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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Una ricerca, condotta da Cnr, Università Statale di Milano, Universita degli studi Milano - Bicocca, Politecnico di Milano e Università dell’Insubria si guadagna la copertina di Biological Psychiatric. Lo studio dimostra che dei topi privi del recettore per l’ossitocina mostrano alterazioni della memoria sociale e una ridotta flessibilità cognitiva. Non solo: presentano anche alcuni sintomi del disturbo autistico. Lo studio ha evidenziato che la somministrazione di ossitocina e vasopressina è in grado di trattare i disordini riscontrati anche in giovani animali adulti, confermando il ruolo fondamentale che questi ormoni hanno nel comportamento sociale (Mariaelvina Sala, Daniela Braida, Daniela Lentini, Marta Busnelli, Elisabetta Bulgheroni, Valeria Capurro, Annamaria Finardi, Andrea Donzelli, Linda Pattini, Tiziana Rubino, Daniela Parolaro, Katsuhiko Nishimori, Marco Parenti, Bice Chini - Pharmacologic Rescue of Impaired Cognitive Flexibility, Social Deficits, Increased Aggression, and Seizure Susceptibility in Oxytocin Receptor Null Mice: A Neurobehavioral Model of Autism; doi:10.1016/j.biopsych.2010.12.022).

I ricercatori del Sanford Burnham Medical Institute e dell’INSPE-San Raffaele di Milano hanno individuato in Sox2 il gene responsabile della trasformazione delle cellule staminali della cresta neuronale in neuroni completamente differenziati. Nello studio, pubblicato su Cell Stem Cell, il team, guidato da Terskikh del Sanford-Burnham Medical Research Institute (Sanford-Burnham) in collaborazione con Stefano Pluchino dell’INSPE- San Raffaele di Milano, ha mostrato che solo le cellule staminali della cresta neurale che esprimono Sox2 diventano poi neuroni. Le staminali della cresta neurale che rimangono prive di Sox2 si differenziano in altri tipi di cellule (Cimadamore F, Fishwick K, Giusto E, Gnedeva K, Cattarossi G, Miller A, Pluchino S, Brill LM, Bronner-Fraser M, Terskikh AV.  Human ESC-Derived Neural Crest Model Reveals A Key Role For SOX2 In Sensory Neurogenesis; doi: 10.1016/j.stem.2011.03.011).

Sul Journal of Neuroscience i ricercatori del laboratorio di Psicofisiologia del sonno della Sapienza e dell’Associazione Fatebenefratelli per la Ricerca (AFaR), insieme a ricercatori delle università dell’Aquila e di Bologna, fanno luce sui meccanismi elettrici e sulle aree cerebrali che permettono di ricordare (e a volte dimenticare) quello che abbiamo sognato durante la notte. In particolare gli studiosi hanno mostrato che solo se la corteccia cerebrale presenta oscillazioni elettriche lente (con una frequenza da 5 a 7 Hz, chiamate onde theta) durante la fase REM del sonno, le persone ricorderanno il sogno appena prima del risveglio (Cristina Marzano, Michele Ferrara, Federica Mauro, Fabio Moroni, Maurizio Gorgoni, Daniela Tempesta, Carlo Cipolli, Luigi De Gennaro - Recalling and Forgetting Dreams: Theta and Alpha Oscillations during Sleep Predict Subsequent Dream Recall; doi:10.1523/JNEUROSCI.0412-11.2011).

Sempre sul Journal of Neuroscience compare un studio realizzato dal Dipartimento di Neuroscienze e Neurotecnologie dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) e dall’Università di Genova. Secondo la ricerca, modulando l’intensità dei segnali elettrici nel cervello potrebbe essere possibile attivare i neuroni in modo parziale. Nello studio, dal titolo “Influence of GABA A R Monoliganded States on GABAergic Responses”, i ricercatori hanno analizzato l’intensità degli stimoli indotti dal neurotrasmettitore a funzione inibitoria GABA (γ-amino butyric acid), scoprendo che è possibile attivare i recettori dedicati anche in modo parziale, cioè attraverso una sola molecola di GABA, invece che due (doi:10.1523/JNEUROSCI.1453-10.2011).

Sull’edizione on line di Pnas (Proceedings of the National Academy of  Sciences) è stata invece pubblicata la ricerca condotta dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli sul meccanismo di percezione della luce dei ricci marini. Secondo lo studio, in questi animali, che non possiedono un sistema nervoso centrale, ad assolvere la funzione di un “occhio composito” sono decine di migliaia di cellule fotorecettrici (Sp-Opsin4) solo ora identificate. Lo studio è stato condotto in collaborazione con l’Università di Bonn (Esther M Ullrich-Lüter, Sam Dupont, Enrique Arboleda, Harald Hausen, Maria Ina Arnone - Unique system of photoreceptors in sea urchin tube fee; doi:10.1073/pnas.1018495108).

Segnaliamo, infine, che il fisico Erio Tosatti, docente della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (Sissa) di Trieste, è stato appena eletto membro della National Academy of Sciences degli Stati Uniti d'America, di cui hanno fatto parte Albert Einstein, Robert Oppenheimer, Thomas Edison, Orville Wright e Alexander Graham Bell. Altri italiani membri dell’Accademia sono Rita Levi Montalcini e Giorgio Parisi.

Fonte: galileonet.it

 

Secondo il chirurgo italiano uno dei fattori scatenanti la sclerosi multipla sarebbe un’anomalia a livello venoso (CCSVI), risolvibile tramite un intervento di angioplastica. Nel commento di Roger Chafe del Memorial University of Newfoundland si parla del Canada, uno dei paesi, insieme all'Italia, dove il dibattito è più acceso.E dove i pazienti premono di più sulla comunità scientifica perché accolga l'ipotesi Zamboni.

