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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Roche è stata condannata da un tribunale americano a versare 18 milioni di dollari di risarcimento danni a due pazienti che avevano utilizzato l'Accutane. La giuria dello stato del New Jersey a ritenuto il gruppo farmaceutico colpevole di non aver sufficiente messo in guardia dai rischi.

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I due pazienti avevano assunto il trattamento contro l'acne di Roche negli anni '90 e riportato un'infiammazione all'intestino, ha precisato il loro rappresentate legale, lo studio Seeger Weiss. La denuncia collettiva riguardava in tutto quattro persone; due casi sono tuttavia stati respinti dal tribunale.

In Europa il medicinale incriminato è commercializzato con il nome di Roaccutan. Lanciato sul mercato nel 1982, è accusato di aver gravi effetti secondari, in particolare psichici quali attacchi di panico, anoressia o pulsioni suicide. In Svizzera finora sono stati segnalati sei casi di suicidio.

Fonte: cdt.ch

 

Si tratta del dato più alto sia dall'inizio delle serie storiche mensili (gennaio 2004) sia trimestrali (quarto trimestre 1992). E' disoccupato più di un giovane su tre di coloro che partecipano attivamente al mercato del lavoro.

Istat: disoccupazione record per i giovani al 36,2 %

Rispetto all'intera popolazione di giovani tra 15 e 24 anni, a maggio, risulta disoccupato poco più di uno su dieci (10,5%). Il tasso di disoccupazione giovanile è aumentato di 0,9 punti precentuali rispetto ad aprile.

In lieve calo 0,1 punti percentuali rispetto ad aprile la disoccupazione totale. Secondo la stima provvisoria dell'Istat, il tasso di disoccupazione si attesta, a maggio, al 10,1%, in calo di 0,1 punti percentuali rispetto ad aprile (era al 10,2%) e in aumento di 1,9 punti su base annua. Il numero dei disoccupati, pari a 2.584mila, è diminuito dello 0,7% rispetto ad aprile (-18mila unità).

Su base annua, invece, si registra una crescita del 26% pari a 534mila unità. Si tratta della prima diminuzione, anche se minima, del tasso di disoccupazione da febbraio del 2011, quindi da quasi un anno e mezzo. Tuttavia i tecnici dell'Istat spiegano che il quadro resta «sostanzialmente stazionario» con la disoccupazione che rimane su «valori molto elevati».

Fonte: ilsole24ore.com

 

I sei siti proposti dalla Nagra (Cooperativa nazionale per l'immagazzinamento delle scorie radioattive) per la realizzazione di un deposito di scorie radioattive sono stati studiati minuziosamente: Südranden (SH), Weinland zurighese (ZH, TG), Bözberg (AG), Lägeren (AG/ZH), fascia pedemontana del Giura (AG, SO) e Wellenberg (NW). Entro il 2020 dovranno essere selezionati almeno due siti per categoria di scorie: quelle debolmente o mediamente radioattive e quelle altamente radioattive.

Il primo rapporto intermedio sulle ripercussioni economiche, avviato dall'UFAM nel 2011, evidenzia un lieve impatto sulle regioni selezionate dalla Confederazione. Durante l'utilizzazione dei siti, gli effetti negativi si faranno sentire in particolare sugli introiti turistici, fiscali e legati all'agricoltura, si legge in una nota odierna.

Ma gli indennizzi compenseranno queste perdite. Secondo le società che gestiscono le centrali nucleari, le regioni che ospiteranno depositi per scorie debolmente/mediamente radioattive saranno risarcite con circa 300 milioni di franchi, mentre quelle destinate ad accogliere le scorie altamente radioattive riceveranno 500 milioni. 800 milioni andranno infine alle regioni in cui sarà insediato un deposito combinato, precisa il rapporto.

I risultati di questo primo studio dedicato essenzialmente all'impatto economico sono stati presentati alle autorità regionali interessate, che possono ora fare le loro osservazioni. Le conclusioni saranno in seguito consegnate alla Nagra.

Le ripercussioni ecologiche e sociali saranno invece oggetto di un secondo rapporto. Secondo il calendario attuale, il documento finale sull'impatto di tutti gli indicatori sarà disponibile entro il 2013.

