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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
By Admin (from 05/09/2011 @ 11:00:14, in it - Osservatorio Globale, read 2034 times)

L’attivista David Icke, che mise in guardia sulla natura fittizia della “primavera araba” da quando iniziò e cioè ben 6 mesi fà, ha rispolverato un articolo del 3 agosto 1981, intitolato: “Un piano per rovesciare Gheddafi “.

‘I dettagli del piano erano imprecisi, ma sembrava essere una classica campagna di destabilizzazione della CIA. Un elemento per portare a termine la missione era un programma di “disinformazione”, progettato per mettere in imbarazzo Gheddafi e il suo governo. Un altro era la creazione di un “governo di opposizione” che sfidasse la sua pretesa di leadership nazionale. Un terzo – potenzialmente più rischioso – era una campagna paramilitare, probabilmente composta da cittadini libici delusi, di far saltare ponti, condotta su scala ridotta attraverso operazioni di guerriglia per dimostrare che a Gheddafi si opponeva una forza politica indigena “.
….

Ovviamente questo piano è stato eseguito alla lettera, con la necessaria aggiunta di un intervento della NATO per salvare quei “paramilitari” citati nello spezzone sopra, dalle forze di sicurezza libiche – un piano di emergenza esplicitamente enunciato in un altro report dal titolo “Which Path to Persia?”, creato dalla Brookings Institution e sovvenzionata da Wall Street e da Londra.


Usare la forza militare per assistere le rivoluzioni popolari, pagina 109-110 (pagine 122-123 del pdf): “Di conseguenza, se gli Stati Uniti riuscissero mai ad innescare una rivolta contro il regime dei mullah, Washington potrebbe essere costretta ad intervenire fornendo una qualche forma di sostegno militare per evitare che Teheran la schiacci.” ” Questo requisito implica che una rivoluzione popolare in Iran non sembrerebbe adattarsi al modello delle “rivoluzioni di velluto” che si sono verificate altrove. Il punto è, che il regime iraniano non accetterà tranquillamente questa “buonanotte”, come invece, è accaduto con tanti regimi dell’Est europeo, potrebbe scegliere di combattere fino alla morte. In tali circostanze, se non c’è assistenza esterna militare per i rivoluzionari, potrebbero non solo perdere la battaglia, ma essere anche massacrati.
Di conseguenza, se gli Stati Uniti perseguono questa politica, Washington dovrà prendere in considerazione questa possibilità. Ci sono anche altri interessanti dettagli nei piani: è necessario includere sistemi per indebolire l’esercito iraniano, o indebolire la volontà dei leader del regime, oppure che gli Stati Uniti siano pronti ad intervenire per sconfiggere definitivamente il regime “.

….

La campagna di disinformazione è iniziata in febbraio, come risaputo sono state dette molte falsità al pubblico, sia per quanto riguarda la natura della rivolta sia per quanto riguarda la reazione del governo libico ad essa. Mentre i carri solcavano le strade libiche, e i jet volavano nei cieli la battaglia si faceva più dura e i mercenari di Al Qaeda mossero guerra contro l’esercito libico, i media corporativi in tandem con gli stati membri della NATO si preparavano ad intervenire, ritraendo una rivolta costituita da attivisti pacifici che venivano crivellati dai colpi delle mitragliatrici e bombardati dagli aerei. Ci sono ora le prove che confermano che tali atrocità non sono mai avvenute, ma l’Onu citando questa DISinformazione ha autorizzato l’intervento della NATO.

La natura stessa dei ribelli Bengasi è stata presentata in maniera ingannevolmente al pubblico. In realtà, erano una miscellanea di estremisti e mercenari, molti dei quali avevano combattuto di recente in Iraq e in Afghanistan contro le forze Usa. Questi mercenari, pagati dalla CIA e dall’MI6 negli ultimi 30 anni (vedi linea del tempo), vengono raffigurati come “una forza politica indigena” di opposizione al governo libico. Recentemente è stato rivelato che il comandante dei ribelli che hanno tentato la conquista di Tripoli altro non è che Abdelhakim Belhadj, una pedina di Al Qaeda che venne precedentemente catturato in Malesia, torturato dalla Cia a Bangkok, in Thailandia nel 2003, prima di saltar fuori di nuovo in Libia dove sta ora combattendo per conto della NATO.

Un’altra via in cui è stata propagata disinformazione è stato il tentativo di rappresentare Gheddafi come un pazzo vagabondo che, nonostante la denigrazione, si rivelò essere uno dei pochi capi di stato “sinceri” sul conflitto che assediava la sua nazione. Dalle sue prime dichiarazioni sul fatto che la rivolta fosse fomentata dall’esterno e che fosse coinvolta Al Qaeda, alle affermazioni ormai certe del fatto che la ribellione servisse per inaugurare una nuova occupazione straniera assieme alla depredazione delle risorse della Libia, aveva colto nel segno.

