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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
By Admin (from 06/09/2010 @ 12:55:38, in it - Scienze e Societa, read 1274 times)

Davvero, non crederete mica di esservi inventati seriamente qualcosa da zero? L’umanità evolve per piccoli, graduali contributi. Ognuno di essi espande la nostra consapevolezza, le nostre conoscenze e la nostra tecnologia di un soffio, spesso impercettibile. Nessuno potrebbe mai creare nulla da zero, neppure Einstein.

Quando non abbiamo avuto paura del confronto, i risultati sono stati sempre entusiasmanti. Durante il Rinascimento i blog conobbero una diffusione fenomenale. Si chiamavano Commonplace books e il destino vuole che abbiano visto i natali proprio in Italia, tra il quattordicesimo e il quindicesimo secolo, con la nascita dello zibaldone: un miscuglio apparentemente confusionario di pensieri, illustrazioni, stralci di testo e annotazioni.

 

Nel tempo l’idea si sviluppò, e divenne un modo di organizzare la conoscenza molto popolare, per esempio nell’Inghilterra del sedicesimo secolo. John Locke insegnava agli studenti di Oxford la maniera migliore di indicizzare i contenuti di ogni diario, ma anche Francis Bacon, Henry David Thoreau e Mark Twain, per citarne solo alcuni, furono educati alla tradizione del commonplace book. In cosa consistevano?

Tra il 1500 e il 1800 gli inglesi - ma non solo - leggevano in maniera non consequenziale e saltavano di libro in libro. Spezzavano il testo in frammenti e li ricomponevano in nuove forme, trascrivendoli in diverse sezioni dei loro diari personali. Poi rileggevano il tutto e riorganizzavano il flusso, aggiungendo nuovi frammenti. Questa modalità di lettura segmentata, anziché sequenziale, che era prevalente prima che la gente iniziasse a leggere ordinatamente i romanzi, costringeva chi la praticava a leggere attivamente, a sviluppare la sua personale visione delle cose. Leggere e scrivere erano quindi attività inseparabili.

Commonplace Book 1

I diari personali così composti, spesso altamente tematici, passavano di mano in mano e venivano integrati con pensieri, ritagli, riflessioni e dati aggiuntivi, diventando veri e propri testi di riferimento, piccoli e completi manuali ricchi di conoscenza distribuita, al punto che John Locke sentì il bisogno di ideare una metodologia di indicizzazione dei loro contenuti, pubblicata nel suo saggio sull’apprendimento umano (An Essay Concerning Human Understanding).

Il web ha solo automatizzato e reso immediata la compilazione e la diffusione dei commonplace books, ma dai graffiti sulle caverne dei primi sapiens sapiens, passando per la tradizione talmudica senza dimenticare le stesse pericopi (la formulazione originaria del vangelo che consisteva di singole pergamene che racchiudevano episodi isolati della vita di Gesù, commentati e passati di mano in mano tra una comunità cristiana e l’altra), l’uomo ha sempre trovato il modo di contribuire, pensiero su pensiero, all’evoluzione della grande coscienza collettiva.

Commonplace books

In cima alla Rocca San Silvestro, un borgo di minatori fondato mille anni fa, si trova un albero speciale. Dai suoi rami pendono decine e decine di ciondoli in pietra. Ognuno di essi porta una scritta, sia essa un proverbio, una dedica, un pensiero o un tributo alla bellezza del creato. Se ci andate, potete aggiungere la vostra pietra. Oscillerà nel vento, appesa a un albero, per molto tempo, come molti saranno i visitatori meravigliati che si imbatteranno nel vostro messaggio.

Quell’albero, in fondo, è come un blog con un unico, eterno, immortale post, dedicato al senso della vita.

Fonte: byoblu.com

 

Pur datato ( 7 Aprile 2005), l'articolo mantiene intatta la sua forza persuasiva e la sua ferrea logica. Hitchens trattava il caso di Terri Schiavo, reso più che mai attuale oggi dalla vicenda di Eluana Englaro. Buona lettura.

La crisi è passata. Ma per tutta la domenica di Pasqua si è temuto che la povera Terri Schiavo, di fatto morta ormai da tempo, ricevesse le stimmate su mani e piedi e si levasse sopra lo stretto della Florida, sostenuta da miracolosi delfini per essere unita nella beatitudine al bambino-uomo Elián González.

