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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
By Admin (from 18/09/2011 @ 14:00:23, in it - Scienze e Societa, read 1784 times)

Sequenziare il genoma di 5mila insetti e altri antropodi nei prossimi 5 anni: è l’ambizioso progetto di ricerca chiamato ‘5000 insect genome project’ o brevemente i5k, presentato a marzo scorso con una lettera su Science e ora rilanciato con un’intervista ai promotori su American Entomologist.

Detail-i5k

La specie umana ha sempre avuto un rapporto di conflittualità con gli insetti: di alcune specie ha imparato a sfruttare le potenzialità, come nel caso delle api e della produzione di miele, ad altre ha dichiarato guerra, per esempio a quelle che distruggono piantagioni o che sono portatrici di malattie anche letali, come nel caso della malaria. Grazie all’analisi genetica i ricercatori sperano di poter identificare i geni che rendono gli insetti sensibili o resistenti alle sostanze chimiche, così da poter preservare le specie considerate ‘amiche’ e combattere meglio le ‘nemiche’. Svelare i punti di forza, e soprattutto i punti deboli, delle diverse specie è infatti il principale obiettivo di questo studio.

“Dall’elaborazione di questi dati speriamo di ottenere informazioni utili sui meccanismi di resistenza agli insetticidi e sui metodi di trasmissione delle malattie in modo tale da poter sviluppare dei rimedi sempre più mirati ed efficaci per controllare o addirittura eliminare il problema”, sottolinea Daniel Lawson, uno dei promotori dell’iniziativa dell’Istituto di Bioinformatica Europea.

Le tecnologie per il sequenziamento genico progrediscono rapidamente causando una diminuzione dei costi legati alla procedura: un trend che permette agli entomologi di essere fiduciosi sulla fattibilità del loro progetto. I promotori invitano i ricercatori da tutto il mondo a iscriversi al progetto e creare pagine wiki in cui segnalare gli insetti che dovrebbero essere sequenziati, quelli che eventualmente sono stati già mappati, per scambiarsi opinioni con chi sta lavorando a progetti simili.

“Stiamo cercando di contattare tutti coloro che lavorano sugli insetti per capire se avere delle informazioni sul genoma delle specie su cui stanno lavorando potrebbe aiutarli”, ha dichiarato Susan J. Brown, della Kansas State University. "Pochi ricercatori stanno lavorando sulla trascrittomica, cercando di capire cioè perché alcuni geni vengono trascritti in certi contesti, condizioni ambientali o periodi della vita. Analizzare l’intero genoma di numerose specie ci aiuterà a capire le differenze mettendo a confronto questi geni e non studiandoli in un solo organismo”.

Fonte: galileonet.it

 

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Eppure, solo in Italia, ci sono oltre 3.000 persone per le quali le pillole blu non funzionano. Le cause più frequenti di questi tipi di impotenza grave sono la chirurgia oncologica invasiva (per tumori alla prostata, alla vescica e al basso intestino, per esempio), le malattie cardiovascolari, il diabete o gravi disfunzioni veno-occlusive. O, ancora, traumi midollari per incidenti stradali. In questi casi, le protesi peniene sono l’unica soluzione per recuperare la funzione sessuale e, con essa, la possibilità di procreare. Nonostante questo, l’operazione viene accettata solo da una persona su sei, a causa di pregiudizi e tabù.

Per restituire a queste persone una buona qualità di vita e spezzare il veto sociale sull’impianto protesico, la Società Italiana di Andrologia (Sia) ha organizzato un convegno a 360 gradi su questo tema (“Disfunzione erettile e chirurgia protesica. La strategia che salva a vita di copia nella disfunzione erettile grave”, Modena, 18 giugno) che ha visto riuniti gli specialisti del settore e le associazioni di pazienti. La Sia ha anche lanciato una campagna d’informazione: dal 19 giugno, è possibile porre le proprie domande all’indirizzo di posta elettronica iochiedo@chirurgiaprotesica.andrologia-mers.com.