Quello a cui stiamo assistendo in Libia è una di aggressione orchestrata da finanziatori/capi corporativi per i loro interessi. Hanno cospirato apertamente sul fatto di effettuare una campagna di conquista militare ed economica in tutto il Medio Oriente (e oltre), includendo il Nord Africa e specificamente anche la Libia. Dal discorso di Wesley Clark nel 2007, all’articolo del Newsweek del 1981, ci sono state consegnate delle confessioni firmate sul fatto che sono i “nostri” governi i veri nemici da cui l’umanità si deve liberare, mascherano la loro agenda con la sottile patina della giustificazione morale. Ancora una volta, dobbiamo impegnarci ad individuare  i veri interessi che hanno messo in moto questo conflitto, guardando dietro i leader militari e politici meri esecutori della “politica internazionale.”

Fonte: prisonplanet.com & neovitruvian.wordpress.com

 
By Admin (from 07/09/2011 @ 14:00:53, in it - Osservatorio Globale, read 1265 times)

Mille secondi, ovvero 16 minuti e 40 secondi. Tanto è il tempo per il quale i ricercatori dell’ esperimento Alpha (Antihydrogen Laser Physics Apparatus) del Cern sono riusciti a catturare alcuni atomi di anti-idrogeno. “ Un’eternità”, secondo Joel Fajanas, membro dell’esperimento e docente di Fisica a Berkeley. Si tratta, infatti, di un record assoluto: un tempo 5mila volte superiore a quello raggiunto lo scorso novembre sempre dai ricercatori dell’Alpha. Ma soprattutto, come spiega Jeffrey Hangst, leader dello studio, è un intervallo abbastanza lungo per cominciare a studiare queste particelle. Questo risultato è stato presentato sulle pagine di Nature Physics insieme a un resoconto dettagliato di quanto ottenuto nel corso degli scorsi dodici mesi: 112 atomi di anti-idrogeno creati e catturati per un tempo variabile tra un quinto di secondo e mille secondi.

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Da quando, nel 2009, atomi di anti-idrogeno sono stati catturati per la prima volta (sono stati creati per la prima volta, sempre a Ginevra, nel 2002 ma si sono istantaneamente distrutti), la possibilità di studiare l’antimateria, postulata negli anni ’30 da Paul Dirac, si sta velocemente trasformando da sogno impossibile per appassionati di Star Trek e fantascienza, a realtà. Da allora, infatti, nel centro svizzero sono stati creati e catturati 309 atomi di anti-idrogeno. Ma il Cern con il suo Lhc non è il solo istituto occuparsi di antimateria: c’è anche il Relativistic Heavy Ion Collider (Rhic), negli Usa, dove lo scorso aprile è stato catturato l’antiatomo più pesante al mondo: l’antielio-4. Inoltre, non si può dimenticare Ams 02 (Alpha Magnetic Spectrometer), il cacciatore di antimateria che è appena arrivato sulla Stazione Spaziale Internazionale per catturare le particelle elementari nello Spazio.

Le particelle di antimateria sono, secondo il Modello Standard, il corrispettivo delle particelle di materia (elettroni, neutroni, protoni, ecc). Riprodurle in laboratorio non è più un problema per i fisici del Cern o di altri laboratori dotati di un acceleratore di particelle come il Large Hadron Collider. Grazie a questi strumenti, infatti, è lavoro di tutti i giorni creare anti-protoni che vengono poi mescolati con anti-elettroni o positroni (quelli della tomografia a emissioni di positroni) in una camera a vuoto, dove alcuni di questi si combinano per dare origine ad atomi di anti-idrogeno.

È qui che comincia il lavoro più complicato per i ricercatori. Queste particelle infatti si distruggono appena entrano in contatto con la materia, devono quindi essere catturate in complicate trappole: campi magnetici molto potenti e dalle maglie molto strette, chiamati bottiglie magnetiche.
Queste particelle sono create direttamente all’interno delle trappole e individuate semplicemente interrompendo il campo magnetico e registrando la loro distruzione, che provoca un lampo.

Anzi, come ricorda il Guardian, questo processo, chiamato annichilazione, trasforma le masse delle particelle in energia secondo la famosa equazione di Albert Einstein, E=mc 2. Un Kg di antimateria che entra in contatto con altrettanta materia provoca un’esplosione circa 3000 volte superiore a quella di Hiroshima.