 Mi ero sinceramente riproposto di essere l'unico imbrattacarte d'America a restare fuori da questa discussione stupida e avvilente. Non avrei dovuto immischiarmi. Ma se ti lasci coinvolgere anche un solo istante, vieni subito attratto in un vortice di irrazionalità e cattiveria.

Un avvocato della famiglia si presenta davanti a un tribunale americano e dichiara solennemente che la " cliente" del suo cliente potrebbe dover trascorrere più tempo in purgatorio, se non addirittura all'inferno, se decide di sospendere l'alimentazione artificiale.

Un fanatico cattolico, Patrick Buchanan, sostiene che gli agenti federali dovrebbero fare irruzione e sottrarre il cadavere. Un altro fondamentalista cattolico ribatte che sarebbe imprudente, ma solo perché creerebbe un precedente per poter salvare persone vive nel braccio della morte.

Stanco, torno alla posta elettronica e scopro un messaggio di uno che si firma " dottore" ma che forse ha un altro tipo di laurea. Se io definisco Terri Schiavo già morta, scrive l'indignato signore, allora come posso oppormi " al fatto che venga nutrita con un tubo? Di certo non può farle male".

Ammetto di essere sorpreso dalla debolezza della mia posizione e valuto per un attimo l'immagine di file e file di americani defunti, tutti attaccati a un respiratore fino al giorno del giudizio. Morti? Sì, assolutamente, ma il primo dovere del medico è non nuocere. La mente vacilla.

Io sono a favore della " scelta per la vita". Un tempo ero abituato a estenuanti discussioni con i militanti per la " libera scelta", i quali solo con riluttanza ammettevano che il feto era vivo ma poi domandavano se fosse davvero una vita umana. Con gli anni il dibattito si è evoluto: i cattolici seri non dicono più che la contraccezione è genocidio e i sostenitori della " libera scelta" sono perplessi sulle interruzioni di gravidanza a uno stadio avanzato.

 Sensibile alla coerenza nell'" etica della vita", la Chiesa si è spinta fino a condannare la pena di morte.

 Le cose stavano migliorando lentamente. Fino a oggi.

C'è un'analogia con un dibattito laico.

 Alla fine del diciottesimo secolo Jefferson e Madison ebbero una discussione e si chiesero se la terra appartenesse solo ai vivi. Sostenendo che " l'uomo non ha alcuna proprietà sull'uomo", Thomas Paine aveva condannato alcuni atteggiamenti tradizionali perché, di fatto, riconoscevano dei diritti ai morti. Jefferson, che era d'accordo, scrisse che alle passate generazioni non poteva essere consentito alcun veto. Madison replicò che i deceduti avevano alcuni diritti e bisognava rispettarli perché si erano impegnati per creare molti dei benefici di cui godevano i vivi. Ma perché questa discussione potesse essere condotta in termini ragionevoli, ci doveva essere un accordo sul fatto che i morti fossero davvero morti. Non si può fare nulla se una persona è mantenuta in uno stato perenne di morte apparente. Se c'era il benché minimo motivo per non credere che nell'ultima parte della sua esistenza Terri Schiavo fosse già la ex moglie di suo marito, direi che lui aveva un dovere verso di lei. Ma così come stanno le cose – ed ecco la mia risposta all'uomo che ci chiedeva di ignorare tutte le prove mediche e tuttavia trattava ancora la donna come se fosse viva – penso che sia osceno considerarla capace di esercitare un potere dall'oltretomba. Quanto all'idea che di questo presunto potere si possano fare arroganti interpreti demagoghi clericali e stregoni autonominati, viene da rabbrividire.

La fine del cervello, o la sostituzione del cervello con un vuoto liquefatto e rimpicciolito, è – per tornare al mio punto iniziale – se non la fine assoluta della " vita", almeno l'indiscutibile conclusione della vita umana. Questo priva la vittima di ogni voce in capitolo nelle vicende umane. Dato tragico, forse, a meno che non si creda in una migliore vita futura. Ci vuole un pentimento.

