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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

In particolare, la partnership riguarda la possibilità di standardizzare le conoscenze che nel corso degli ultimi anni i ricercatori di Telethon hanno acquisito in questo campo per cercare di farne un trattamento disponibile su larga scala. “ Insomma, l’idea è quella di far diventare la terapia genica un farmaco, in modo che tutti quelli che ne hanno bisogno possano riceverlo”, dice Luigi Naldini, direttore dell’Hsr-Tiget, pensando alle ricadute future dei suoi studi.

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Per ora, infatti, con la terapia genica sono stati trattati 14 piccoli pazienti affetti da immunodeficienza Ada Scid, il deficit che rende l’organismo incapace di affrontare qualsiasi infezione, tanto che chi ne è affetto deve vivere in ambienti completamente sterili: un singolo trattamento che gli ha permesso di tornare a svolgere una vita normale. "Al momento stiamo anche sperimentando la sicurezza e l’efficacia della terapia genica nei confronti di due gravi malattie genetiche: la sindrome di Wiskott-Aldrich, rara immunodeficienza, e la leucodistrofia metacromatica, che colpisce invece il sistema nervoso e porta alla perdita progressiva delle capacità cognitive e motorie", spiega ancora Naldini. “A oggi sono sette in totale i bambini trattati: per quanto sia ancora prematuro trarre delle conclusioni - i risultati definitivi li avremo soltanto tra due anni -  i primi dati sono molto incoraggianti. La terapia è risultata priva di effetti collaterali immediati e molto efficiente in termini di trasferimento del gene corretto nell’organismo di questi pazienti”. La rosa di sette malattie a cui stanno lavorando Telethon e Gsk comprende anche la beta talassemia, tra le più diffuse malattie ereditarie del sangue, la leucodistrofia globoide, in cui la mancanza di un enzima porta alla perdita di vista e udito e alla morte entro i primi tre anni di vita, la mucopolisaccaridosi 1, rara malattia ereditaria che nella sua forma più grave porta deformità scheletriche e ritardo psicomotorio, e la granulomatosi cronica, grave patologia del sistema immunitario. Malattie molto diverse fra loro ma accomunate dalla possibilità di essere trattate grazie all’ infusione di cellule staminali ematopoietiche corrette.

Ma come funziona questa particolare terapia genica? La tecnica utilizzata dai ricercatori dell’Istituto Telethon di Milano (Hsr-Tiget) - adottata per la prima volta al mondo da Maria Grazia Roncarolo e Alessandro Aiuti - prevede il prelievo dal midollo osseo del paziente delle cellule staminali ematopoietiche, quelle cioè da cui si generano i vari tipi di cellule del sangue. Queste cellule vengono quindi manipolate in laboratorio e al loro interno viene inserito un vettore virale che contiene il gene terapeutico.
Così corrette, le cellule vengono nuovamente reintrodotte nell’organismo, opportunamente preparato grazie a specifici farmaci per favorirne l’attecchimento. Usare le cellule del paziente, e non quelle di un donatore, vuol dire non andare incontro al rigetto, perché anche se corrette l’organismo riconosce quelle cellule come proprie, e non le attacca.

Spesso, parlando di terapia genica si è posto l’accento sul problema della sicurezza: il virus usato per traghettare il gene può andare ad attivare anche altri geni coinvolti nello sviluppo di alcune forme di cancro. Il gruppo dell’Hsr-Tiget usa ormai da alcuni anni dei virus, i lentivirus, con un profilo di sicurezza maggiore: “ una volta espletata la loro funzione, questi virus vanno in quiescenza e anche se capitano vicino a degli oncogeni raramente li innescano”, spiega Naldini. Peraltro lo studio del comportamento dei vettori virali è uno dei punti oggetto del finanziamento di Gsk: “vogliamo aumentarne l’efficacia e la sicurezza e sviluppare un approccio rivoluzionario che di permetterà di riscrivere  il genoma e correggere direttamente le mutazioni causa di malattia nelle cellule dei pazienti, ripristinandone così tutte le funzioni”, sottolinea Naldini.