L’obiettivo di Hangst e colleghi, tuttavia, non è creare esplosioni (anche se questo tipo di esperimenti affascina molto gli autori di Science Fiction), quanto condurre esperimenti sull’antimateria per stabilire se essa ubbidisce alle stesse leggi della fisica della materia, e per capire perché, rispetto a quest’ultima, sembra essere così poco presente nell’Universo, sebbene durante il Big Bang se ne dovrebbe essere creata una quantità uguale.

Come riportato su Nature Physics, i ricercatori hanno già cominciato a studiare gli anti-atomi misurandone la distribuzione dell’energia. “ Potrebbe non sembrare molto emozionante”, commenta Jonathan Wurtele, coautore dello studio, “ ma si tratta del primo esperimento mai condotto su anti-idrogeno intrappolato. Quest’estate speriamo di riuscire a misurare cambiamenti indotti dalle microonde sullo stato atomico degli anti-atomi”.

Fonte: wired.it

 

Quelle che, fino a questo momento, si pensavano essere le "detonazioni" più luminose dell’Universo.

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Si tratta di un tipo completamente diverso dalle supernovae conosciute, tanto da meritarsi una categoria a parte, creata da Robert Quimby e dal suo gruppo di astronomi del Californian Institute of Technology, cui va il merito della loro scoperta, raccontata su Nature.

Le supernovae sono esplosioni di stelle morenti o il risultato dello scontro tra due soli. Non passano inosservate perché liberano nell’Universo un’enorme quantità di luce, così intensa da eguagliare (anche se per poco tempo) la luminosità dell’intera galassia che le ospita. Gli astrofisici le classificano in diversi gruppi, a seconda del tipo di radiazione che emettono, rivelatore della composizione chimica. Questa carta di identità dipende dal decadimento radioattivo degli elementi generati durante l’esplosione, dello shock termico interno alla stella o dell’interazione tra la polvere stellare liberata durante l’esplosione e il materiale circostante. Il tipo Ia, per esempio, si ha quando vi è traccia di idrogeno e si verifica quando i resti di un sole morente succhia materiale da una stella compagna; il tipo II, che contiene idrogeno, si ha quando il core di una stella massiva collassa su se stesso. Al momento sembra che nessuno dei processi elencati possa però spiegare la formazione di queste nuove sei supernovae, che contengono ossigeno (e niente idrogeno) e liberano fasci di raggi ultravioletti per un tempo molto lungo. Secondo i ricercatori, questi dati si spiegherebbero solo in presenza di supernovae a grande raggio che si espandono ad altissima velocità.

Quimby ne ha individuate 4 tra il 2009 e il 2010, grazie al Telescopio Oschin sull’Osservatorio californiano del Monte Palomar. Le loro caratteristiche - la grande luminosità nonché la durata - gli avevano ricordato altre due strane esplosioni, osservate nel 2005 e nel 2006.

Dal momento che questa nuova classe di stelle in esplosione continua a emettere radiazione anche per anni, i ricercatori vogliono sfruttarle come fossero dei fari per illuminare gli angoli più remoti e primitivi delle galassie.

Credit immagine: Caltech/Robert Quimby/Nature - Riferimento: doi:10.1038/nature10095 - Fonte: wired.it

 

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Il Consiglio Superiore di Sanità (CSS) ha dato parere positivo all'introduzione in Italia della cosiddetta "pillola dei cinque giorni dopo", in accordo con quanto avevano decretato l’Agenzia europea del farmaco (EMA) nel marzo 2009 e la Food and Drug Administration (FDA) statunitense a giugno 2010. Il farmaco è a base di un antiprogestinico, l'ulipristal, che inibisce o ritarda l’ovulazione impedendo quindi, nei 5 giorni dopo un rapporto a rischio, che i gameti si incontrino e che avvenga la fecondazione.

Per il Consiglio – a cui l’Agenzia Italiana per il Farmaco (AIFA) aveva chiesto un parere prima di procedere con la regolamentazione della vendita del medicinale – l’azione svolta dal farmaco è contraccezione d'emergenza, e non aborto farmacologico. È quindi compatibile con la legge 194, che regola l’interruzione di gravidanza in Italia, purché si accerti con apposito test che la donna non sia già incinta. In pratica, le donne che vorranno ricorrere alla pillola dei 5 giorni dopo dovranno prima sottoporsi al test delle beta HCG; se questo sarà negativo, munite di ricetta medica, potranno recarsi in farmacia e comprare la pillola. Quando? A questo punto dipende dall’AIFA, che deve stabilire tempi e modi della commercializzazione.