Con l’indice di gradimento più elevato tra i pazienti (9 su 10, contro 5 su 10 tra chi usa farmaci e 4 su 10 tra chi ricorre alle iniezioni intracavernose, secondo i dati di uno studio pubblicato su Journal of Urology nel 2003), le protesi peniene sono ormai totalmente invisibili, hanno una durata di oltre 10 anni e, grazie all'uso di nuovi materiali che contengono antibatterici, le infezioni si verificano solo in una percentuale molto bassa di casi. In Germania se ne impiantano circa 1.500 l’anno, in Francia 900, mentre in Italia appena 500. Una possibile causa di questo numero è anche il costo (fino a 8.000 euro), a carico del paziente. Solo alcune regioni, infatti, rimborsano l’operazione, altre strutture pubbliche fanno comprare la protesi al paziente. "Una situazione al limite del legale", denuncia Edoardo Pescatori, coordinatore della sezione regionale Marche - Emilia Romagna - San Marino della Sia: "Perché è un limite a una possibilità di cura, spesso citata a torto come ultima spiaggia, e che invece può restituire la dignità alle persone".

Fonte: galileonet.it

 
By Admin (from 14/09/2011 @ 11:00:18, in it - Scienze e Societa, read 1275 times)

Tante infatti sono quelle che ogni individuo eredita dal padre e dalla madre, in misura diversa da ciascuno dei due. A ridimensionare il numero di “errori” presenti nel Dna di ciascuno rispetto a quello dei propri genitori, finora valutato intorno ai 100-200, sono stati i ricercatori del Wellcome Trust Sanger Institute, insieme a quelli dell’Université de Montreal, della North Carolina State University e del Broad Institute of Harvard and MIT. Il loro studio, descritto sulle pagine di Nature Genetics, rappresenta la prima conta diretta del numero di mutazioni – che hanno luogo durante il processo di formazione di ovuli e spermatozoi e quindi assenti nelle altre cellule dei genitori - passate direttamente da un padre o una madre a un figlio.

Detail-mutazioni genetiche

Tali mutazioni sono molto rare, mediamente una ogni 100 milioni di lettere del Dna e solo un’analisi completa del genoma umano di un individuo e il suo confronto con quello dei genitori consente di identificarle. Tanto hanno fatto i ricercatori.

Per prima cosa gli studiosi hanno prelevato dalla banca dati del 1000 Genome Projects (vedi anche Galileo) i codici genetici dei membri di due diverse famiglie composte da due genitori e un unico figlio. Successivamente hanno analizzato quello di quest’ultimo e, una volta individuate tutte le mutazioni, le hanno distinte tra quelle che hanno avuto luogo durante la vita dell’individuo e quelle avvenute durante la produzione delle cellule germinali. Il Dna dei figli è stato poi confrontato con quello dei rispettivi genitori per individuare eventuali differenze. I risultati hanno mostrato che in una famiglia il 92 per cento delle 60 circa mutazioni riscontrate proveniva dal genoma paterno, mentre nell’altra solamente il 36 per cento.

E questa, dopo l’esiguo numero di errori, è stata la seconda sorpresa per i ricercatori. “Molti si aspettano che la maggior parte delle mutazioni provengano dal Dna paterno a causa del maggior numero di volte che questo deve essere copiato per la formazione di uno spermatozoo, rispetto a quanto avviene per l’ovulo”, racconta Matt Hurles co-leader dello studio.
 
Fonte: Galileonet.it - Riferimenti: Nature Genetics doi:10.1038/ng.862

 

Per lo meno nel diamante mandarino (Taeniopygia guttata), un piccolo uccello australiano, monogamo. Gli individui di entrambi i sessi di questa specie tendono ad avere rapporti “extra-coniugali”, ma nel caso delle femmine la colpa sarebbe di alcuni geni trasmessi da un progenitore maschio. Alcuni ricercatori del Max Planck Institute for Ornithology (Seewiesen, Germania) hanno infatti dimostrato, in uno studio pubblicato su Pnas, che le femmine infedeli condividono alcune varianti geniche (alleli) con i loro parenti che adottano comportamenti simili.

