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However, there is an increased risk of individuals who have experienced previous traumatic brain injury going on to commit violent crime according to a large Swedish study led by Seena Fazel from the University of Oxford, UK, and colleagues at the Karolinska Institutet, Sweden, and Swedish Prison and Probation Service, and published in this week's PLoS Medicine.

The authors say: "The implications of these findings will vary for clinical services, the criminal justice system, and patient charities."

In their study, the authors identified all people with epilepsy and traumatic brain injury recorded in Sweden between 1973 and 2009 and matched each case with ten people without these brain conditions from the general population. The investigators linked these records to subsequent data on all convictions for violent crime using the personal identification numbers that identify Swedish residents in national registries.

Using these methods, the authors found that 4.2% of people with epilepsy had at least one conviction for violence after their diagnosis compared to 2.5% of the general population. However, after controlling for the family situation (in which individuals with epilepsy were compared with their unaffected siblings), the association between being diagnosed with epilepsy and being convicted for violent crime disappeared. In contrast, the authors found that after controlling for substance abuse or comparing individuals with brain injury to their unaffected siblings, there remained an association between experiencing a traumatic brain injury and committing a violent crime.

The authors say: "With over 22,000 individuals each for the epilepsy and traumatic brain injury groups, the sample was, to our knowledge, more than 50 times larger than those used in previous related studies on epilepsy, and more than seven times larger than previous studies on brain injury."

They continue: "In conclusion, by using Swedish population-based registers over 35 years, we reported risks for violent crime in individuals with epilepsy and traumatic brain injury that contrasted with each other, and appeared to differ within each diagnosis by subtype, severity, and age at diagnosis."

The authors suggest that the lack of a causal association with epilepsy and violent crime may be valuable for patient charities and other stakeholders in tackling one of the causes of stigma associated with this condition. In contrast, improved screening and management of some patients and prisoners with traumatic brain injury may reduce offending rates,

The study relied on conviction data and the authors explain their rationale: "Although we relied on conviction data, other work has shown that the degree of underestimation of violence is similar in psychiatric patients and controls compared with self-report measures, and hence the risk estimates were unlikely to be affected…We have no reason to think that this would be different for these two neurological conditions. Overall rates of violent crime and their resolution are mostly similar across western Europe, suggesting some generalisability of our findings."

In an accompanying Perspective, psychiatrist Jan Volavka, professor emeritus from the New York University School of Medicine (uninvolved in the research) says: "Comparing the conviction rates before and after the diagnosis would provide another perspective on the effect of the illness on violent crime." However, he says: "Among the major strengths of the study are the very large sample size, comprising the entire population of Sweden, and the follow-up of 35 years. The findings are of major public health importance and provide inspiration for further research".

The research paper is available for free here: http://www.plosmedicine.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pmed.1001148

Source: Public Library of Science - via ZeitNews.org

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Anni '50: uomini dalle camicie bianche inamidate ronzano intorno a un grande calcolatore, attivando contatti e registrando ogni ronzio della macchina. I primi computer della storia, grandi come intere stanze, avevano bisogno del continuo intervento umano per funzionare. Niente di più stressante, visto che i cervelli elettronici impiegavano ore, se non giorni, a elaborare tutti i dati. Ma l' 8 marzo 1955 l'informatico Doug Ross rivoluzionò il mondo presentando il primo programma completamente automatico.

Il cervellone elettronico Forza valvolare Quel che resta del cervellone

Č successo tutto nei laboratori del Massachusetts Institute of Technology, dove nel 1951 era stato inaugurato il calcolatore Whirlwind. Si trattava di una macchina che occupava un'area di 300 metri quadri. Un vero e proprio gigante formato da 5mila valvole che elaboravano i dati a una velocità di 20mila istruzioni al secondo (Kips). Un record per l'epoca, che però oggi impallidisce davanti alle prestazioni dei computer da scrivania che ne processano vari miliardi (Gips).

Ross, che era programmatore capo del progetto, aveva deciso di introdurre un sistema che permettesse ai tecnici di laboratorio di immettere le istruzioni direttamente all'interno di Whirlwind. Infatti, prima di allora c'era sempre bisogno di un tecnico specializzato che inserisse i dati manualmente nel calcolatore. Un lavoro assai lungo e complicato che non rendeva certo più fluide le lunghe sessioni di calcolo.

