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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
By Admin (from 01/09/2010 @ 10:30:46, in it - Scienze e Societa, read 1729 times)

“Genova, amore a seconda vista”: questa frase, scritta alcuni anni fa da un giornalista straniero, è quasi un luogo comune.

Quindi ha un fondo di verità. Il fascino di Genova non appare a chi corre sulle autostrade o si imbarca di fretta sui traghetti; qui non si ama ostentare le proprie virtù. Understatement zeneise, lo chiamano. Insomma, Genova non crede “a quello che i francesi chiamano coup de foudre”, come cantava Enrico Ruggeri. Ma la differenza fra un colpo di fulmine e un amore a seconda vista è che l’infatuazione del primo può passare, il secondo resta.

Forse non sarà facile innamorarsi di Genova, certo è impossibile scordarla dopo che è scaturita la passione. Genova è un cocktail di nuovo e di antico, di moderno e di medievale, di contemporaneo e di storico. Il sole che brilla sul tozzo Matitone, fulgido esempio di architettura international style di fine XX secolo, illumina anche la Lanterna carica di secoli e di salsedine; la sua luce che sbircia tra i tetti del carruggio bimillenario della Maddalena, illumina con assai migliori risultati Piazza della Vittoria, trionfo del razionalismo celebrativo.


Genova è tutto ciò ma non solo: intorno alle bellezze artistiche c’è la rappresentazione – che potremmo definire teatrale – della vita quotidiana dei suoi abitanti. E se l’arte prorompe, incontenibile, nei palazzi delle “strade nuove”, che dal 2006 sono “Patrimonio dell’Umanità” dell’UNESCO, la vita quotidiana riempie di suoni, profumi, colori le strade del commercio, sia quelle ottocentesche che potrebbero essere collocate in Trastevere o nel V arrondissement parigino con identica dignità, sia le vie storiche dove le tracce del Libero Comune mercantile non sono del tutto scomparse.

Camminare nel centro di Genova significa godersi la città con lo sguardo verso l’alto, per non perdersi i fregi e gli affreschi dei palazzi ”belli”, siano le regge dell’oligarchia seicentesca o i virtuosismi dell’eclettismo e del liberty. E, al contempo, significa tenere il naso davanti delle vetrine per non perdere il profumo del pesto, la fragranza della focaccia, la dolcezza dei pasticcini di tradizione settecentesca. Genova, gioia dei cinque sensi. Nel cuore della città, il centro storico: vivo, vivissimo, mai un museo di se stesso.

Certo qui arte ce n’è tanta, e storia tantissima. Ma c’è anche la gente che vive tra questi palazzi splendidi o cadenti, tra queste chiese rutilanti di arte, lungo questi carruggi stretti: persone diversissime tra loro ma unite dallo stesso destino di essere genovesi. Per albero genealogico o per ventura di immigrati in cerca di un futuro migliore, poco importa.


Genova è sempre stata punto d’incontro di popoli, sin da quando marinai fenici o etruschi approdarono nella baia del Mandraccio e incontrarono i selvatici Liguri delle colline. Passarono poi i romani, i longobardi, gli arabi, gli ebrei sefarditi, gli spagnoli, i francesi, gli emigrati meridionali…

Genova è il frutto di questa mescolanza di genti, di usi, di pensieri, di culture, di fedi religiose e non può fare a meno delle chiese barocche e delle friggitorie profumate di torta pasqualina come dei senegalesi nerissimi e delle vesti sgargianti delle donne nigeriane.

Fonte: trekking.it

 
By Admin (from 31/08/2010 @ 08:15:22, in it - Scienze e Societa, read 2441 times)

Un percorso in campagna. Campagna quasi urbana, vera campagna con orti e boschi ma anche vera città con case, giardini, strade. Ma la campagna batte nettamente la città, in questa camminata lungo il versante destro della media Val Bisagno dal confine comunale dl Genova al popoloso quartiere di Molassana. È un percorso che ha per tema l’acqua, e non per via del torrente che scorre in basso a breve distanza. Qui si parla di acqua potabile, acqua da bere. Genova è una città di mare e ciò significa che ha tanta acqua a disposizione. Per viaggiare, per pescare, ma certo non per bere. E i torrenti che scorrono accanto o dentro la città certo non sono mai stati molto “potabili” nel tratto urbano del loro corso. Le sorgenti presenti in città, come le Fontane Marose erano soggette a cali di portata e a forti siccità – celebre quella del 1428 citata dall’annalista Agostino Giustiniani.