Fonte: tio.ch

 

"Se qui non ti trovi bene, torna al tuo paese al posto di criticare". Chissà quante volte se lo sono sentito dire gli stranieri che abitano in Svizzera. Una frase che fa male e "che può portare alla depressione o provocare l'esaurimento". A dirlo al portale 20 Min.ch è Michael Engler, il fondatore del gruppo di auto-aiuto costituitosi a Zurigo recentemente, che ha come scopo l'aiuto e il sostegno alla comunità tedesca che vive a Zurigo.

Come ricorda il quotidiano zurighese Tages-Anzeiger, i tedeschi rappresentano il 23% dei circa 330mila stranieri residenti nel canton Zurigo. Il 54enne tedesco, che vive in Svizzera dal 2006, ha costituito a Zurigo il gruppo, appoggiandosi alla Fondazione "Pro porte aperte della Svizzera".

Un luogo d'incontro dove i tedeschi possono essere aiutati, grazie a sedute in cui si possono raccontare le proprie esperienze di vita vissuta in un paese in cui si respira quello che il quotidiano zurighese definisce "un vento contrario e sgarbato".

Sono circa 30mila i tedeschi che vivono a Zurigo e nel cantone rappresentano la comunità straniera più numerosa.

Engler si fa portavoce del malessere di molti tedeschi in Svizzera tedesca: "sui cantieri i tedeschi sono i più sfruttati, anche se ricevono paghe più basse. Ci sono poi anche i casi di auto danneggiate per il fatto di avere targhe tedesche. Un altro problema è la lingua. Ci dicono che dobbiamo imparare lo svizzero-tedesco, poi, quando tentiamo di parlarlo, veniamo derisi".

Il primo incontro è previsto il prossimo 17 luglio. Gli svizzeri sono invitati ed Engler spera nel loro aiuto : "Spero di ricevere consigli concreti da esperti svizzeri, ma anche in uno scambio tra le due culture".

Engler, inoltre, dice che "non tutti sono arroganti e presuntuosi, anche se spesso sono considerati in questo modo". 

Quello di Zurigo non è il primo gruppo di sostegno ai tedeschi costituitosi in Svizzera Tedesca. A Berna ne esiste già uno.

Fonte: tio.ch

 

La rinuncia a nuovi impegni suscita le critiche della stampa e delle ong.

“Il vertice Rio+20 si è concluso con una dichiarazione d’intenti. Non è male, ma troppo poco”, così il Tages-Anzeiger e il Bund riassumono il sentimento che regna presso molti osservatori dopo la chiusura della grande conferenza dell’ONU sull’ambiente.
 
“La comunità internazionale voleva compiere un passo avanti nella concretizzazione di Agenda 21 – concordata nel 1992 al primo vertice di Rio – che costituisce un programma d’azione forte e ancora valido per sviluppare un mondo giusto dal profilo sociale ed economico, senza scaricare i problemi ambientali sulle prossime generazioni”, ricordano i due giornali.


 
“Sono però uscite dichiarazioni d’intenti che, perlomeno, non sono peggiori di quelle formulate 20 anni fa. Tenendo conto delle dispute in corso da mesi su ogni paragrafo, questo testo potrebbe addirittura apparire come un successo. Rispetto alle ambizioni del vertice, il risultato è tuttavia troppo modesto”.

Regole da applicare
Per il Tages-Anzeiger e il Bund, queste mega conferenze non sono però inutili, se si considera ad esempio, 20 anni dopo, ciò che ha lasciato il primo vertice di Rio. “I principi di Rio92 per uno sviluppo sostenibile sono entrati nella legislazione di molti Stati europei, tra cui la Svizzera. Ora le regole già esistono, si tratta soprattutto di metterle in pratica”.
 
“Il più grande successo di questi vertici si ritrova inoltre nei partenariati che vengono allacciati tra gli Stati e tra le aziende. Vedremo in futuro se queste cooperazioni daranno i loro frutti. La ricca Svizzera dispone delle premesse migliori per svolgere un ruolo di pioniere in quest’ambito, come ha già mostrato anche nel corso del vertice di Rio”.

Germogli positivi
Ancora meno positivo il bilancio tratto dalla Neue Zürcher Zeitung, secondo la quale “Rio+20 delude le aspettative”. Nel 1992 “erano state adottate decisioni importanti, che hanno valore ancora oggi. Molti speravano che la comunità internazionale potesse costruire qualcosa su questa base e concordare nuovi passi. Ma sono stati delusi”.
 