Così, quando il primo insieme di istruzioni automatiche – si chiamava Director, ed era stato scritto dagli informatici John Frankovich e Frank Helwig – entrò finalmente in funzione, ai tecnici del Mit bastò premere un tasto e lasciar fare tutto il resto al cervellone valvolare di Whirlwind. Un bel risparmio di tempo e risorse che non deve essere affatto dispiaciuto al principale investitore del progetto, la Us Air Force.

Le origini militari di questo primo grande calcolatore non devono sorprendere. In origine, Whirlwind era nato alla fine della Seconda Guerra Mondiale come un progetto accademico sotto il controllo e la tutela dell'Office of Naval Research. L'idea era quella di realizzare un simulatore di volo in grado di far risparmiare all'esercito le costosissime prove dal vivo.

Tutto sommato, il costo del progetto Whirlwind si rivelò talmente alto da far desistere la Marina dopo appena tre anni (e tre milioni di dollari) di esperimenti. Ma per fortuna le valvole del calcolatore non rimasero inattive a prendere polvere. L'Air Force capì subito che dentro la pancia di quel gigante c'era il futuro, e lo impiegò senza esitare per i suoi progetti di intercettazione radar.

Fonte: wired.it

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Non ci sono solo la Tav e i no Tav. A guardare la mappa del Nimby Forum – un osservatorio promosso dall’associazione no profit Aris (Agenzia di Ricerche Informazione e Società) che si occupa di monitorare le opposizioni territoriali in materia di ambiente contro opere di pubblica utilità - non ci sono Regioni immuni da contestazioni. Dalla Val d’Aosta alla Sicilia sono 331 in totale i progetti in fase di stallo, a cui i cittadini, comuni e comitati dicono no. Not In My Back Yard ( Nimby) per la precisione, ovvero non nel mio giardino, o comunque non sul mio territorio. Un dato che sembrerebbe quindi ben motivare le recenti intenzioni del governo di modificare la legislazione in materia di grandi opere a favore di un modello di democrazia partecipativa alla francese, che coinvolga i diretti interessati nella realizzazione di un progetto.

Rispetto al 2010, nel rapporto del Nimby Forum si parla di un aumento del 3,4% delle contestazioni, 163 delle quali sorte solo nel 2011 (il calcolo totale considera quelle effettivamente registrate nel corso dell’anno analizzato), come rivela lo studio di carta stampata nazionale, locale e del Web (dal momento che non esiste un archivio con la lista di tutti i progetti in corso o ancora da approvare). E in molti casi (poco più della metà, il 51%) non si parla neanche di progetti in cantiere, letteralmente, ma solo di idee, ancora da sviluppare formalmente. 

Il nord e il centro sono le aree in cui si concentra il maggior numero di opposizioni, mentre nella classifica delle Regioni con più contestazioni spicca la Lombardia, con 46 progetti in bilico. Segue la Toscana (42) e completa il podio il Veneto (40). E i progetti messi in discussioni sono dei più vari: da impianti eolici e fotovoltaici alle centrali a biomassa, e poi centrali idroelettriche, discariche, termovalizzatori, gassificatori e rigassificatori. Ovunque cioè ci sia una problematica di tipo ambientale.

Ecco allora che accanto alle opere del comparto elettrico contestate (pari a circa il 62,5%), a quello dei rifiuti (che contribuisce per un 31,4%) ci sono anche quelle per le infrastrutture (4,8%) seguite in coda dalle proteste contro la realizzazione di impianti industriali (1,2%). Se a questo si aggiunge il fatto che dei 331 progetti contestati 156 sfruttano le rinnovabili, appare chiaro come gran parte delle discussioni riguardino proprio quelle tecnologie verdi che almeno a prima vista sembrerebbero invece essere accolte positivamente.

Il rapporto reso noto dal Nimby Forum non si limita a disegnare una mappa del fenomeno, e delinea anche quali sono i soggetti che portano avanti le contestazioni e le loro motivazioni. Ecco allora che quelle di matrice popolare appaiono le più forti, con il 36%. Seguono i soggetti politici e gli enti pubblici nella lista dei più dissidenti. Ma se si seziona bene il gruppo dei contestatori emergono dati interessanti, che parlano di soggetti politici locali, comuni e comitati come i principali attori delle opposizioni. Anche se sono sempre le amministrazioni locali le parti più favorevoli alla realizzazione dei progetti contestati, visti principalmente come un’opportunità per lo sviluppo del territorio.