 

Quindi i genovesi hanno sempre dovuto andare a cercarsi l’acqua potabile altrove, nelle colline a monte della città. Storicamente, dall’epoca romana sino al XX secolo quando l’offerta si è un po’ diversificata, è sempre stata la val Bisagno la principale fornitrice di acqua potabile per Genova. Di questa bimillenaria funzione idrica della valle rimangono evidenti e interessanti testimonianze non solo in documenti, carte e disegni ma soprattutto in “monumenti”. Anzi, in un monumento, un unico lunghissimo monumento, ovvero l’acquedotto storico; “l’antica strada dell’acqua”. Il primo acquedotto fu costruito dai romani sul versante destro del Bisagno, pare intorno al 200 a.C. nel corso della ricostruzione della città seguita al saccheggio operato dai cartaginesi del generale Magone nel 205 a.C. durante la seconda guerra punica; ma di questa prima struttura non rimangono che minime tracce. Dal Medioevo in poi, man mano che la città cresceva, aumentava il fabbisogno d’acqua e l’acquedotto cresceva, aumentando le prese nelle varie vallette che affluiscono nel Bisagno e allungando il percorso sempre più a monte.

 

Nell'XI secolo risaliva il rio Veilino alle spalle del cimitero di Staglieno - alcuni resti sono visibili lungo lo svincolo autostradale di Genova Est – e maggiori prolungamenti furono costruiti tra XIV e XVIII secolo nella media val Bisagno fin oltre Struppa, con ponti-canali e nuove prese d'acqua. Se alcuni tratti secondari nelle vallette laterali risultavano troppo danneggiati o diventavano meno necessari, venivano sostituiti da grandiosi ponti-sifone che accorciavano il percorso: quello sul rio Geirato, a Molassana, fu costruito nel 1777: ha quattordici arcate per 640 metri di lunghezza, è un capolavoro dell'ingegneria idraulica dell'epoca che attirò l’attenzione degli ingegneri di tutt’Europa. Il ponte-sifone sul Veilino risale al 1842.

 

Giunto presso le Mura Nuove seicentesche, l’acquedotto lasciava la val Bisagno e si avvicinava al centro urbano (che sino ai primi decenni dell’Ottocento corrispondeva all’attuale centro storico) lungo l’attuale Via Burlando (di fronte allo stadio di Marassi) e da Piazza Manin seguiva l’attuale Circonvallazione a Monte, sugli 80 metri di quota, dove lungo i marciapiedi ne rimangono tratti ben distinguibili, con arcate e alcuni piccoli ponti, ed esistono il Passo dell’Acquidotto e la Salita dell’Acquidotto che lo ricordano anche nel nome. Lungo l’attuale Circonvallazione a Monte, dalla conduttura principale si diramavano alcuni bracci che portavano l’acqua verso la sottostante città, le sue fontane e il porto. L'acquedotto funzionò pieno regime sino a metà Ottocento, poi venne gradualmente sostituito dai nuovi impianti che prendono l’acqua più lontano, da sorgenti e da laghi artificiali nelle valli del versante padano. Nel 1917 fu decretata la non potabilità delle sue acque, ma fino al 1951 esse arrivavano in vico Lavatoi al Molo.

 

Oggi molti tratti sono andati distrutti per il normale degrado dovuto al trascorrere del tempo e per l’espansione urbana della città sulle pendici della val Bisagno, ma molti lunghi tratti rimangono più o meno ben conservati e sono diventati un piacevolissimo percorso pedonale – a tratti carrabile alle moto – che offre la possibilità di osservare una parte di Genova normalmente invisibile a chi si muove lungo le strade “normali”: Genova è una città di non piccole dimensioni, è la sesta città d’Italia per numero di abitanti, ma conserva – anche grazie alla sua orografia complicata – moltissimi affascinanti angoli dove la natura la fa da padrona e la presenza dei manufatti umani è rara e discreta.

