anche la Finlandia e l’Austrialia. Nel 2007, in Spagna, l’incidenza di parti gemellari toccava il 23,8% e in Italia il 21,1%. La media europea per i parti gemellari risulta del 20,6% e per i trigemini dell’1,1%.

Ultimo sguardo all’accesso alla Pma nei vari paesi. Secondo il rapporto, i cicli che si eseguono in Francia (5.464), Italia (4.015), Spagna (3.845), Paesi Bassi (6.382), Germania (4.810) e Gran Bretagna (4.066) sono ancora bassi rispetto a quelli delle nazioni del Nord Europa, come la Svezia (9.228), la Norvegia (9.287), la Danimarca (12.712) e la Finlandia (9.291).

Fonte: galileonet.it - Riferimento: "For the first time, the European IVF Monitoring Group reports on cycles using frozen eggs" - Via Tecnobios Procreazione

 
By Admin (from 27/09/2011 @ 14:00:02, in it - Scienze e Societa, read 1541 times)

Le isole Andamane, in India, sono una meta sempre più popolare. Spiagge bianche, mare cristallino, barriere coralline. Ma il turismo, in questa parte di mondo, ha un che di kafkiano. Ogni mese, migliaia di visitatori non solo indiani, ma provenienti da tutto il mondo, percorrono la Andaman Trunk Road attratti dalla possibilità di vedere la tribù dei Jarawa, in quello che somiglia molto a uno zoo safari umano. I tour operator locali, infatti, attirano fuori dalla foresta i Jarawa con biscotti e dolciumi, per permettere ai turisti di vederli e fotografarli. Con il risultato di esporre la popolazione, che conta solo 365 individui, al rischio di malattie e di incidenti stradali.

Detail-andaman trunk

Contro l’assurdità di queste escursioni organizzate, Survival International ha lanciato una campagna di boicottaggio.
Da quando fu realizzata negli anni Settanta, la superstrada Andaman Trunk ha semplificato la vita di bracconieri, coloni e taglialegna che depredano la selvaggina della tribù e ne minacciano la sopravvivenza. I cacciatori-raccoglitori Jarawa, infatti, sono in contatto con l’esterno solo dal 1998 e hanno poche difese immunitarie contro le malattie più comuni, a causa del lungo isolamento. Non è tutto: come sottolinea Survival, nella riserva sono stati denunciati anche casi di abuso sessuale e il safari è l’ultimo di una serie di affronti inumani a questa popolazione.

Per proteggere gli Jarawa, nel 2002 la Corte Suprema dell’India ha ordinato la chiusura della strada, che però risulta tuttora aperta illegalmente, e rappresenta una meta ambita per i villeggianti. “Il viaggio nella riserva tribale era come un vero e proprio safari: stavamo nel mezzo della foresta tropicale in attesa di vedere gli animali selvatici o, per essere precisi, i Jarawa”, ha riportato un turista. I più attratti dal cibo lanciato dai passeggeri dei veicoli in marcia sulla strada sono i bambini, che spesso restano coinvolti in incidenti stradali. Per questo Survival, insieme all’associazione locale Search, chiede ai turisti di boicottare queste escursioni.

La campagna, lanciata già lo scorso anno, finora ha ottenuto un discreto successo e diversi tour operator hanno smesso di promuovere gite nella riserva degli Jarawa; autisti indipendenti e altre compagnie, però, continuano a usare la terra nativa di questa tribù come un parco safari. “Oggi chiediamo a tutti i turisti di rifiutarsi di percorrere la strada delle Andamane, tenuta aperta dall’amministrazione locale in palese sprezzo dell’ordine della Corte Suprema dell’India”, ha dichiarato Stephen Corry, direttore generale di Survival. “Nonostante le direttive, i turisti continuano a invadere il territorio dei Jarawa mettendo a rischio le loro vite e trattandoli come animali. Se la situazione non cambierà, promuoveremo un boicottaggio del turismo in tutte le Isole Andamane”, ha aggiunto Corry.

Fonte: Survival International

 
By Admin (from 24/09/2011 @ 11:00:57, in it - Scienze e Societa, read 1202 times)

Il diabete di tipo 2 ha assunto definitivamente le dimensioni di un'epidemia: ogni anno, nel mondo, ne muoiono 3 milioni di persone e 347 milioni ne soffrono (dati al 2008): circa il doppio rispetto ai 153 milioni del 1998. Solo in Cina e India colpisce 138 milioni di persone. A lanciare l'allarme è uno studio pubblicato su The Lancet e condotto da Majid Ezzati dell'Imperial College di Londra e Goodarz Danaei dalla Harvard School of Public Health, in collaborazione con l'Organizzazione Mondiale della Sanità.