Il profilo di sicurezza è infatti un punto chiave per rendere di routine quello che oggi è un trattamento speciale. L’obiettivo della partnership, quindi, ha per obiettivo quello di individuare le procedure per poter produrre in futuro i vettori virali su scala industriale, standardizzare le tecniche di manipolazione delle cellule in laboratorio, rendere i protocolli sicuri. “Per esempio, vogliamo capire se possiamo congelare le cellule del paziente in modo da poterle manipolare in un laboratorio anche diverso da quello dell’ospedale che ha in cura il paziente”, va avanti il direttore dell’Hsr-Tiget. “In questo modo la procedura sarebbe centralizzata e quindi più sicura, e il malato dovrebbe andare in ospedale solo al momento della re infusione”.

Via Wired.it

 

Lo dice la Corte di Giustizia dell’Unione europea esprimendosi sul caso del neurologo tedesco Oliver Brústle. Nel 1997, il ricercatore di Bonn aveva depositato in Germania, presso l’Ufficio competente di Monaco di Baviera, un brevetto su un trattamento per la cura delle patologie neuronali basato sull’uso di cellule staminali provenienti da embrioni all’inizio dello sviluppo, a circa 5 giorni dalla fecondazione (il cosiddetto stadio di blastocisti).

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Il brevetto dava a Brústle l’esclusiva sulle cellule progenitrici dei neuroni, sulle tecniche necessarie alla loro produzione a partire da cellule staminali embrionali e sul loro uso per il trattamento di malattie neurodegenerative. Sollecitato dalle pressioni di Greenpeace, l’Ufficio brevetti tedesco aveva annullato la registrazione motivando la decisione in questo modo: per ottenere le cellule progenitrici dei neuroni bisognava eliminare embrioni umani. Il ricercatore aveva allora fatto ricorso alla Corte di Cassazione, sostenendo che non aveva senso parlare di blastocisti in quanto embrione.

La Corte, dal canto suo, ha rigirato la questione direttamente alla Corte di Giustizia della Ue, chiamata a rispondere alla domanda: come interpretare la definizione giuridica di embrione umano? Ora l’Unione europea ha risposto in modo molto chiaro: “sin dalla fase della sua fecondazione qualsiasi ovulo umano deve essere considerato come un embrione umano, dal momento che la fecondazione è tale da dare avvio al processo di sviluppo di un essere umano”. Non solo: “deve essere riconosciuta questa qualificazione di embrione umano anche all’ovulo umano non fecondato in cui sia stato impiantato il nucleo di una cellula umana matura e all’ovulo umano non fecondato indotto a dividersi e a svilupparsi attraverso partenogenesi”. Quindi, sono embrioni tutte le cellule uovo che abbiano appena iniziato a dividersi, siano esse fecondate oppure no.

Ma cosa comporta, in concreto, la sentenza dell’Unione europea? Lo chiediamo a Elena Cattaneo, docente all’Università di Milano ed esperta di cellule staminali neuronali.

Come giudica il parere della Giustizia europea in merito al caso Brústle?

“Si tratta di una sentenza devastante che, oltre a cancellare la richiesta di brevetto del ricercatore tedesco, ne annulla in un colpo solo altre 200 in attesa di giudizio, soprattutto da parte di ricercatori inglesi e svedesi”.

Addirittura devastante?

“Negando a un ricercatore la possibilità di brevettare i risultati del suo lavoro, neghiamo alla società il diritto di progredire. I brevetti non sono una forma di arricchimento personale, ma sociale, perché solo tutelando la proprietà intellettuale uno scienziato o un’accademia riesce ad attirare i finanziamenti necessari per portare avanti la ricerca. Mi spiega perché un’industria farmaceutica dovrebbe investire nella ricerca se nessuno ne tutela il prodotto finale? È come se la Fiat investisse tempo e denaro nella realizzazione di un nuovo modello e poi, senza registrarne la proprietà, lo mandasse in giro per il mondo così che tutti lo possano copiare”.