Rio+20 “non è stato un passo indietro”, rileva il quotidiano zurighese. "Ma la conferenza non ha dato  un contributo per condurre il mondo sul sentiero dello sviluppo sostenibile, che andrebbe imboccato il più presto possibile. Non sono stati infatti assunti nuovi impegni per lottare contro la fame e la povertà, ridurre le emissioni di gas ad effetto serra o impedire la distruzione della biodiversità”.
 
“Nel documento finale vi sono comunque dei germogli positivi, che potrebbero sbocciare nei prossimi anni. Tra questi, gli obbiettivi per uno sviluppo sostenibile. Affinché vengano concretizzati, gli Stati dovranno però compiere nei prossimi anni sforzi molto più grandi di quelli che hanno mostrato in questi giorni a Rio”, aggiunge la Neue Zürcher Zeitung.

Troppa prudenza
Per Le Temps, a Rio “è stata soprattutto la prudenza ad imporsi fino alla fine”. Il vertice “ha prodotto una dichiarazione estremamente prudente, piena di principi vaghi. Ma questo bilancio molle non deve trarre in inganno: i negoziati sono stati molto duri. Č stato perfino contestato il concetto di uno sviluppo sostenibile basato sui tre pilastri della crescita economica, del progresso sociale e della difesa dell’ambiente”.
 
“Visti i risultati, molti capi di Stato e di governo, che avevano previsto di partecipare al vertice, hanno per finire rinunciato a recarsi a Rio. Tra di loro anche la presidente della Confederazione Eveline Widmer-Schlumpf”, rileva il giornale romando. “Si tratta ora di vedere, se il piccolo lancio impresso da Rio+20 produrrà degli effetti o se scomparirà sotto l peso delle preoccupazioni correnti”.

Mancanza di ambizioni
Il bilancio è piuttosto deludente anche per le organizzazioni ambientaliste e non governative, che si sono recate a Rio per difendere il futuro del pianeta. “Il mondo politico non ha mostrato delle ambizioni per dare un seguito ai negoziati. Č una cosa spaventosa. Il pianeta ha bisogno molto di più che non di parole e di compromessi”, afferma Felix Gnehm, specialista di sviluppo del WWF e membro della delegazione svizzera a Rio.
 
“Lo scopo del vertice era di concretizzare lo sviluppo sostenibile e, su questo punto, è stato un insuccesso totale. La dichiarazione finale non assume nessun nuovo impegno. Non riconosce i limiti del pianeta. E non propone un cambiamento di paradigma per andare oltre il principio della crescita del Prodotto interno lordo”, sostiene Isolda Agazzi, responsabile della politica di sviluppo presso la Comunità di lavoro che riunisce 6 delle più grandi ong svizzere.

Direzione giusta
Molto meno negativo, seppure non entusiasta, il giudizio espresso dal Dipartimento federale dell’ambiente (DATEC), secondo il quale, “il documento approvato a Rio deve essere considerato positivo, se si tiene conto della crisi finanziaria che sta colpendo l'Europa e del nuovo ordine mondiale che si sta delineando con i paesi in transizione che mirano a garantire alle loro popolazioni uno standard di vita equivalente a quello dei paesi industrializzati”.
 
“Le nostre ambizioni erano più alte, ma abbiamo comunque delle risoluzioni che vanno nella buona direzione”, ha dichiarato da parte sua la ministra Doris Leuthard, responsabile del DATEC. A suo avviso, tra i punti positivi vi è da includere la dichiarazione in favore di “un’economia verde”. Si tratta ora di sfruttare questo segnale politico “per avanzare verso la trasformazione dell’economia svizzera in un’economia verde”, ha sottolineato la consigliera federale.
 
Una posizione difesa anche da Franz Perrez, responsabile degli affari internazionali presso l’Ufficio federale dell’ambiente: “Il vertice non può essere valutato soltanto in base ai risultati delle trattative. Si tratta anche di un forum importante di interazione con la società civile. E, in tale ambito, si è visto come molti dirigenti aziendali hanno espresso la loro volontà di applicare una politica di sviluppo sostenibile nelle loro imprese”.