In Canada, infatti, la teoria del medico ferrarese ha avuto un’ampia diffusione mediatica, ma è rimasta fuori dai consessi scientifici. Né la Multiple Sclerosis Society of Canada (MSSC), né gli enti di ricerca indipendenti sparsi sul territorio, infatti, hanno dato inizio a trial clinici per verificare l’efficacia del trattamento chirurgico. E, ovviamente, non hanno dato il loro benestare a eseguire le angioplastiche sui malati. La posizione dei medici e delle società scientifiche canadesi è chiara: in assenza di evidenze certe, lo sviluppo di trial interventistici potrebbe essere troppo rischioso per i pazienti. Per ora, la MSSC si limita a finanziare studi osservazionali per verificare l’associazione tra le due patologie, proprio come sta facendo in Italia l’Aism-Fism.

C’è un risvolto della medaglia: alcuni pazienti hanno fatto le valigie e sono partiti diretti verso cliniche private estere per sottoporsi a interventi di angioplastica. Non senza rischi. Nel frattempo i sostenitori del metodo Zamboni hanno continuato a crescere, grazie soprattutto a Facebook e Youtube, usati per diffondere le testimonianze positive di chi si è già sottoposto alla cosiddetta “terapia della liberazione”. E dai social media continuano le richieste di accesso pubblico agli interventi di angioplastica o di trial clinici, “senza -  come sottolinea Nature  - che se ne conoscano necessariamente le potenziali limitazioni”. Secondo la rivista, il fenomeno dei social media pone due diversi quesiti. Il primo di comunicazione medico-paziente: ovvero, se il pubblico usa i social network per organizzarsi e diffondere informazioni, forse gli scienziati dovrebbero fare lo stesso, cercando di spiegare tutti gli aspetti di una problematica.

Il secondo è questo: può la mobilitazione sociale influenzare il funzionamento della ricerca? Normalmente infatti, i trial interventistici hanno luogo solo dopo studi osservazionali incoraggianti. C’è però la possibilità che la voce dei social network possa esercitare una forte pressione nei confronti delle istituzioni politiche e scientifiche per favorire l’inizio di trial clinici, prima ancora che sia raggiunto un consenso scientifico. Una posizione giustificabile in determinati casi, secondo Nature, quando viene adottata per esempio per evitare che i malati scelgano di farsi operare chissà dove, esponendosi a ulteriori rischi. Una situazione, questa, non lontana da quella che si è verificata in Italia, dove, come dichiarato dal professor Massimo Del Sette, per motivi di “salute pubblica” si è deciso di dare il via a un “studio scientifico rigoroso” di intervento, come BRAVE DREAMS in cui includere i pazienti.

Fonte: Galileonet.it - Riferimenti: Nature, Volume: 472, 410–411, doi:10.1038/472410°

 

Siete molto social? Vi piace condividere con gli amici via Facebook, Twitter e Buzz assortiti tutto ciò che state leggendo/guardando/ascoltando in Rete? La vostra privacy è rischio: lo sostiene una recente inchiesta pubblicata dal Wall Street Journal che mette in guardia dai pericoli dei social widget, cioè i pulsanti come "I like" o "Share" che permettono la condivisione dei contenuti.

social network

Pedinamenti digitali

Secondo quanto si legge nell’articolo, queste applicazioni permetterebbero a vari Facebook, Twitter e Google di tracciare i percorsi di navigazione degli utenti anche se non hanno cliccato o condiviso nulla in tempi recenti. In pratica i social network saprebbero tutto ciò che avete fatto in rete, che siti avete visitato, per quanto tempo e quando.
La questione è spinosa perché i social network, Facebook in particolare, hanno a disposizione molte informazioni sui loro iscritti: nome e cognome, amicizie, parentele, preferenze musicali ma anche politiche o religiose. E collegandole ai siti che avete visitato potrebbero scoprire molte altre cose: per esempio dove vi piace andare in vacanza, cosa vi piace mangiare, se soffrite di alitosi o se siete interessati a prodotti contro la sudorazione dei piedi.

Ti piace questo elemento?

Lo scenario è effettivamente agghiacciante. E, secondo l’autore dell’inchiesta, perché questo meccanismo si metta in moto è sufficiente che abbiate cliccato un "mi piace" o un "condividi" negli ultimi 30 giorni.
Non serve a niente chiudere il browser o spegnere il computer: per disinnescare i siti spioni occorre effettuare il log out da Facebook, Twitter o Google al termine di ogni sessione. Ma loro, i social network, come si difendono da queste pesanti accuse?

La parola alla difesa

Non negano, ma minimizzano: Facebook e Google sostengono di utilizzare i dati di navigazione raccolti tramite i widget solo per meglio calibrare le pubblicità che vengono mostrate agli utenti. Le aziende spiegano che tutti i dati vengono "anonimizzati", e non è possibile ricondurli a uno specifico utente. Facebook in particolare ha dichiarato al Wall Street Jorunal di cancellare tutte queste informazioni ogni 90 giorni.
Il problema della privacy è ancor più pressante per gli utenti degli smartphone, che temono di essere seguiti non solo online nei loro percorsi virtuali, ma anche nella realtà attraverso i GPS e i sistemi di geolocalizzazione dei loro dispositivi.