Detail-tradimento-diamante-mandarino

La tendenza al tradimento, da parte di entrambi i partner, è stata osservata in diverse specie animali, anche in presenza di coppie stabili e durature. Gli scienziati riescono a spiegare facilmente il tradimento di un individuo maschio con l'incremento del proprio successo riproduttivo legato a un maggior numero di figli. Tuttavia meno semplice è capire le motivazioni di una femmina, che da un tradimento avrebbe molto da perdere, in primo luogo la mancanza di aiuto del partner nella cura della prole. Tra le ipotesi avanzate per risolvere l'enigma, c'è anche quella alla base dello studio tedesco: l'ereditarietà. Secondo questa tesi, il comportamento fedifrago potrebbe essere determinato da alcuni alleli che sono selezionati positivamente nei maschi, e poi trasmessi alla prole, figlie femmine incluse.

Partendo da questa teoria, i ricercatori hanno studiato 1500 esemplari di diamante mandarino - appartenenti a cinque generazioni consecutive - cercando un'eventuale correlazione genetica in maschi e femmine della stessa popolazione con la tendenza ad avere rapporti al di fuori della coppia. Gli scienziati, grazie a un sistema video, hanno seguito i comportamenti di corteggiamento e di accoppiamento degli uccelli, e in seguito hanno stabilito la paternità della prole con un test genetico.

I risultati della ricerca hanno mostrato che effettivamente una correlazione genetica esiste: padri promiscui tendono a generare figlie promiscue. Come spiegano i ricercatori, quindi, tale comportamento potrebbe essersi evoluto come risultato di una selezione parentale. Inoltre, secondo gli stessi autori, una spiegazione simile, secondo cui cioè la tendenza all'infedeltà sarebbe ereditaria, potrebbe spiegare la propensione al tradimento anche nell'uomo e nella donna.

Fonte: Galileonet.it - Riferimenti: Pnas doi: 10.1073/pnas.1103195108

 

Se pensavate che il laser fosse una prerogativa della fisica e dell’ingegneria dovrete ricredervi: va conteggiata anche la biologia. I ricercatori dell’ Harvard Medical School, capeggiati da Seok-Hyun Yun e Malte Gather, sono infatti riusciti per la prima volta a creare un laser vivente. Gli ingredienti? Una cellula umana, una proteina fluorescente di una medusa e due piccoli specchi, il tutto assemblato insieme per produrre un fascio laser verde visibile a occhio nudo. La scoperta, che potrebbe migliorare le tecniche di imaging, è stata presentata sulle pagine di Nature Photonics.

Detail-laser-vivente

Perché un laser (l’acronimo per Light Amplification by Stimulated Emission of Radiation, ovvero amplificazione luminosa per mezzo di emissione stimolata di radiazioni) sia considerato tale è necessari che soddisfi due requisiti: primo, deve avere un mezzo che permetta di amplificare la luce (come gas e cristalli); secondo, deve essere presente una cavità ottica (due specchi, uno riflettente e uno semiriflettente, che racchiudano il mezzo di amplificazione) all’interno della quale la radiazione possa rimbalzare e allinearsi, fino a emergere in uno stretto fascio di luce.

Per il loro laser biologico, i ricercatori dell’Harvard Medical School hanno sostituito il mezzo di amplificazione con una proteina estratta dalla medusa Aequorea victoria, la Green Fluorescent Protein (Gfp, ampiamente utilizzata in biologia molecolare come tracciante luminoso, perché emette luce verde se illuminata con radiazione bluastra). La Gfp è stata quindi inserita, tramite tecniche di ingegneria genetica, all’interno di una cellula embrionale umana di rene, a sua volta montata all’interno di una camera ottica larga appena 20 micrometri.

Una volta costruito il laser, i ricercatori non hanno dovuto far altro che accenderlo: illuminando la cellula con luce blu, la GFP ha cominciato a emettere una radiazione verde, che rimbalzando all’interno della cavità ottica, si è allineata fino a emergere come uno stretto fascio di luce dallo specchio semiriflettente. Inoltre, durante il periodo in cui il laser biologico è stato acceso, la cellula non è stata affatto danneggiata dal processo di emissione stimolata di radiazione.

La tecnica potrebbe essere utilizzata per rivoluzionare i metodi di imaging, sia a livello della singola cellula laser (la luce emessa dipende dalla struttura e dalla composizione della cellula stessa) sia a livello dei tessuti e degli organi. In questo caso infatti, se in futuro fosse possibile creare dei laser viventi all’interno degli organismi, si potrebbero ottenere immagini più dettagliate rispetto a quelle oggi disponibili con la tomografia ottica a radiazione coerente (Oct).