 Nel frattempo gli altri hanno una vita da vivere. E io spero che diremo che non vogliamo passare il resto dei nostri giorni ad ascoltare le reazioni isteriche di menti malate e superstiziose. È un insulto ai nostri tribunali e alla nostra costituzione che giudici, deputati, senatori e governatori siano molestati da chi crede nella resurrezione ma non nella morte fisica. Quale paziente post-terminale non potrebbe ora essere utilizzato, a prescindere dalla sua volontà, per convocare un tribunale di mezzanotte o riunire una precipitosa presidenza notturna? Non contenti di dirci che un tempo condividevamo la terra con i dinosauri e che dovremmo insegnare ai nostri figli questa menzogna, adesso i fanatici religiosi presentano il loro culto della morte come se fosse una gioiosa celebrazione dell'unica vita che abbiamo. Si sono spinti troppo in là, e dovrebbero pentirsene quanto più amaramente possibile.

Autore: Christopher Hitchens - Fonte: Internazionale.it

 
By Admin (from 06/09/2010 @ 08:45:01, in it - Scienze e Societa, read 4803 times)

Il più occidentale dei Borghi delle Cinque Terre è il paese nativo del poeta Eugenio Montale.

 

Raggiungibile in auto e con una spiaggia quasi riminese, è stato un po' snaturato dal turismo. Per ritrovarne l'anima, bisogna andare oltre la “ vetrina” delle spiaggette.

 

Monterosso si adagia su una conca affacciata su una larga insenatura al levante di punta Mesco. Due nuclei che lo compongono: Fegina e Monterosso.

 

Quest'ultimo ha mantenuto in parte le caratteristiche di borgo antico. Ai bordi della spiaggia venne costruita fra il '200 e il '300 la chiesa di San Giovanni, col campanile in origine torre di guardia del fortino genovese. Dal porticciolo, una strada pedonale a gradoni porta al colle di San Cristoforo, che divide Monterosso da Fegina, dove si incontra il convento dei Cappuccini con la Chiesa di San Francesco.

 

Il monastero domina le due piccole baie in cui è diviso il lungo mare di Monterosso. Fu fondato nel 1100, e ha svolto funzioni di guarnigione militare, lazzaretto e deposito di pesce essiccato. All'interno della chiesa una Crocifissione,attribuita ad Anton Van Dyck. Per raggiungere Vernazza si può prendere il Sentiero Azzurro che collega i centri delle Cinque Terre. ( Fonte: I weekend più belli d'Italia - Autori vari)

 
By Admin (from 05/09/2010 @ 16:02:13, in it - Scienze e Societa, read 1628 times)

L'immenso centro storico di Genova è ancora esclusivo appannaggio dei genovesi. Nonostante le Colombiadi, il G8 e il ruolo di capitale della cultura per un anno, ha mantenuto quell'aria de porto: malfamata, febbrile e verace. Il giro del centro storico si deve fare, perciò, prescindendo dai monumenti.

 

La cosa migliore è girovagare Sottoripa, intorno a Piazza Caricamento, via Prè e via del Campo, accompagnando la passeggiata con abbondanti porzioni di farinata e frutta candita, retaggio di antichi scambi con la Siria. A delimitarla il duecentesco palazzo San Giorgio, o meglio, Palazzo a Mare.

 

Ha solo un secolo in meno della piazza, ma con la sua facciata affrescata nel '500 rappresentò, come banca, il governo della città e dei suoi possedimenti. Più su, a monte, Palazzo Spinola, residenza dal '500 al 1958 di ricchi mercanti genovesi, ha una preziosa galleria di opere d'arte con dipinti di Van Dyck, di Giudo Reni, Luca Giordano e l'Ecce Homo di Antonello da Messina. Chiesa e commenda di San Giovanni si trovano all'inizio di via Prè, centro dell'angiporto e dei suoi traffici.

 

E' il complesso religioso più bello, affacciato sul mare, vero simbolo del romanico genovese. La strada si immette in via del Campo dalla porta dei Vacca del 1100: un portale semicircolare con due torri svettanti. ( Fonte: I weekend più belli d'Italia - Autori vari)

 

L'universo ha bisogno di un Creatore? "No". La perentoria risposta arriva dal professor Stephen Hawking, l'astrofisico più famoso del mondo, considerato da molti l'erede di Newton, del quale ha per così dire ereditato la prestigiosa cattedra all'università di Cambridge. In un nuovo libro che esce in questi giorni, l'autore del best-seller internazionale Dal Big Bang ai buchi neri sostiene, sulla base di nuove teorie, che "l'universo può essersi creato da sé, può essersi creato dal niente" e dunque "non è stato Dio a crearlo".