Facebook

Ecco il colpevole

Il Wall Street Journal ha fatto analizzare da esperti informatici i social widget presenti nei 1000 siti più visitati del web ed è emerso che 331 di loro inviano dati a Facebook e 250 a Google. Ma dov’è il trucco? In un programmino di pochi kb di peso chiamato cookie che i social network inviano al browser dell’utente ogni volta che questo si collega, condivide o fa altre operazioni che prevedono un log-in.
Da quel momento in poi il cookie riconoscerà tutti i siti ai quali l’utente si collega e nei quali è presente il social widget, raccoglierà i dati e li invierà al social network.

Non è vero, ma ci credo

Facebook però rassicura: Bret Taylor, responsabile tecnico dell’azienda di Mark Zuckberg, spiega al Wall Street Journal che i cookie servono solo a mostrare ad un utente quali contenuti di quella pagina sono stati visitati o condivisi dai propri amici. "Non sono stati progettati per tracciare nessuno" afferma.
Eppure Facebook continua a piazzare i propri cookie sui PC di chiunque abbia visitato la sua homepage anche se non è membro della sua community. Taylor sostiene che è una misura di sicurezza finalizzata a evitare attacchi informatici.
Sarà, ma nel dubbio il  consiglio è quello di effettuare il log-out dai social network ogni volta che si è finito di utilizzarli.

Fonte: Focus.it

 
By Admin (from 03/07/2011 @ 11:00:02, in it - Scienze e Societa, read 1754 times)

 

La missione STS-134 dello Space Shuttle, la penultima nella storia della gloriosa navetta spaziale americana, per l'Italia ha un significato particolare. Non solo perché con l'Endeavour parte il nostro Roberto Vittori, che a bordo della Stazione Spaziale Internazionale si unirà per un paio di settimane a Paolo Nespoli, in orbita dallo scorso dicembre; facendo sì che l'Italia diventi l'unico Paese, Usa e Russia a parte, che abbia avuto due propri rappresentanti contemporaneamente a bordo della Iss. Ma anche perché con Vittori partono molti esperimenti italiani di grande valore scientifico. Spicca su tutti AMS 2 (Alpha Magnetic Spectrometer 2), un vero "cacciatore di antimateria". "Di fatto non conosciamo la composizione del 95% dell'Universo", spiega Roberto Battiston, docente dell'Università di Perugia e presidente della commissione nazionale per la fisica astroparticellare dell'Istituto nazionale di fisica nucleare, uno dei padri di AMS 2. "Questo esperimento speriamo appunto che ci porti risposte sulla materia "altra", cioè quella che non si vede con i normali mezzi di rilevazione. Ma che si trova anche nella stanza in cui siamo, ed è sei volte più abbondante di quella che vediamo" aggiunge Battiston.

L'AMS 2 è un vero colosso, grande quanto una stanza di cinque metri per quattro. In sostanza si tratta di un complesso sistema di rivelatori per lo studio dei raggi cosmici, la radiazione che proviene dallo spazio composta da particelle (protoni ed elettroni), nuclei atomici e una piccola parte di antiparticelle elementari. "Le antiparticelle più semplici, positroni e antiprotoni, sono state osservate e sono perfino utilizzate, pensiamo alla Pet, la tomografia a emissione di positroni, che sono elettroni positivi" sottolinea Battiston. "Riuscire però a rivelare per la prima volta un antinucleo di elio o di carbonio sarebbe fondamentale per capire l'universo primordiale".

Scienza e tecnologia dell'AMS

AMS 2 registrerà il passaggio di decine di miliardi di raggi cosmici prima che si scompongano o si annichiliscano nell'interazione con l'atmosfera del nostro pianeta. L'esperimento è realizzato dall'Istituto nazionale di fisica nucleare in collaborazione con l'Asi (Agenzia spaziale italiana). Il nostro Paese è il primo "contributor", avendo coperto circa il 25% del costo del progetto, valutabile complessivamente in circa 1,5 miliardi di euro.

Fonte: Focus.it

 

Le fonti energetiche rinnovabili sono, per definizione, inesauribili. Anzi, lo erano fino a qualche settimana fa, quando un fisico tedesco si è messo a fare qualche calcolo e ha concluso che lo sfruttamento intensivo dell’energia eolica e delle correnti marine non solo potrebbe minare pericolosamente l’equilibrio energetico del pianeta, ma potrebbe causare all’ambiente più danni di quelli provocati dalle emissioni di CO2.

Eolico

La notizia è decisamente scioccante, al punto da essersi guadagnata la copertina di uno degli ultimi numeri di New Scientist. Possibile?

Nulla si crea, nulla si distrugge

Eppure Axel Kleidon del Max Plank Institute di Jena (Germania), è sicuro: gli sforzi profusi dagli scienziati per ottenere energia dal vento e dal mare finiranno per provocare irreversibili cambiamenti climatici.
La provocatoria tesi di Kleidon si fonda sulle leggi fondamentali della termodinamica: quando i raggi solari entrano nell’atmosfera, una parte di essi favorisce la formazione dei venti e delle correnti oceaniche ed è responsabile dell’evaporazione delle acque. La restante parte viene per lo più dissipata in calore (entropia) e noi non riusciamo a utilizzarla.
Oggi impieghiamo solo 1 parte su 10.000 dell’energia totale irradiata dal Sole, ma secondo Kleidon questo calcolo è fuorviante perchè andrebbe considerata solo l’energia utilizzabile, detta anche energia libera.
Gli esseri umani consumano circa 47 terawatt di energia, cioè 47.000 miliardi di watt: secondo Kleidon equivalgono al 5-10% dell’energia libera del sistema Terra. È una quantità enorme, maggiore di quella contenuta in tutti i processi geologici che avvengono sul pianeta (terremoti, eruzioni vulcaniche, movimenti delle placche tettoniche).