E questi angoli naturali, anche di estese dimensioni, sono tutti a immediata portata di mano e di piedi, per raggiungerli basta un autobus.

 

Molte altre cose si potrebbero dire sull’acquedotto storico di Genova ma non è questa la sede per scendere in dettagli storici, architettonici, idraulici; per chi fosse interessato alla faccenda ci sono due ottimi libri sull’argomento: L’antica strada dell’acqua di Paolo Stringa, Sagep Libri & Comunicazione, Genova 2004; L’Acquedotto storico di Genova, di Luciano Rosselli, Nuova Editrice Genovese, Genova 2009. Rosselli è anche l’autore del sito web dedicato all’acquedotto ricco di belle foto e di interessanti notizie, soprattutto per i tratti di acquedotto che entrano in città

 

Descrizione dettagliata dell'itinerario

 

L’itinerario inizia nel borgo di Cavassolo, in versante destro dell’ancora giovane torrente Bisagno, e sale al ponte-canale che dal borgo prende il nome; lo si percorre e si procede oltre i mulini di Salita Piloni sul tracciato pianeggiante dell’acquedotto, superando alcune case. Giunti al diruto oratorio di San Rocco si scende a destra sull’asfalto per aggirare gli impianti dell’acquedotto moderno dell’AMGA, poi si sale lungo il “Passaggio pubblico per San Cosimo” e si ritrova il tracciato dell’acquedotto storico in Via ai Filtri. Procedendo sull’asfalto, si lascia a destra l’ingresso di monte della Galleria della Rovinata e dopo un centinaio di metri si scorge sotto la strada, a destra, l’ingresso di valle della stessa galleria, chiuso e recintato. Una brevissima discesa – un po’ scivolosa – fra i rovi del pendio erboso porta sul percorso dell’acquedotto a valle della galleria, e si procede fra orti e casette, sino a incrociare la Salita Inferiore alla Chiesa di San Cosimo.

 

Si attraversa Via Trossarelli percorsa dagli autobus che salgono a San Cosimo di Stuppa e si continua incrociando poi le creuse di Via dei Noceti e Salita Gambonia. Il percorso prosegue col nome di Via Inferiore Gambonia mente l’acquedotto corre sotterraneo nella Galleria Gambonia; quando torna in superficie prende il nome di Via Giovanni Aicardi e oltrepassa la valle del Rio Torbido con un maestoso ponte-canale. Il percorso continua facile come Via Aicardi, poi Salita Cà Bianca, e arriva a incrociare Via di Creto, la provinciale che sale a Creto e scende in alta Valle Scrivia. Attraversata la strada ci si dirige lungo via Araone da Struppa dove il percorso pavimentato a lastroni aggira il cimitero di Struppa, passa un breve ponte-canale e continua assumendo poi il nome di Via Roccatagliata, incrociando altri piccoli ponti-canali e molte creuse che salendo dal fondovalle tagliano perpendicolarmente il tracciato per salire ai crinali.

 

Si arriva quindi alle case del nucleo originario dell’ex-borgo, ora quartiere, di Molassana; qui, in Via delle Brughe, sotto l’oratorio di San Giovanni Battista, l’acquedotto si tuffa nel grandioso ponte-sifone che scavalca la valle del Rio Geirato. Però il ponte-sifone è normalmente chiuso al transito e per accedervi occorre rivolgersi a un’associazione locale; suggeriamo quindi di proseguire brevemente lungo Via delle Brughe sul tracciato del ramo antico dell’acquedotto che aggirava la valle del Geirato sino al 1777; giunti sulla trafficata Via San Felice, si prenda il bus e si scenda sino al cimitero monumentale di Staglieno, la cui visita può occupare anche un paio d’ore.