Non stupiscono, proprio come accade nel caso delle contestazioni in Val di Susa, i motivi che spingono a scendere in piazza e dire no agli impianti in costruzione (o anche solo ai loro progetti). Impatto ambientale (soprattutto nel campo delle infrastrutture) e qualità della vita guidano la classifica delle problematiche alla base delle contestazioni, ma anche questioni burocratiche, come le difficoltà incontrate nelle procedure di autorizzazione. Le stesse che sembrerebbero, come racconta il Sole24ore, aver spinto la British Gas ad aver abbandonato il progetto di un rigassificatore a Brindisi, dopo aver atteso invano per 11 anni i permessi necessari ad avviare l’opera. Tempi normali? Non proprio, considerando che in Galles un impianto praticamente identico nello stesso lasso di tempo è stato progettato, approvato, costruito e diventato operativo.

Fonte: wired.it

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Fizicienii de la Universitatea New South Wales si Universitatea Purdue afirma ca reusita lor reprezinta primul pas spre conceperea unui computer quantic, ce va functiona la scara nanometrica.

Mai aproape de computerul cuantic: a fost creat un tranzistor funcţional dintr-un singur atom (VIDEO)

Spre deosebire de computerele conventionale, bazate pe tranzistori cu stari distincte „pornit” si „oprit” (sau „0” si „1”), computerele cuantice sunt construite din qubiti. Spre deosebire de biti, qubitii pot reprezenta mai multe valori simultan, ca urmare a proprietatilor mecanicii cuantice.

Computerele cuantice ar putea factoriza numerele mari cu o viteza mult mai mare decât computerele conventionale, compromitând astfel sistemele moderne de securitate folosite în comertul electronic si pentru a proteja intimitatea datelor. De asemenea, computerele cuantice vor face posibila simularea structurilor moleculare cu o viteza record, ceea ce va accelera procesul de concepere a noilor medicamente si a altor materiale.

„Abordarea echipei este extrem de puternica”, a comentat anuntul Andreas Heinrich, fizician în cadrul IBM. „Acesta este un efort de cel putin 10 ani pentru a crea fire electrice extrem de mici si pentru a le combina cu un atom de fosfor exact acolo unde le doresc”, a adaugat Heinrich.

Dr. Heinrich afirma ca aceasta cercetare este un pas important spre realizarea unui computer cuantic functional.

Chiar daca au mai existat demonstratii ale unor tranzistori creati dintr-un singur atom, actuala reusita a fizicienilor americani si australieni reprezinta un progres pe doua fronturi: precizia cu care au amplasat tranzistorul si folosirea tehnicilor industriale pentru construirea circuitului, ceea ce a facut posibila citirea si scrierea de informatie de pe tranzistor.

„Acest dispozitiv este perfect. Este pentru prima data când cineva poate controla un singur atom într-un substrat cu acest nivel de precizie”, a declarat Michelle Simmons, conducatoarea echipei de cercetatori si totodata directorul Centrului de Computatie Cuantica de la Universitatea New South Wales.

Sursa: New York Times via descopera.ro

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A new method described in BioMed Central's open access journal BMC Medicine uses stem cells from cord blood to re-educate a diabetic's own T cells and consequently restart pancreatic function reducing the need for insulin.

Stem Cell Educator therapy slowly passes lymphocytes separated from a patient's blood over immobilized cord blood stem cells (CBSC) from healthy donors. After two to three hours in the device the re-educated lymphocytes are returned to the patient. The progress of the patients was checked at 4, 12, 24 and 40 weeks after therapy.

C-peptide is a protein fragment made as a by-product of insulin manufacture and can be used to determine how well beta cells are working. By 12 weeks after treatment all the patients who received the therapy had improved levels of C –peptide. This continued to improve at 24 weeks and was maintained to the end of the study. This meant that the daily dose of insulin required to maintain their blood glucose levels could be reduced. In accordance with these results the glycated hemoglobin (HbA1C) indicator of long term glucose control also dropped for people receiving the treatment, but not the control group.

Dr Yong Zhao, from University of Illinois at Chicago, who led the multi-centre research, explained, "We also saw an improved autoimmune control in these patients. Stem Cell Educator therapy increased the percentage of regulatory T lymphocytes in the blood of people in the treatment group. Other markers of immune function, such as TGF-beta1 also improved. Our results suggest that it is this improvement in autoimmune control, mediated by the autoimmune regulator AIRE in the CBSC, which allows the pancreatic islet beta cells to recover."