Inesauribile? Impossibile

Per diventare veramente verdi, occorrerebbe quindi sostituire con fonti rinnovabili la parte di energia ottenuta da combustibili fossili e pari a circa 17 TW. Ma per il secondo principio della termodinamica, dato che nessuna tecnologia potrà mai essere perfettamente efficiente, una parte dell'energia libera catturata dai generatori eolici o marini andrà sempre e comunque persa come calore.
Dal punto di vista termodinamico, ciò che fanno questi impianti è prelevare l’energia libera che deriva dal Sole e convertirne una parte in energia utile. Il resto va perso sotto forma di calore  diventando di fatto inutilizzabile.
Il risultato di questa operazione è insomma un impoverimento energetico del sistema Terra.

Si fa presto a dire "green"

Kleidon, utilizzando dei complessi modelli matematici, sostiene che sarebbe teoricamente possibile estrarre dai venti terrestri fino a 70 TW di energia, ma non senza conseguenze. L’impoverimento energetico del sistema Terra comporterebbe pesanti modifiche nella circolazione dei venti, nelle precipitazioni e nell’irraggiamento solare.
Gli effetti sarebbero paragonabili a quelle provocati da un improvviso raddoppio dei gas serra nell’atmosfera.
"Questo è un punto di vista interessante e potenzialmente molto importante», spiega Maarten Ambaum meteorologo dell'Università di Reading, UK. "Il consumo di energia è notevole rispetto alla produzione di energia libera del sistema Terra. Se non pensiamo in termini di energia libera, potremmo essere fuorviati dal potenziale energetico delle risorse naturali". Dobbiamo quindi rinunciare allo sfruttamento delle energie rinnovabili? "No", afferma Kelidon, "ma pensare che il vento sia una fonte inesauribile e a costo zero è un po’ come voler realizzare il moto perpetuo".

Solare

Solare? Sì, ma con giudizio

Il fotovoltaico, dal punto di vista termodinamico, non presenta particolari problemi: riesci infatti a generare energia libera senza grosse dispersioni in termini di entropia. Il vero problema è di natura tecnologica e industriale: i pannelli oggi più efficienti sono costruiti con materiali costosi, rari e in via di esaurimento come l’indio (In), il tellurio (Te) e il selenio (Se).
Gli scienziati e le industrie devono quindi riuscire a realizzare pannelli che utilizzino materiali comuni come lo zinco e il rame e in grado di riflettere, senza assorbirla, l’energia che non riescono a utilizzare, così da immetterla nuovamente nel sistema invece che dissiparla sotto forma di calore.

Fonte: Focus.it

 

Questa storia che gli italiani stiano diventando poveri, di una povertà insopportabile, mi convince fino a un certo punto. Nei '50, a parte una sottile striscia di alta borghesia che si guardava bene dall'ostentare, eravamo tutti più poveri della media di coloro che oggi sono considerati tali. Certo, avevamo molte meno esigenze. I bambini non venivano iscritti ai corsi di tennis, di nuoto, di danza.

Noi ragazzini giocavamo a pallone nei terrain vague dove anche ci scazzottavamo allegramente (era la nostra 'educazione sentimentale') e tornavamo a casa la sera con le ginocchia nere e sbucciate (chi mai riesce, oggi, a vedere un bambino, vestito col suo paltoncino, come un cane di lusso, con le ginocchia sbucciate?). A nuotare (parlo di Milano) si andava all'Idroscalo oppure, durante le vacanze scolastiche, accompagnati dalla mamma (il padre rimaneva in città, perchè allora per mantenere la famiglia bastava uno solo) sulla Riviera di Ponente. Gli adulti non sognavano i Caraibi, non sapevamo nemmeno che esistessero. Vivevamo in un mondo circoscritto. La fabbrica o l'ufficio, a Milano, erano quasi sempre vicino a casa. In altre zone del Paese invece si doveva fare anche trenta chilometri. Allora si inforcava la bicicletta, che a quei tempi era un mezzo di locomozione (negli anni Trenta avevano la targa, come le automobili) e non un gadget per tipi snob. In compenso non c'era bisogno di fare jogging. Eppoi la povertà aiuta la povertà. Passava lo strascè ("strascè, strasciaio") e gli buttavi dalla finestra qualche vecchio lenzuolo bucato. Passava l'arrotino e ti affilava i coltelli per poche lire. Veniva il contadino (la città era ancora compenetrata con la campagna) e ti portava le uova, i pomodori, la frutta.

Essere poveri dove tutti, più o meno, lo sono non è un dramma e nemmeno un problema. Quando uno ha da abitare, da vestire, da mangiare (nessuno nei '50 moriva di Fame, anche se la minaccia paterna, dopo la marachella, "Stasera vai a letto senza cena", non era da prendere sottogamba), gli amici, la ragazza e, più tardi, una moglie e dei figli, cosa gli manca per essere non dico felice (parola proibita, che non dovrebbe essere mai pronunciata), ma almeno sereno?