Fonte: www.trekking.it

Autori: Gianni Dall'Aglio - Elena Delucchi / Enrico Bottino

 

Dalla torre un tempo si avvistavano pirati e predoni che infestavano la costa. Oggi, con gli stretti viottoli, le tipiche case mediterranee circondate da mandorli, carrubi e ulivi, rimane uno degli ultimi angoli incantati di Liguria.

 

Verezzi è la parte “alta” di Borgio, paese costiero con il quale fa Comune. Il centro abitato è composto da quattro borgate: Poggio, Piazza, Roccaro e Crosa, situate nella parte superiore del Colle della Caprazoppa.

Verezzi è lì sopra, sulla sommità di un promontorio che dalla cittadina costiera di Borgio s’innalza, con una serie di tornanti a gomito, fino ad arrivare agli altri borghi di un entroterra così a portata di mano che la brevità del tragitto e il poco tempo che richiede per percorrerlo, annulla quasi la piacevole sorpresa delle bellezze naturali nelle quali ci si immerge;  occorre una sosta, una pausa, per apprezzare la particolarità del territorio. Borghi di montagna, il verde la nota dominante, con in più il profumo del mare, sempre visibile per lunghi tratti nel tragitto verso l’interno.

 

Storia in "pillole".

I trascorsi di Verezzi sono indissolubilmente legati alle principali vicende e ai cambiamenti epocali vissuti da Genova e dalla Liguria.
Anticamente il complesso di borgate di Verezzi erano chiamate “Viretum”; superato il periodo delle invasioni saracene, nel 1385 ha luogo la cessione del borgo alla Repubblica di Genova da parte di Papa Urbano VI.

 

Tra il 1818 e il 1847 i due paesi appartengono alla provincia di Albenga, mentre tra il 1847 e il 1929 fanno capo a Genova. Nello stesso anno, ancora divisi, passano alla provincia di Savona, che è quella dalla quale dipendono ancora oggi.
Fino al 1933 Borgio e Verezzi erano ancora due comuni distinti, poi la storica unione in piena epoca fascista, durante il processo di accentramento e razionalizzazione amministrativa che ha coinvolto anche la Liguria e i suoi territori. 

Un borgo di antiche pietre.

Per molti Verezzi e questo primo entroterra ligure rappresentano un angolo di territorio ancora da scoprire compiutamente: la vegetazione, il clima, la fauna e gli itinerari naturalistici fanno da contorno alle stradine acciottolate  del piccolo paese, l’una collegata all’altra, sino a giungere all’ultimo gruppetto di casupole che precedono l’arrivo alla Chiesa di Santa Maria Maddalena.

La probabile fatica di una camminata quasi sempre in salita, è compensata dalle emozioni speciali che Verezzi è in grado di suscitare. Colpisce la struttura architettonica del borgo, con le sue case accostate le une alle altre, gli stretti passaggi e i ponticelli aerei gettati tra un edificio e l’altro: queste strutture, come in molti altri comuni della riviera ligure, sono state costruite per meglio difendersi dai numerosi e continui attacchi saraceni di un passato ormai lontano.

Verezzi promana un’atmosfera magica, suggestivamente “antica”, arricchita da un paesaggio infinito che si perde all’orizzonte, nella foschia pomeridiana, con lo sguardo che oscilla dalle colline circostanti  alla piana costiera che si estende fino all’estremo lembo del golfo ligure di ponente.
Le spiagge e il mare limpido risaltano, giù, a pochi chilometri, dando l’impressione inebriante di potervisi immergere con un gran tuffo.
Il blu del mare, il verde dei campi e il bruno della pietra antica; sono davvero forti le sensazioni che le bellezze ambientali di Verezzi possono regalare, in quest’angolo di Liguria così ben preservato. 

Fonte: www.mondointasca.org

Autore: Federico De Rossi

 

Una discarica fluttuante, paragonabile al “Great Pacific Garbage Patch”, il vortice di immondizia che galleggia ormai da decenni nel Pacifico.