Detail-diabete-cina-

Gli studiosi hanno preso in esame i dati di analisi cliniche condotte nel 2008 su 2,7 milioni di persone adulte, appartenenti a 199 paesi diversi, e li hanno confrontati con quelli del 1980. I risultati mostrano un preoccupante aumento dell'incidenza della malattia: ne soffrono il 9,8 per cento degli uomini e il 9,2 per cento delle donne, rispetto ai 8,3 e 7,5 di trent'anni fa.
Secondo lo studio, inoltre, negli ultimi anni l'incidenza del diabete è aumentata radicalmente nelle isole nelle nazioni insulari del Pacifico, che ora hanno i più alti livelli nel mondo: nelle Isole Marshall, una donna su tre e un uomo su quattro hanno il diabete. Numeri elevati si registrano anche nell'Asia Centrale e Meridionale, nei Caraibi e in America Latina, in Nord Africa e nel Medio Oriente. Infine, tra i paesi ad alto reddito, l'aumento del diabete è relativamente basso in Europa occidentale (Paesi Bassi, Austria e Francia) e più alto nel Nord America (Stati Uniti, Groenlandia).

“Questa patologia sta diventando sempre più comune quasi ovunque nel mondo. Sta superando ipertensione e colesterolemia, entrambi in diminuzione in molte regioni e rispetto ai quali il diabete è molto più difficile da prevenire e curare”, spiega Ezzati. Ma qualcosa si può fare. Per esempio – sostiene Danei – i sistemi sanitari nazionali potrebbero sviluppare programmi più efficienti per intercettare le persone che presentano una glicemia elevata e aiutarle a modificare il loro stile di vita, soprattutto dal punto di vista dell'alimentazione e dell'attività fisica.

Fonte: galileonet.it - Riferimenti: The Lancet doi:10.1016/S0140-6736(11)60679-X

 
By Admin (from 19/09/2011 @ 08:01:02, in it - Scienze e Societa, read 1742 times)

Sono grandi poco più di qualche milionesimo di millimetro, all’incirca come un virus, e si mimetizzano nel sangue per aggirare il sistema immunitario: sono le nanoparticelle create dagli scienziati dell’Università della California a San Diego, piccole molecole sintetiche che potrebbero rappresentare un’innovazione nel trattamento dei tumori. La ricerca americana è pubblicata sulla versione online di Pnas.

Detail-globuli_rossi

Quello pensato dagli studiosi californiani è un vero e proprio travestimento: alcune nanoparticelle biodegradabili, alle quali vengono legate piccole molecole di farmaci antitumorali, vengono rivestite con membrane cellulari naturali, prelevate dai globuli rossi. In questo modo i ricercatori riescono a camuffare i corpuscoli in modo da evitare la reazione del sistema immunitario nei confronti di sostanze ritenute estranee all’organismo. Così i medicinali possono raggiungere senza problemi l’area colpita dalle cellule maligne.

“È la prima volta che membrane cellulari naturali vengono legate a nanoparticelle sintetiche per il trasporto di medicinali nell’organismo”, ha detto Linagfang Zhang, ingegnere alla Jacob School of Engineering dell’Università di San Diego, a capo del gruppo di ricerca. “Questo metodo – ha aggiunto Zhang - presenta un rischio molto minore di risposta immunitaria aggressiva”.
I corpuscoli sono infatti già usati con successo in trattamenti clinici del cancro, ma di solito sono avvolti in materiali sintetici (come il glicole polietilenico): si crea artificialmente una patina protettiva che dura qualche ora e che dà il tempo al farmaco di raggiungere i tessuti malati. Con il nuovo metodo di Zhang e del suo team, invece, i medicinali riescono a circolare nell’organismo malato per quasi due giorni senza essere aggrediti dal sistema immunitario.

I ricercatori dell’Università della California non sono gli unici ad aver visto nelle nanoparticelle dei possibili agenti in incognito. In una ricerca pubblicata il 19 giugno su Nature Materials, alcuni scienziati del MIT hanno dimostrato che è possibile creare in laboratorio dei corpuscoli che comunichino tra loro all’interno dell’organismo: questa abilità migliorerebbe la loro efficienza nel trasportare i medicinali.

I ricercatori hanno studiato un nuovo sistema di veicolazione dei farmaci che si basa su due fasi successive. La prima consiste nella “ricognizione”: parte dei micro corpuscoli arriva al tumore attraverso i vasi sanguigni danneggiati intorno ai tessuti malati. Una volta giunte nell’area colpita, le nanoparticelle riscaldano il tessuto circostante, simulando una lesione e innescando così un processo di coagulazione del sangue. Le altre nanoparticelle – in numero molto maggiore – sono legate a una proteina (fibrina) che le dirige verso il coagulo: queste sono le vere trasportatrici del farmaco, che così può raggiungere il tumore con una efficacia 40 volte maggiore rispetto ai metodi attualmente usati. Un’azione congiunta che ricorda quella di una squadra ben addestrata.

Entrambe le ricerche hanno bisogno di ulteriori test. Ma questi due nuovi metodi potrebbero rappresentare un modo di migliorare la qualità della vita dei malati di cancro, velocizzando e ottimizzando le loro cure.

Fonte: galileonet.it

 
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