L’azienda francese che produce la pillola, HRA Pharma, ha presentato domanda di registrazione all’ente italiano già nell’agosto 2009 e nel frattempo ha iniziato a venderla in 21 paesi europei, oltre che negli Usa e in Canada.

Il parere del CSS arriva a pochi giorni dalla pubblicazione del documento a firma delle società scientifiche italiane di contraccezione in cui si ribadisce che la pillola del giorno dopo non è un farmaco abortivo (vedi Galileo).

Fonte: galileonet.it

 

Utilizzare il movimento del corpo come motore per produrre energia è un processo noto già da anni; la discoteca che si illuminava sfruttando la pressione esercitata sul pavimento di chi ballava in pista, ne è l’esempio principale. Su questa scia sono nati negli anni nuovi progetti.

La stessa ditta produttrice della Sustainable Dance Club sta sperimentando, ad esempio, a Tolosa in Francia un nuovo dispositivo per produrre energia dal movimento dei pedoni.

Il progetto consiste nel dotare i marciapiedi di una serie di tavolette che, sollecitate dal peso dei passanti, generano elettricità che viene immagazzinata in una batteria ed utilizzata per l’illuminazione pubblica.

Tolosa punta a divenire in questo modo una delle prime città in grado di riciclare l’attività urbana trasformandola in energia elettrica.

Un progetto simile è stato implementato anche in una stazione ferroviaria di Londra, nella quale è stato installato, sotto la banchina, un sistema per raccogliere e sfruttare l’energia prodotta dal transito dei pendolari.

Non finisce qui. In cantiere ci sono altre idee e iniziative in grado di produrre energia sfruttando il traffico autostradale grazie all’installazione di generatori, sotto l’asfalto, che utilizzando la pressione esercitata dal passaggio dei veicoli.

In Giappone, a Tokyo, per esempio, sul ponte Goshiki-Zakura-Ohashi sulle rive del fiume Arakawa, dove sono stati istallati una serie di piccoli generatori in grado di trasformare le micro vibrazioni prodotte dalle auto.

Questo impianto segue il principio delle casse acustiche che danno origine a suoni partendo da impulsi elettrici che generano vibrazioni, ma invertendo questo processo. I dispositivi installati sul ponte catturano le vibrazioni e le trasformano in energia.
Al momento l’elettricità prodotta è sufficiente a coprire solo il fabbisogno del ponte ma si sta già pensando di installare su altri il medesimo impianto.

La speranza è che queste idee non restino isolati tentativi ma diventino soluzioni condivise in ogni parte del mondo, per sfruttare energia che altrimenti andrebbe perduta.

Fonte: plef.org

 

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Farmaci preventivi, in grado di scongiurare l’insorgenza di nuove lesioni a livello del sistema nervoso e di ritardare lo sviluppo della disabilità: risparmiando sull’assistenza sanitaria e riguadagnando il paziente dal punto di vista produttivo e sociale. Si è parlato di questo oggi Roma in occasione dell’incontro promosso dall’Osservatorio Sanità e Salute sul tema dell’accesso sostenibile all’innovazione, prendendo come caso simbolo quello della sclerosi multipla. L’innovazione terapeutica però sarà veramente tale solo se coinvolgerà tutte le regioni italiane, nelle stesse modalità e con gli stessi tempi, recuperando il ritardo accumulato in termini di disparità di accesso alle cure esistente oggi sul territorio nazionale.

Come ha infatti dichiarato Federico Spandonaro, docente di Economia Sanitaria all’Università di Roma Tor Vergata: “Nel nostro paese il 9% dei pazienti in cura per la sclerosi multipla viene trattato con i farmaci più innovativi: un dato che varia molto nelle diverse regioni, con punte al di sotto della media nazionale, per esempio in Campania, con il 4,7%, in Sicilia, con il 7,8%, in Toscana, con il 5,6%, in Veneto, con il 6,5%, in Emilia Romagna e nelle Marche, dove rispettivamente si ha il 7,2% e il 7,3%”. Alla base di queste diseguaglianze non ci sarebbero fattori epidemiologici, quanto piuttosto difficoltà derivanti dal misurare e riconoscere l’innovazione, come ha sottolineato Spandonaro: “Un problema che si manifesta al momento dell’introduzione di un nuovo farmaco. Per esempio, il primo anticorpo monoclonale per la sclerosi multipla (il natalizumab, ndr) ha segnato un ritardo che, a seconda delle regioni, è stato di due fino a dodici mesi, come accaduto in Sicilia”.