Riferimenti: wired.it - Credits immagine: Malte Gather

 
By Admin (from 10/09/2011 @ 08:00:23, in it - Scienze e Societa, read 1147 times)

Il 6 giugno 2011 la Società Italiana della Contraccezione (SIC) e la Società Medica Italiana per la Contraccezione (SMIC) hanno redatto un documento comune, dal titolo “Position paper sulla contraccezione d’emergenza per via orale”.

Il documento illustra in primo luogo la definizione di contraccezione d’emergenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: “La contraccezione d’emergenza si definisce come “metodica contraccettiva”, poiché può solo prevenire e non interrompere una gravidanza”. Va assunta in caso di un rapporto sessuale non protetto o nel caso in cui sia stato usato scorrettamente un altro mezzo contraccettivo. L’effetto sarà inversamente proporzionale al tempo trascorso tra il rapporto a rischio e l’assunzione del farmaco.

Dopo le descrizioni tecniche sulle confezioni disponibili in Italia e autorizzate dall’Aifa, il documento si sofferma sulla questione più importante: come funziona la contraccezione d’emergenza. Nel paragrafo intitolato “Meccanismo d’azione della contraccezione d’emergenza” si afferma: “È ampiamente dimostrato che il LNG [levonorgestrel], quando somministrato in fase preovulatoria, interferisce con il processo ovulatorio, per inibizione o disfunzione dello stesso, e previene quindi la fertilizzazione. In particolare, se somministrato prima del picco preovulatorio di LH, È in grado di impedire l’ovulazione nella maggior parte dei casi. Inoltre, è stato evidenziato che nelle donne che assumono il LNG quando i parametri clinici, ecografici ed ormonali sono diagnostici di ovulazione già avvenuta, il LNG non ha alcun effetto. È evidente quindi che il LNG non interferisce con l’impianto dell’embrione, una volta avvenuta la fertilizzazione; ciò, non causa aborto, né è in grado di danneggiare una gravidanza in atto” (il corsivo è mio).

Non esiste una normativa ad hoc e, in modo condivisibile, il documento rimanda a due leggi: quella del 1975 sui consultori familiari (legge 405 del 29 luglio 1975; prima di allora i contraccettivi erano illegali) e quella del 1978 sulla interruzione volontaria di gravidanza (legge 194 del 22 maggio 1978). Queste leggi garantiscono l’accesso ai mezzi contraccettivi. Non solo: il Comunicato del Ministero della Sanità n. 254 del 1 novembre 2000 afferma esplicitamente che “l’uso di questa pillola non viola la legge dello Stato…il farmaco oggi a disposizione…si concretizza come un mezzo di prevenzione dell’aborto e sottrae la donna al rischio di trovarsi di fronte a scelte drammatiche”.

E ancora “nel documento di schema d’Intesa Stato–Regioni per una migliore applicazione della Legge 194, del 15 febbraio 2008, in cui si sottolinea la necessità di:

- Garantire congruo orario di apertura del Servizio Consultoriale, anche prevedendo l’accoglienza senza appuntamento, con carattere di precedenza, per alcune richieste come: contraccezione d’emergenza, inserimento di IUD, richiesta di certificazione urgente per interruzione volontaria di gravidanza;

- Prevedere la prescrizione della “contraccezione d’emergenza”, oltre che nei servizi consultoriali, anche nei Pronto Soccorso e nei servizi di continuità assistenziale (guardia medica).

Ben definito è quindi il diritto della donna alla prescrizione della contraccezione d’emergenza”.

Non è controversa nemmeno la possibilità di prescrivere e somministrare la contraccezione d’emergenza alle minori, ma è oggetto di discussione l’età minima - che per molti è 13 anni, età segnalata dalla legge 66/1996 sulla violenza sessuale (“non è punibile il minorenne che, al di fuori delle ipotesi previste nell’art. 609-bis, compie atti sessuali con un minorenne che abbia compiuto gli anni 13, se la differenza di età tra i soggetti non è superiore ai tre anni”).

