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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

A cosa serve un motore di ricerca? La risposta sembra scontata: a soddisfare curiosità, imparare cose nuove, approfondire conoscenze. A pochi verrebbe in mente che uno strumento come Google possa essere di una qualche utilità anche a medici e ricercatori. E non per condurre ricerche, ma per monitorare la diffusione di malattie infettive. Uno studio condotto negli Stati Uniti, infatti, sembra provare che tenendo traccia delle ricerche effettuate su Google si ottengono informazioni importanti circa la diffusione delle infezioni causate dai batteri Mrsa, una classe di Staphylococcus aureus resistente all’azione di una vasta gamma di antibiotici (penicilline e cefalosporine).

I batteri Mrsa (Methicillin-resistant Staphylococcus aureus) causano infezioni cutanee molto gravi, che possono colpire organi e diffondersi nel circolo sanguigno. Individuati per la prima volta in Gran Bretagna nel 1961, hanno fatto la loro comparsa negli Stati Uniti negli anni ’80. Da allora, i casi di infezioni sono drasticamente aumentati, trovando negli ospedali il luogo privilegiato di azione (i pazienti con ferite e deboli sistemi immunitari, infatti, sono certamente più a rischio delle persone sane). Secondo uno studio condotto da ricercatori del Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), nel 2005 le infezioni provocate dai batteri Mrsa hanno ucciso circa 16mila americani, un numero persino superiore a quello delle vittime di Aids.

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Ecco spiegati tutti gli sforzi che medici e ricercatori stanno portando avanti per cercare di seguire in tempo reale la diffusione delle infezioni, così da programmare interventi sanitari più mirati ed efficaci. Per fare ciò, Google si è rilevato un prezioso aiuto. In un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Emerging Infectious Diseases, un gruppo di ricerca coordinato dall’epidemiologa Diane Lauderdale dell’ Università di Chicago ha confrontato le ricerche fatte su Google tra il 2004 e il 2008 sul tema “batteri Mrsa” e il numero di ospedalizzazioni causate dalle loro infezioni. Ne è emersa una precisa correlazione, che suggerisce come le ricerche sul Web possano essere un reale indicatore epidemiologico.

“Potenzialmente, possiamo ottenere da Google una misura della diffusione delle infezioni più fedele alla realtà di qualsiasi altro sistema di monitoraggio”, ha detto Lauderdale a Wired.com. “Se avessimo un archivio elettronico per i casi sanitari, liberamente accessibile ai ricercatori – continua l’epidemiologa – non avremmo bisogno della Rete. Qualcosa del genere esiste già nei paesi scandinavi, dove è possibile studiare tutti i fattori che contribuiscono alla comparsa e diffusione delle malattie. Ma negli Stati Uniti questo non si può fare”.

A oggi, infatti, l’unico strumento a disposizione del Cdc per monitorare la diffusione delle infezioni Mrsa è l’ Active Bacterial Core surveillance program, che offre un quadro della situazione raccogliendo dati da nove regioni americane. Ma lascia ampie aree scoperte non permettendo di avere un quadro completo di quello che succede in tutte le città. “Se sapessimo che in un luogo il tasso di infezioni è due o tre volte superiore rispetto a un altro – spiega Lauderdale – potremmo meglio condurre le campagne sanitarie pubbliche”.

Per provare l’efficacia di questo nuovo metodo di indagine, che catturò l’attenzione dei ricercatori già nel 2009, quando si scoprì che dando un’occhiata alla ricerche effettuate su Google si sarebbe forse potuta prevedere in tempo l’esplosione dell’influenza suina in Messico, saranno necessari altri test. Intanto, lo studio sembra testimoniare un fenomeno culturale: come evolve nella popolazione l’uso della terminologia. Se tra il 2004 e il 2007 la gente cercava le parole “stafilococco” e “Mrsa”, dopo il rapporto del Cdc, il secondo termine surclassò il primo. Ma l’evoluzione del linguaggio continua, è già comincia a comparire la parola “mersa”, versione fonetica di Mrsa.

Fonte: wired.it

 

All’arrivo in Italia, gran parte dei migranti gode di buona salute: diversamente, uomini donne e bambini in cerca di una vita migliore non avrebbero potuto affrontare un viaggio tanto duro quanto dall’esito incerto. I casi di infezioni respiratorie, febbre, ipotermia e denutrizione, che si registrano al momento dello sbarco, sono legati soprattutto alla logorante traversata in mare. Arrivano sani i migranti, dunque. Ma poi si ammalano in Italia. Come testimoniano i dati dell’Inmp (Istituto nazionale per la promozione e la salute delle popolazioni migranti), su oltre 9 mila persone giunte a Lampedusa nel mese di aprile, per esempio, sono stati rilevati solo un caso di tubercolosi, uno di malaria e uno di Hiv. Perché allora si parla di malattie di ritorno come la tubercolosi? E soprattutto si additano i migranti come untori?

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La risposta è semplice: una volta entrati in Italia, i migranti diventano immigrati a tutti gli effetti. E sebbene molti vi si stabiliscano in modo regolare (ad oggi sono circa 5 milioni gli stranieri con  permesso di soggiorno), una parte rilevante (attualmente circa 700 mila) vi rimane da irregolare, vivendo ai margini della società. Allontanatisi dai circuiti assistenziali e senza più un’identità, questi “invisibili” non sempre riescono a ricevere le cure mediche necessarie, sia per loro diffidenza sia per la scarsa consapevolezza dei loro diritti.

Tuttavia, l’utilizzo dei servizi sanitari sembra essere minimo in generale per tutti gli immigrati. Infatti, sebbene la legge italiana garantisca cure mediche a tutti, sia a quelli registrati che ai clandestini (D.L.vo 286/98 – Testo unico sull’Immigrazione), la maggior parte ha comunque “paura” a rivolgersi ai medici. Ed è qui che si genera una grave, ma poco conosciuta, emergenza. Come ha spiegato Foad Aodi, presidente della Comunità Araba in Italia e dell’Associazione Medici Stranieri, durante la presentazione del convegno “Salute e Migranti – Un approccio all’integrazione e alla cooperazione sanitaria”, organizzato dalla Federazione Nazionale dei Medici (FNOMCeO) a giugno in Sicilia: “Queste persone si ammalano quando sono già nel nostro paese, alcuni mesi dopo il loro arrivo, per problemi economici, psicologici, abitativi e lavorativi”. Cioè in seguito al peggioramento delle loro condizioni di vita.
Una volta trasferiti nei centri di accoglienza, molti degli immigrati si disperdono, fanno perdere le proprie tracce ed entrano a far parte della fascia più povera e disagiata della comunità: affrontano condizioni economiche precarie, vivono in abitazioni degradate e igienicamente inadeguate e svolgono lavori duri e non tutelati (fattori che li espongono a rischi elevati per la salute fisica e psicologica). “È per questo – dice Foad Aodi - che l'incidenza maggiore dei ricoveri si ha in traumatologia, ortopedia e, per le donne, ginecologia”. A queste seguono le malattie dell'apparato digerente, circolatorio e respiratorio.

In sostanza quindi la popolazione straniera ricorre soprattutto ai servizi di pronto soccorso e alla medicina d’urgenza, e raramente a visite preventive o di controllo. Da qui il manifestarsi di malattie infettive (tra cui la tubercolosi), che sempre più spesso vengono segnalate in Italia come riemergenti. E’ chiaro dunque che la necessità più urgente nel nostro paese è garantire agli immigrati il diritto fondamentale alla salute, spingendoli ad usufruire maggiormente dei servizi sanitari e delle strutture assistenziali. “Tante sono le persone che già accedono alle cure, ma molte altre non ne usufruiscono o hanno smesso di farlo per paura, soprattutto in seguito alla proposta di legge [avanzata nel 2009] secondo la quale i medici avrebbero dovuto denunciare gli irregolari”, commenta ancora Foad Aodi. “Perciò c’è bisogno che venga fatta più informazione tra gli immigrati”. Per raggiungere quest'obiettivo, dicono dunque gli esperti, sarebbe necessaria una rete informativa che, anche per mezzo di mediatori culturali, fornisca assistenza psicologica e legale, così che gli immigrati possano diventare a tutti gli effetti cittadini.

Fonte: galileonet.it

 
By Admin (from 05/08/2011 @ 08:00:13, in it - Osservatorio Globale, read 1382 times)

Zero privacy, d'ora in poi, per le zanzare: presto i governi d'Europa disporranno di una piattaforma di servizi per monitorare gli spostamenti degli insetti vettori di malattie. Il nuovo sistema promosso dall'Istituto olandese per la Salute Pubblica e l'Ambiente (Rivm) si chiama Vecmap ed è una vera e propria rete di sorveglianza che tiene traccia dei focolai di infezione sparsi per il territorio. Tutto grazie all'integrazione, in tempo reale, di mappe satellitari con i sistemi di comunicazione mobile.