L'universo ha bisogno di un Creatore? "No". La perentoria risposta arriva dal professor Stephen Hawking, l'astrofisico più famoso del mondo, considerato da molti l'erede di Newton, del quale ha per così dire ereditato la prestigiosa cattedra all'università di Cambridge. In un nuovo libro che esce in questi giorni, l'autore del best-seller internazionale Dal Big Bang ai buchi neri sostiene, sulla base di nuove teorie, che "l'universo può essersi creato da sé, può essersi creato dal niente" e dunque "non è stato Dio a crearlo".

La sua affermazione occupava ieri tutta la prima pagina del Times di Londra, come una sfida, l'ennesima, della scienza alla religione. "Così come Darwin ha smentito l'esistenza di Dio con la sua teoria sull'evoluzione biologica della nostra specie", commenta Richard Dawkins, biologo difensore dell'ateismo, "adesso Hawking la nega anche dal punto di vista della fisica". Nel suo libro più famoso, l'astrofisico aveva cercato di spiegare che cosa accadeva "prima" del Big Bang, ossia prima che nascesse il tempo, lasciando il quesito irrisolto. Il capitolo conclusivo conteneva un ragionamento che alcuni interpretarono come l'idea che Dio non fosse incompatibile con una comprensione scientifica dell'universo: scoprire cosa c'era prima Big Bang, arrivare a una "completa teoria" dell'universo  -  scriveva Hawking  -  "sarebbe il più grande trionfo della ragione umana, perché a quel punto conosceremmo la mente di Dio".

La sua affermazione occupava ieri tutta la prima pagina del Times di Londra, come una sfida, l'ennesima, della scienza alla religione. "Così come Darwin ha smentito l'esistenza di Dio con la sua teoria sull'evoluzione biologica della nostra specie", commenta Richard Dawkins, biologo difensore dell'ateismo, "adesso Hawking la nega anche dal punto di vista della fisica". Nel suo libro più famoso, l'astrofisico aveva cercato di spiegare che cosa accadeva "prima" del Big Bang, ossia prima che nascesse il tempo, lasciando il quesito irrisolto. Il capitolo conclusivo conteneva un ragionamento che alcuni interpretarono come l'idea che Dio non fosse incompatibile con una comprensione scientifica dell'universo: scoprire cosa c'era prima Big Bang, arrivare a una "completa teoria" dell'universo  -  scriveva Hawking  -  "sarebbe il più grande trionfo della ragione umana, perché a quel punto conosceremmo la mente di Dio".

Ma nella sua nuova opera, intitolata The Grand Design (Il grande disegno o progetto) e scritta insieme al fisico americano Leonard Mlodinow, lo scienziato offre la risposta: anziché essere un evento improbabile, spiegabile soltanto con un intervento divino, il Big Bang fu "una conseguenza inevitabile delle leggi della fisica". Scrive Hawking: "Poiché esiste una legge come la gravità, l'universo può essersi e si è creato da solo, dal niente. La creazione spontanea è la ragione per cui c'è qualcosa invece del nulla, il motivo per cui esiste l'universo, per cui esistiamo noi". Nel libro, lo studioso predice inoltre che la fisica è vicina a formulare "una teoria del tutto", una serie di equazioni che possono interamente spiegare le proprietà della natura, la scoperta considerata il Santo Graal della fisica dai tempi di Einstein.

E' tuttavia la sua asserzione che Dio non ha creato l'universo, e dunque non esiste, a suscitare eco e polemiche. "Se uno ha fede", osserva il professor George Ellis, docente di matematica applicata alla University of Cape Town, "continuerà a credere che sia stato Dio a creare la Terra, l'Universo o perlomeno ad accendere la luce, a innescare il meccanismo che ha messo tutto in moto, prima del Big Bang o del presunto nulla che lo ha preceduto". Ma il campo dell'ateismo accoglie la pubblicazione del libro di Hawking come una vittoria della ragione e della scienza, da celebrare a due settimane dalla visita in Inghilterra di papa Benedetto XVI, che non sarà per niente d'accordo con Hawking.