E la disparità nell’accesso alle cure non riguarda soltanto i farmaci. È il caso del Friuli Venezia Giulia, regione che ha risposto alla circolare 1685 del Ministero della Salute - quella secondo cui la CCSVI (vedi Galileo) non può considerarsi una patologia, quindi non operabile dal Servizio Sanitario Nazionale - sospendendo gli interventi di disostruzione venosa nelle aziende ospedaliere universitarie di Trieste e Udine. A denunciare quanto accaduto nel Friuli Venezia Giulia e a chiedere il ripristino degli interventi, è il consigliere del PD Paolo Menis, portavoce delle associazioni di pazienti locali che per ricorrere all’operazione oggi si recano in altre regioni, spesso anche oltre confine.
 
Fonte: galileonet.it

 

Stop all’indottrinamento religioso nelle scuole!

The Coat of arms of Romania

Le gravi carenze strutturali del sistema di istruzione romeno sono state generate negli ultimi due decenni dagli scarsi finanziamenti erogati, dai programmi e dai libri scolastici non proprio brillanti, dai continui sconvolgimenti del sistema gestito da quasi tutti i ministri dell’educazione in modo brutale, spesso, finanche senza una visione coerente a lunga scadenza.

Una colpa più grande va attribuita al sistema scolastico romeno pre-universitario anche perché i giovani non studiando l’etica non hanno possibilità di conoscere i loro diritti fondamentali o di comprendere il funzionamento della democrazia e diventare così cittadini nel vero senso della parola – persone con coscienza e preoccupazione per il corso della cosa pubblica della polis. La precarietà etica di molti studenti è emersa agli esami di maturità dove, incuranti, hanno provato a copiare in massa. L’assenza di una educazione alla democrazia aumenta la loro riluttanza verso i problemi della polis rendendoli così vulnerabili ai messaggi dell’estremismo politico. Quelle ore di educazione civica e materie facoltative che ogni scuola decide liberamente, da una parte non sono rispettate se non in pochissimi istituti scolastici, e dall’altra, non essendoci un programma uniforme è, perlopiù, un mistero che cosa effettivamente gli studenti facciano in quelle ore.

Ma un altro importante e grave fattore che aggiunge un peso maggiore e con ulteriori  e profonde implicazioni negative per la società è l’insistenza e la grande portata dell’indottrinamento religioso nelle scuole in Romania.

Indottrinamento della religione nelle scuole

E’ allarmante il fatto che generazioni di bambini e giovani siano stati e sono tuttora consegnati, nel nostro Paese, ad un processo ampio e sistematico di distorsione del pensiero e costrette a servire un dogma … Voglio precisare, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che sono un adepto dell’insegnamento nelle scuole pubbliche di materie che presentino in modo neutrale le grandi religioni, i punti comuni e le differenze tra queste, del messaggio illuminante per il dialogo e la tolleranza, dell’ecumenismo tra individui e chiese, della storia delle religioni. Ma mi oppongo in modo categorico al modo attuale di indottrinamento religioso romeno che si basa sulla presentazione unilaterale di un particolare culto (ortodosso romeno, ndt)  e screditare gli altri culti o le persone che non sono adepte di una religione. Come  hanno indicato ripetutamente le ONG, il programma e i testi di religione, spesso, coltivato l’intolleranza, il ritualismo e una visione antiscientifica. Proliferano le preghiere per ottenere migliori risultati agli esami e alle prove, il che scoraggia l’impegno effettivo, per la buona riuscita in attesa dell’ “aiuto divino”.

Non si tratta solo del fatto che nelle ore di religione l’evoluzione è posta in una luce distorta e il creazionismo biblico  con i 6 giorni ed Eva “creata” dalla costola di Adamo è inculcato agli studenti, ma, in generale lo spirito scientifico e la capacità di avere un giudizio critico sui problemi hanno un opponente insidioso durante queste ore di indottrinamento religioso…

Il documentario ”Jesus Camp” Nominato agli Oscar per la categoria Best Documentary Feature nel 2007, presenta  in una maniera impressionante le vulnerabilità dei bambini di fronte ai tentativi sistematici di indottrinamento … Bambini normali, sereni e con lo stesso potenziale degli altri, con il tempo possono diventare senza grandi difficoltà partigiani fanatici innocenti di dogmi inculcati a scuola …

 