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Lo scopo è quello di avere un'indicazione precisa delle zone in cui vivono le zanzare, in modo da aiutare i governi a formulare le giuste previsioni sui rischi legati alle epidemie. Vecmap cerca di soddisfare queste esigenze combinando i dati geometeorologici raccolti dall'Agenzia Spaziale Europea (Esa) riguardo a vegetazione, temperatura della superficie terrestre, umidità e specchi d'acqua direttamente con i rilevamenti effettuati sulla Terra. Ai tecnici di bonifica impegnati nella lotta alle zanzare, basterà collegarsi alla rete satellitare tramite uno smartphone per ricevere tutti gli aggiornamenti su scala nazionale e ritrasmettere le informazioni entomologiche ottenute sul luogo.

"Malattie come la febbre Dengue o quella del Nilo sono trasmesse dalle zanzare" – ha spiegato l'esperto dell'Esa Michiel Kruijff –  "e rappresentano un crescente problema di salute pubblica in molti stati europei. Tuttavia, sappiamo ben poco circa la diffusione delle malattie e dei vettori: proprio per questa ragione, abbiamo bisogno di sviluppare di accurate mappe per ipotizzare dove e quando le zanzare potrebbero nuocere alla popolazione umana".

Vecmap è stato sperimentato per la prima volta nel 2009 in alcune zone nei Paesi Bassi, in Inghilterra, Belgio, Francia, Svizzera e Italia. Con opportuni aggiustamenti, il sistema potrebbe essere adattato anche al monitoraggio di altri tipi di malattie infettive. Una volta  perfezionato – grazie al contributo di un consorzio di partner industriali guidato da Avia-Gis – gli Stati membri potranno acquistare i diritti per accedere alle informazioni contenute nei database del servizio. Secondo le previsioni più ottimiste, il servizio potrebbe essere commercializzato e messo a disposizione anche delle Università e degli Istituti di ricerca europei entro il 2013.

Fonte: Esa

 

Giuseppe Di Maio, T. G., Luigi Belbello, Antonio Padula, Cosimo Intrepido, Salvatore Di Matteo, Nazareno Matina, Agostino Castagnola, Vincenzo Lemno, LucianoB., Salvatore Pepe, W. D., Ilina Ioan, Carlo Saturno, Mehdi Kadi, Adriana Ambrosini, Ilie Nita, Mario Di Fonso, detenuto albanese, Giuseppe Denaro, Jean Jaques Olivier Esposito, Vasile Gavrilas, Gianluca Corsi, Jon R., Ciprian Florin Gheorghita, Salvatore Camelia, Antonino Montalto, Mahmoud Tawfic, Michele Massaro, Massimo B.

Nomi, uno dietro l'altro. Sono gli esseri umani che si sono ammazzati nella vergogna a cielo aperto delle carceri italiane dell'inizio dell'anno.

Una lista di nomi, cognomi e sigle, niente di più.

Intanto il caldo morde, l'inferno diventa sempre più insopportabile e nelle prigioni si deve combattere col coltello tra i denti per una doccia, per una passeggiata, per una visita in infermeria.

Un paese che tollera un'indecenza come questa è uno stato canaglia: proprio come quelli che di solito si bombardano, previo accorato dibattito parlamentare e conseguente decisione unanime di finanziamento, allo scopo di "esportare la democrazia".

Uno stato canaglia. Né più, né meno.

A volte penso che se tanto mi dà tanto qualcuno dovrebbe prendersi la briga di bombardare anche noi.

Fonte: Metilparaben.blogspot.com

 
By Admin (from 09/08/2011 @ 11:00:38, in it - Osservatorio Globale, read 1393 times)

Cellulari e computer di ultima generazione, lampade led, celle solari. Tutti gli oggetti elettronici e le applicazioni tecnologiche più all’avanguardia contengono metalli, come piombo, cadmio, oro, cobalto. Risorse in parte rare, estratte e trasformate con un grande impatto sull’ambiente e dispendio di energia. Ma, soprattutto, risorse esauribili. Quando termineranno, molte delle attuali tecnologie potrebbero finire con esse. Cosa fare allora? Per prima cosa, tirare fuori dai cassetti i vecchi cellulari e i computer in disuso. In una parola, riciclare. È il motto dell’United Nations Environment Programme (Unep) e del rapporto Recycling rates of metals: a status report, lanciato durante la Green Week dell’Unione europa. Secondo cui la percentuale di recupero è ancora drammaticamente bassa.

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Soltanto 18 dei 60 metalli presi in esame ha un tasso di riciclo superiore al 50 per cento, con percentuali più basse in alcune economie emergenti; 34 elementi sono addirittura sotto l’1 per cento. Questo nonostante le grandi potenzialità del riutilizzo. “A differenza di altri materiali, i metalli sono interamente riciclabili”, ha dichiarato il direttore esecutivo dell’Unep Achim Steiner durante la conferenza di Bruxelles. “Possono essere usati più e più volte, minimizzando la necessità di nuove estrazioni e i processi di trasformazioni dei materiali vergini, evitando sprechi di acqua e di energia, e salvaguardando quindi l’ambiente”. Come sottolinea anche il rapporto infatti, riciclare i metalli è dalle due alle dieci volte più efficiente, dal punto di vista energetico, che fonderli dopo l’estrazione. Proprio l’estrazione mineraria, inoltre, da sola incide per il 7 per cento sul consumo mondiale di energia, con emissioni che contribuiscono significativamente al cambiamento climatico.

Il piombo è il metallo più riutilizzato: quasi l’80 per cento dei prodotti che contengono componenti in piombo, soprattutto batterie, va al riciclo. Più della metà del ferro e altri componenti principali di acciaio e acciaio inox, come anche platino, oro, argento e altri metalli preziosi, viene recuperato. Con delle differenze, però. Per esempio, il 70-90 per cento dell’oro utilizzato nelle applicazioni industriali viene riciclato, contro solo il 10-15 per cento di quello derivante dai beni elettronici. Tra i metalli con un tasso di riciclo che va dal 25 al 50 per cento abbiamo il magnesio, il molibdeno e l’iridio.

Tugsteno, rutenio (usato nell’elettronica e nell’elettrochimica) e cadmio, invece, fanno registrare tassi di riciclo dal 10 al 25 per cento. È inferiore al 10 per cento il recupero del mercurio e dell’antimonio, mentre ultimi in classifica troviamo metalli fondamentali per l’industria elettronica e per la green economy: l’indio (usato nei semiconduttori , nelle lampade a risparmio energetico, nel fotovoltaico), il gallio (diodi, led, celle solari), il selenio (led, fotovoltaico, ottica a infrarossi), il tellurio (termo-elettronica e celle solari), il neodimio e il diprosio (magneti per turbine solari) e il lantanio (batterie dei veicoli ibridi).

Di questo passo, le economie mondiali perderanno la possibilità di fare scorta in vista dell’esaurimento delle risorse, e buona parte delle tecnologie del futuro potrebbe non vedere mai la luce. Secondo un altro rapporto, “Decoupling: natural resource use and environmental impacts from economic growth”, illustrato sempre ieri dall’International Resource Panel dell’Unep, entro il 2050 l’umanità potrebbe arrivare a consumare ogni anno qualcosa come 140 miliardi di tonnellate di minerali, metalli, combustibili fossili e biomasse: tre volte ciò che consumiamo oggi. L’era degli approvvigionamenti facili e a prezzi ragionevoli, quindi, sembra che stia per finire.

Gli esperti propongono una serie di raccomandazioni: in primis ridurre il consumo di risorse per ciascuna attività economica, secondo, incoraggiare design che rendano più semplice la scomposizione dei prodotti, migliorare la gestione e il riciclo dei rifiuti nei paesi in via di sviluppo, e invogliare gli abitanti di quelli sviluppati a riciclare vecchi cellulari, cavi usb e computer. Solo questo permetterebbe di risparmiare miliardi di tonnellate di emissioni di gas serra e di creare nuovi posti di lavoro.

Fonte: galileonet.it

 
By Admin (from 10/08/2011 @ 11:00:16, in it - Osservatorio Globale, read 1234 times)

Calano drasticamente le emissioni di anidride carbonica nei cieli italiani: oltre il nove per cento in meno nel biennio 2008-2009, secondo l’Annuario dei dati ambientali 2010 presentato dall’Ispra (Istituto per la Protezione Ambientale) lo scorso 25 maggio a Roma. Tuttavia c’è poco da rallegrarsi, avvertono i ricercatori:  la Co2 è diminuita più per colpa della crisi economica che per effetto di comportamenti virtuosi.