Nel nuovo libro, l'astrofisico rivela che il riferimento alla "mente di Dio" nel suo precedente volume sul Big Bang era stato male interpretato. Hawking non ha mai creduto che scienza e religione fossero conciliabili. "C'è una fondamentale differenza tra la religione, che è basata sull'autorità, e la scienza, che è basata su osservazione e ragionamento", conclude. "E la scienza vincerà perché funziona".
 
Fonte: Repubblica.it - RIPRODUZIONE RISERVATA; Autore:  ENRICO FRANCESCHINI

 
By Admin (from 04/09/2010 @ 13:00:13, in it - Scienze e Societa, read 1158 times)

Una delle rare ferrovie italiane a scartamento ridotto sopravvissute al boom della motorizzazione privata. Stazione di partenza: Piazza Manin, a pochi metri dal centro di Genova, fra le mura di San Bartolomeo e il Castello Mackenzie, alle pendici delle alture della città. Attiva dal 1929, la Genova – Casella permette ai fortunati che risiedono nei piccoli paesi lungo la linea di usare il ' trenino', come affettuosamente viene chiamato, ogni giorno, in tutte le ore, per andare a lavorare senza traffico e stress.

 

Le carrozze iniziano la marcia, o meglio, la salita, costeggiando i resti di un acquedotto medioevale e il cimitero monumentale di Staglieno, (offrendo una veduta fino al promontorio di Portofino), per poi percorrere tre valli: Valbisagno, Valpocevera e Valle Scrivia, fra curve strette, viadotti, brevi gallerie e, soprattutto, una natura ancora bellissima. Il trenino raggiunge il punto più alto al valico di Crocetta, 460 metri, mentre la stazione di arrivo, Casella, è a poco più di 400 metri.

 

L'intero percorso è lungo 25 chilometri e dura circa un'ora. Dieci le corse giornaliere per dimenticare che cos'è una città e, magari, fermarsi a mangiare i piatti della cucina ligure in una delle trattorie lungo il tratto ferroviario. ( Fonte: I weekend più belli d'Italia - Autori vari)

 
By Admin (from 04/09/2010 @ 09:08:36, in it - Scienze e Societa, read 1431 times)

" Ogni giorno i nostri soldati bruciano o distruggono l'unica coltura esistente in Afghanistan". Christopher Hitchens senza mezze misure, in tutta la sua bravura. Buona lettura.

LO SAI CHE I PAPAVERI... un editoriale di Christopher Hitchens.

Perché sembra che l'intervento in Afghanistan sia andato meglio del previsto, mentre quello in Iraq si è dimostrato più difficile?

Si possono dare diverse risposte.

L'Afghanistan aveva già vissuto l'esperienza della teocrazia e della guerra civile, e la sua popolazione era stanca e assuefatta. I taliban erano stati al potere solo per poco, mentre il partito Baath iracheno aveva avuto più di trent'anni per abituare la popolazione a una timorosa obbedienza.

La maggior parte dei vicini dell'Afghanistan vuole che il governo di Karzai porti un minimo di stabilità, non  così per l'Iraq.

Però in Iraq le truppe non entrano rombando nei villaggi per imporre alla gente di smettere di produrre o consumare i prodotti petroliferi. Né scorrazzano per il Paese facendo saltare in aria i pozzi di petrolio o le trivelle. Immaginate come sarebbe diverso se lo facessero.

E adesso pensate che ogni giorno, in Afghanistan, i soldati che agiscono in nostro nome bruciano o distruggono l'unica coltura esistente, rischiando di far ricadere il Paese nelle mani dei signori della guerra e nell'anarchia.

Embrionale ripresa economica

Apprendiamo dal New York Times che in seguito ai suoi accertamenti segreti il tenente generale David Barno, l'ufficiale americano di più alto grado presente nel Paese, è arrivato alla conclusione che la coltivazione del papavero è il principale ostacolo alla creazione di una società civile, e l'unico mezzo con cui gli ex taliban e le forze di al Qaeda sperano di riprendersi.