La povertà nasce con la ricchezza. Quando una fetta consistente della popolazione la raggiunge. Innanzitutto per la concreta ragione che tutti i prezzi dei beni essenziali si alzano. Lo si vede bene nella Russia di oggi dove accanto agli Abramovich ci sono professori universitari che col loro stipendio ci comprano un mezzo pollo. Nei '50 e nei primi '60, in Italia, un pasto competo in trattoria con una bottiglia di buon Barbera costava 250 lire che, anche fatta la tara dell'inflazione, non hanno nulla a che vedere con i 25/30 euro con cui si paga oggi una pizza. Gli affitti erano abbordabili, oggi bisogna strangolarsi di mutui per andare ad abitare nell'anonimato dell'hinterland. Inoltre scatta il meccanismo dell'emulazione, dell'invidia, su cui del resto si basa l'intero nostro modello di sviluppo. Raggiunto un obbiettivo bisogna inseguire immediatamente un altro e poi un altro ancora - a ciò costretti dall'ineludibile meccanismo produttivo, che ci sovrasta - e, sempre inappagati, non possiamo mai raggiungere un momento di equilibrio, di quiete, di serenità.

Ludwig von Mises, il più estremo ma anche coerente teorico dell'industrial-capitalismo, rovesciando venti secoli di pensiero occidentale e orientale, ha affermato:"Non è bene accontentarsi di ciò che si ha". Ha interpretato lo spirito del tempo coniugato con le esigenze del sistema. Ma poichè "ciò che non si ha" non ha limiti abbiamo creato il meccanismo perfetto dell'infelicità.
 
Autore: Massimo Fini - Fonte: Il Fatto Quotidiano

 

Loro, le 300 mucche geneticamente modificate per produrre latte simile a quello umano, non sanno di essere finite al centro di una feroce polemica e continuano a ruminare beate nelle loro stalle. Ma sui media di tutto il mondo sostenitori e detrattori di questa nuova conquista, o presunta tale, si affrontano a suon di argomentazioni etiche e scientifiche. Ma cosa è successo?

Latte materno dalle mucche

Dalla stalla al biberon

Una settimana fa, siti web e giornali hanno annunciato che un team di ricercatori cinesi è riuscito a introdurre dei geni umani nel DNA di alcune mucche da latte di razza olandese, rendendole così capaci di produrre un latte nutrizionalmente simile a quello materno. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica PLOS e sottoposto a revisione paritaria.

Secondo il Professor Ning Li, responsabile della ricerca e direttore dei laboratori di Stato per le agro-biotecnologie, si tratta di un risultato straordinario: il latte delle mucche GM sarebbe una valida alternativa al latte materno e al latte formulato (comunemente detto "latte artificiale").
Per raggiungere questo risultato, gli scienziati cinesi hanno impiegato tecnologie simili a quelle utilizzate nella clonazione, intervenendo direttamente sugli embrioni delle mucche.

A rendere il latte di questi bovini simile a quello delle mamme sono due proteine: la lisozima, utile nel combattere le infezioni nei primi giorni di vita, e la lattoferrina, deputata allo sviluppo del sistema immunitario del bambino.
Non solo: gli scienziati cinesi sono riusciti anche a modificare la consistenza del latte elevando la quota di grassi al 20% e intervenendo sui livelli della parte solida. Il latte umanizzato sarebbe insomma molto simile a quello umano sotto ogni aspetto e, proprio come il latte della mamma, aiuterebbe lo sviluppo del sistema immunitario del bambino.
Anzi, secondo quanto dichiarato da Ning Li al The Sunday Telegraph, il latte transgenico sarebbe molto più ricco di nutrienti di quello umano.

Sicuro? Mah...

L'idea non è piaciuta per niente agli animalisti e agli oppositori degli alimenti geneticamente modificati: non è infatti ancora chiaro quali possono essere gli effetti del latte umanizzato sulla salute e quali le conseguenze per le mucche modificate.
Ma prima di vedere il latte GM sui banconi del supermercato passeranno comunque non meno di 10 anni di test, analisi e studi.

Vale la pena ricordare che l'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l'allattamento materno esclusivo per almeno i primi sei mesi di vita del bambino, mantenendo il latte materno come alimento principale fino al primo anno di vita pur introducendo gradualmente cibi complementari. L' OMS suggerisce inoltre di proseguire l'allattamento fino ai due anni e oltre, se il bambino si dimostra interessato e la mamma lo desidera.

Fonte: Focus.it

 

I 108 minuti che seguirono la videro compiere un'orbita completa intorno alla Terra per poi atterrare con successo, inaugurando trionfalmente l'era delle missioni celesti. All'interno della capsula, guidato da Terra, c'era l'uomo che in seguito sarebbe stato ribattezzato il "Cristoforo Colombo dei cieli": il pilota sovietico appena 27enne Jurij  Gagarin. Tra inediti dietro le quinte e pericolosi imprevisti, la cronaca di una mattinata che fece la storia.

Prima dell'impresa

3461. I candidati piloti selezionati per la missione Vostok. Di questi, solo 20 affrontarono un anno di duro addestramento psicofisico basato su prove di resistenza alle vibrazioni e alle alte temperature, permanenza in camera di isolamento e risposta alle accelerazioni improvvise. Il 25 gennaio 1961 ne furono selezionati 6: Gagarin era tra questi.

Colazione. La mattina del lancio Gagarin e German Titov, il cosmonauta di riserva, furono svegliati alle 5:30. Jurij eseguì i consueti esercizi, si lavò e fece colazione con un menù "spaziale": carne trita, marmellata di more e caffè. Poi i due cosmonauti indossarono una sottotuta blu, calda e leggera, e sopra una tuta protettiva arancione dotata di un sistema di pressurizzazione, ventilazione e alimentazione. In testa un paio di cuffie e un casco bianco con la scritta CCCP (URSS).