In altre parole, nessun brevetto significa un freno alla ricerca.

“Esatto, e voglio sottolineare anche un altro aspetto. Il brevetto è una garanzia di trasparenza dei risultati raggiunti. Se non posso più brevettare la mia scoperta, perché mai dovrei renderla pubblica? La terrò per me. E in questo modo impoverirò tutta la ricerca, perché i miei risultati potrebbero essere una spinta a nuove scoperte”.

Cosa potrebbe succedere in Europa dopo il pronunciamento della Ue?

“Temo una forte battuta d’arresto nel campo degli studi sulle staminali. La sentenza non fa altro che uccidere la competitività della ricerca europea. Magari arriveremo comunque a sviluppare farmaci dalle staminali, ma con molto ritardo e spendendo molto di più perché dovremmo importarli dall’estero, magari dall’Asia o dagli Stati Uniti. E bisognerà spiegare alla gente, ai malati, perché ci abbiamo messo così tanto tempo”.

Via Wired.it  - galileonet.it

 

Il più antico "coltellino svizzero" della Storia è stato rinvenuto non lontano dal Lago Turkana, nel nordovest del Kenya.

Si tratta in realtà di una pietra affilata lunga 23 centimetri, utilizzata per un'ampia varietà di mansioni - dal taglio del legno a quello della carne - talmente versatile da meritarsi il soprannome del noto coltello portatile multiuso.

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Secondo gli esperti a fabbricarla sarebbero stati nostri antenati appartenenti alla specie Homo erectus 1,76 milioni di anni fa.

La scoperta, ripresa immediatamente dalla BBC inglese è stata inizialmente pubblicata sul giornale Nature.

Fonte: Nature - via Focus.it

 

Uno degli indicatori più usati per valutare la crisi italiana è lo “spread con i bund tedeschi”. Lo spread è considerato infatti un indicatore della capacità di un paese di restituire i prestiti.

Lo stato italiano, per esempio, ha moltissimi debiti, costituiti sostanzialmente da tutti i titoli di stato (Bot, btp ecc) emessi in cambio di soldi presi in prestito da cittadini, banche , altri paesi. Ma oggi l’italia è da questo punto di vista meno credibile (è stata recentemente degradata da due agenzie che valutano le capacità dei debitori di rendere i soldi) e per far acquistare i suoi bot deve offrire interessi sempre più alti.

E siccome lo spread è la differenza o “allargamento” (spread in inglese) di rendimento tra i titoli di Stato (come i btp) italiani e quelli tedeschi (“bund”), meno l’Italia è credibile, più alti sono gli interessi che deve pagare per avere prestiti e più aumenta lo spread con i titoli tedeschi, giudicati molto affidabili.

Pagare alti interessi può infine avere come conseguenza l'impossibilità di ridurre i debiti, il che farebbe di nuovo crollare l'affidabilità del paese, in una spirale sempre più inarrestabile.

Fonte: focus.it

 

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Framenti di codice genetico che sopravvivono alla digestione e modificano l’espressione dei nostri geni. Lo suggerisce uno studio su Nature Cell Research condotto su 31 volontari umani, più alcune mucche e topi presso l’Università di Nanchino, in Cina. E' la prima volta che il fenomeno viene descritto nei mammiferi.

I micro-Rna sono piccole molecole di una ventina di nucleotidi appena, stipate nei nuclei cellulari: sono noti per regolare l’espressione dei geni e possono spostarsi da una cellula all’altra.

La scoperta che nei mammiferi si trovano micro-Rna estranei è avvenuta per caso. Chen-Yu Zhang, primo autore della ricerca, voleva classificare i micro-Rna del latte materno, ma vi ha trovato un’elevata concentrazione di micro-Rna di origine vegetale. Dato che la cottura non distrugge l’Rna delle piante, i ricercatori hanno supposto che provenissero dal cibo ingerito. Zhang e la sua équipe hanno allora cominciato a cercare anche nel sangue e in altri tessuti, trovando in tutto 40 micro-Rna di cui alcuni, molto abbondanti, provenienti da riso, cavolfiore e broccoli. 