A una lettura più attenta dell'articolo, tuttavia, si capisce che è la campagna contro la coltivazione del papavero il vero ostacolo. Questo fatto era sottolineato anche da un commento apparso nella stessa edizione del Times, firmato dal ministro delle finanze afgano. " Oggi", scriveva il ministro, "molti afgani sono convinti che non è la droga, ma una guerra sbagliata contro la droga a ostacolare la loro economia e la nascente democrazia".

 Il Ministro sottolineava che un terzo del PIL del Paese dipende da quelle colture e che " distruggerle senza offrire agli afgani un mezzo di sussistenza alternativo rischia di annullare l'embrionale ripresa economica degli ultimi tre anni".

Non ci si chiede mai, però, cosa succederebbe se quell'attività fosse legalizzata e tassata: una soluzione che la sottrarrebbe al controllo della mafia e farebbe arricchire in breve tempo un gran numero di contadini afgani.

Vent'anni fa i principali prodotti di esportazione del paese erano l'uva e l'uvetta. Ma molti di quei vigneti – se non quasi tutti – sono stati lasciati seccare o abbattuti, o addirittura sradicati per ricavarne legna da ardere, nel corso di questi decenni di guerre.

 Un afgano che fosse tanto ottimista da piantare oggi una vigna dovrebbe aspettare cinque anni prima di poterne trarre profitto, mentre se pianta papaveri li vedrà fiorire entro sei mesi.

Che fareste voi, se la vostra famiglia fosse alla fame?

 I funzionari americani incaricati di sradicare queste colture sono tutti convinti di sprecare il loro tempo. Non ci vuole molto per capire come ha sempre funzionato il proibizionismo o per sapere che la domanda dei consumatori americani è così forte da superare qualsiasi tentativo di frenare l'offerta. Tutto questo lo sappiamo già dalle atroci esperienze in Bolivia, Colombia e Messico.

 La prossima priorità

Per capirlo non è necessario sapere molto dell'Afghanistan. Conoscete qualcuno che crede davvero alla presunta " guerra alla droga" condotta dagli Stati Uniti?

 Tutti sanno che è una delle maggiori cause di detenzioni inutili, costose e ingiuste, che è un'enorme fonte di corruzione per i dipartimenti di polizia, che porta all'immissione sul mercato di narcotici inquinati o tagliati.

Senza tener conto di assurdità e crudeltà come il rifiuto di somministrare marijuana a scopi terapeutici, o il dirottamento di personale e risorse dalla lotta contro organizzazioni criminali più pericolose.

La politica del nostro Governo, in patria e all'estero, non punta a fermare un commercio che in realtà aumenta di anno in anno, ma a garantire che i suoi remunerativi mezzi di produzione e distribuzione restino nelle mani del crimine.

Ci stiamo privando deliberatamente di prodotti correttamente raffinati e di grandi risorse, che potrebbero finire nelle casse del nostro erario piuttosto che in quelle delle mafie nazionali e straniere.

Prima o poi dovremo rinunciare a questa folle politica ereditata dell'amministrazione Nixon, e credo che il sacrificio dell'Afghanistan possa essere il punto di svolta.

Diversi funzionari carcerari, poliziotti, politici e scienziati – sia della destra sia della sinistra intelligente – sono arrivati alla conclusione che la depenalizzazione è necessaria e urgente.

È difficile pensare che ci sia un'altra riforma capace di cambiare tante cose in così tanti settori.

Dovrebbe essere la prossima priorità.

Autore: Christopher Hitchens - Fonte: Internazionale.it

WIE VAN DE DRIE

  
 

Guerra in Iraq, guerra in Afghanistan, guerra.

Davvero la guerra ha fatto aumentare l'integralismo? Vignetta di Mauro Biani. Guerra in Iraq, guerra in Afghanistan, guerra.

Fonte: maurobiani.splinder.com

 

Ti emoziona per natura il più grande parco marino d’Europa: 71 vasche, 800 specie, oltre 10.000 esemplari sullo sfondo inimitabile del Golfo di Genova. È stato inaugurato nel 1992 in occasione delle celebrazioni Colombiane nel 500 anniversario della scoperta del Nuovo Mondo. Meta ogni anno di oltre un milione di visitatori, accoglie in 600 metri quadrati di esposizione ogni specie marina – dai delfini agli squali, dalle tartarughe ai pinguini - e tiene nel loro naturale ambiente marino, accuratamente riprodotto.