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Le concentrazioni in atmosfera dei gas che accentuano l’effetto serra (la naturale capacità del nostro pianeta di trattenere nell’atmosfera parte del calore proveniente dal sole), e conseguentemente fanno aumentare la temperatura terrestre, sono andate inesorabilmente crescendo a partire dal secondo dopoguerra, parallelamente all’aumento delle attività antropiche. Ma da qualche anno, mentre nei paesi emergenti le emissioni crescono esponenzialmente, nel mondo più industrializzato la tendenza si è invertita.  Nel biennio 2008-09 l'Italia con il suo 9,3 per cento in meno è il paese europeo in cui questa riduzione è stata maggiore, tuttavia, ci sono altre nazioni in tutto il mondo in cui il calo è stato altrettanto se non più accentuato. Primo tra tutti il Giappone, dove nello stesso periodo di riferimento la diminuzione delle emissioni è pari all'11,8%. A questo seguono regno Unito (-8,6%) e Germania (-7%) e Stati Uniti (-6,8%). Al contrario nei paesi emergenti - Cina, India e Corea del Sud - le emissioni di CO2 continuano ad aumentare.

In particolare, i dati relativi al nostro paese per quanto riguarda l’anidride carbonica, principale gas serra, mostrano che l’inversione di tendenza ha iniziato a verificarsi a partire dal 2005 (anno in cui si è osservata una riduzione annua di emissioni pari a 1,8%). Tra il 2005 e il 2008, poi, la riduzione è stata del 5%, ma il calo più importante si è registrato nel biennio 2008-2009. “In particolare, tra il 2007 e il 2008 - dice Domenico Gaudioso, responsabile del servizio Atmosfera e clima dell'Ispra -  una riduzione delle emissioni è stata riscontrata un po' in tutti i settori, ma è stata più significativa per le industrie energetiche, che invece avevano avuto un trend di crescita nel periodo precedente, per quelle manifatturiere e, per la prima volta, anche per i trasporti”.

Secondo gli esperti l’effetto sarebbe dovuto proprio alla recessione, che negli ultimi anni ha portato a una riduzione delle attività industriali. “Per valutare le emissioni – spiega Gaudioso – si utilizzano degli indicatori: uno dei più significativi in questo caso è proprio quello del consumo di energia elettrica”. Cambiamenti nel valore di questo indicatore possono dipendere da modifiche nelle tecnologie o nelle tipologie di combustibili usati, ma anche dalla riduzione delle attività. “Il fatto che nel negli ultimi anni abbiamo avuto una decrescita sistematica dell'economia (e quindi dell'attività, ndr.) in tutti i settori -  energia, riscaldamento, trasporti, eccetera - ci fa capire che alla base delle ridotte emissioni di gas serra non vi è una causa specifica, ma una causa generica, che li interessa tutti”.

Fonte: galileonet.it

 
By Admin (from 13/08/2011 @ 14:00:39, in it - Osservatorio Globale, read 1316 times)

Si chiamano interferenti endocrini (Ie), e sono molecole in grado di alterare l'equilibrio ormonale dell'organismo: composti perfluorati (Pfc), policlorobifenili (Pcb), ftalati. Pericolosi perché potrebbero mettere in pericolo la fertilità umana. In Italia sono ora disponibili i primi dati sui potenziali effetti di questi inquinanti ai danni della salute riproduttiva. Il merito è del Progetto Previeni, uno studio congiunto tra Istituto Superiore di Sanità (Iss), Sapienza Università di Roma, Università di Siena e Wwf, presentato il 26 maggio scorso nell’ambito della giornata tra scienza salute e ambiente.

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L'iniziativa, promossa e finanziata dal Ministero dell'Ambiente, consiste in una ricerca triennale sulla diffusione nell'ambiente degli interferenti endocrini, molti dei quali sono tuttora utilizzati nella realizzazione di tessuti, pentole, giocattoli di plastica, vernici, pesticidi e altri prodotti industriali. La pericolosità di queste molecole è dovuta al loro continuo rilascio in natura: infatti non si degradano e, con il passare degli anni, tendono ad accumularsi negli organismi viventi, compresi piante e animali impiegati nell’alimentazione umana, esponendo così uomini donne e bambini ad alte concentrazioni.

L'analisi dei legami tra Ie e salute riproduttiva è stata condotta dall'Iss in collaborazione con l'azienda ospedaliera Sant'Andrea di Roma. Nella capitale, sono state reclutate 50 coppie con problemi di infertilità e 10 coppie di controllo. Tutti i volontari si sono sottoposti a una serie di test per valutare la presenza nell’organismo di un composto a base di fluoro (Pfos) e di uno ftalato (Mehp) nel sangue. I primi risultati hanno rivelato che, nelle coppie infertili, la concentrazione delle due sostanze incriminate era 5 volte superiore rispetto a quella dei controlli. A subire i potenziali effetti negativi degli interferenti endocrini sarebbero, poi, soprattutto le donne, in cui sono stati riscontrati valori più alti che negli uomini.

I dati sono ancora preliminari, avvertono i responsabili dello studio, e non permettono di ancora tracciare una diretta correlazione tra Ie e insorgenza di infertilità. Il compito dell’indagine resta, infatti, quello di mettere in guardia sugli effetti nocivi a lungo termine – ancora poco conosciuti – provocati dall'inquinamento ambientale. Il prossimo passo potrebbe essere quello di estendere il monitoraggio al di fuori del contesto metropolitano di Roma.

In verità, sulla lista delle cittadine candidate a co-partecipare al progetto c'erano anche Massa, Ferrara e alcuni paesi del litorale Pontino: tre aree caratterizzate da stili di vita e livelli di inquinamento ambientale molto differenti tra loro. Purtroppo, qui i dati non sono stati ancora raccolti: troppe le difficoltà riscontrate nel coordinare tutte le realtà da coinvolgere. Nonostante tutto, per veder cambiare qualcosa c'è tempo fino a novembre, in occasione del convegno in cui si discuterà dei risultati complessivi del Progetto Previeni.

Fonte: galileonet.it

 

Una quantità di alimenti ancora buoni che potrebbero sfamare quasi un’altra Italia. Per ogni mela o zucchina che consumiamo, praticamente un’altra rimane in campo a marcire. E gli effetti sono pesanti anche dal punto di vista ambientale. Gli sprechi ortofrutticoli liberano nell’atmosfera più di 8 milioni di chili di CO2 equivalente, bevono 73 milioni di metri cubi di acqua, consumano risorse pari a quasi 400 milioni di metri quadrati globali.

E’ il panorama che emerge da “Il libro nero dello spreco in Italia: il cibo” (Edizioni Ambiente 2011), a cura di Andrea Segrè, professore ordinario di Politica agraria internazionale e comparata all’Università di Bologna, e Luca Falascioni, docente di Politica agraria e sviluppo rurale nello stesso ateneo nonché co-fondatore di Last Minute Market (società spin-off dell'Università di Bologna che sviluppa progetti territoriali per il recupero dei beni invenduti o non commercializzabili a favore di enti caritativi). Pubblichiamo di seguito l’articolo apparso su Sapere (febbraio 2011) a firma di Andrea Segrè, dal titolo Salviamo il salvabile.

Strano mondo, il nostro: almeno dal punto di vista alimentare. Ovvero del cibo, della sua produzione, del suo consumo e di tutto ciò che ci sta in mezzo e attorno: la soddisfazione del bisogno primario, cioè nutrirsi, mangiare (*).

In effetti: c’è chi mangia troppo poco, chi non mangia per nulla, chi mangia troppo e male, chi addirittura mangia sulla fame e sugli affamati e anche – e questo è meno noto – chi spreca ciò che si mangia o si potrebbe mangiare. Per non dire dell’acqua e della sete, ma questa è, sarà, un’altra storia (1).

Sottoalimentati e sovralimentati, affamati e sazi, magri e grassi, poveri e ricchi, sottosviluppati e sviluppati … sono le chiavi dicotomiche del nostro mondo, sono i rovesci della stessa medaglia che per quanto riguarda l’alimentazione in particolare significa malfunzionamento del sistema alimentare globale con, evidentemente, delle conseguenze devastanti sulle risorse naturali, economiche, sociali, culturali: sull’umanità insomma.