Il passo successivo è stato capire se queste molecole estranee avessero un effetto sull’organismo ospite, dal momento che le sequenze genetiche sono complementari a quelle di 50 geni dei mammiferi. I ricercatori hanno prima testato l’effetto in vitro di un micro-Rna del riso, il MIR168, su cellule del sangue e del fegato, osservando che alcuni geni venivano silenziati. In particolare, nel fegato veniva "spento" un gene legato alla sintesi di una proteina utile a eliminare il colesterolo Ldl (quello cosiddetto cattivo). Zhang è quindi passato a indagare gli effetti di questo micro-Rna in vivo, in tre gruppi di topi. Il primo ha ricevuto una dose elevata nel sangue di MIR168, il secondo ha seguito una dieta a base di riso e il terzo è stato tenuto come controllo. Alla fine della sperimentazione, nei primi due gruppi il livello di colesterolo Ldl risultava molto più alto che nell’ultimo. Come prova del nove, i ricercatori hanno inibito l’azione di MIR168 con un altro micro-Rna: i valori sono rientrati nella norma.

L’immaginazione corre subito alla possibilità di inserire nei cibi micro-Rna capaci di modificare selettivamente l’espressione di alcuni geni a scopo terapeutico. Ma c'è anche chi si chiede se anche i micro-RNA degli Ogm abbiano qualche effetto sui mammiferi.

Riferimento: doi: 10.1038/cr.2011.158

 
By Admin (from 05/01/2012 @ 14:05:24, in it - Scienze e Societa, read 2317 times)

Doppio flash. Dunque un' esplosione nucleare. La prima interpretazione di quell'anomalo bagliore sotto la punta del Sudafrica, vicino alle isole del Principe Edoardo, fu la più drastica e anche la più ovvia. A rivelarlo, alle 3:00 ora locale del 22 settembre 1979, era stato il satellite Vela 6911, membro dell'omonima famiglia di una dozzina di esemplari lanciati nello Spazio a partire dal 1963 dal governo americano per rilevare eventuali test nucleari in terra o nell'atmosfera (il Partial Test Ban Treaty era infatti appena stato firmato). Da allora erano state già 41 le segnalazioni nel corso degli anni, tutte confermate, e l' incidente di Vela (come passerà alla storia l'evento del 1979) era sul punto di diventare il quarantaduesimo. Se non fosse che quella volta i conti decisamente non tornavano.

Il satellite Vela 5b rappresentato nello spazio.
Uno degli elementi della famiglia Vela lanciati dagli Stati Uniti per rivelare eventuali test nucleari (Credits: Los Alamos National Laboratory/NASA).

Primo: nessuna sostanziale registrazione sismica né segnali idro-acustici erano stati rinvenuti nell'area di quasi 5mila chilometri interessata dalla possibile esplosione (tranne un piccolo botto ascoltato da alcuni idrofoni nei fondali marini). Insomma la detonazione era data per scontata (e i colpevoli ricercati tra Israele e Sudafrica) ma non sembrava aver fatto rumore, né aver scosso la terra, secondo quanto riferiva il primo report ufficiale sull'accaduto del National Security Council. Secondo: i due bhangmeter montati su Vela 6911 (sensori ottici pensati per individuare i due flash caratteristici di un'esplosione nucleare) avevano sì registrato due eventi luminosi, ma in modo diverso l'uno dall'altro. Certo, si trattava di una strumentazione datata (il satellite era partito circa 10 anni prima, andando decisamente oltre l’iniziale aspettativa di vita di 18 mesi). Ma c'era anche un terzo punto che non collimava.