Sangue freddo. Secondo lo storico spaziale Asif Azam Siddiqi, l'ingegnere sovietico Sergej Pavloviè Korolëv, supervisore della missione Vostok 1, era talmente agitato la mattina del 12 aprile 1961 che dovette prendere una pillola per il cuore. Gagarin invece sembrava calmo, e a mezz'ora dal lancio il suo polso registrava 64 battiti cardiaci al minuto.
 
Pipì. Durante il tragitto verso la rampa di lancio, Gagarin si fermò a far pipì sulla ruota posteriore dell'autobus che lo trasportava. Da allora questo è diventato un rito obbligato e propiziatorio per tutti gli astronauti del Soyuz. Altre tradizioni perpetuate in memoria di Gagarin sono: tagliarsi i capelli due giorni prima del lancio, non assistere al trasporto e al posizionamento dei razzi e della navicella, bere un bicchiere di Champagne la mattina della partenza e firmare la porta della camera dell'hotel prima di uscire per raggiungere la rampa.

L'interno della capsula spaziale Vostok 1 che ospitò Gagarin durante la sua missione.

"Si va!". La frase pronunciata da Gagarin alle 9:07 del 12 aprile 1961 quando, chiuso il portellone, cominciò il decollo.

43. I giorni di vita di Galya, secondogenita di Gagarin e della moglie Valya, quando il padre fu lanciato nello spazio. All'epoca Gagarin era già padre di una bambina di due anni, Yelena.

La navicella. Del peso totale di 4,7 tonnellate e alta 4,4 metri, la Vostok 1 ("Oriente 1" in russo) era costituita da due parti: un modulo abitabile di forma sferica, che ospitava l'astronauta, e un modulo di servizio provvisto della strumentazione di bordo, dei retrorazzi necessari a frenare e far ricadere la sonda a Terra e di 16 serbatoi contenenti ossigeno e azoto. La capsula abitata era dotata di tre oblò, un visore ottico da orientare a mano, una telecamera, la strumentazione per rilevare pressione, temperatura e parametri orbitali, un portellone e un sedile eiettabile lungo più o meno quanto l'abitacolo di una Fiat 500 (all'epoca il cosmonauta non atterrava insieme alla navicella, ma veniva espulso all'esterno e paracadutato a Terra in fase di rientro).

Il volo. Partita da Bajkonur (Kazakistan), la Vostok 1 compì un'orbita completa intorno alla Terra per atterrare, dopo 108 minuti, a Smielkova (Russia occidentale). Inizialmente la capsula fu diretta verso la Siberia; quindi sorvolò l'oceano Pacifico e, già quando si trovava sopra l'Africa, si accesero i retrorazzi per frenare la navicella e consentirne il rientro. L'altitudine massima raggiunta fu di 302 chilometri e la minima di 175. La Vostok viaggiava a una velocità di 27400 chilometri orari.

Data. Quella del 12 aprile 1961 era probabilmente la prima data utile per battere sul tempo - in piena Guerra Fredda - l'Agenzia Spaziale Statunitense nella corsa alla conquista dello spazio. Alan Shepard, il primo americano nello spazio, avrebbe tentato l'impresa il 5 maggio dello stesso anno. Quello di Shepard a bordo della capsula Freedom 7, però, fu un volo balistico che non raggiunse l'orbita terrestre (la missione non lo prevedeva) e durò poco più di 15 minuti.

L'orbita tracciata dalla Vostok 1. Evidenziata sulla sinistra la località di Shemya (Alaska) dove l'Agenzia per la Sicurezza Nazionale Statunitense intercettò le immagini del cosmonauta all'interno dell'abitacolo.

Musica. Per permettere a Gagarin di scegliere la frequenza migliore con cui comunicare, quattro stazioni radio terrestri trasmisero musica intervallata ogni 30 secondi da un messaggio di chiamata in codice morse, per tutta la durata della missione.

Prova TV. In piena Guerra Fredda, per gli Americani era prioritario avere la prova che i Sovietici avrebbero effettivamente mandato il primo uomo nello spazio, come da tempo si vociferava, e che non si trattasse di pura propaganda. Per questo già prima del lancio, l'Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana progettò e fece realizzare speciali stazioni in grado di intercettare le comunicazioni dei Russi. Una di queste, posizionata a Shemya, nell'arcipelago delle Aleutine (Alaska), riuscì a captare le comunicazioni tra il cosmonauta e la base terrestre demodulando la trasmissione video e permettendo pertanto di vedere le immagini di Gagarin all'interno della Vostok (cosa già avvenuta nei due lanci precedenti della navicella che avevano però ciascuno, come passeggeri, un cane e un manichino). Così a soli 58 minuti dal lancio, i vertici militari statunitensi ebbero la conferma che l'Unione Sovietica stava facendo sul serio.

Scorte. A bordo della Vostok 1 c'erano viveri e acqua sufficienti per dieci giorni: in caso di avaria dei retrorazzi, infatti, la capsula avrebbe impiegato questo lasso di tempo a ricadere sulla Terra, per effetto della forza d'attrito presente sulla traiettoria di arrivo studiata. L'eventualità di un rientro "naturale" sulla Terra non venne mai trascurata in fase di progettazione e fu tenuta come possibilità di emergenza.

Luna. Quella secondo cui Gagarin avrebbe desiderato vedere la Luna durante il suo viaggio è probabilmente soltanto una leggenda. La fase lunare di quel 12 aprile 1961 (Luna quasi nuova) e la distanza angolare dal Sole (20 gradi) rendevano impossibile vedere il nostro satellite, e pare improbabile che l'astronauta non fosse a conoscenza di queste condizioni.