Il documento nomina anche l’obiezione di coscienza e i due documenti del Comitato Nazionale per la Bioetica al riguardo (la Nota sulla contraccezione d’emergenza del 2004 e il parere del 2011 che commenteremo in seguito). Non è però affatto chiaro il motivo per cui sarebbe lecito sottrarsi alla prescrizione o alla vendita, nel caso dei farmacisti, di un contraccettivo. O meglio, sembra essere difficilmente giustificabile senza violare il diritto di procurarsi un prodotto legale e che non può essere neanche più accusato di provocare un aborto né di avere un effetto sull’ovocita fecondato e non ancora impiantato (sull’impianto si gioca la possibilità di indicare l’inizio della gravidanza: la questione però cade in questo caso, perché il levonorgestrel non ha effetto in entrambi i casi).

Il paper si chiude con alcune indicazioni tecniche e la bibliografia, ricca di riferimenti e particolarmente utile per evitare una pessima abitudine: esprimere un parere senza conoscere la letteratura, in questo caso medica e scientifica, in proposito.

Perché questo paper è importante? Perché molte volte i farmacisti si sono rifiutati di vendere la cosiddetta pillola del giorno dopo e alcuni medici di prescriverla. Come si ricorda nel comunicato stampa sul paper “Le difficoltà per le donne di reperire la ricetta per il contraccettivo d’emergenza sono state confermate anche di recente dal rapporto “Sos Pillola del giorno dopo” dell’Associazione Vita di Donna, dal quale emerge che oltre il 50% delle circa 8.000 persone che si sono rivolte al servizio in 3 anni lo ha fatto dopo essersi visto negare la prescrizione del farmaco. Secondo i dati raccolti, tra i medici che hanno rifiutato la ricetta il 34% lavora al pronto soccorso, il 30% alla guardia medica il 25% nei consultori e l’11% sono medici di famiglia”.

Perché il Comitato Nazionale per la Bioetica si è espresso nell’ultimo parere giocando sulla incertezza dell’effetto contraccettivo - come escludere l’effetto abortivo? Perché, come già sottolineato, il dibattito è caratterizzato spesso dall’ignoranza dell’oggetto di cui si discute e sul quale si dovrebbe decidere l’ammissibilità morale (e poi legale).

Alcuni documenti renderanno più chiaro il panorama in cui questo paper cerca di mettere ordine e la necessità di far conoscere il contenuto. Prima di tutto è utile ricordare quanto stabilito in Pichon and Sapious v. France (Corte europea dei diritti umani, 7 giugno 1999): la Corte ha stabilito che un farmacista che rifiuta di vendere i contraccettivi non può imporre la propria visione del mondo agli altri e che il diritto alla libertà religiosa - diritto individuale sacrosanto e strettamente intrecciato alla coscienza - non garantisce il diritto di comportarsi pubblicamente secondo le proprie credenze. “As long as the sale of contraceptives is legal and occurs on medical prescription nowhere other than in a pharmacy, the applicants cannot give precedence to their religious beliefs and impose them on others as justification for their refusal to sell such products, since they can manifest those beliefs in many ways outside the professional sphere”. Quando decido di fare il farmacista, o il medico o l’avvocato, la mia coscienza individuale non può pretendere di essere quella cui tutti gli altri dovrebbero sottostare o conformarsi. La scelta di una professione implica dei doveri e la considerazione che stiamo agendo su un piano pubblico in cui non possiamo agire egoisticamente e autisticamente. In un caso del genere invocare la libertà di coscienza è disonesto.

L’ultimo parere del Comitato Nazionale per la Bioetica sulla cosiddetta pillola del giorno dopo nasce così: “Lo scorso 25 febbraio, sollecitato da un quesito del deputato Udc Luisa Capitanio Santolini, al Comitato Nazionale per la Bioetica è stato chiesto di esprimersi riguardo alla possibilità per i farmacisti di fare obiezione di coscienza sulla cosiddetta pillola del giorno dopo, ovvero sulla possibilità di non vendere quei farmaci di emergenza «per i quali nel foglio illustrativo non si esclude la possibilità di un meccanismo d’azione che porti all’eliminazione di un embrione umano»”, ma i recenti studi, come abbiamo visto, sì, lo escludono eppure sono ignorati da Santolini e dai sostenitori della obiezione di coscienza.