Gli uomini dell'intelligence americana spediti in quel luogo alla fine del mondo, per cercare una qualsiasi traccia di materiale radioattivo su piante e animali, tornarono a casa a mani vuote, o quasi (vennero rinvenute solo tracce di iodio 131 in alcune pecore australiane). Quarto, il gemello di 6911 (i satelliti Vela venivano lanciati in coppia) non aveva visto nulla. Quinto: anche la perturbazione nella ionosfera osservata dal radiotelescopio Arecibo quel giorno di settembre - uno dei punti che sembrava favorire l'ipotesi di una detonazione nucleare - benché anomala non indicava necessariamente un'esplosione, secondo gli esperti.

Questo, e la mancanza di colpevoli dichiarati, spinse gli Usa a rimettere mano al loro giudizio. Già nel 1980, infatti, la loro posizione era completamente cambiata: accanto all'ipotesi di un'esplosione nucleare si faceva largo l'idea che quel flash sull'Atlantico potesse essere stato solo un “falso allarme” (in pratica un malfunzionamento della strumentazione a bordo di Vela 6911) o un evento di “origine naturale”, come l'impatto di un meteorite sul satellite. Se infatti Vela 6911 fosse stato colpito, parte della sua strumentazione poteva essere stata compromessa, addirittura rotta e dispersa. E quei flash allora? Solo la luce del sole riflessa come in uno specchio da alcuni detriti spaziali. Oppure un'esplosione, sì, ma del meteorite spaccato in due.

Fonte: daily.wired.it

 

Gli attivisti della Peta (People for the Ethical Treatment of Animals) ci avevano già abituati a trovate propagandistiche basate sul nudo femminile (ne sa qualcosa anche Elisabetta Canalis), ma ora hanno deciso di osare ancora di più. L’idea è quella di lanciare sfruttare al volo la nuova possibilità dei domini .xxx per creare un vero e proprio sito a luci rosse. Ma nel nome dei diritti degli animali.

File:Silver-Spring-monkey.jpg

PETA distributed images of the monkeys with the caption, "This is vivisection. Don't let anyone tell you different."

L’ennesimo tentativo di campagna shock prevede l’accostamento di materiale pornografico e immagini di animali maltrattati. Una trovata che, prima ancora della realizzazione, ha già attirato le ire dei movimenti per i diritti delle donne.

" Speriamo di raggiungere una nuova audience, e di colpirli con immagini che non si aspettavano di vedere su un sito XXX," ha detto Lindsay Rajt, direttore delle campagne della società non profit.

Ma è giusto sfruttare e strumentalizzare il corpo femminile, per sensibilizzare invece gli spettatori sulla questione dei diritti degli animali? Facebook pullula di gruppi contrari e anche Jennifer Pozner, fondatrice di Women in Media and News (Wimn) non fa mancare una replica piccata: “ Peta ha sempre usato il sessismo come strategia di marketing per richiamare una forte attenzione, facendone un uso sempre più estremo e degradante”.

I documenti per aprire un dominio .xxx sono però già stati depositati e l’indirizzo sarà attivato a inizio dicembre. Il dibattito, nel frattempo, continua, e alla Peta questo non può che far piacere.

Fonte: daily.wired.it - Credit per la foto: Peta

 

Una superficie che nessun liquido può macchiare, nemmeno sangue o petrolio. Sono solo alcune delle future conquiste promesse da Slips (Slippery Liquid-Infused Porous Surfaces) il materiale avveniristico realizzato dai ricercatori in scienze dei materiali della  Harvard School of Engineering and Applied Sciences e presentato su Nature. Il materiale altamente tecnologico ottenuto dagli scienziati americani è in realtà ispirato alla natura. Precisamente alla pianta cobra, un tipo di pianta carnivora che, per catturare gli insetti di cui si nutre, li attira sulle sue foglie sdrucciolevoli e poi li fa scivolare, inesorabilmente, nel suo tubo digestivo.

“Sfruttiamo, per il nostro Slips, un principio simile, ma il nostro materiale addirittura supera nelle prestazioni la natura, e fornisce una soluzione versatile e semplice per la repellenza di liquidi e solidi”, ha spiegato Joanna Aizenbberg, a capo del gruppo di ricerca.