Source: Medical Xpress

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Si torna a parlare del bosone di Higgs, la particella più ricercata nella storia della fisica. Vi ricordate quella traccia – lungi ancora dall'essere una prova – individuata da due team presso il Large Hadron Collider al Cern di Ginevra? Bene, lo stesso indizio è stato ora trovato anche nei dati usciti negli ultimi anni da un altro acceleratore di particelle, il Tevatron del Fermilab (Batavia, Usa), ormai spento.

La notizia è stata diffusa a La Thuile, in Val D'Aosta, dalle collaborazioni Cdf (Collider Detector at Fermilab) e Dzero del dipartimento di energia del Fermilab stesso, durante un incontro di cervelli conosciuto come Rencontres de Moriond.

In modo simile a quanto osservato al Cern, in seguito ai numerosi scontri di fasci di protoni e antiprotoni (dal 2002 al 2011), è stato evidenziato un eccesso di eventi intorno al valore di energia di 125 gigaelettronvolt: tra 115 e 135, per l'esattezza. Significa che, in quel punto, una particella non attesa potrebbe essersi formata per poi decadere velocemente. Se non si tratta di un abbaglio (una fluttuazione statistica, per dirla con i fisici), questa particella avrebbe una massa di circa 130 volte quella del protone (la misura dell’energia viene trasformata in valore di massa, secondo la relazione E = mc˛): un valore compatibile con quelli previsti per il bosone di Higgs.

Proprio come al Cern, il range di valori emerge dall'analisi dei dati di due esperimenti indipendenti. Come sottolinea anche Nature, i risultati non sono statisticamente significativi (ovvero il margine di incertezza è ancora troppo alto), ma sono comunque in linea con quelli dell'Lhc, e tanto basta per scaldare gli animi.

Anche perché i sistemi di rilevamento dei due acceleratori sono diversi: quello del Fermilab è più sensibile a certi prodotti del decadimento, come particolari quark (chiamati bottom e antibottom), mentre quello del Cern rileva altre particelle, tra cui i fotoni. Le osservazioni, quindi, sono complementari, come sottolinea Dmitri Denisov, responsabile di D0, perché è come avere due fotografie della stessa scena, scattate da punti di osservazione diversi. “ Ma gli scienziati hanno ancora parecchio lavoro davanti, prima che si possa essere certi dell'esistenza del bosone di Higgs”, ha aggiunto il ricercatore.

La cautela è più che d'obbligo. Esattamente un anno fa, il Tevatron aveva già sperato di aver trovato l' Higgs. Le analisi successive alle prime indiscrezioni, però, avevano scartato questa possibilità, indirizzando comunque gli scienziati verso l'esistenza di un'altra particella sconosciuta, non predetta dal famoso Modello Standard (la teoria che riproduce e spiega tutte le misure condotte fino ad oggi).

Questi nuovi dati, oltre a sostenere quelli dell'Lhc, danno un'altra preziosa informazione: il bosone di Higgs, se esiste, non si trova tra i 147 e i 179 gigaelettronvolt.

“Senza qualcosa che assomigli al bosone di Higgs e che dia massa alle particelle fondamentali, l'intero mondo intorno a noi sarebbe molto diverso da quello che vediamo oggi”, ha commentato Giovanni Punzi, responsabile dell'esperimento Cdf e fisico presso l'Istituto nazionale di Fisica nucleare (Infn) di Pisa. Č per questo che la caccia si sta facendo più serrata, e che all' Lhc hanno già pensato bene di aumentare l'energia degli scontri tra protoni.

Fonte: wired.it

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Decizia a fost anuntata dupa doua luni de dezbateri intense, dupa ce oficialii SUA au solicitat ca anumite aspecte ale cercetarii sa nu fie publicate, datorita riscului ca acestea sa fie folosite de teroristi. Conform declaratiilor expertilor, boala creata în laborator are potentialul de a ucide miliarde de oameni. Cu toate acestea, creatorul acesteia, dr. Ron Fouchier, a cerut ca studiul sa fie publicat necenzurat, pentru ca va ajuta la prevenirea si la tratarea acestor tulpini gripale în cazul în care acestea vor aparea în urmatorii ani.

Decizie finală: „reţeta” super-virusului gripal va fi publicată necenzurată

Specialistii OMS sustin publicarea cercetarii, decizia fiind anuntata în urma discutiilor purtate de 22 de experti din întreaga lume. Cei mai multi dintre acestia considera ca riscul utilizarii studiului de catre teroristi este mult mai mic decât riscul ca aceste tulpini sau unele similare sa apara în natura. De aceea, recomandarea lor a fost ca studiul sa fie publicat necenzurat, pentru a permite identificarea si studierea detaliilor care ar putea ajuta la descoperirea virusurilor ce au potentialul sa provoace o pandemie înainte ca acest lucru sa se petreaca.