Per semplificare il ragionamento partiamo da due Giornate mondiali che mettono a confronto, incrociandole tuttavia, l’abbondanza e la scarsità. Ce n’è una ogni giorno dell’anno, è vero, ma le due dedicate al cibo cadono entrambe – forse non a caso – nello stesso mese. Nel calendario mondiale, ottobre è diventato il mese della sazietà e della fame. E va sottolineato che ipernutrizione e sottonutrizione, celebrate appunto nello stesso mese, conducono anche negli stessi luoghi: la malattia, il malessere, la discriminazione, la disuguaglianza. Prima si “celebra” la Giornata mondiale dell’obesità (10 ottobre), patologia che affligge milioni di persone soprattutto nel mondo cosiddetto sviluppato, con conseguenze sanitarie e ricadute economiche assai gravi. Ma anche nei paesi in via di sviluppo il numero degli obesi sta superando quello degli affamati, merito anche delle diete occidentali. Poi viene la Giornata mondiale dell’alimentazione (16 ottobre), che ci ricorda invece il “peso” degli affamati sparsi nei quattro angoli del pianeta, in aumento anziché in calo come vorrebbero i Millennium Development Goals – dimezzare povertà e fame entro il 2015 – e il piano strategico dell’Organizzazione per l’Agricoltura e l’Alimentazione, la FAO.

La FAO, appunto. Ma, a parte presentare alla vigilia delle festività rapporti tanto catastrofici quanto patinati, cosa fanno concretamente le agenzie internazionali? Sono in molti a chiederselo, ma in pochi a saperlo. Non tutti sanno, infatti, che praticamente la metà delle dotazioni delle agenzie internazionali specializzate in campo agroalimentare – Food and Agriculture Organization, World Food Programme (WFP), International Fund for Agricultural Development (IFAD) per esempio – serve per mantenere se stesse, cioè le loro strutture pesanti e appunto costose. Tra stipendi, benefit, trasporti e spese generali si bruciano miliardi di dollari: uno scandalo che, finiti i controvertici mediatici di protesta da parte delle Organizzazioni non governative, passa ben presto nel dimenticatoio. Tirando le somme e moltiplicandole per enne (il numero delle agenzie delle Nazioni Unite) si capisce poi chi mangia sulla fame (2).

Allora siamo tutti matti, si potrebbe pensare. Del resto non è un caso che sempre in ottobre cada anche la giornata mondiale della salute mentale (10 ottobre, come l’Obesity Day). In effetti, il nostro rapporto con il cibo, molto spesso diventa espressione di malessere: l’ingorgo alimentare esprime un profondo disagio, soprattutto psicologico, che riguarda il rapporto equilibrato con la propria mente e individualità: si cerca continuamente quello che non si trova negli eccessi, nei consumi sfrenati, nel bere compulsivo, nel sesso compulsivo, nel mangiare senza fine… o nel non mangiare. L’eccesso nelle piccole e grandi cose ormai è uno stile, un modello di vita e di consumo, sostenuto dall’idea che bisogna sempre essere ovunque in qualsiasi momento. E in questo “sistema” entra, a pieno titolo come vedremo oltre, anche lo spreco.

Paradossi (e insicurezze)
Ma andiamo per gradi, registrando per prima cosa almeno tre paradossi difficili – è proprio il caso di dire – da digerire. Il primo è questo: la stessa FAO stima che la produzione agricola mondiale potrebbe nutrire abbondantemente 12 miliardi di esseri umani, cioè il doppio di quelli attualmente presenti sul pianeta. E non a caso nel World Food Summit del 2009 uno degli obiettivi da raggiungere nel 2050 è l’incremento della produzione agricola del 70%, proprio perché le potenzialità già ci sono, senza neppure entrare nella spinosa questione delle piante geneticamente modificate.

Com’è possibile, allora, che nonostante summit, dichiarazioni e obiettivi sbandierati il numero di affamati non diminuisca, anzi aumenti? Sono attorno al miliardo ormai, precisamente 935 milioni secondo l’ultimo censimento presentato dalla FAO nel 2010. Mentre nel mondo l’obesità riguarda oltre 300 milioni di persone e un miliardo di adulti risulta sovrappeso tanto da far proporre a qualcuno una tassazione ad hoc sugli alimenti eccessivamente calorici, il cosiddetto junk food. Già, un vero dilemma dell’epoca moderna: aumentare o no le imposte sul cibo-spazzatura ovvero il consumo preferito degli obesi?

Magri e grassi sembrano concentrare tutte le storture dello sviluppo capitalistico e dell’omogeinizzazione dei modelli di produzione e di consumo: il cibo che si produce, si trasforma, si commercia, si distribuisce e poi si consuma segue sempre lo stesso “modello globale” (3). E che poi porta a uno “stato di insicurezza alimentare nel mondo”, peraltro tradizionale titolo dei rapporti FAO/WFP. Del resto che la produzione agricola sia strategica per il futuro se ne sono accorti i maggiori “giocatori” sui mercati mondiali – paesi emergenti come le petro-monarchie del Golfo, la Cina, il Sud-est asiatico, imprese private, fondi di private equità – che stanno acquistando milioni di ettari soprattutto in Africa e negli altri paesi del Sud del mondo: è il land grabbing ovvero l’accaparramento dei terreni che in un modo o nell’altro minaccia la sovranità alimentare dei popoli, una nuovo colonialismo nella prospettiva che le bocche da sfamare nel giro di due decenni arrivino a nove miliardi.

Dunque produciamo o potremmo produrre tanto (di più), sovvenzionando la produzione stessa (la Politica agricola europea è un esempio storico, così come il Farm Bill degli USA e gli interventi a supporto dell’agricoltura negli altri paesi sviluppati), ma non in modo sufficiente per tutti, e poi mangiamo anche male, tanto da pensare di tassare il cibo spazzatura.

La malnutrizione è dunque il denominatore comune alimentare dei nostri tempi: circa due terzi della popolazione mondiale mangia male. O troppo o troppo poco, comunque male. Con conseguenze devastanti anche dal punto di vista economico, sanitario e sociale (4).

Il secondo paradosso è che fame e sazietà, scarsità e abbondanza s’incrociano, talvolta pericolosamente: dove c’è denutrizione c’è abbondanza, dove c’è scarsità, troviamo obesità. Tutti pensano con un’immagine stereotipata che i “magri” siano perlopiù concentrati nei paesi poveri mentre i “grassi” esplodano in quelli ricchi. Non è così. Per esempio l’Africa è colpita da entrambe le patologie. Non tutti hanno coscienza che l’obesità ha raggiunto livelli elevatissimi anche in questo continente. Un numero rilevante di africani ha lasciato le aree rurali per recarsi in quelle urbane, dove consuma molto cibo ma di scarsa qualità. Nelle aree della Cina più “occidentalizzate” l’obesità arriva al 20%. Il sovrappeso è divenuto un problema non meno preoccupante della carenza di cibo. Sia la denutrizione sia la sua condizione opposta è causa della povertà e dell’insicurezza alimentare, che colpiscono una larga porzione di popolazione urbana, la quale non è in grado di accedere ad alimenti freschi e nutrienti (5). In alcuni Stati del Nord e del Sud dell’Africa, le persone in sovrappeso hanno superato di numero quelle denutrite, ma in queste aree non vi è alcuna consapevolezza dei problemi che tale condizione comporta. Anzi, qui l’obesità non è vista come un problema ma come uno status invidiabile, simboleggiante un buon tenore di vita. Seppure in proporzioni diverse questo trend sia simile anche nei paesi sviluppati, Italia compresa. Secondo un recente studio dell’Istituto Superiore di Sanità, gli obesi nel nostro paese sono in preoccupante aumento. Le persone in sovrappeso in Italia sono oltre due uomini su tre (67 %) e più della metà delle donne (55%) mentre assai più significativo è il dilagare del problema nei più giovani. I bambini italiani sono i più grassi d’Europa con uno su tre di età compresa tra i 6 e gli 11 anni che pesa troppo. Problema che si cerca di risolvere, coerentemente con l’attuale logica di consumo e crescita semplicemente con un (para)farmaco nuovo che con “tre spruzzi sotto la lingua cinque volte al giorno” toglie i crampi della fame. Ecco un illusorio placebo, che dovrebbe sostituire in modo molto semplicistico quelle problematiche psicologiche ed esistenziali che stanno dietro alla necessità compulsiva di mangiare. Un altro bisogno inesistente, il full fast spray sublinguale, miracolo del progresso sicuramente più costoso di una sana dieta fisica e mentale. E probabilmente, anche meno efficace (6).

Il terzo paradosso riguarda proprio la spazzatura, dove finisce invece tutto il cibo sprecato. Solo qualche elemento, tanto per capire lo squilibro tra l’offerta e la domanda, lo squilibrio meno noto al mondo ma probabilmente il più scandaloso. Intanto il dato, frutto del lavoro di uno studioso inglese, Tristram Stuart che, rielaborando i bilanci alimentari della FAO, ha calcolato un livello di “surplus superfluo” che sarebbe 22 volte superiore a quello necessario per alleviare la fame delle popolazioni malnutrite del pianeta o basterebbe per alimentare tre miliardi di individui (7). Insomma lo spreco potrebbe rappresentare anche un’opportunità, almeno per qualcuno, e non sono pochi come si vedrà anche oltre.