“Il farmacista - continua il parere del Comitato Nazionale per la Bioetica - in quanto cittadino in una società democratica caratterizzata dal pluralismo etico, ha il diritto di non compiere una azione, indicata come scientificamente capace in determinate circostanze fisiologiche di impedire lo sviluppo di un embrione umano, quando questa confligga con i propri convincimenti morali circa il rispetto e la tutela che sono dovuti all’essere umano sin dall’inizio del suo sviluppo”.

Ma in quanto farmacista? Nessuno lo chiede solo in quanto cittadino, ma in quanto farmacista - ruolo liberamente scelto e che non può non avere regole e doveri, a meno che non si scelga di introdurre nella società civile e nella organizzazione dello Stato la legge dell’arbitrio. Proprio come i ristoranti o gli alberghi - e chi vi lavora - devono rispettare regole e doveri, i medici e i farmacisti devono mettere da parte la pretesa paternalistica di imporre il proprio punto di vista. Naturalmente vi saranno argomenti controversi, ma la contraccezione non sembra poter rientrare tra questi.

Almeno il Comitato Nazionale per la Bioetica vede il rischio: “Se si riconoscesse sul piano legislativo al farmacista il diritto all’obiezione di coscienza - attraverso il rifiuto di spedire prescrizioni mediche della c.d. pillola del giorno dopo - gli si conferirebbe una duplice facoltà: da un lato, di censurare l’operato del medico cui risale la prescrizione, che si presume redatta “in scienza e coscienza”; dall’altro, di interferire nella sfera privata e più intima della donna impedendone di fatto l’autodeterminazione. In entrambi i casi si deve rilevare come si crei una lesione dell’altrui diritto, con eventuali rischi - anche gravi - per la salute psicofisica della donna. Il farmacista, lungi dal rivestire un ruolo secondario e indiretto, finirebbe con l’assumere un ruolo decisionale, supervisionando la valutazione del medico e le scelte della donna senza un’approfondita conoscenza delle complessità delle ragioni e delle condizioni - mediche e esistenziali - che hanno motivato l’uno e l’altra”. Tuttavia non sembra preoccuparsene, lasciando ad altri il compito di pensare ai mezzi per garantire il diritto del richiedente e sorvolando sull’effetto esclusivamente contraccettivo.

Qualche anno fa Ellen Goodman sottolineava un altro aspetto importante (Dispensing Morality, The Washington Post, April 9, 2005), ovvero la pretesa di sottrarsi al proprio dovere senza pagare le conseguenze: “Indeed, in a conflict between your job and your ethics, you can quit. It happens every day. When Thoreau refused to pay taxes as a war protest, remember, he went to jail. What the pharmacists and others are asking for is conscience without consequence. The plea to protect their conscience is a thinly veiled ploy for conquest. [...] the drugstore is not an altar. The last time I looked, the pharmacist’s license did not include the right to dispense morality”.

Insomma nel caso della contraccezione d’emergenza, la libertà di coscienza non c’entra nulla con l’esercizio della obiezione di coscienza. Se non consideriamo i doveri professionali derivanti da una libera scelta, trasformiamo l’esercizio della nostra libertà in privilegio e oppressione moralistica.
Ma soprattutto, il paper mette fine alla discussione - protrattasi già troppo a lungo - sul meccanismo d’azione della cosiddetta pillola del giorno dopo.

A questo punto i sostenitori della possibilità di fare obiezione di coscienza sulla contraccezione d’emergenza dovranno inventare qualche altra scusa per giustificare il sottrarsi a un dovere professionale.

Fonte: galileonet.it

 

I meccanismi di causa-effetto non sono noti, ma ormai si conoscono almeno 60 geni coinvolti. Ora quattro nuovi studi, apparsi su Neuron e su Science Translational Medicine, aggiungono importanti mutazioni alla lista.

Detail-genetica autismo

Si tratta delle cosiddette variazioni nel numero di copie (Cnv) di uno stesso gene (che normalmente è ripetuto anche molte volte lungo uno stesso cromosoma): ciò che accade è che pezzetti di Dna vengono duplicati (come in un copia e incolla) oppure cancellati durante la replicazione del genoma. I ricercatori del Cold Spring Harbor Laboratory di New York e della Yale University (New Haven), indipendentemente, hanno individuato centinaia di nuove mutazioni Cvn implicate nello sviluppo dei disturbi autistici, e ne hanno confermate molte altre già note. Anche in passato, infatti, erano state indagate mutazioni di questo tipo (vedi Galileo). Questa volta, però, sono stati analizzati esclusivamente i genomi di famiglie con un solo caso di autismo, in cui manca quindi la componente ereditaria.