Forma naturala a gripei aviare a infectat milioane de pasari, mai ales în tarile sarace din Asia. Aceasta nu se transmite usor la oameni, însa atunci când se transmite, are o rata a mortalitatii ridicata. Daca virusul ar dezvolta capacitatea de a infecta oamenii mai usor si pe cea de a se transmite de la om la om, ar putea ucide milioane de persoane.

Din cele 600 de cazuri umane de H5N1 înregistrate pâna acum la nivel mondial, peste 50% au fost letale. Cercetatorii cred ca aceasta este cea mai letala forma a gripei întâlnita pâna acum. Cea mai devastatoare epidemie din istorie, epidemia de gripa din 1918, care a dus la moartea a 50 de milioane de persoane la nivel mondial, a fost provocata de o tulpina cu rata mortalitatii de 2%.

Cercetarea ce a dus la conceperea unei forme extrem de letale a H5N1 s-a dovedit controversata: daca unii cercetatori cer publicarea necenzurata a studiului, altii considera ca nu doar publicarea sa reprezinta o greseala, ci si însasi realizarea sa.

Bruce Alberts, editorul prestigiosului jurnal Science, una din cele doua publicatii stiintifice în care urmeaza sa apara studiul, s-a declarat surprins ca OMS a luat atât de repede decizia publicarii acestuia.

Cercetarea urmeaza sa fie publicata în câteva luni.

Sursa: New York Times via descopera.ro

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The study published Jan. 9 online in the journal Circulation found the risk of heart attack remained eight times above normal during the first week after the death of a loved one, slowly declining, but remaining elevated for at least a month.

Researchers interviewed approximately 2,000 patients who suffered myocardial infarctions, or heart attacks, over a five-year period. Patients were asked a series of questions about potentially triggering events, including losing someone close to them in the past year.

While there is widespread anecdotal evidence that the death of a loved one can lead to declining health in survivors, few studies have looked at the acute effect of bereavement and grief on myocardial infarction.

"Bereavement and grief are associated with increased feelings of depression, anxiety and anger, and those have been shown to be associated with increases in heart rate and blood pressure, and changes in the blood that make it more likely to clot, all of which can lead to a heart attack," says lead author Elizabeth Mostofsky, MPH, ScD, a post-doctoral fellow in the cardiovascular epidemiological unit at BIDMC.

"Some people would say a 'broken heart' related to the grief response is what leads to these physiologic changes," says senior author Murray Mittleman, MD, DrPH, a physician in the Cardiovascular Institute at Beth Israel Deaconess Medical Center, an Associate Professor of Medicine at Harvard Medical School and director of BIDMC's cardiovascular epidemiological research program. "So that emotional sense of the broken heart may actually lead to damage leading to a heart attack and a physical broken heart of a sort."

Mostofsky and Mittleman think that being aware of the heightened risk can go a long way toward "breaking the link between the loss of someone close and the heart attack."

"Physicians, patients and families should to be aware of this risk and make sure that someone experiencing grief is getting their physical and medical needs met," says Mittleman. "And if an individual develops symptoms that we're concerned might reflect the beginnings of heart attack, we really need to take it very seriously and make sure that that patient gets appropriate evaluation and care."

Providing appropriate psychological interventions for someone who is grieving is also important. Mostofsky says, "We do think it's plausible that social support during that increased time of vulnerability would help mitigate the risk of heart attack."

Source: Beth Israel Deaconess Medical Center - via zeitnews.org

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Cannabis cured my skin cancer. This is my story. It has been proven that concentrated cannabis oil cures cancer.

 

Duration: 9 minutes and 15 seconds
Country: United States
Language: English
License: CC - Attribution Non-commercial No Derivatives
Genre: Documentary
Producer: D. Triplett
Director: D. Triplett
Views: 1.087.202 (1.012.502 embedded)
Posted by: fabulousbb on 30.04.2011

Source: dotsub.com


THREE and a half years ago, on my 62nd birthday, doctors discovered a mass on my pancreas. It turned out to be Stage 3 pancreatic cancer. I was told I would be dead in four to six months. Today I am in that rare coterie of people who have survived this long with the disease. But I did not foresee that after having dedicated myself for 40 years to a life of the law, including more than two decades as a New York State judge, my quest for ameliorative and palliative care would lead me to marijuana.