Autore: Armando Mombelli - Fonte: swissinfo.ch

 

Verrà usato per le pentole, ma era pensato per le armi nucleari.

Gli inizi di carriera per il Teflon non furono dei più gloriosi, anzi. Prima di invadere le cucine come rivestimento antiaderente di pentole e padelle l’ultimo prodotto di casa DuPont era arrivato nei laboratori dove, durante la Seconda guerra mondiale, si stavano fabbricando le bombe atomiche. C’era finito proprio grazie alle sorprendenti proprietà che lo avevano contraddistinto da subito: era un buon isolante elettrico, chimicamente inerte, impermeabile, resistente alle alte e basse temperature, e soprattutto particolarmente scivoloso. Tutte caratteristiche che lo rendevano il materiale ideale da impiegare negli oggetti con cui maneggiare l' esafluoruro di uranio, corrosivo, usato per la costruzione delle bombe atomiche. Perché invece diventasse un prodotto di uso comune ci sarebbe voluto ancora qualche anno.

Il boom sarebbe arrivato solo nel dopoguerra, consolidandosi poi intorno agli anni Sessanta. Quando ormai erano passati più di vent’anni da quella mattina del  6 aprile 1938, quando il giovane chimico della DuPont, Roy J. Plunkett prendeva nota che le cose, con quell’esperimento, non erano andate esattamente nel modo in cui avrebbero dovuto. E per fortuna.

La scoperta del teflon fu infatti come spesso accade del tutto casuale. Plunkett nei laboratori del New Jersey della DuPont si occupava di sviluppare analoghi di un altro prodotto di punta dell’azienda statunitense: il Freon, cercando di produrre un altro fluido refrigerante. Era convinto che ci sarebbe riuscito servendosi di tetrafluoroetilene (TFE) come prodotto di partenza, fatto reagire con acido cloridrico. Il punto di partenza era innanzi tutto procurarsi il gas, tanto gas, così da averne abbastanza a disposizione per i suoi esperimenti. Una volta ottenuto il TFE lo immagazzinò in un contenitore pressurizzato e lo mise per una notte nel ghiaccio secco.

Ma la mattina successiva aprendo la valvola nessun gas uscì dal contenitore, quasi come fosse vuoto. Eppure quel contenitore pesava. Incuriosito Plunkett sbirciò all’interno, trovandoci dentro della polvere bianca, piuttosto cerosa. I test di laboratorio rivelarono che quella sostanza era estremamente resistente al calore e chimicamente inerte, era il prodotto della polimerizzazione del TFE, ovvero il politetrafluoroetilene (PTFE).

Fu così che quell’ incidente di percorso si trasformò in un vero colpo di fortuna, che la DuPont, la casa del freon ma anche del nylon, seppe trasformare in una miniera d’oro. Plunkett così si mise al lavoro, cercando di riprodurre e ottimizzare le condizioni in cui era avvenuta la polimerizzazione, e ottenne il brevetto della sua fortuita invenzione nel 1941.

Lasciando da parte gli impieghi per la costruzione di armi nucleari, il trampolino di lancio per il teflon furono in parte, così come per il velcro, le missioni spaziali. Il politetrafluoroetilene fu infatti impiegato come sistema di rivestimento delle taniche di carburante dei razzi e perfino nelle divise degli astronauti del programma Apollo. Il successo spaziale avrebbe aperto le porte a quello casalingo.

Ma, intorno agli anni Duemila, il teflon cominciò a essere guardato con sospetto, dopo che negli Usa una sostanza utilizzata per la sua fabbricazione era stata classificata come potenziale cancerogena. Un rischio che avrebbe spinto a rimarcare il corretto uso delle pentole rivestite di teflon: buttandole via e non utilizzandole più nel momento in cui il materiale, da molti definito come il più scivoloso al mondo, si graffi e cominci a staccarsi.

Fonte: Wired.it

 

Alle 00.38 del 5 aprile 2012, una nuova collisione di due fasci di protoni da 4 Teraelettronvolt (TeV) è avvenuta al Large Hadron Collider di Ginevra. La collisione, dall'energia complessiva di 8 TeV, è un nuovo record mondiale e ha dato il via alla raccolta dati all'Lhc per l'anno 2012.