Niente da festeggiare per l’ultima scoperta degli oceanografi nell’Atlantico del Nord. Al termine di una ricerca durata 22 anni, è stata localizzata al largo delle coste della Georgia, nel sud est degli Stati Uniti, la più grande isola di rifiuti nel secondo oceano del pianeta. Una discarica fluttuante, estesa fra i 22 e i 38 gradi Nord di latitudine, la cui concentrazione di plastica è paragonabile a quella rilevata nel “Great Pacific Garbage Patch”, il gigantesco vortice di immondizia che galleggia ormai da decenni nel Pacifico. “Nonostante l’attenzione crescente per il problema dell’inquinamento da rifiuti plastici negli oceani, sono ancora pochi i dati scientifici per misurare l’ampiezza del fenomeno ”, afferma il team di ricercatori del “Sea Education Association”, del Woods Hole Oceanographic Institution e dell’Università di Hawaï, annunciando la scoperta su Science.

Dal 1986 ad oggi, sono oltre 64mila i detriti ripescati in mare, in 6.100 punti di campionamento, dagli oceanografi statunitensi che lanciano l’allarme: esiste una impressionante quantità di plastica che risulta “scomparsa” nell’oceano. Nel corso dei due decenni dello studio, i detriti ritrovati nell’Atlantico non risultano cresciuti proporzionalmente con l’aumento dei rifiuti finiti in acqua. “E’ evidente che il tempo può alterare le caratteristiche fisiche della plastica” sostengono i ricercatori del SEA, lasciando aperte diverse ipotesi sulla sorte di ciò che resta di bottiglie, buste e copertoni. Ridotti in frammenti molto piccoli, i detriti potrebbero essere sfuggiti alle reti o precipitati sul fondale, dando vita ad un inquinamento che, secondo la comunità scientifica, rischia però di rivelarsi devastante per gli ecosistemi marini. L’ipotesi più inquietante arriva dall’università giapponese di Nihon: la plastica non è indistruttibile, e decomponendosi in mare, rilascia sostanze tossiche estremamente minacciose per gli organismi che lo popolano.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

 

uvaspinaE’ in pericolo la stazione di ricerca Pavlovsk, la più antica banca di semi del mondo, la più grande collezione di vecchie varietà europee di frutti. Il 90%di essi esiste solo lì. Ancora per poco.

La stazione Pavlovski trova alla periferia di San Pietroburgo, e – se le cose non cambiano – nel giro di un mese una colata di cemento prenderà il suo posto. Un quartiere residenziale.

E’ in corso una campagna sul web per convincere le autorità russe a salvarla. In fondo, custodisce una parte delle radici d’Europa.

La stazione Pavlovsk fa capo al Vavilov Institute of Plant Industry, conosciuto anche come All-Russian Research Institute of Plant Industry. Possiede centinaia di migliaia di semi, e nei campi che la circondano crescono oltre 4000 varietà di frutti: soprattutto fragole (mille tipi diversi di fragole!), ma anche ciliegi, uvaspina, lamponi… Provengono da 40 Paesi. Sono i progenitori delle varietà commerciali, praticamente più nessuno li coltiva.

Proprio per questo sono preziosi. Non è attaccamento sentimentale al buon tempo antico, ma una questione di biodiversità: queste piante possiedono caratteristiche che potrebbero tornare utili per ottenere nuove varietà in grado di resistere ai cambiamenti climatici, ai parassiti, alla siccità…

Durante la Seconda guerra mondiale, quando San Pietroburgo – allora Leningrado – era stretta dall’assedio delle truppe tedesche, 12 scienziati che custodivano la stazione Pavlovsk preferirono morire di fame piuttosto che mangiarsi le collezioni.

La settimana scorsa un tribunale ha stabilito che la stazione Pavlovsk deve sloggiare entro un mese, così che al suo posto possa aprire un cantiere edile.

La stazione stessa e l’istituto cui fa capo interporranno appello. Oltretutto non si possono traslocare alberi ed arbusti che crescono in campo aperto e che difficilmente si riproducono per seme. O per lo meno, ammesso di trovare un altro sito, il trapiantodi queste varietà preziose e uniche richiede anni di lavoro.

Di fronte alle pressioni di studiosi di tutto il mondo, il presidente russo Medvedev ha fatto sapere che esaminerà la questione. Se volete dargli un aiutino in questo senso, su Internet c’è la petizione di Global Crop Diversity Trust, appoggiata anche da Slow Food International.