Pianeta azzurro. "La Terra è blu… che meraviglia. È bellissima" le parole che Gagarin pronunciò sbirciando fuori dall'oblò.

Una delle prime pagine dei giornali americani che raccontarono l'impresa.

Pilota automatico. Poiché agli albori dell'era spaziale non si conoscevano i dettagli sugli effetti della permanenza del corpo umano in assenza di gravità, i medici sostenevano che durante la missione il cosmonauta avrebbe sofferto di disorientamento, e che fosse pertanto consigliabile fargli fare la parte del passeggero. Ma gli astronauti erano di diverso avviso e fu raggiunto un compromesso: mentre i controlli di volo erano affidati a un autopilota, i comandi manuali potevano essere sbloccati in caso di necessità attraverso una combinazione numerica di tre cifre custodita in una busta sigillata. Nel caso di Gagarin, non fu necessario aprirla perché la capsula rientrò nell'atmosfera guidata da Terra.

Doppio imprevisto. Alle 10:25 il modulo di servizio con gli la strumentazione e i motori per sulla Terra accese i retrorazzi per 42 secondi, ma poi fallì il distacco dalla capsula in cui si trovava il pilota. L'incoveniente modificò  l'assetto della navicella che iniziò a roteare su se stessa fino a quando il calore dovuto all'entrata in atmosfera non sciolse i lacci che legavano i due moduli. A 7 mila metri di quota la capsula espulse il sedile con a bordo Gagarin: oltre al primo paracadute, però, si aprì anche quello di emergenza, e per qualche momento il cosmonauta, che nel frattempo si era separato dal sedile, temette che i lacci dei suoi due salvavita si potessero aggrovigliare.

Ivan Ivanovich. È il nome del manichino che veniva utilizzato per testare le navicelle Vostok durante la fase di preparazione ai voli con cosmonauti in carne e ossa. Munito di una tuta spaziale e di un viso dai lineamenti umani, aveva sotto al visore la scritta MAKET ("fantoccio" in russo) in modo tale che vedendolo, nessuno potesse scambiarlo per un vero astronauta. Ciò nonostante, quando il pupazzo atterrava al suolo dopo essere stato espulso dalla capsula spaziale, ai contadini sovietici ignari della sua vera natura faceva sempre una certa impressione vedere i militari affannarsi attorno ai resti del velivolo piuttosto che precipitarsi a soccorrere il pilota.

Terra! Alle 10.55 del 12 aprile 1961, dopo 108 minuti dal lancio, Gagarin toccò il suolo di una fattoria collettiva nella provincia di Saratov, Russia occidentale. Le prime persone che incontrò una volta atterrato furono la terrorizzata contadina Anna Taktatova e sua figlia, accompagnate da un vitellino.

Prima e ultima. Quella a bordo del Vostok fu l'unica missione di Gagarin nello spazio. Nella prima fase successiva all'impresa è probabile che i vertici sovietici non volessero offuscare la sua immagine con un nuovo, rischioso incarico. In seguito il cosmonauta fu inserito tra le riserve del Soyuz 1 (la cui missione fallì tragicamente nell'aprile del 1967 con la morte del colonnello Vladimir Komarov, prima vittima ufficiale nella storia del volo spaziale) ma morì prima di avere una nuova opportunità.
 
L'ultimo volo. Il 27 marzo 1968 Gagarin decollò dalla base sovietica di Chkalovskij a bordo di un aereo supersonico, un MiG-15 UTI: con lui c'era l'esperto istruttore e collaudatore Vladimir Sergeyevich Seryogin. Alle 10:31 si interruppero le comunicazioni con la torre di controllo. I relitti del velivolo, insieme a quel che resta dei corpi dei piloti, erano avvolti da una fitta nube di fumo. Le cause dell'incidente non sono del tutto note, ma c'è chi dice di aver sentito due forti esplosioni. Le ceneri di Gagarin si trovano all'interno delle mura del Cremlino, nella Piazza Rossa a Mosca.

Si ringrazia per la collaborazione Paolo Amoroso, collaboratore del Civico Planetario "Ulrico Hoepli" di Milano e del Museo Astronomico di Brera, esperto di astronautica e volo spaziale.

Fonte: Focus.it

 

Se sporgervi da un balcone, salire in cima a un campanile o ammirare il panorama dalla cima di una montagna vi terrorizza, pensereste che l'ultima cosa che vi serve è una dose di stress aggiuntiva. Eppure un po' di tensione è proprio quello che ci vuole per provare a sconfiggere la vostra paura dell'altezza: è quanto sostiene un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences.

Allenamenti faticosi. Una delle tecniche più rodate per sconfiggere una fobia è quella di sottoporre chi ne soffre a un'opera di progressiva desensibilizzazione, esponendolo allo stimolo che lo spaventa in condizioni controllate e sostanzialmente "insegnandogli" che non c'è nulla da temere (per approfondire vai allo speciale sulle fobie).

Paura scaccia paura. Studi precedenti indicavano che il cortisolo - un ormone secreto dalle ghiandole surrenali i cui livelli aumentano in condizioni di stress - può potenziare questo tipo di terapia. Un'equipe di ricercatori dell'Università di Basilea, in Svizzera, ha provato così a somministrare a 40 soggetti con la fobia dell'altezza 20 milligrammi di cortisolo, o semplice placebo, prima di sottoporli a tre diverse sessioni di trattamenti desensibilizzanti attraverso un visore a realtà virtuale. In un eccesso di sadismo (ma per il loro bene!) i poverini sono stati anche fatti salire in cima a una scala di tre piani, all'aperto.