" Dopo due anni di esperienza con entrambi i raggi a 3,5 TeV, ci siamo sentiti in grado di aumentare l'energia senza introdurre rischi significativi per le nostre apparecchiature" ha spiegato il responsabile tecnologico dell'acceleratore Cern Steve Myers: " Ora si apre la strada a sperimentazioni che possono sfruttare un potenziale energetico ancora maggiore!".

Nonostante l'aumento dell'energia di collisione sia piuttosto modesto, si tratta sempre di miliardi di volt. Per i ricercatori del Cern, questo significa capacità di sperimentazione e scoperta per gli esperimenti che riguardano le particelle ipotetiche, come per esempio quelle previste dalla teoria della Supersimmetria. Queste particelle potrebbero essere prodotte in quantità molto superiore alle alte energie, così come per il bosone di Higgs, la sfuggente particella ipotetica su cui si concentrano da sempre gli sforzi di Lhc (e a cui si potrebbe presto cambiare nome). Tuttavia, questa potenza superiore porterà anche molto rumore di fondo, cioè segnali che sembrano essere associati a quelli delle particelle del modello Standard, ma che in realtà non lo sono. Questo significa che ci vorrà più tempo per analizzare i dati, e che per confermare gli indizi sul Bosone di Higg o per affermare con certezza la sua inesistenza ci vorrà almeno un anno di esperimenti.

" L'aumento di energia ci permetterà di massimizzare le nostre possibilità di scoperta scientifica", ha dichiarato il direttore di ricerca del Cern Sergio Bertolucci. " Il 2012 si preannuncia come un anno importante per la fisica delle particelle". Lhc funzionerà a pieno ritmo fino alla fine dell'anno, per poi essere disattivato per un lungo periodo per prepararsi a girare ad una potenza di 6,5 TeV per facio di protoni verso la fine del 2014. L'obiettivo finale è di raggiungere una potenza massima di 7 TeV per fascio, una potenza quasi doppia a quella attuale.

La storia di Lhc, la più grande macchina mai costruita dall'uomo (e anche una delle più costose, con un budget stimato di 7,5 miliardi di euro), è stata spesso funestata di incidenti e inconvenienti. Il tunnel di 27 chilometri si trova a 100 metri sotto il confine tra Francia e Svizzera. Dopo aver inaugurato le operazioni nel 2008, un gruppo di scienziati tentò di fermare gli esperimenti perché convinti che avrebbero causato un buco nero capace di distruggere la Terra. Una serie di incidenti (tra cui il più bizzarro è sicuramente quello dell' uccello e della baguette) ha costretto Lhc a riparazioni massicce per l'intero 2009, ed è quindi solo nel 2010 che sono cominciati gli esperimenti. Da allora, numerosi falsi allarmi non hanno ancora portato alla scoperta del famigerato bosone.

Fonte: Wired.it

 

Ai migliori non sempre vengono riconosciuti tutti i meriti. Anzi, capita che siano proprio le istituzioni a mettere il bastone tra le ruote a chi si distingue per la voglia di fare. È il caso di Thomas Hodgkin,  medico e filantropo che dedicò la propria vita allo studio delle  malattie tumorali. Infatti, le sue critiche nei confronti del colonialismo in America ne arrestarono bruscamente la carriera.

Dalla sua, Hodgkin aveva tutte le  carte in regola per essere un medico esemplare. Nato nel 1798 da una famiglia  quacchera di Pentonville, passò da un breve apprendistato presso un farmacista di Brighton direttamente ai corsi di medicina dell’ospedale  Guy’s and St Thomas’ di Londra. Nel 1821 proseguì gli studi a Parigi, dove conobbe  René Laënnec, l’inventore dello stetoscopio.

Fu proprio merito di Hodgkin se il nuovo strumento trovò la via dell’Inghilterra. Sebbene i medici inglesi fossero scettici, il giovane dottore si impegnò a lungo nella diffusione dell’invenzione di Laënnec. Non a caso il quacchero di Pentonville aveva sempre criticato la mancanza di curiosità da parte dei colleghi più anziani.