 

Il percorso di visita (circa 2 ore 30 minuti) si snoda scenograficamente tra mille e uno scorci panoramicissimi del Porto Antico di Genova - infatti l’Acquario è situato sull’antico Ponte Spinola- e comprende 40 grandi vasche, alle quali si aggiungono le 19 vasche aperte ricavate sfruttando gli spazi di una vera e propria nave chiamata “Nave Italia”; grazie alle quali si possono veramente “toccare in mano” i pesci.

Magnifica è anche la ricostruzione degli ambienti naturali originali delle singole specie all’Acquario di Genova: non solo fauna marina ma anche rettili, anfibi , e, in generale, animali delle foreste fluviali e d’acqua dolce. Polo attrattivo, scientifico e didattico questa straordinaria struttura è assolutamente coerente col suo slogan: "Acquario di Genova. Ti emoziona per natura".


Fonte: genova-turismo.it

Per saperne di più : www.acquariodigenova.it

 

 
By Admin (from 02/09/2010 @ 13:00:39, in it - Scienze e Societa, read 2733 times)

Un tuffo nella nostalgia, nel rimpianto per un passato che è davvero passato e che ha lasciato poche, se pur preziose, tracce. Colpa dell’entusiasmo e della disattenzione di chi ha avuto nella seconda metà del XIX e in tutto il XX secolo il compito di bene amministrare i comuni – poi quartieri – del ponente genovese. L’entusiasmo dello sviluppo industriale, quando le magnifiche sorti e progressive di Genova e dell’Italia erano affidate alla crescita dell’industria pesante; la disattenzione di chi ha permesso e favorito la distruzione di uno dei più bei “paesaggi di villa” del Nord Italia, trasformando un territorio che gli umanisti definivano Giardino di Venere in una periferia urbana di non sempre facile godibilità.

Senza addentrarci troppo nella storia del paesaggio del ponente cittadino, basti immaginare – se ci si riesce, ché ci vuole un po’ di fantasia – che la fascia costiera a ponente della Lanterna, da Sampierdarena a Cornigliano, Sestri Ponente, Pegli, Pra, Voltri, era grosso modo sino a metà Ottocento un susseguirsi di borghi costieri marinari e di grandi ville nobiliari circondate da vasti parchi e giardini, con qualche cantiere navale lungo la spiaggia. Le pur nobili ragioni dell’industria e l’aumento della popolazione dovuta alla crescita industriale hanno progressivamente eroso questo patrimonio di natura e arte sostituendolo con ciò che esiste oggi, ovvero il grande porto moderno, l’aeroporto, diversi impianti industriali e tanti edifici di discutibile bellezza.

Tutto ciò per dire che le prime tappe di questo itinerario, le ville di Pegli, non sono entità aliene calate dal cielo, piuttosto sono una testimonianza importante di quei tempi e di quel paesaggio ormai andati. Mentre i tempi delle ville stavano per concludersi, Pegli ebbe la fortuna di farsi conoscere all’estero per la sua bellezza, sì da entrare nel novero delle località turistiche d’elite che diedero sviluppo al turismo ligure, più o meno nei tempi della Bell’Epoque che precedette la prima guerra mondiale. Pegli località di soggiorno di principi, re e imperatori, nobili e magnati, che venivano a svernare qui, sfuggendo i climi rigidi dell’Europa centrale e orientale.

Una breve navigazione lungo i moli del porto moderno è il trait-d’union tra le ville pegliesi e il centro storico, che in questo itinerario si presenta sotto i suoi diversi aspetti medievali e seicenteschi, popolari e nobili, religiosi e civili, artistici e commerciali, vetusti e rinnovati. Ventisette secoli (circa) di storia non sono passati invano, e tutti hanno lasciato qualche traccia. Nessun itinerario di due o tre ore di cammino potrà farli scoprire tutti ma buone gambe e mente attenta permettono di fare millanta interessanti scoperte.