Tre giorni più tardi, chi aveva assunto cortisolo ha dimostrato di avere significativamente meno paura delle altezze sia reali sia virtuali rispetto ai membri del gruppo di controllo.

I livelli di panico sono stati misurati attraverso questionari standardizzati e con l'aiuto della conduttanza cutanea (Skin Conductance Response), un dispositivo che riflette l'attività dei dotti sudoripari della pelle misurando indirettamente l'attivazione emotiva del soggetto.

Benefici a lungo termine. L'effetto positivo era ancora visibile a un mese dall'esperimento. I risultati, secondo Dominique de Quervain, a capo dello studio, potrebbero aprire nuove prospettive nel trattamento di altre patologie legate alla paura, come la sindrome da stress post-traumatico.

Fonte: Focus.it

 

Si parla da tempo e con preoccupazione di razionalizzazioni della piazza finanziaria e di chiusure di banche, specie di matrice estera, di cessazioni d’attività di fiduciarie e di fusioni e acquisizioni tra istituti. Tutto questo si traduce in licenziamenti, sempre camuffati da partenze spontanee o incentivi, che colpiscono in primo luogo gli over-50, ma non solo.

Come si può prevedere un rischio incombente di pericolo per il proprio posto di lavoro? Esistono segni premonitori che possono far capire che qualcosa si sta muovendo, naturalmente in peggio, nell’azienda, grande o piccola che sia e praticamente in qualunque piazza finanziaria ci si trovi. Le vecchie volpi aziendali hanno imparato a riconoscere le avvisaglie di pericolo per la poltrona, ma sarebbe meglio dire per la sopravvivenza minima di ciascuno e della propria famiglia. Sulla base delle esperienze sul campo e dopo averle comparate con una lista stilata nella City dalla Entrepreneur Ltd, si possono identificare quindici punti chiave che, a prima vista anche abbastanza spiritosi, in realtà sono stati -purtroppo- ampiamente verificati in concreto. Almeno un paio proprio in questi ultimi giorni, in riferimento a banche elvetiche.  


Manuale di sopravvivenza

1. Voci di razionalizzazioni della piazza iniziano a circolare sui media (i giornalisti sanno sempre cosa fa la vostra banca prima che ve lo dica la DG e se vengono smentite con stizza dal vostro ufficio stampa, sono certamente vere - anche perché spesso è il direttore stesso ad averlo detto al Rotary o Lions al suo amico direttore di giornale)
2. Viene annunciato il blocco delle assunzioni (ma, misteriosamente, qualche faccia nuova la si vede arrivare lo stesso. (Vedi punto 10.)
3. Vengono tagliate le spese, specie le più ridicole (come biro, block-notes intestati, fiammiferi e cioccolatini nei salottini) che non influiscono certo sul budget. Le Mercedes e le Audi 8 aziendali cedono il garage alle Smart ‘per essere ecologici’
4. Si chiede ai dipendenti di vestirsi meglio in ufficio (anche il venerdì, ma da noi il casual Friday non ha mai attecchito molto. Invece, nessuno vi dirà che un banchiere non indossa mai scarpe marroni con il vestito blu)
5. Consulenti e personale interinale vengono mollati e interrotti i contratti con i fornitori tradizionali (prima parte della spasmodica ricerca dell’uomo miracolo – che non esiste e in genere viene impersonato da un venditore di fumo milanese, scuro in volto, che non parla mai e più costoso dei consulenti precedenti messi assieme. Bravissimo a ‘coccolare’ il Presidente cui dà del tu e gli telefona di continuo, ma non fa assolutamente niente di concreto per la banca)
6. Le riunioni in sala conferenze si moltiplicano, su temi ignoti e/o si decidono continui spostamenti (inutili) di personale da un ufficio all’altro. La catastrofe è se viene convocata una riunione collettiva di tutti i dipendenti (naturalmente dopo l’orario di lavoro)  
7. Si vedono sempre più visite di estranei (specie giovani o stranieri) condotti per gli uffici dai dirigenti ‘per far conoscere la nostra realtà’
8. Alcuni colleghi sono convocati in conferenza a porte chiuse, e voi no. E non vi dicono niente quando escono
9. Quelli delle Risorse umane, improvvisamente, girano per gli uffici, in silenzio, guardando con muta riprovazione tutto e tutti
10. I manager cercano di affrettare le nuove assunzioni (di loro protetti) che avevano in previsione da tempo (vedi 2. e 13.)
11. Il vostro capo diretto viene festeggiato perché ‘ha chiesto il prepensionamento’ o ‘vuole accettare nuove sfide’ e non viene sostituito
12. Vi viene richiesto di compilare una ‘job description’ (senza spiegare di cosa si tratta, né perché)
13. Vi chiedono di spiegare il vostro lavoro a un collega più giovane (in genere quello del punto 10) 
14. Se domandate quando potete prendere le ferie, vi rispondono ‘quando vuoi’
15. Vi continuano a domandare ‘a che punto sei con il tuo lavoro’, mentre prima non interessava a nessuno.

Infine, un fatto di recente avvenuto a Lugano: se circolano voci di fusione o vendita della vostra società X e vengono recisamente smentite, con relative invettive contro i giornalisti e annunci scritti ai dipendenti per e-mail o in bacheca, ma vedete il CEO della banca Y salire in Foresteria, dispensando sorrisi a segretarie e fattorini, sapete con certezza cosa vi sta per capitare.

Fonte: tio.ch - L.M.V.

 
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