La pianta carnivora crea un rivestimento liscio nella parte superiore delle sue foglie, in modo che il fluido diventa, in un certo senso, la vera superficie idrorepellente. “ Nel caso delle formiche, l’olio sul fondo delle loro zampe non fa presa sul rivestimento scivoloso della pianta. Come una sorta di olio che galleggia sulla superficie di una pozzanghera”, continua Aizenbberg.

I ricercatori hanno creato dunque un rivestimento superficiale eccezionalmente scivoloso dopo aver infuso un materiale poroso nanostrutturato con un liquido lubrificante. Dopo essere stato applicato, Slips, come per la pianta carnivora, crea uno strato che fa scivolare un’ampia varietà di liquidi e solidi, non esercitando quasi alcuna ritenzione e presentandosi come una superficie praticamente senza nessun attrito.

Non si tratta certo della prima superficie repellente inventata. Finora, gli scienziati si erano ispirati al loto, che è capace di respingere l’acqua grazie alla minutissima trama delle sue foglie, che, appunto per effetto loto, crea cuscinetti d’aria che fanno rotolare via le goccioline.

Ma l’effetto, riprodotto in laboratorio in materiali nanotecnologici, non funziona altrettanto bene con i liquidi organici o complessi. Inoltre, se la superficie è danneggiata, per esempio graffiata, o se ci sono condizioni ambientali estreme, le gocce di liquido tendono ad affondare nella tessitura, piuttosto che a rotolare via.

“Slips, invece, è intrinsecamente liscia e priva di difetti”, spiega Tak-Sing Wong che ha collaborato allo studio: “ e anche dopo un danno al campione con raschiatura con un coltello o una lama, le superficie era quasi istantaneamente riparata e le qualità repellenti rimanevano intatte. Insomma si verificava una sorta di auto-guarigione”. A differenza delle superfici che sfruttano l’effetto loto, inoltre, SLIPS può essere prodotto in modo da risultare otticamente trasparente, e quindi ideale per applicazioni superfici ottiche e autopulenti.

DAILY WIRED NEWS TECH
Dalle piante carnivore, un materiale super scivoloso
Non si macchia e si ripara da solo. Queste le proprietà della nuova superficie creata da ricercatori di Harvard. Ecco come funziona
22 septembrie 2011  di Stefano Pisani
L'effetto repellente, inoltre, persisteva anche in condizioni estreme come pressioni elevate (fino a 675 atmosfere, pari a sette chilometri sotto il mare) alta umidità e temperature più fredde. Il team ha infatti condotto anche test dopo tempeste di neve e il materiale ha resistito al gelo e respinto il ghiaccio.

I ricercatori prevedono che SLIPS potrebbe un giorno essere usato per i tubi per il trasporto di combustibile e acqua, o per cateteri e sistemi di trasfusione di sangue, che a volte compromessi da indesiderate interazioni liquido-superficie. Altre potenziali applicazioni includono vetri auto-pulenti, superfici che resistono batteri e altri tipi di incrostazioni, materiali anti-incollamento e superfici che respingono impronte digitali o graffiti.

Fonte: daily.wired.it - Credits per la foto: Getty

 

Svezia, 1945: i 660 pazienti della clinica psichiatrica Vipeholm, a Lund, vengono sottoposti a una particolare dieta a base di zucchero e carboidrati per valutare le tipologia e la modalità di insorgenza delle carie. In 10 anni di studio clinico le arcate dentarie di ogni singolo paziente vengono praticamente polverizzate. Stati Uniti, 2004: l’equipe di ricerca della Food and Drug Administration analizza i dati clinici di 1,98 milioni di pazienti americani per valutare la possibilità che l’antidolorifico Vioxx, assunto da 20 milioni di americani, stia causando infarti letali. In pochi mesi lo studio di Grahm evidenzia un’incidenza di cardiopatie triplicata tra chi assume il farmaco, senza sottoporre un solo paziente a uno studio clinico controllato.