Non sono molte, peraltro, le analisi serie nel campo dello spreco alimentare. Dalla premessa della Dichiarazione europea contro lo spreco alimentare emerge tuttavia con chiarezza che la quantità di cibo sprecato nel mondo è allarmante: si stima che mediamente circa la metà del cibo prodotto nel mondo venga perso, convertito e sprecato, seppure con notevoli variazioni da paese a paese e da stagione a stagione (8). Per esempio in Gran Bretagna ogni anno 18 milioni di tonnellate di alimenti ancora perfettamente commestibili sono gettati via da parte delle sole famiglie per un costo annuo di 14 miliardi di sterline: allo stesso tempo nel Regno Unito quattro milioni di persone non hanno accesso a una dieta sana. In Svezia, una famiglia media getta via il 25% del cibo acquistato. Una famiglia media danese formata da due adulti e due bambini elimina ogni anno cibo per un valore pari a 2,93 miliardi di dollari USA (2,15 miliardi di euro). Ogni cittadino francese getta via ogni anno sette chili di prodotti alimentari ancora intatti nella confezione originale. Nello stesso paese, otto milioni di persone sono a rischio di povertà. Il 40 % del cibo prodotto negli Stati Uniti viene gettato via lungo l’intera catena alimentare. Gli Stati Uniti e gli altri paesi occidentali stanno consumando ogni giorno un surplus di 1.400 calorie per persona per un totale di 150 trilioni di calorie all’anno.

Lo spreco alimentare ha un impatto ambientale, socio-economico e sanitario importante. Esso determina lo spreco di oltre un quarto del consumo totale di acqua dolce e più di 300 milioni di barili di petrolio all’anno, secondo uno studio recentemente pubblicato. Ogni tonnellata di rifiuti alimentari produce 4,2 tonnellate di CO2 (anche se ci sono differenze tra i prodotti alimentari di origine vegetale ed animale). Se smettiamo di sprecare il cibo sarebbe come togliere un auto su quattro dalla strada nel Regno Unito.

Lo spreco in Italia
In questo contesto anche il nostro paese non sfigura, come del resto emerge dai dati riportati nel Libro nero sullo spreco alimentare in Italia (9). Una prima valutazione complessiva dell’entità dello spreco è stata ottenuta mettendo a confronto da una parte la quantità di cibo che ogni italiano ha a disposizione per tipologia di prodotto, secondo quanto riportato dalla FAO nei Food Balance Sheets, e, dall’altra, il consumo di cibo pro capite per giorno, fornito dall’INRAN (dati reperibili sul sito EFSA).

Nella tabella 1, la seconda colonna riporta i dati della produzione agricola nazionale e il suo utilizzo, le importazioni e le esportazioni di beni agricoli e prodotti alimentari. Nella terza colonna si riporta la differenza tra le quantità di alimenti disponibili e quelle consumate. Per il sistema agroalimentare italiano, le percentuali di alimenti sprecati rispetto al totale disponibile oscillano tra il 26 % e il 48 % a seconda delle diverse tipologie di prodotti. Si noti come la maggior parte delle categorie (verdura, frutta, bevande alcoliche, carne) sia soggetta a una percentuale di spreco superiore al 40% e solamente i cereali (36 %) e il pesce (26 %) presentino risultati più efficienti a livello di filiera: questi dati si spiegano con la minore deperibilità del prodotto nel caso dei cereali e per una filiera tecnologicamente avanzata nel caso del pesce.

Una riflessione aggiuntiva deriva dalla lettura della tabella 1 e, in particolare, dall’analisi delle quantità di prodotti alimentari disponibili: da questi dati si evince che la disponibilità calorica per ogni italiano è di circa 3.700 Kcal al giorno, equivalente a circa una volta e mezzo il fabbisogno energetico quotidiano. Ciò a cui si assiste è una crescente offerta di prodotti altamente calorici, soggetti a un’inflazione minore rispetto ad altre tipologie di alimenti freschi. Tale offerta incide in maniera diretta sui comportamenti alimentari della popolazione urbana, come testimoniato dagli studi condotti dal Ministero della salute nel 2002 e nel 2008, nei quali si riporta che la popolazione italiana è caratterizzata da una forte componente di individui in soprappeso, ossia il 50% degli uomini, il 34% delle donne e il 24% dei bambini in età compresa tra i 6 e gli 11 anni. In questi ultimi anni, infatti, in Europa e in Italia è fortemente aumentato l’allarme legato ai problemi di un’alimentazione squilibrata e troppo ricca dal punto di vista calorico.

Spreco alimentare che ha anche un importante impatto economico e nutrizionale. Ad esempio nel nostro paese, sempre secondo i dati riportati nel Libro nero sullo spreco in Italia, emerge che solo la distribuzione organizzata italiana nel 2009 avrebbe sprecato oltre 263 mila tonnellate di cibo ancora perfettamente consumabile, per un valore medio di oltre 900 milioni di euro. Cibo che potrebbe nutrire (tre pasti) oltre 600 mila persone al giorno per un anno ovvero 580 milioni di pasti sempre in un anno.

Spreco che ha anche un importante impatto ambientale. Ad esempio, sempre il Libro nero sullo spreco alimentare in Italia sono riporta tre indicatori rappresentativi del consumo di risorse (terra e acqua) e delle emissioni di anidride carbonica associate al ciclo di vita del prodotto sprecato preso in esame: il Carbon Footprint (Impronta del Carbonio, è un indicatore che rappresenta le emissioni di gas serra generate nei processi), l’Ecological Footprint (Impronta Ecologica, misura, invece, la quantità di terra o mare biologicamente produttiva necessaria per fornire le risorse e assorbire le emissioni associate a un sistema produttivo) e il Water Footprint (Impronta Idrica, indica il consumo delle risorse idriche associate alle filiere agroalimentari). Come già evidenziato nella tabella 2, le attività commerciali alimentari presenti in Italia sprecano 263.645 tonnellate di prodotti alimentari, il 40% di questo cibo buttato è ortofrutta. Un calcolo approssimativo ci porta quindi a dire che ogni anno vengono buttate via 105.458 tonnellate di ortofrutta. Questa quantità di ortofrutta ha un impatto ambientale, quantificato seguendo gli indicatori di cui sopra, pari a quello riportato nella tabella 3.

La tabella 3 evidenzia come l’ortofrutta buttata via nei supermercati, ipermercati e altri servizi commerciali, comporta uno spreco di più di 63 milioni di metri cubi di acqua e un consumo di risorse pari a più di 316 milioni di metri quadrati. Questo spreco porta inoltre a liberare nell’atmosfera più di 7 milioni di chili di anidride carbonica equivalente. I dati sono allarmanti, sia per la quantità di spreco sia per le sue conseguenze ambientali. Considerando inoltre che l’agricoltura è la seconda causa di emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera, possiamo ipotizzare che lo spreco di prodotti agricoli possa addirittura arrivare a essere il maggiore responsabile delle emissioni di CO2 nell’ambiente.

Da fallimento a risorsa
Insomma nel nostro “piccolo mondo” – e come abbiamo visto l’Italia ne fa parte a pieno titolo – scarsità e abbondanza, fame e sazietà, produzione e consumo pur scontrandosi non si incontrano: sono i rovesci della stessa medaglia. Un conio che lega malnutrizione, insicurezza alimentare, salute, povertà, ricchezza e spreco. Lo spreco, appunto: il vero scandalo dei nostri tempi. Ma cosa sta succedendo? Non ci rendiamo più conto – il ragionamento che segue riguarda soprattutto i paesi ricchi ma potrebbe essere esteso, entro certi limiti, anche a quelli più poveri – che le risorse sono limitate e troppo spesso vengono sprecate, anche e soprattutto nelle aree urbane dove la concentrazione antropica è maggiore: nei negozi, nei centri commerciali, nei ristoranti, nelle farmacie, soprattutto nelle nostre case e in particolare nei nostri frigoriferi – i più grandi giacimenti di prodotti pronti per essere gettati via – ma ovunque in verità. Del resto, la merce prodotta e accumulata se non viene consumata deve essere in qualche eliminata, distrutta, al limite regalata, per fare posto agli altri prodotti che vengono continuamente “sfornati” dal mercato stesso. Dove metteremmo altrimenti quelli nuovi? Lo spreco oltre ad essere un classico fallimento del mercato sta diventando, ormai si dovrebbe dire, il suo valore aggiunto, ne fa parte insomma: si accumula sotto forma di rifiuti. Usa e getta, obsolescenza programma sono ormai le parole d’ordine del nostro sistema produttivo e di consumo occidentale. Che genera appunto rifiuti, inquinamento, malessere, disuguaglianze, povertà.