L’interesse nel formare le coscienze dei bambini a sostegno di una ideologia o dogma è forte in tutti i regimi autoritari e dittatoriali. La storia è uno spettacolo lugubre da questo punto di vista. Dagli eserciti cristiani che ardentemente hanno massacrato non credenti nel nome di Gesù alla Hitlerjugend fino ai giovani comunisti l’indottrinamento delle giovani menti ha prodotto risultati devastanti su queste persone e sulle nostre società. Oggi, anche se non ci troviamo nel bel mezzo di una guerra che richiede le sue legioni di fanatici, l’atmosfera generale in Romania, incluso il punto di vista economico,  sociale e politico, può diventare irrespirabile sotto questo aspetto. Ciò che il film “Jesus Camp” con forza ritrae è essenzialmente ciò che si manifesta, ma amplificato mille volte, nelle scuole pubbliche in Romania. La deriva del sistema educativo romeno verso il fondamentalismo religioso è dimostrata anche dalla cosiddetta “Olimpiade della religione”, che porta a partecipare al concorso circa 40.000 studenti romeni ogni anno. Stiamo assistendo ad una versione molto distorta dell’idea stessa di Olimpiadi per materie come la matematica, la fisica, la biologia, la lingua e la letteratura, ecc. La religione insegnata in modo confessionale non è una disciplina dello stesso genere, non rappresenta l’educazione e non coincide con una disciplina legittima in un sistema educativo moderno, performante, in uno stato laico. Ancor meno non può essere organizzata una Olimpiade di religione se il senso della parola “olimpiade” è mistificato nelle scuole pubbliche …

Una educazione autentica non è quella che anima un dogma o una ideologia in particolare, ma quella che aiuta il bambino a sviluppare una propria corrente di pensiero, in modo autonomo, avendo come riferimenti principii e valori assunti non automaticamente, acriticamente, per indottrinamento, ma in seguito a letture di vari punti di vista, per riflessione, mediante dibattiti che portino insieme una conoscenza approfondita delle cose. Il sistema educativo deve essere in grado di dare ad ogni bambino e giovane la possibilità di potere analizzare e valutare da solo le molteplici situazioni con cui ognuno si confronta.


L’articolo “Stop all’indottrinamento religioso nelle scuole! Romania - l’unico paese ad organizzare le Olimpiadi di religione! Segreto scrupolosamente custodito dal Ministero della Pubblica Istruzione: la religione è, per legge, facoltativa nelle scuole, non opzionale, né obbligatoria“, pubblicato da Remus Cernea sulla romena VoxPublica è stato tradotto, con permesso dell’autore, a cura di Simona C. Farcas per l’Agenzia di stampa EUROITALIA - Bucarest, 13 settembre 2011.

Fonte: http://futuroinsieme.wordpress.com

 
By Admin (from 20/09/2011 @ 08:00:11, in it - Osservatorio Globale, read 1428 times)

É accertato infatti che vivere nei grandi centri urbani può provocare ansia, disturbi dell'umore e un aumentato rischio di schizofrenia. Meno chiare invece sono le alterazioni biologiche - provocate dalla vita cittadina - che inducono tali disturbi. Ora, i ricercatori del Central Institute of Mental Health (University of Heidelberg, Germania) e del Douglas Mental Health University Institute (McGill University, Montreal, Canada) hanno dimostrato che lo stress a cui si è sottoposti in città influisce - in modo cronico - sull'attività di due aree cerebrali funzionalmente connesse, ma implicate in emozioni di tipo diverso.

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Nello studio pubblicato su Nature, gli scienziati raccontano che per condurre le ricerche hanno messo alla prova 32 volontari, sottoponendoli a uno stress test consistente nella risoluzione a tempo di problemi matematici. I partecipanti erano tutti in buona salute fisica e mentale, e di status sociale e personalità comparabili. Unica differenza: provenivano da città di dimensioni diverse (comunità rurali, piccole cittadine e città con oltre centomila abitanti). Nel corso della prova, i ricercatori hanno utilizzato una risonanza magnetica funzionale (fMRI) per misurare l'attività neurologica dei volontari, e per ognuno hanno controllato i principali parametri fisiologici.

Nel corso degli esperimenti i ricercatori hanno rilevato, in ogni partecipante, l'aumento di battito cardiaco, pressione sanguigna, salivazione e livelli di cortisolo - l'ormone dello stress. Tutte alterazioni tipiche in situazioni di tensione. Tali cambiamenti erano però accompagnati anche  dall'attivazione di due specifiche aree cerebrali: l'amigdala, che regola le emozioni e l'umore ed è legata ad ansia e depressione, e la corteccia anteriore, che regola la risposta agli affetti negativi e allo stress.

Come spiegano i ricercatori, inoltre: “i risultati suggeriscono che differenti regioni del cervello sono sensibili alle esperienze affrontate in città in momenti diversi della propria vita [l'infanzia o l'età adulta ad esempio, ndr]”. Infatti, osservando i 32 volontari sottoposti al test, gli scienziati hanno riscontrato che vi era una maggiore attività dell'amigdala, in risposta alla pressione psicologica, in coloro che attualmente risiedono in città. Al contrario, negli individui che hanno trascorso anche (o solo) l'infanzia in un grande centro abitato, ricevendo quindi un'educazione urbana, è la corteccia cerebrale anteriore la regione più attiva nella risposta allo stress. Tuttavia, in questi ultimi l'appaiamento funzionale delle due aree cerebrali sembra essere ridotto, come accade nei soggetti con fattori di rischio genetico per la schizofrenia.