Questi due esempi, per quanto appartenenti a campi diversi, danno una chiara idea di come la ricerca medica sia cambiata (e stia cambiando) grazie alla digitalizzazione dei dati clinici dei singoli pazienti, sempre più spesso raccolti e rigorosamente archiviati dagli istituti medici, dagli enti di ricerca e dai singoli ambulatori dei medici di base.

C’è chi la chiama e-medicine, chi preferisce cloud medicine, il termine corretto sarebbe data mining based research. Ma il nome in realtà non ha tutta questa importanza, quello che conta sono le potenzialità insite in questo nuovo ambito di ricerca.

Il data mining utilizzato in ricerca medica si basa sull’utilizzo di algoritmi di apprendimento automatico, la cui utilità è quella di sfrondare significative quantità di dati in cerca di pattern che possano suggerire relazioni causali altrimenti impossibili da individuare. Facciamo un esempio: il farmaco A, se preso da solo, funziona efficacemente come antidepressivo, il farmaco B invece aiuta a ridurre il colesterolo. C’è la possibilità che, se presi in contemporanea, questi farmaci diano luogo a un pericoloso effetto collaterale che porta all’aumento del tasso glicemico sanguigno. Se abbiamo a disposizione un numero sufficientemente vasto di dati clinici, possiamo utilizzare degli algoritmi per ottenere una valutazione statistica dell’incidenza di questo effetto collaterale.

L’esempio che abbiamo fatto non è inventato, è il noto caso dell’aumento della glicemia dovuto alla somministrazione combinata di Paxil e Pravachol. Per valutare un simile pericolo (piuttosto serio se il paziente ha il diabete) non ci si sarebbe potuti affidare a un normale studio clinico, a meno di voler coinvolgere migliaia di pazienti, ottenerne il consenso informato, rimborsarli adeguatamente e aspettare mesi, se non anni, per ottenere dati rilevanti.

Insomma, l’obiettivo principale della cloud medicine è quello di velocizzare significativamente la ricerca in campo medico.

L’entusiasmo intorno a questo strumento cresce a vista d’occhio, non passa mese senza che spunti un nuovo algoritmo che consenta un’analisi più rapida ed efficace delle cartelle cliniche elettroniche, oltre che confronti incrociati con i dati genetici del paziente, i trattamenti farmacologici a cui è sottoposto e, in alcuni casi, il suo stile di vita. Lo sviluppo di questi nuovi algoritmi va di pari passo con quello di nuove tecnologie di indagine che stanno rendendo sempre più facile ottenere dati relativi al genoma e al proteoma dell’individuo.

Si potrebbe credere di essere a un passo da una radicale rivoluzione in campo medico. Purtroppo, invece, lo scenario in cui i dati clinici di milioni di persone verranno sfruttati per velocizzare lo sviluppo di terapie per malattie incurabili è ancora piuttosto lontano.

Gli ostacoli che a oggi rallentano la diffusione della cloud medicine sono diversi. In primo luogo c’è un problema di quantità. Per quanto la digitalizzazione delle cartelle cliniche sia alla portata di gran parte dei paesi occidentali, gli istituti che si dedicano ad una rigorosa archiviazione dei dati clinici dei propri pazienti sono ancora troppo pochi. Basti pensare che in Italia solo 4 ambulatori su 10 sono informatizzati (e solo 3 hanno una connessione adsl). E negli Stati Uniti, dove ci si aspetterebbe un terreno più fertile, la situazione non è poi così migliore: due ricerche condotte nel 2009 e nel 2010 rivelano infatti che, nonostante almeno la metà dei medici americani facciano uso di un sistema di archiviazione elettronico delle cartelle cliniche, solo il 10% si serve di un’archiviazione semantica degli Electronic Health Records (Ehr), funzionale a ricerche di data mining.