Vavilov Institute of Plant Industry

Il comunicato stampa sul sito del Vavilov Institute of Plant Industry: il tribunale ha deciso a favore del cemento

Un vecchio articolo dell’Independent in pericolo stazione sperimentale Pavlosk

Sul Guardian le autorità russe riesamineranno la questione della stazione sperimentale Pavlosk

Il comunicato stampa di Slow Food International: salvare la stazione di ricerca Pavlovsk

La petizione di Global Crop Diversity Trust a favore della stazione di ricerca Pavlovsk

Fonte: blogeko.it

 

 incendioCentrali nucleari in Italia, ma dove? Le notizie sugli incendi russi che hanno minacciato siti nucleari (bruciati anche boschi contaminati dalla catastrofe di Chernobyl, tornate nell’aria le sostanze radioattive assorbite dalla vegetazione) suggeriscono un esercizio interessante.

Si tratta di prendere la mappa delle zone a rischio d’incendio boschivo in Italia e di sovrapporla alla mappa del rischio di terremoto: perchè l’Italia, a differenza della Russia, è una terra notevolmente ballerina.

L’ha fatto il blog Italiani Imbecilli (quel nome non l’ho mica scelto io!): e guardate il risultato.

Questa è la mappa dell rischio degli incendi boschivi in Italia. Italiani Imbecilli non cita la fonte, ma la cartina è sul sito dell’Osservatorio sugli incendi boschivi. Le zone rosse sono ad alto rischio, quelle gialle a medio rischio.

mappa incendi

Fra parentesi, sul fronte del caldo e degli incendi russi ora va meglio: maltempo e fresco in arrivo. Ed ora la carta del rischio sismico in Italia. Non sono riuscita a rintracciarne la fonte, ma la mappa dell’Istituto Nazionale di geofisica e Vulcanologia dice le stesse cose, anche se con una grafica diversa.

terremoti mappa

Ed ora la somma, diciamo così, delle due carte (il rischio sismico da rosso è diventato blu per chiarezza grafica); i cerchi indicano i luoghi che paiono candidati ad ospitare le centrali nucleari. Non c’è molto da stare allegri, vero?

mappa nucleare, rischio sismico, rischio incendio

Su italianimbecilli.blogspot.com Nucleare in Italia? Russia docet

Mappa del rischio di incendi boschivi

Mappa del rischio sismico secondo l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia

Su Adnkronos 
in Russia incendi in calo e maltempo in arrivo

Su Terra gli incendi in Russia e l’eredità nucleare

Fonte: blogeko.it

 
By Admin (from 21/08/2010 @ 09:07:29, in it - Scienze e Societa, read 1715 times)

L’itinerario sviluppandosi a cavallo della Val Trebbia e della Valle Scrivia offre notevoli spunti panoramici. Da Genova, s.s. 45, seguono indicazioni per Torriglia.

 

Descrizione.

Il segnavia FIE, posto presso il capolinea delle corriere, accompagna l’escursionista lungo via Colomba, strada alla quale segue il selciato dell’antica mulattiera che - alternando brevi deviazioni e tratti asfaltati - raggiunge il borgo di Donetta (1000 m). Abbandonate le ultime case, la storica direttrice che sale all’Antola è ormai evidente e la direzione da seguire inequivocabile.

Zigzagando tra terrazze incolte si guadagna il Passo dei Colletti (1285 m) e, proseguendo a mezza costa, si raggiunge Casa del Piccetto (1384 m). Qui si può apprezzare dall’alto l’incontaminata Val Brevenna e l’andamento serpeggiante, tra un meandro e l’altro, del rio dell’Orso. Passando sul versante orientale del M. Duso (1450 m), l’itinerario tocca la Colletta delle Cianazze (1343 m) - area picnic - e avanza in salita nella faggeta del versante est del M. Cremado (1512 m). Lungo lo spartiacque la via procede verso nord innestandosi sulla mulattiera proveniente da Bavastrelli; giunti al rifugio dell’Antola (in attesa di apertura), la cima omonima è ormai prossima.