Medico esemplare Un orecchio per la scienza La scoperta  Carriera stroncata

Nel 1825, divenuto medico a tutti gli effetti, Hodgkin iniziò a lavorare presso un ospedale londinese che offriva cure di  pronto soccorso ai cittadini più poveri della capitale. Il lavoro era massacrante e, per giunta, il giovane medico non percepiva alcuno  stipendio. Dopo due anni e mezzo di sfruttamento, la situazione cambiò e per il medico si aprì la possibilità di avere un posto al Guy’s and St Thomas’.

Hodgkin lavorò al museo di patologia dell’ospedale, dove ebbe modo di raccogliere migliaia di campioni biologici e studiare malattie fino a allora sconosciute. Fu proprio grazie a queste ricerche approfondite che, nel 1832, il medico scoprì le cause del  linfoma che oggi porta il suo nome (il  morbo di Hodgkin).

Ma quando nel 1837 si presentò l’occasione di ottenere un posto come assistente medico, gli eventi presero una brutta piega. Al posto di Hodgkin venne scelto Benjamin Babington, amico del giovane quacchero e figlio di un ex medico. Per quanto fossero entrambi candidati brillanti, pare che Benjamin Harrison, il tesoriere dell’ospedale, fosse contrario alla promozione del ragazzo di Pentonville.

Il motivo? Hodgkin aveva sempre criticato in pubblico le politiche imperialiste dell’Inghilterra nei confronti delle ex-colonie. Guarda caso, Harrison era anche vice-presidente della Hudson’s Bay Company, la quale aveva fatto fortuna vendendo armi e alcolici in cambio di pellicce agli indiani d’America. Insomma, un bel  conflitto di interessi d’altri tempi.

Hodgkin lasciò per sempre l’ospedale e prese a viaggiare per il mondo per studiare le malattie che affliggevano le popolazioni in Africa e Medio Oriente. E fu proprio in Palestina che il medico trovò la morte a causa del  colera. Era il 1866.

Fonte: Wired.it

 

Fino al 2 aprile 1978, se vi fosse mai capitato di parlare di velcro, non potevate sbagliare. Fino a quel giorno, infatti, il nome per indicare il sistema attacca e strappa (meglio: chiusura hook and loop) usato su giacche, scarpe, borse, giochi, era di proprietà dell’omonima azienda, la Velcro appunto. Quel giorno, però, il brevetto che ne rivendicava la paternità scadeva, e il sistema di chiusura inventato da George de Mestral diventava di dominio pubblico, vantando una serie di imitatori da cui, per rimanere in tema, sarebbe stato difficile staccare il nome di velcro.

Al microscopio  Uncini Uncini naturali

Il materiale era nato nella testa del suo inventore, come spesso accade, osservando la natura. Si racconta che un giorno d’estate, negli anni Quaranta, George de Mestral, ingegnere svizzero appassionato di caccia e amante della montagna, se ne fosse uscito per una passeggiata portando con sé anche il suo cane. Di ritorno a casa, si era accorto che i suoi vestiti e il pelo dell’animale erano pieni degli appiccicosi fiori di cardo alpino, quelle palline che si attaccano ovunque. Più incuriosito che infastidito dal caso, de Mestral cercò di carpire i segreti di quei fiori. Fu così che si armò di un microscopio e cominciò a osservare il modo con cui si attaccavano alle superfici.

E quello che vide era un sistema tanto semplice quanto efficace sviluppato dal cardo per diffondere i propri semi (e far innervosire gli appassionati di montagna). La loro superficie infatti era ricoperta di una sorta di aghi le cui estremità terminavano con degli uncini, i quali a loro volta si arpionavano ai cappi naturali presenti sul pelo degli animali o sui tessuti. Così a de Mestral venne l’ idea. Avrebbe sfruttato lo stesso meccanismo per realizzare un sistema di chiusura analogo a quello delle zip, a incastro: uncini da un lato, cappi dall’altro.

Dopo essersi fatto aiutare da un tessitore, l’ingegnere nel 1955 brevettava il suo Velcro, ma non ancora con i connotati in cui sarebbe diventato famoso. Inizialmente era infatti costituito di due strisce di cotone, e solo successivamente sarebbe diventato di nylon, un materiale che meglio si prestava allo scopo, che poteva essere cucito ovunque. Per il nome, invece, la scelta fu facile: bastava pensare alle sue origini e alla sua funzione: ne venne fuori Velcro, l’insieme delle parole francesi velour (velluto) e crochet (gancio, uncino).