Il secondo ostacolo ha a che fare con la privacy e, naturalmente, con i giganteschi interessi economici che gravitano attorno alla ricerca medica e farmacologica. Se la cloud medicine può aiutare a determinare in poche settimane se l’assunzione combinata di due farmaci crei pericolosi effetti collaterali, può anche essere sfruttata per velocizzare il processo di approvazione di un nuovo farmaco. Se i dati sensibili che condividete in rete sono considerati oro per alcune compagnie della Sylicon Valley, provate a immaginare quanto può valere la vostra cartella clinica per una casa farmaceutica. Insomma gli interrogativi, in termini di privacy si sprecano: quali e quanti dati clinici possono essere resi pubblici? Le cloud mediche dovrebbero essere pubbliche o private? In che modo verrà assicurata l’anonimità delle diagnosi e dei trattamenti?

Mentre i fautori più entusiasti della cloud medicine si scervellano per trovare un sistema per eliminare il problema privacy, una valida alternativa potrebbe arrivare dal self-tracking.

I dati che migliaia di pazienti annotano di propria sponte su piattaforme come CureTogether, rappresentano una risorsa enorme per la ricerca medica, e se il numero di self-tracker aumentasse in modo significativo, la cloud medicine assumerebbe la forma di uno sconfinato laboratorio di ricerca sparso per la rete.

Ma anche in questo caso, un interrogativo rimane: nel caso in cui i dati condivisi spontaneamente dai pazienti portassero allo sviluppo di un nuovo rivoluzionario farmaco, chi sarebbe il detentore morale del brevetto? I pazienti che hanno condiviso la propria condizione, oppure la casa farmaceutica che ci macinerà sopra cifre milionarie?

Fonte: daily.wired.it

 

Non ci crederete ma esistono ancora persone che hanno un cellulare che fa solo telefonate e manda sms, non scatta foto, non registra video, non naviga e non condivide su Facebook. Ci sono persone che in macchina hanno un vecchio stereo con cui ascoltano la colonna sonora di Rocky su cd, che usano lo spazzolino manuale e la scopa per raccogliere lo sporco.

Ci sono persone che vivono come vivevamo fino a 4 anni fa e che non hanno nessuna fretta di essere al passo con i tempi, musicali e tecnologici. Stranamente non sono interessate agli andamenti dei social network e dei nuovi gadget e, per sapere se siete in casa, arrivano al portone e citofonano. Sono persone sospette delle quali diffidare. Alcune quando tornano dall’ufficio non si materializzano sui social per raccontare la loro nefasta giornata di lavoro o per anticipare i grandi progetti per la serata. Un danno enorme per il povero Zuckerberg, che continua a sviluppare nuove applicazioni sperando inutilmente di ingolosirli.

Gli antichi restano incomprensibili, come i canadesi. In Canada non esiste l’espressione parcheggio in doppia fila perché lì questo sport non si pratica. Saranno troppo presi dagli orsi, gli indiani e la neve, ma anche così retrò da sembrare moderni. Ve lo immaginate di vivere in un posto così? Magari anche silenzioso e con l’aria tersa, dove la gente si saluta calorosamente per strada e dove si può lasciare in macchina il giubbotto senza temere che qualcuno sfondi il finestrino per rubarlo.

Però poi a pensarci bene farebbe strano. Un po’ come quando si passa per la Svizzera, così pulita, così ordinata. Potrebbe facilmente venire a noia vivere in un posto del genere. La gente troppo educata è sospetta.  Senza contare che l’auto in doppia fila apre scenari interessanti legati ai numeri dell’occupazione. Ci sono ristoranti che offrono il servizio della doppia fila per i clienti che non hanno voglia di girare in tondo, con tanto di addetto alla gestione crisi. E non si contano i vigili urbani, i rimorchiatori, gli stampatori di libretti delle multe, i costruttori di ganasce, i riparatori di finestrini distrutti da qualcuno con la presunzione di recuperare la propria macchina bloccata. Insomma diciamo la verità: senza la doppia fila avremmo un sacco di disoccupati in più. E non dimentichiamo che non ci sarebbe più nessun motivo di andare a visitare il Canada.

Fonte: daily.wired.it - Licenza Creative Commons

 
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28/02/2020 @ 00:04:56
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