Per confermare l'affidabilità dei risultati ottenuti, infine, i ricercatori hanno sottoposto a dei test cognitivi e sociali, in situazione di pressione psicologica, altri due gruppi di individui. “Al di là della salute mentale – spiegano gli scienziati – i nostri dati dimostrano l'esistenza di un legame tra la vita in città e la sensibilità agli stress sociali”.

Fonte: galileonet.it

 

Tutto è iniziato poco prima delle cinque del mattino del 27 giugno: 2000 agenti delle forze dell'ordine sono usciti dalle gallerie per forzare i blocchi eretti sulla strada dell'Avanà, il punto d'accesso al futuro cantiere della Tav occupato da migliaia di manifestanti contrari all'alta velocità. Se i lavori faraonici non verranno avviati entro il 30 giugno, l'Italia vedrà sfumare 670 milioni di finanziamenti europei stanziati per avviare la costruzione della nuova linea veloce che dal 2020 dovrebbe collegare Torino a Lione.

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Il bilancio della giornata di scontri vede 27 feriti tra le forze dell'ordine, quattro tra i manifestanti e diversi intossicati dai gas lacrimogeni. Dopo l'attacco, i membri dei movimenti della Val di Susa si sono ritirati nel vicino comune di Chiomonte, dove il municipio è stato occupato dalle donne del paese. Da lì ripartiranno, nei prossimi giorni, nuovi blocchi e proteste mirati a far saltare il cantiere Tav e fermare il progetto appaltato alla società Lyon Turin Ferroviarie (Ltf).

Le ragioni che muovono i manifestanti a opporsi da più di 20 anni alla costruzione di una nuova linea ferroviaria ad alta velocità in Val di Susa sono di almeno due nature diverse: una ambientale e l'altra economica.

Già nel 2004, 103 medici della Val di Susa pubblicarono un appello in cui esprimevano forti preoccupazioni per l'incolumità della popolazione locale. I versanti della montagna dove sarà scavato il tunnel di 50 km che collegherà Francia e Italia contengono infatti abbondanti tracce di amianto. La manipolazione e il trasporto dei materiali di scavo potrebbe causare il rilascio delle pericolose fibre che, unite alla diffusione di polveri sottili, contaminerebbero facilmente l'intera valle. Non a caso, nelle vicinanze del cantiere è situata la più grande cava di amianto d'Europa, quella di Balangero, dismessa nel 1826 e mai bonificata (vedi Galileo). Il timore è quello che l'incidenza dei tumori causati dalle fibre - già elevata tra gli abitanti della zona - possa subire un'ulteriore impennata.

Come se non bastasse, l'escavazione dei tunnel richiederebbe enormi quantità d'acqua, che verrebbero drenate dai bacini idrici della zona: un'area caratterizzata da coltivazioni montane tutelate dall'indicazione geografica protetta (Igp). Si calcola che i lavori in Val di Susa drenerebbero dai 65 a 125 milioni di metri cubi d'acqua ogni anno, l'equivalente di quanto consumato da una città con un milione di abitanti. Il rischio di veder prosciugare torrenti, fiumi e pozzi si scontra duramente con la promessa da parte dell'alta velocità di ridurre l'impatto ambientale del trasporto merci. A quanto pare, il risparmio di CO2 emessa dal traffico stradale che verrebbe dirottato sulla nuova linea ferroviaria verrebbe annullato dalle enormi spese energetiche richieste per la realizzazione del cantiere e dalla costosa alimentazione delle nuove motrici.

Oltre alle problematiche ambientali, i cantieri Tav sollevano non pochi dubbi di carattere economico. Secondo un saggio pubblicato nel 2007 da Marco Ponti, ordinario di Economia dei Trasporti al Politecnico di Milano, il progetto della linea Lione-Torino, un affare da 17 miliardi di euro, sovrastimerebbe le aspettative di crescita previste per il traffico merci e passeggeri nell'area subalpina. La Val di Susa, inoltre, viene già attraversata dalla linea ferroviaria internazionale del Frejus, i cui ultimi lavori di ampliamento sono terminati nel 2010. Tuttavia, questa tratta alpina è stata sfruttata negli ultimi tre anni per meno del 25% della sua capacità totale.