Cosa significa sprecare? Consumare inutilmente, senza frutto; usare in modo che determinate qualità o quantità di una cosa vadano perdute o non vengano utilizzate. Chiaro, ma non completo. Bisogna entrare nei particolari per capire meglio questo “consumare senza discernimento”. Sprecare, dunque sempre legato al verbo consumare, significa in particolare: “non utilizzare proficuamente o nel modo giusto”. Non a caso nella società contemporanea lo spreco costituisce sempre più spesso il frutto non tanto e non solo dell’eccessivo consumo, quanto del mancato utilizzo di un determinato bene. Che invece potrebbe ancora essere usato, almeno da qualcuno: per vivere. Appunto: il ciclo di vita dei beni, e talvolta anche delle persone, è proprio breve: brevissimo. Le “isole ecologiche” come si chiamano oggi, invece che discariche, sono piene di prodotti di ogni genere ancora integri, commestibili o funzionanti, scartati a causa di qualche difetto del tutto irrilevante, oppure sacrificati per fare spazio al “nuovo che avanza” nell’effimera civiltà dell’usa e getta. È come a Leonia, una delle città invisibili di Italo Calvino dove «l’opulenza (…) si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove». Come ci ricorda Zygmunt Bauman, nella società consumistica è necessario scartare e sostituire: il consumismo, oltre ad essere un’economia dell’eccesso e dello spreco, è anche un’economia dell’illusione. L’illusione, come l’eccesso e lo spreco, non segnala un malfunzionamento dell’economia dei consumi. È al contrario, sintomo della sua buona salute, del suo essere sulla giusta rotta. Ed è segno distintivo dell’unico regime che può assicurare a una società dei consumatori la sopravvivenza. Oggi – è paradossale, ma è così – dobbiamo “sopravvivere al troppo” o, in alcuni casi, al troppo poco.

È il caso del cibo, come abbiamo appena visto. Guardiamo dentro il nostro frigorifero, osserviamo il nostro comportamento di consumatori eccessivi e spreconi. Secondo le stime dell’Associazione Difesa e Orientamento dei Consumatori riferite al 2009 ogni nucleo familiare italiano getterebbe a via il 19 % del pane, il 17 % della frutta e della verdura, ogni anno 515 euro di prodotti alimentari su una spesa mensile di 450 euro, dunque circa il 10 % (nella tabella 4 si trova il dettaglio degli altri prodotti e la comparazione con l’anno precedente). Del resto, il fautore del “principio di sovrabbondanza”, Peter Sloterdijk, scriveva che: «mentre per la tradizione lo spreco rappresentava il peccato per eccellenza contro lo spirito di sussistenza, perché metteva in gioco la riserva sempre insufficiente di mezzi di sopravvivenza, nell’era delle energie fossili si è realizzato intorno allo spreco un profondo cambiamento di senso: oggi si può dire che lo spreco è diventato il primo dovere civico. L’interdizione della frugalità ha sostituito l’interdizione dello spreco – questo significano i continui appelli a sostenere la domanda interna». In realtà l’obsolescenza programmata dei prodotti è uno dei principi dello spreco che perdura anche nel ventunesimo secolo. Ma se adottiamo comportamenti che tendono a ridurre lo spreco ci indirizziamo verso una razionalizzazione del nostro stile di vita seguendo un’ottica pro-ambiente. Meno spreco vuol dire meno rifiuti, meno danni all’ambiente, meno inquinamento, insomma più “eco”. Ridurre lo spreco deve quindi divenire un imperativo ecologico, un diktat da seguire, che non ne porterà alla sua eliminazione ma sicuramente ad una sua contrazione, perché paradossalmente lo spreco, o almeno una sua parte, può fare del bene.

Infatti lo spreco, ciò che si getta via, almeno in parte può essere utile, almeno per qualcuno. I prodotti invenduti possono essere considerati come una potenziale offerta di prodotti. Alla stessa stregua è possibile immaginare che vi possa essere una domanda inespressa proprio per quegli stessi prodotti. Pensiamo solo agli indigenti, consumatori senza potere di acquisto. Ecco un ossimoro: lo spreco utile. Ciò che per tanti è abbondanza, e quindi spreco, per qualcun altro è scarsità e quindi opportunità.

Lo spreco può dunque trasformarsi in risorsa. E soprattutto può diventare il paradigma di una nuova società. È ciò che propone e fa concretamente Last Minute Market, spin off accademico dell’Università di Bologna. Un sistema di recupero dei beni invenduti auto sostenibile che coniuga, per davvero, solidarietà con sostenibilità. Prolungare la vita dei beni vuol dire allungare anche quella di chi li utilizza: cestinare e distruggere i prodotti prima del loro uso o della loro fine naturale è un po’ come farli morire, e con loro eliminare le persone che invece potrebbero consumarli. Ma non basta. Perché l’equazione meno spreco più ecologia porta ad una nuova società. La società sufficiente dove “abbastanza non è mai troppo”, dove “più non è sempre uguale a meglio”, dove anzi si può fare “di più con meno” e, se necessario, anche “meno con meno”. È una società capace di sostituire, quando serve, il denaro (mercato) con l’atto del donare, e non soltanto perché si tratta di un anagramma: il dono porta alla relazione e alla reciprocità. È una società capace di prevenire la formazione di rifiuti promuovendo nuovi stili di consumo e di vita. Ed è questo anche il senso della campagna europea “Un anno contro lo spreco 2010”, promossa da Last Minute Market con la Commissione Agricoltura e Sviluppo rurale del Parlamento Europeo, campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica sui temi legati allo spreco e alle modalità per ridurlo.

Vale la pena dunque richiamare i punti principali della Dichiarazione congiunta contro lo spreco alimentare sottoscritta da docenti, ricercatori, politici, operatori:

1. Adottando tale dichiarazione ci proponiamo di rendere esplicito il nostro impegno a livello nazionale, regionale e globale per ridurre del 50 % la quantità di spreco alimentare prodotto lungo tutta la catena alimentare. Facciamo appello a tutti i soggetti coinvolti nella catena alimentare (dal campo alla tavola, ovvero agricoltori, i sistemi di distribuzione e marketing e i consumatori) a mobilitarsi per rendere questo obiettivo raggiungibile.

2. Noi ci battiamo affinché la riduzione del 50 % dello spreco alimentare a livello globale diventi un elemento essenziale di tutte le politiche agricole e sociali, sia nei paesi sviluppati sia nei paesi in via di sviluppo. Azioni urgenti dovrebbero essere adottate per fare di un tale obiettivo un obiettivo realistico da raggiungere entro il 2025.

3. A partire dalle istituzioni originariamente coinvolte in questa dichiarazione, puntiamo a creare un Partenariato Globale contro lo Spreco Alimentare che espanda la sua portata e coinvolga sempre più soggetti interessati e membri della comunità. Il Partenariato Globale contro lo Spreco Alimentare si impegnerà per la condivisione di tecnologie, processi, progetti e idee per aumentare la capacità delle istituzioni mondiali, europee, nazionali e regionali e dei governi di trovare soluzioni per combattere lo spreco alimentare.

4. Facciamo appello alle Nazioni Unite affinché la lotta contro lo spreco alimentare venga inserito come obiettivo supplementare entro il settimo degli Obiettivi del Millennio (“Assicurare la sostenibilità ambientale”) e in modo che la riduzione dello spreco alimentare sia realizzata in maniera coordinata e concordata e attraverso stadi intermedi.

5. Le istituzioni internazionali e nazionali hanno sottolineato in molte occasioni l’urgenza di aiutare i paesi in via di sviluppo e le economie emergenti ad espandere la propria produzione agricola e alimentare, ad esempio, attraverso maggiori investimenti, sia pubblici che privati, in agricoltura, nell’agro-business e nello sviluppo rurale. Oltre ad aumentare la produzione agricola, è essenziale migliorare l’efficienza della catena alimentare. In accordo con la dichiarazione finale dei ministri dell’Agricoltura dei paesi del G8 nel 2009 su “Agricoltura, Sicurezza Alimentare e Agenda Internazionale”, chiediamo pertanto un maggiore sostegno, compresi maggiori investimenti nella scienza e nella ricerca, tecnologia, istruzione, divulgazione e l’innovazione in agricoltura per ridurre lo spreco alimentare. Nel corso del Vertice Mondiale sull’Alimentazione del 2009 si è deciso di aumentare la produzione agricola/alimentare del 70% al 2050 – un enorme incremento, ma non vi è stata alcuna discussione né decisione su un’alternativa/approccio complementare, ovvero come poter rendere la filiera alimentare più efficiente.