My survival has demanded an enormous price, including months of chemotherapy, radiation hell and brutal surgery. For about a year, my cancer disappeared, only to return. About a month ago, I started a new and even more debilitating course of treatment. Every other week, after receiving an IV booster of chemotherapy drugs that takes three hours, I wear a pump that slowly injects more of the drugs over the next 48 hours.

Nausea and pain are constant companions. One struggles to eat enough to stave off the dramatic weight loss that is part of this disease. Eating, one of the great pleasures of life, has now become a daily battle, with each forkful a small victory. Every drug prescribed to treat one problem leads to one or two more drugs to offset its side effects. Pain medication leads to loss of appetite and constipation. Anti-nausea medication raises glucose levels, a serious problem for me with my pancreas so compromised. Sleep, which might bring respite from the miseries of the day, becomes increasingly elusive.

Inhaled marijuana is the only medicine that gives me some relief from nausea, stimulates my appetite, and makes it easier to fall asleep. The oral synthetic substitute, Marinol, prescribed by my doctors, was useless. Rather than watch the agony of my suffering, friends have chosen, at some personal risk, to provide the substance. I find a few puffs of marijuana before dinner gives me ammunition in the battle to eat. A few more puffs at bedtime permits desperately needed sleep.

This is not a law-and-order issue; it is a medical and a human rights issue. Being treated at Memorial Sloan Kettering Cancer Center, I am receiving the absolute gold standard of medical care. But doctors cannot be expected to do what the law prohibits, even when they know it is in the best interests of their patients. When palliative care is understood as a fundamental human and medical right, marijuana for medical use should be beyond controversy.

Sixteen states already permit the legitimate clinical use of marijuana, including our neighbor New Jersey, and Connecticut is on the cusp of becoming No. 17. The New York State Legislature is now debating a bill to recognize marijuana as an effective and legitimate medicinal substance and establish a lawful framework for its use. The Assembly has passed such bills before, but they went nowhere in the State Senate. This year I hope that the outcome will be different. Cancer is a nonpartisan disease, so ubiquitous that it’s impossible to imagine that there are legislators whose families have not also been touched by this scourge. It is to help all who have been affected by cancer, and those who will come after, that I now speak.

Given my position as a sitting judge still hearing cases, well-meaning friends question the wisdom of my coming out on this issue. But I recognize that fellow cancer sufferers may be unable, for a host of reasons, to give voice to our plight. It is another heartbreaking aporia in the world of cancer that the one drug that gives relief without deleterious side effects remains classified as a narcotic with no medicinal value.

Because criminalizing an effective medical technique affects the fair administration of justice, I feel obliged to speak out as both a judge and a cancer patient suffering with a fatal disease. I implore the governor and the Legislature of New York, always considered a leader among states, to join the forward and humane thinking of 16 other states and pass the medical marijuana bill this year. Medical science has not yet found a cure, but it is barbaric to deny us access to one substance that has proved to ameliorate our suffering.

Gustin L. Reichbach is a justice of the State Supreme Court in Brooklyn.

A version of this op-ed appeared in print on May 17, 2012, on page A27 of the New York edition with the headline: A Judge’s Plea for Pot.

Source: NYtimes.com

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Servizio Pubblico 24a puntata - titolo La Politica. In questo video l'editoriale di Marco Travaglio "Non si capisce bene se i politici fanno così perché non vogliono cambiare, o non possono cambiare o non vogliono cambiare, ma mi sembrano tre ottimi motivi per mandarli tutti a casa lo stesso".

Marco Travaglio (Torino, 13 ottobre 1964) è un giornalista, saggista e scrittore italiano, attualmente vicedirettore de il Fatto Quotidiano.

Le sue principali aree di interesse sono la cronaca giudiziaria e l'attualità politica, occupandosi di questioni che spaziano dalla lotta alla mafia ai fenomeni di corruzione. Più di una volta i suoi articoli hanno suscitato le ire dei politici, senza distinzione di schieramenti.

Fonte: http://tv.ilfattoquotidiano.it

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Now Colorado is one love, I'm already packing suitcases;)
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By Napasechnik
Nice read, I just passed this onto a friend who was doing some research on that. And he just bought me lunch since I found it for him smile So let me rephrase that Thank you for lunch! Whenever you ha...
21/11/2016 @ 09:41:39
By Anonimo
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By Anonimo


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