Fu un successo spaziale. I primi a beneficiarne furono infatti gli astronauti, dove l’attacca e strappa serviva loro a fissare gli oggetti che non dovevano mettersi a svolazzare nella cabina, e a staccarli all’occorrenza strappando le chiusure. Ma il resto della popolazione non riuscì a cogliere subito le potenzialità dell’invenzione.

Sarebbe stata anche la pubblicità offerta dagli astronauti della Nasa a lanciare il prodotto, che negli anni Sessanta aveva ormai conquistato il settore vestiario, medico, quello automobilistico e casalingo, grazie al fatto che si poteva lavare, era disponibile in colori diversi ed era riutilizzabile: almeno fin quando peli, fili e sporcizia varia non ci finiscono dentro e ne diminuiscono l’adesività.

Fonte: Wired.it

 

Un demonio, con un piede largo 10 centimetri e lungo 20. A lasciare quelle tracce su quella che un tempo fu la lava sputata dal vulcano di Roccamonfina (in provincia di Caserta), non ancora solidificata, poteva essere stato solo qualcuno con superpoteri, abituato alle fiamme. Un diavolo appunto. Così gli abitanti del luogo avevano prontamente chiamato quelle impronte Le ciampate del Diavolo. In realtà, niente di paranormale: si trattava invece di impronte fossili appartenute a un nostro lontano parente, probabilmente le prime di cui si avesse notizia, relative a un rappresentante del genere Homo, come suggerivano il 13 marzo 2003 alcuni ricercatori italiani su Nature.

Si trattava di tre diverse piste: la prima composta da 27 impronte, la seconda da 19 e una terza da 10. La prima mostrava un andamento a zig zag, le altre invece erano per lo più lineari, e almeno una di tanto in tanto presentava anche i calchi di una mano, suggerendo che forse chi si muoveva lungo i pendii del vulcano avesse anche bisogno degli arti anteriori per sostenere la discesa. Le tracce avevano da sempre incuriosito gli abitanti del luogo, ma solo quando due archeologi si rivolsero a Paolo Mietto e Marco Avanzini, l’uno dell’Università di Padova e l’altro del Museo Tridentino di Scienze Naturali, quelle impronte cominciarono a essere oggetto di studio.

Le prime analisi realizzate dai ricercatori rivelarono così che a lasciare il segno sulla lava erano stati tre diversi individui, completamente bipedi, appartenenti al genere Homo, vissuti più o meno tra i 325mila e i 385mila anni fa, al tempo in cui l’Europa era abitata da Homo heidelbergensis e Homo neanderthalensis (ma è più probabile che il proprietario delle impronte fossili fosse uno dei primi, più che dei secondi). Calcoli successivi mostrarono poi come non si non si trattasse di soggetti molto alti: un metro e mezzo al massimo. Il che lasciava intuire che, se di heidelbergensis si trattava, quelli campani erano insolitamente bassi, o più semplicemente piccoli, poco più che bambini.

Le conferme arrivarono solo qualche anno dopo, quando alcuni ricercatori francesi, effettuando nuove analisi di datazione all’argon sulle testimonianze fossili del vulcano di Roccamonfina, le fecero risalire a circa 345mila anni fa.

La testimonianza più antica (3,7 milioni di anni fa) di impronte fossili di ominidi spetta invece a un parente di Lucy, un Australopithecus afarensis ritrovato alla fine degli anni Settanta in Tanzania. Molto più simili a quelle delle scimmie, con l’alluce divergente dal resto delle dita e un arco plantare poco profondo, le impronte sembrano appartenere ad estremità ancora adatte alla presa, piuttosto che alla deambulazione. Al tempo, il bipedismo era già sviluppato, ma il genere Homo (cui appartengono le impronte italiane) era di là da venire. E tuttavia, anche le tracce campane persero il podio, nel 2009, sostituite da quelle assai più antiche rinvenute in Kenya, vecchie di circa un milione e mezzo di anni, appartenute a un Homo ergaster o Homo erectus e lasciate sulle rive di un fiume: un arco pronunciato e con l’alluce corto, parallelo alle altre dita. Un piede insomma che ricorda da vicino il nostro.

Fonte: wired.it

 
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