6. Esortiamo i governi nazionali e le organizzazioni come la Food Standards Agency a sviluppare soluzioni pratiche e una migliore comunicazione per rendere più facile per i consumatori ottenere il massimo dal cibo che acquistano e imparare a sprecare meno. Esortiamo la promozione della trasparenza nel labelling, e soluzioni di packaging più appropriate che possano essere utili per ridurre lo spreco. Chiediamo ai politici, alle istituzioni pubbliche, alle autorità ed ai media di informare costantemente l’opinione pubblica sul problema dello spreco alimentare attraverso azioni di sensibilizzazione e educazione. Sollecitiamo l’Unione Europea ad impegnarsi nella nascita e la diffusione di un’intelligenza ecologica. L’intelligenza ecologica si riferisce alla capacità di comprendere come ogni azione impatti sull’ambiente e sugli ecosistemi. Questo è un passo fondamentale nel tentativo di fare minori danni al nostro sistema di supporto vitale e di vivere in modo sostenibile. Ciò può essere ottenuto attraverso un’appropriata legislazione e la sensibilizzazione del pubblico. Si spera che i cittadini europei, instillati con una rinnovata consapevolezza e partecipazione ambientale, contribuiranno a raggiungere questo obiettivo.

7. Esortiamo la Commissione Europea a prendere posizione in materia di spreco alimentare e chiediamo che la lotta contro lo spreco alimentare diventi uno dei punti prioritari all’ordine del giorno della Commissione Europea. Visti gli articoli 191 e 192 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che mirano a promuovere un livello elevato di protezione della salute umana e dell’ambiente, esortiamo la Commissione europea a rivedere la normativa vigente applicabile ai rifiuti al fine di elaborare una proposta di direttiva specifica entro la fine del 2015. Chiediamo alla Commissione di fornire una quantificazione delle emissioni nel quadro del Piano Nazionale delle riduzioni di CO2 ottenute dal riciclaggio e dal compostaggio e di sostenere gli Stati membri nell’introduzione di obiettivi vincolanti e ambiziosi per il riciclo dello spreco alimentare.

Il Last Minute Market
Dunque bisogna ridurre lo spreco, dimezzarlo sarebbe già un grande risultato: rendere il mercato e le filiere più efficienti, il comportamento dei consumatori – tutti noi – più consapevole e responsabile. Ci vorrà del tempo, evidentemente. Nel frattempo però lo spreco, ciò che si getta via, in parte può essere utile, almeno per qualcuno: una manna dal cielo in molti casi. Come abbiamo detto: allungando la vita dei beni e dei prodotti (alimentari), allunghiamo anche quella di chi li consuma. Gettare i prodotti prima della loro fine “naturale” è un po’ come ucciderli, e con loro far morire anche le persone che invece potrebbero consumarli. Bisogna insomma trovare quel collante tra scarsità e abbondanza, tra affamati e ipernutriti, tra produzione (abbondante) e consumo (scarso).

Se ancora consumabile ciò che si getta via può diventare un’offerta, potenziale almeno, di prodotti. Non è facile d’altra parte immaginare e trovare una domanda inespressa per quegli stessi prodotti: basta guardarsi attorno per trovare una grande quantità di enti e associazioni caritative che assistono gli indigenti, questi ultimi consumatori senza potere di acquisto. Ecco il rovescio della medaglia: ciò che per tanti è abbondanza, e quindi spreco, per qualcun altro è scarsità e dunque fame. Serve a questo il modello Last Minute Market, il mercato dell’ultimo minuto, sperimentato a partire dal 2000 quando dopo una ricerca operativa si è capito che le quantità di cibo sprecate sono un’enormità. Perché Last Minute Market? Last significa ultimo, ma con un doppio senso: l’ultimo minuto perché dobbiamo fare in fretta, i prodotti scadono, sono danneggiati, li dobbiamo consumare presto, ma anche ultimo perché i beneficiari sono gli “ultimi” della società. Così si innesca un meccanismo virtuoso, conveniente per tutti, e che per questo funziona: da una parte l’impresa for profit trae vantaggio a donare il prodotto perché evita il costo di trasporto e smaltimento, dall’altra il mondo non-profit riceve gratuitamente un prodotto che dà un doppio vantaggio: economico, dato che si risparmia, e nutrizionale: si mangia di più e meglio. Tutto si basa sul dono – che in fondo è uno scambio di anime, come diceva Marcel Mauss – fra chi ha troppo e chi ha troppo poco (10). E soprattutto, chi ha meno può risparmiare denaro in cibo e acquistare altri beni e servizi (11).

È il caso, fra gli altri, di una “mamma”, Angela, che gestisce una piccola comunità di bambini e ragazzi tra i sette e i diciassette anni, in affido dal Tribunale dei Minori di Bologna. In un anno di Last Minute Market è riuscita a destinare i soldi risparmiati in cibo per costruire un campo da basket dove i ragazzi possono giocare. Alcuni bambini hanno potuto avere gli apparecchi per i denti, altri andare in piscina. Ecco il cuore del Last Minute Market: fare sì che tutti ci guadagnino qualcosa, poco magari, ma pur sempre qualcosa. Un “modello” che diventa poi il modo per collegare due mondi apparentemente distanti e per riequilibrare un mercato, quello alimentare, palesemente inefficiente, dove chi ha troppo spreca, e chi ha poco soffre la fame. Questo modello è duttile, si può declinare in tanti modi, non soltanto in relazione al cibo, che peraltro rimane il problema principale perché l’alimentazione è un bisogno primario (12).

Un principio, quello del mercato Last Minute, che si può applicare anche ad altri beni, teoricamente a tutti. Per esempio anche i libri non si vendono e vanno al macero il che rappresenta uno spreco doppio, perché viene distrutto un bene materiale ma anche un lavoro intellettuale. È nato così il Last Minute Book: in due anni sono stati recuperati cinquantamila libri, talmente tanti non solo da rifornire gli scaffali di associazioni ed enti caritativi che già ricevono il cibo, ma anche da poter essere inviati nel mondo (ad esempio nei paesi dell’America Latina legati alla cultura italiana). Come dire: abbiamo bisogno di cibo per lo stomaco, ma anche di cibo per la mente.

Con il tempo si sono aggiunti altri mercati dell’ultimo minuto. Così sono nati in sequenza: Last Minute Harvest (raccolti), Last Minute Pharmacy (farmaci), Last Minute Seeds (semi) e Last Minute Waste (prodotti non alimentari). Il primo “mercato” è finalizzato a non sprecare la frutta e la verdura che si lascia pendere dagli alberi o marcire nei campi a causa dei costi di produzione superiori ai prezzi di vendita. Il secondo ha il fine di recuperare i prodotti farmaceutici e parafarmaceutici che farmacie e grossisti non riescono a vendere e devono poi smaltire a costi assai elevati. Il terzo è rivolto a salvare sementi il cui unico difetto è avere un grado di germinabilità leggermente inferiore rispetto agli standard europei, il quarto a recuperare tutto il resto (13). Questi “mercati dell’ultimo minuto” e altri ancora che potranno essere studiati e attivati, pongono in essere un’alternativa al mercato, quello vero, e ai suoi fallimenti. Del resto, lo spreco, ciò che si getta via perché invenduto, rappresenta come detto un fallimento del mercato. Allora, mutuando quanto diceva Emanuele Severino a proposito del capitalismo, il nemico più implacabile e più pericoloso del mercato è il mercato stesso. Dunque mettendo in relazione, anche fisica, un’offerta che però non viene offerta a una domanda che però non viene o non può essere esercitata, il prezzo (la guida del mercato) si perde e viene necessariamente applicata una scala di valori diversi, che pone al centro del “circuito” il legame, la relazione, il dono, la reciprocità tra le persone coinvolte a prescindere dal bene che viene scambiato, andando dunque “oltre” al bene stesso. Che è anche ciò che manca a questo nostro mondo, alimentato soprattutto da paradossi e insicurezze.

NOTE
* Il testo riprende, aggiorna, amplia e approfondisce alcune parti del libro SEGRÈ A., Lezioni di ecostile. Consumare, crescere, vivere, Bruno Mondadori, Milano 2010, e riporta alcuni stralci della Dichiarazione congiunta contro lo spreco alimentare (Commissione agricoltura, Parlamento Europeo, 28 ottobre 2010, disponibile su www.lastminutemarket.it) e del Libro nero sullo spreco alimentare in Italia (Bologna 30 ottobre 2010, in corso di stampa) presentati a conclusione della campagna “Un anno contro lo spreco 2010” (www.unannocontrolospreco.org).