Dalla sommità dell’Antola (1597 m), abbandonato l’ambiente prativo, si torna sui propri passi lungo la mulattiera, ben conservata, che cala di quota verso Bavastrelli. Ampie vedute sul lago del Brugneto accompagnano la discesa, si incontrano la Cappelletta della Madonna delle Grazie, i ruderi di Casa Boccaiosa (1168 m) e, infine, la Cappelletta di Sant’Antonio.

( Fonte: www.trekking.it)

 
By Admin (from 20/08/2010 @ 14:06:24, in it - Scienze e Societa, read 1895 times)

Sassello è un paese dell’entroterra savonese destinato a diventare un modello di sviluppo sostenibile anche per le altre località dell’Appennino Ligure, rimaste per troppo tempo ai margini del turismo.

 

Rispondendo a diversi requisiti il paese è stato il primo in Liguria a fregiarsi della Bandiera Arancione, marchio di garanzia per il turista che deve scegliere la sua vacanza.

 

Il Parco del Beigua, selvaggio e incontaminato, è inserito in un contesto naturalistico imperdibile per gli escursionisti. Il territorio sassellese è l'ideale per la crescita dei prodotti del bosco, infatti per centinaia di anni gli abitanti del paese ligure hanno vissuto di questi preziosi frutti. Un tempo considerati prodotti poveri e contadini, necessari per il sostentamento e nulla più, in seguito sono diventati vere e proprie prelibatezze che non ci si può permettere di dimenticare quando si parla di cucina tradizionale e al tempo stesso raffinata. I sapori della terra sono di assoluto pregio: dai ben noti amaretti agli straordinari porcini che si abbinano alle diverse anime del bosco, quella del castagno, del faggio, della quercia, del nocciolo. Da non perdere neppure le sfiziose conserve sottolio.

 

L’ingresso alla foresta demaniale, estesa per ben 800 ettari, è sito vicino a Sassello, poco oltre il ponte sul rio Sbruggia.

Una volta incontrata la Casa Forestale, ex segheria idraulica dei Bigliati, si prosegue verso il Castello Bellavista da dove ha inizio l’itinerario ad anello, privo di difficoltà di orientamento. Il "Sentiero Natura", dirigendosi inizialmente a sinistra, sul versante a solatio, incontra una vegetazione termofila caratterizzata da boschi a pino marittimo, roverella, sorbo montano.

Una volta lambite le cime della Deiva (m 707) e del Bric di Salmaceto (m 700), dove l’intricata vegetazione nasconde le vecchie miniere di rame, si passa sul versante settentrionale, con boschi mesofili di castagni, faggi, roveri aceri, pini silvestri e pini neri. Seguendo il "Sentiero Natura", che s’insinua nelle valli dell’Erro, Ciua, Sbruggia e Giovo, caratterizzate da ambienti diversi e incontaminati, risulta più facile che altrove avvistare la ricca avifauna e mammiferi come cinghiali, caprioli e daini. ( Fonte: www.trekking.it)

 
By Admin (from 20/08/2010 @ 11:20:38, in it - Scienze e Societa, read 1374 times)

Cartoon pubblicato da " Expresso" . Autore Antonio

 
By Admin (from 19/08/2010 @ 12:03:06, in it - Scienze e Societa, read 1249 times)

Ritagli di cielo. Si aprono lassù, quando lo sguardo abbandona le linee verticali e buie delle case, e si spinge oltre rivoli di muri, verso sprazzi di luce modulati da panni e lenzuoli svolazzanti, appesi ad asciugare su corde tese da una finestra e l’altra. Č facile perdersi nei carruggi di Genova, il centro medioevale più grande d’Europa. Scoprire a piedi i suoi vicoli, stretti e bui, che ricordano certi budelli della medina di Marrakech, è la soluzione migliore e più suggestiva.