Gli scienziati hanno confrontato il genoma di bambini con Dsa con quello dei familiari sani, utilizzando la tecnica del “gene-chip”, che permette di trovare le caratteristiche genetiche che accomunano gli individui affetti da autismo. Entrambi gli studi hanno evidenziato l’esistenza di numerose mutazioni Cnv sporadiche, che si presentano cioè una sola volta nel campione, e di altre che sono invece ricorrenti. È stata inoltre riscontrata una forte associazione tra le mutazioni sui cromosomi 16 e 7 e la presenza della malattia. In particolare, i ricercatori hanno osservato che variazioni nella regione p11.2 del cromosoma 16 sembrano determinare, da sole, più dell’1% dei casi di autismo: si tratta di un valore statisticamente significativo se si considera che, tra le persone affette dalla patologia, raramente vengono rilevate mutazioni analoghe sugli stessi geni. E c’è di più: la perdita di geni in quelle stesse regioni è nota per essere correlata a personalità particolarmente inclini alla socialità. “Aver trovato le prove che l’aumento di materiale genetico in una particolare posizione porta alla minore socialità tipica dei Dsa, mentre la perdita di tale materiale comporta esattamente l’effetto opposto è particolarmente eccitante”, ha sottolineato Matthew W. State della Yale Univerisity.

Un altro importante pezzo del puzzle lo hanno poi aggiunto i ricercatori della Columbia University. Invece che concentrarsi sui geni, gli studiosi sono andati a guardare le interazioni tra le proteine che questi esprimono e le altre proteine dell’organismo. La sorpresa è stata scoprire che la rete di relazioni è la stessa per tutte le mutazioni legate all’autismo analizzate. Non solo: questa rete è implicata nello sviluppo del cervello e, se alterata, viene compromessa la corretta formazione di neuroni e sinapsi. “Questa analisi – scrivono i ricercatori – supporta l’ipotesi che l’alterazione nella creazione delle sinapsi sia al cuore dell’autismo”.

Alla stessa conclusione sono arrivati i genetisti del Baylor College of Medicine e del Jan and Dan Duncan Neurological Research Institute del Texas Children's Hospital. Anche in questo caso, infatti, è emerso che le interazioni tra le proteine prodotte dai geni mutati e le altre proteine dell’organismo, modificando le stesse funzioni biologiche, determinano disturbi comportamentali simili.

Fonte e riferimenti: galileonet.it

 

Ma allora, perché non adattare le metodologie d’indagine usate nelle telecomunicazioni allo studio di questo organo? Lo hanno fatto ricercatori del Rotman Research Institute del Baycrest Centre, in Canada, scoprendo che il tempo che intercorre tra il rilascio di un messaggio e l’altro è indicativo dell’attività delle aree cerebrali. Lo studio è pubblicato su PLoS Computational Biology.

Detail-cervello eeg

Nelle telecomunicazioni, uno degli indicatori più significativi per valutare l’efficienza della rete è il tempo che intercorre tra la partenza di due messaggi consecutivi in corrispondenza di ogni nodo. Questo intervallo temporale, che dipende dalla natura dei dati e dal modo in cui vengono elaborati, descrive il flusso di informazioni attraverso la rete. Partendo da questo modello, i ricercatori hanno registrato con l’elettroencefalogramma (Eeg) l’attività del cervello di 56 volontari a riposo in due condizioni: a occhi chiusi e a occhi aperti. Dal momento che i picchi dell’Eeg indicano l’attività dei neuroni, possono essere considerati come i momenti in cui parte un messaggio. E di conseguenza il tempo tra due picchi può dare una misura dell'attività di una determinata area.

Analizzando gli intervalli temporali tra un invio e l’altro, è emerso che i periodi dipendono sia dalla regione cerebrale sia dalla condizione. Per esempio, in chi ha tenuto gli occhi aperti, l’intervallo nella regione occipitale - che elabora gli stimoli visivi - risultava inferiore che non in chi ha tenuto gli occhi chiusi. D’altra parte, in entrambe le condizioni si sono registrati tempi simili a livello delle regioni parietali che, presiedendo a funzioni cognitive complesse come il linguaggio, non erano attive durante la sperimentazione.