(1) Il riferimento è alle campagne “Un anno contro lo spreco 2010” con focus il cibo, trattata in questo contributo, e “Un anno contro lo spreco 2011” che avrà come focus l’acqua (si veda www.unannocontrolospreco.org).

(2) Per un approfondimento sul sistema e sugli effetti dell’aiuto pubblico allo sviluppo e la cooperazione internazionale si rimanda a SEGRÈ A., I signori della transizione. Dove vanno a finire i soldi della cooperazione internazionale ai paesi dell’est, Stampa Alternativa, Roma 1999.

(3) Tesi approfondita in ALBRITTON R., Let them Eat Junk. How Capitalism creates Hunger and Obesity, Pluto Press, New York 2009.

(4) I siti della FAO (www.fao.org) e dell’International Food Policy Research Institute, IFPRI (www.ifpri.org) riportano e aggiornano continuamente le mappe della fame. Molto interessante è anche il Global Hunger Index, l’Indice Globale della Fame, strumento adattato dall’IFPRI per misurare e monitorare complessivamente lo stato della fame nel mondo (si veda l’edizione italiana: Indice Gobale della Fame, a cura di Link 2007).

(5) SEGRÈ A., Politiche per lo sviluppo agricolo e la sicurezza alimentare, Carocci, Roma 2008, p. 97.

(6) Rapido assorbimento, rapida ‘sazietà’, risultati pubblicati su International Journal of Obesity, 33, 2009, pp. 1174-1182, così recita la pubblicità nei principali quotidiani e settimanali italiani nel periodo aprile-maggio 2010.

(7) STUART T., Waste, Penguin, Londra 2009 (trad. it., Sprechi. Il cibo che buttiamo, che distruggiamo, che potremmo utilizzare, Bruno Mondadori, Milano 2009, p. 176).

(8) Dati e fonti sono riportati nella parte iniziale della Dichiarazione congiunta contro lo spreco alimentare presentata e sottoscritta presso la Commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale del Palamento Europeo il 28 ottobre 2010 (si veda www.lastminutemarket.it).

(9) La metodologia e le stime puntuali dei dati riportati di seguito si trovano nel Libro nero sullo spreco alimentare in Italia, presentato il 30 ottobre 2010 al Bologna a conclusione del progetto “Un anno contro lo spreco 2010” (in corso di stampa).

(10) MAUSS M., The Gift. The Form and Reason for Exchange in Archaic Societies, Routledge, London and New York, 2009 [Essai sur le don, Presses Universitaires de France, Paris 1950].

(11) Il primo libro sul progetto Last Minute Market è uscito nel 2002, dopo tre anni di studio e un certo numero di tesi di laurea: si veda SEGRÈ A., FALASCONI L., Abbondanza e scarsità nelle economie sviluppate. Per una valorizzazione sostenibile dei prodotti alimentari invenduti, Franco Angeli, Milano 2002.

(12) A due anni di distanza abbiamo deciso di raccogliere le esperienze dei mercati dell’ultimo minuto in un altro volume: SEGRÈ A., Lo spreco utile. Trasformare lo spreco in risorsa con i Last Minute Market Food e Book, Pendragon, Bologna 2004 e poi nel più recente SEGRÈ A., Last Minute Market. La banalità del bene e altre storie contro lo spreco, Pendragon, Bologna 2010.

(13) Aggiornamenti e dati sui prodotti recuperati dai mercati dell’ultimo minuto si possono trovare sul sito www.lastminutemarket.it.

Fonte: galileonet.it

 

Al segretario generale
dell’
ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani,
dott. Angelo Rughetti

Gentile dott. Rughetti,
la nostra associazione è riconosciuta come associazione di promozione sociale ai sensi della legge 383/2000 ed iscritta col numero 141 nel relativo registro nazionale delle APS. Ha tra i suoi scopi sociali quello di “contribuire all’affermazione concreta del supremo principio costituzionale della laicità dello Stato, delle scuole pubbliche e delle istituzioni”.
Le scriviamo perché abbiamo avuto modo di leggere la missiva da lei inviata, il due agosto scorso, ai Presidenti e Segretari/Direttori regionali dell’ANCI, e in cui ha chiesto la loro “collaborazione affinché l’iniziativa riguardante la partecipazione dei Sindaci ed Assessori alle Politiche Sociali dei Comuni Italiani all’incontro sul tema della cittadinanza che si svolgerà il 9 settembre p.v. nell’ambito del XXV Congresso Eucaristico Nazionale, possa vedere una larga partecipazione di Amministratori”.
Il “particolare invito agli Amministratori comunali” sarebbe stato accolto, scrive, “dal Presidente Chiamparino in occasione dell’incontro che il Comitato Direttivo dell’ANCI ebbe il 21 marzo u.s. in Vaticano con Benedetto XVI”. La sua lettera esprime l’opinione che “l’invito debba essere accolto con grande disponibilità”, e sarebbe quindi necessario “ritagliare una pausa di tempo da dedicare ad un momento di arricchimento e di riflessione che potrà sostenerci e spronarci nel nostro quotidiano impegno”.
Come lei stesso precisa all’interno della lettera, l’incontro in questione si articolerà in due convegni distinti: “Eucaristia: luce per la città” ed “Eucaristia fonte per l’accoglienza”. L’Eucaristia, citiamo da un diffuso dizionario, è, “nel cristianesimo, il sacramento che simboleggia il sacrificio di Cristo e la sua comunione coi fedeli”. Seconda la dottrina cattolica, all’atto della consacrazione eucaristica si produce la transustanziazione, ovvero “la conversione della sostanza del pane e del vino rispettivamente nella sostanza del corpo e del sangue di Cristo”.

Dalla circostanza scaturiscono due riflessioni. La prima verte sull’efficienza amministrativa. Gli amministratori comunali sono ovviamente liberi, se credenti, di partecipare al Congresso Eucaristico: a un’iniziativa dedicata dunque a celebrare un sacramento o, per allargare il discorso, un miracolo, per definizione indimostrabile. Più discutibile, invece, che l’ANCI, che rappresenta tutti i Comuni italiani, dedichi tempo e risorse a promuovere un dogma che ben scarse ricadute può avere sull’amministrazione quotidiana del territorio, specialmente in tempi in cui le energie dovrebbero essere convogliate verso la soluzione di problemi ben più gravi, e in cui le risorse disponibili sono ridotte al lumicino. Tanto più che tali risorse sono fortemente drenate proprio dalla Chiesa cattolica, organizzatrice del Congresso Eucaristico: si pensi, per restare all’esempio più eclatante, agli ingenti fondi pubblici che i Comuni versano ogni anni alle confessioni religiose quali oneri di urbanizzazione secondaria.
C’è però un altro aspetto, a nostro avviso ancora più importante, che ci preme sottolineare. Il Congresso Eucaristico, come spiega il Pontificio Comitato per i Congressi Eucaristici Internazionali, deve essere considerato “come una stazione a cui una Chiesa locale invita le altre chiese della medesima regione o della stessa nazione o del mondo intero”. Ci sfugge, anche in questo caso, quale legame vi possa essere tra un legittimo momento di incontro intraconfessionale e gli amministratori di uno Stato in cui la laicità è un supremo principio costituzionale. Riteniamo che la partecipazione a un evento simile, e il sostegno dato allo stesso, non si possa qualificare diversamente da un atteggiamento clericale, e pertanto estraneo allo spirito del nostro ordinamento.
Auspicando di ricevere sue riflessioni in merito, le porgo i miei più cordiali saluti.

Raffaele Carcano, segretario UAAR


Fonte: UAAR.it
 

 

 Giugno 2008, il Presidente Bush chiede al Premier Berlusconi: "La smetti di pagare gli afghani per evitare attacchi ai vostri soldati", mentre quelli degli altri paesi continuano a morire? Ecco i nuovi cablo Wikileaks, pubblicati in esclusiva dall'Espresso, nelle edicole. La notizia viene immediatamente ripresa dal Times di Londra: 

Tutto questo conferma quello che abbiamo scritto nell'ottobre del 2009, provocando la furiosa reazione del Governo italiano, con tanto di azioni legali.


Ecco la notizia (altrimenti visibile solo a pagamento) finita sulla home page di uno dei più importanti quotidiani del mondo. Sempre per quella storia dell'autorevolezza, ma stavolta è ancora peggio. 


[Clicca per ingrandire - leggi l'articolo - via The Times]

Fonte: nonleggerlo.blogspot.com

 
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