Descrizione dettagliata dell'itinerario

Si parte dalla stazione ferroviaria di Pegli, che è già un’emergenza artistica di per sé, col suo Liberty elegante e allegro a tradire lo scopo per cui fu costruita, cioè accogliere i coronati e danarosi ospiti dei grandi hotel affacciati sul mare. Il più bel parco di Genova, quello di villa Pallavicini, è subito a sinistra della stazione, e oltre al parco c’è il museo archeologico ospitato nella villa che merita una sosta attenta. Tornati alla stazione si sale per via Martiri della Libertà e via Pavia per raggiungere l’altra villa, Doria Centurione col suo museo navale.

Dopodiché indietro di nuovo sino alla stazione per raggiungere il lungomare attraverso il breve simpatico vico Condino, girare a destra e salire per via De Nicolay in cerca della casa natale di Fabrizio De Andrè. Tornati sul lungomare vale la pena spingersi ancora un poco a ponente per raggiungere il vasto Hotel Méditerranée che ricorda i tempi d’oro della Pegli turistica. Breve da qui il cammino sul lato a mare della passeggiata sino al Molo Archetti, punto d’imbarco della Navebus, l’intelligente linea di trasporto pubblico via mare istituita dall’AMT per collegare Pegli e i quartieri di ponente col centro città. Mezz’ora di navigazione osservando i moli del porto e le navi al lavoro, poi si sbarca nel cuore del Porto Antico, proprio di fronte a Palazzo San Giorgio, accanto all’Acquario.

Rimesso piede a terra, l’attraversamento di piazza Caricamento e la breve e affollata via al Ponte Reale porta in piazza Banchi con la chiesa di San Pietro, che si oltrepassa per procedere sotto l’arcata di vico San Pietro della Porta (forse era una porta delle mura altomedievali) e lungo via di Canneto il Curto, un animato e multirazziale tratto del carrugio lungo parallelo alla riva. La larga rettilinea via San Lorenzo induce a salire verso la cattedrale e verso piazza Matteotti, con il palazzo Ducale e la chiesa dei gesuiti ricca di arte barocca. Un tratto di via di Porta Soprana e poi a destra giù per vico dei Castagna sino a piazza delle Erbe, il centro della movida serale della gioventù genovese. Via di San Donato conduce alla omonima bella chiesa romanica, da cui si sale lungo Stradone Sant’Agostino verso quella chiesa col suo museo.

Più in alto c’è l’ampia (per essere nel centro storico) piazza Sarzano, che invita a scendere vico dietro il Coro di San Salvatore per ammirare un delizioso angolino nascosto della Genova molto medievale, Campopisano. Di nuovo su in Sarzano per entrare nel canyon di via Ravecca, stretto fra alte case antiche e rinnovate, sino alla Porta Soprana, la principale tra le porte della “Murette” del XII secolo. Breve la discesa per Vico Dritto di Ponticello sino alla cosiddetta “casa di Colombo”, quindi per piazza Dante e via Dante si raggiunge il centro della Genova moderna, ovvero piazza De Ferrari.

Per poi rituffarsi nel Medioevo di salita San Matteo sino alla magnifica raccolta piazza San Matteo, che fu il quartiere della famiglia D’Oria. Via David Chiossone e Vico del Fieno scendono in Piazza Soziglia, snodo dei carruggi commerciali nell’area due-cinquecentesca del centro storico; da qui per un breve tratto di via dei Macelli di Soziglia, poi a sinistra per vico Lavagna sino alla popolare pianeggiante via della Maddalena, da seguire verso destra sinché il vico dietro il Coro della Maddalena ci fa salire in via Garibaldi, la splendida “Strada Nuova” Patrimonio dell’Umanità UNESCO, massima testimonianza del siglo de los Genoveses.

Da Strada Nuova coi suo palazzi e i suoi musei verso la “Strada Nuovissima” settecentesca di via Cairoli, quindi a sinistra verso l’ampia piazza della Nunziata, coi palazzi nobiliari che fronteggiano la chiesa, altro prezioso contenitore di opere d’arte dei secoli d’oro dell’arte genovese, dal Manierismo al Barocco. È il rettifilo della seicentesca via Balbi – altri palazzi sontuosi, altri musei – a condurre al termine di questo itinerario, davanti alla stazione ferroviaria di Piazza Principe.

Fonte: www.trekking.it

 
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