Per i ricercatori, l’intervallo di tempo tra l’invio di un messaggio e l’altro è un indicatore affidabile dell’attività cerebrale e può servire ai neuroscienziati per studiare lo sviluppo del cervello, il suo invecchiamento e le patologie che compromettono il flusso di informazioni eliminando nodi o disintegrando parte della rete.

Riferimento: doi:10.1371/journal.pcbi.1002065 - Fonte: galileonet.it

 

Si parlano l’uno su un cellulare panamense, l’altro con una scheda wind intestata a tale Ceron Caceres, cittadino peruviano. L’uno e l’altro sono Valter Lavitola e Silvio Berlusconi. Entrambe le schede sono un’idea del direttore dell’Avanti, che poche settimane prima ha consegnato a Palazzo Grazioli le sim card e i telefoni che poi il premier userà con lui. “Tra qualche mese me ne vado …vado via da questo paese di merda…di cui…sono nauseato…punto e basta…”. Comincia così lo sfogo del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in una conversazione intercettata la sera del 13 luglio scorso.

Secondo il gip di Napoli – che ha disposto l’arresto dello stesso Lavitola, di Giampaolo Tarantini e della moglie per estorsione a Berlusconi – la conversazione in questione è “rilevante” in quanto attesta la “speciale vicinanza” tra il premier e Lavitola e la “natura dei rapporti” tra i due, “rivelandosi Lavitola impegnato sostanzialmente quale attivo e riservato ‘informatore’ su vicende giudiziarie che, benché riguardanti terzi, appaiono di specifico e rilevante interesse dello stesso Berlusconi”.

Viene quindi riportato il contenuto della conversazione nella quale, scrive il gip, “al di là del merito delle considerazioni che provengono dal Lavitola, è soprattutto di procedimenti giudiziari che egli discorre, riferendosi in particolare a quello condotto qui a Napoli sulla cosiddetta ‘P4′ nonché ad altri potenziali procedimenti riguardanti fatti accaduti a Bari e di cui il Lavitola sembra avere notizie”.

E’ Berlusconi a contattare Lavitola sull’utenza panamense di quest’ultimo alle ore 23 e 14 del 13 luglio facendosi introdurre da un tale Alfredo. La telefonata dura più di 13 minuti, durante i quali si parla di vari argomenti, in particolare di vicende giudiziarie..

”Anche di questo – sostiene un Berlusconi che sembra essere molto consapevole che la telefonata sia intercettata – non me ne può importare di meno… perché io …sono così trasparente..così pulito nelle mie cose..che non c’è nulla che mi possa dare fastidio..capito?..io sono uno..che non fa niente che possa essere assunto come notizia di reato…quindi..io sono assolutamente tranquillo…a me possono dire che scopo..è l’unica cosa che possono dire di me…è chiaro?..quindi io..mi mettono le spie dove vogliono..mi controllano le telefonate..non me ne fotte niente…io..tra qualche mese me ne vado per i cazzi miei…da un’altra parte e quindi…vado via da questo paese di merda…di cui…sono nauseato…punto e basta…”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

 
By Admin (from 03/09/2011 @ 08:00:58, in it - Scienze e Societa, read 1190 times)

Valter Lavitola, direttore ed editore dell’Avanti, imprenditore ittico, vasti interessi in Sudamerica, massone, grande amico di Fabrizio Cicchitto e di Sergio De Gregorio, animatore delle feste del premier a Tor Crescenza durante l’estate del 2010, nonché dossieratore di Fini nel caso Montecarlo.

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Giusto per ricordare chi è l’uomo a cui Berlusconi versava 20 mila euro al mese (da passare a Tarantini) e a cui il 13 luglio scorso Berlusconi confidava di voler "lasciare questo Paese di merda".

"L’Italia è il Paese che amo" (Berlusconi, 1994)

"Paese di merda" (Berlusconi 2011).

Sarà mica che nel frattempo ha governato quasi sempre lui?

Autore: Alessandro Gilioli - Fonte: PIOVONO RANE

 
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