Il treno è il miglior approccio per avvicinare la Superba; in piazza Acquaverde, dove si affaccia la stazione Principe (la più antica di Genova, l’altra è Brignole) il primo incontro è con la statua di Cristoforo Colombo, scopritore delle Americhe. Per entrare nel cuore dei carruggi basta scendere gli scalini, ripidi e veloci, di Salita S. Giovanni, che separano dalla Commenda di Prè, complesso religioso che secoli passati dava conforto e ospitalità ai pellegrini diretti in Terrasanta.Via di Prè, tra sguardi di bottegai, cartomanti, ragazze di vita e genti di culture e religioni diverse, conduce all’ingresso di ponente della città: porta dei Vacca. Si percorre via del Campo e una canzone carica di emozione torna in mente: “nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi”. Così cantava la sua città il cantautore genovese, Fabrizio De André.

 

Oltrepassata piazza Fossatello si prosegue in via San Luca. La luce si impadronisce brevemente delle prospettive in piazza Banchi: la chiesa di San Pietro pare sospesa sopra botteghe e laboratori di orafi. Ai banchi di notai e cambiavalute, che nel medioevo favorivano le transazioni fra mercanti, fanno oggi riscontro quelli poveri ma vivaci degli ambulanti senegalesi, disposti proprio dinanzi a quello che un tempo rappresentava il fulcro delle attività commerciali della città: la Loggia dei Mercanti, sede nell’Ottocento della prima Borsa Valori italiana.

Proseguendo lungo via degli Orefici, fino a Campetto, dove i fabbri battevano il ferro finché, nel XVI secolo, la famiglia Imperiale decise di trasformare il sito in una piazza residenziale, si giunge nella vicina piazza Soziglia e allo storico Caffè Klainguti, meta abituale di Giuseppe Verdi, goloso di brioche, cittadino onorario di questa città dove trovò ispirazione per comporre una parte di Aida. Dopo tanto camminare, è facile lasciarsi andare davanti alle vetrine colme di cioccolatini, dolciumi e sapori. Una nuova indecisione sopraggiunge, costretti a scegliere una delle vie parallele che raggiungono piazza Fontane Marose: Macelli di Soziglia o la più raffinata via Luccoli, tirata a lucido ultimamente.
Senza fare torto a nessuna delle due si prende per Vico Casana, dove sta la più antica tripperia di Genova, per poi sbucare in Via XXV Aprile e nel “salotto cittadino” di Galleria Mazzini, coperta e illuminata da quattro grandi lampadari in bronzo.

 

Parallela, via Roma – delimitata da palazzi neoclassici finemente decorati – sale verso piazza Corvetto, dove si erge al centro il monumento equestre di Vittorio Emanuele II e, poco distante, quello di Giuseppe Mazzini. Dalla piazza, trafficato crocevia della città, si scende lungo Salita Santa Caterina fino a piazza Fontane Marose. Lungo via Garibaldi, strada che incantò Rubens, si trovano alcuni dei più bei palazzi aristocratici della città, che portano i nomi delle famiglie nobili di Genova. Percorrendo via Lomellini, lasciato alle spalle palazzo Grimaldi della Meridiana, si raggiunge piazza della Nunziata, dove si affaccia la chiesa della Santissima Annunziata del Vastato, trionfo del barocco genovese.
Ultima salita, ultima meraviglia. Č via Balbi, nome della potente famiglia di finanzieri e commercianti che nella prima metà del Settecento commissionò i maestosi palazzi ancora affacciati sulla via, oggetto di un recente quanto felice recupero.

Palazzo dell’Università, palazzo del Levante, palazzo Balbi-Senarega e, soprattutto, palazzo Reale, sede della Galleria Nazionale e custode di un magnifico giardino pensile, capace di regalare una veduta d’insieme sul porto Vecchio e la sottostante Via di Prè. Ecco nuovamente piazza Acquaverde e Cristoforo Colombo. Ma non è finita qui, perché via Andrea Doria può riserbarvi ancora una sorpresa: Palazzo Doria del Principe, recentemente riportato all’antico splendore.

Fonte: www.trekking.it; Autori: Davide Battaglia e Enrico Bottino

 
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Hi, it's Nathan!Pretty much everyone is using voice search with their Siri/Google/Alexa to ask for services and products now, and next year, it'll be EVERYONE of your customers. Imagine what you are ...
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