La necessità di costruire nuovi e costosissimi tunnel di collegamento con la Francia sembrerebbe quindi una manovra azzardata: perché, piuttosto, non sfruttare al meglio le linee di collegamento già esistenti? Inoltre, secondo gli ultimi dati dell'osservatorio del Dipartimento Federale dei Trasporti svizzero sul traffico merci attraverso i valichi alpini, il volume di scambi attraverso il Frejus sarebbe in costante calo da almeno otto anni, con un picco negativo di 2,2 megatonnellate (Mt) nel 2009. Un dato concreto che getta seri dubbi sulle stime presentate da Ltf: per il 2009, infatti, prevedeva un volume di passaggio merci pari a ben 10 Mt, quasi cinque volte più del reale stato di congestionamento.

Data la complessità del nuovo cantiere che dovrebbe essere avviato in Val di Susa, c'è anche il rischio che i lavori possano subire dei forti rallentamenti. Non sarebbe infatti una novità se la realizzazione della linea ad alta velocità richiedesse più tempo e denaro rispetto a quanto preventivato dai primi progetti. È già successo nel caso delle tratte Roma-Firenze, Firenze-Bologna e Milano-Torino, dove i costi finali hanno superato i preventivi iniziali dalle quattro alle sette volte. Anche nel caso, poi, in cui la tratta Lione-Torino venisse completata in tempi ragionevoli, occorrerebbero altri 26 miliardi di euro per estenderla fino al confine sloveno e completare il corridoio merci che taglierebbe il nord Italia da Est a Ovest. In conclusione, il rapporto costo-benefici non penderebbe affatto a favore della Tav, che al netto produrrebbe un disavanzo di 25 miliardi di euro. Un bel fardello per la stagnante economia italiana.

Fonte: galileonet.it

 

Solo che questa volta la vista non c’entra: il nuovo materiale, infatti, devia il corso delle onde sonore, nascondendo gli oggetti all’ udito. Le possibili applicazioni sono infinite: dalle sale da concerto per migliorarne l’acustica, ai videogiochi, alle navi militari, come economico sistema anti-sonar.

Detail-suoni

Quello dell’invisibilità è un vecchio pallino degli scienziati. I primi studi sul tema risalgono al 2006, quando i ricercatori iniziarono a spremersi le meningi per realizzare materiali in grado di deviare il corso delle onde luminose. Sono nati così i metamateriali, cioè materiali artificiali che forzano la luce a viaggiare intorno a un oggetto, in modo che questo appaiano invisibili (almeno per alcune lunghezze d’onda). Ma le leggi matematiche alla base di questo fenomeno (la cosiddetta ottica trasformazionale) sono le stesse che governano il comportamento delle onde sonore.

“Fondamentalmente, se parliamo della possibilità di nascondere gli oggetti, è lo stesso che si parli di onde luminose o sonore”, ha spiegato alla Bbc Steven Cummer della Duke University, uno dei protagonisti della nuova scoperta. E in effetti, già nel 2008 Cummer aveva pubblicato un articolo su Physical Review Letters in cui si parlava della possibilità (al tempo solo teorica) di nascondere un oggetto ai suoni. La teoria è poi diventata realtà: all’inizio di quest’anno, infatti, ricercatori dell’ Università dell’Illinois di Urbana-Champaign hanno pubblicato uno studio in cui spiegano come schermare un oggetto da ultrasuoni che si propagano in acqua.

Una  nuova ricerca, sempre pubblicata su Physical Review Letters, fa un ulteriore passo in avanti: descrive come nascondere gli oggetti da suoni con una frequenza compresa tra 1 e 4 kilohertz (quindi percepibili anche da noi umani) che viaggiano nell’ aria. Il trucco è rivestire l’oggetto (in questo caso un pezzo di legno lungo circa 10 cm) con fogli di plastica bucherellati. Modificando dimensione e disposizione dei buchi, nonché variando la distanza tra i vari fogli di plastica, si riesce a controllare il cammino delle onde sonore.

“L’esperimento mostra ch,e sebbene onde acustiche ed elettromagnetiche siano molto diverse, le potenzialità dell’ottica e dell’acustica trasformazionale sono simili”, ha commentato Ortwin Hess del Centre for Plasmonics and Metamaterials dell’ Imperial College di Londra . Naturalmente, c’è ancora molto lavoro fare. Lo studio, infatti, indaga solo il comportamento di onde sonore che incidono direttamente sull’oggetto e si ferma alle due dimensioni.“ Sarà certamente più difficile realizzarlo nelle tre dimensioni: ci riusciremo, ma non sarà un lavoro da poco”, ha concluso Hess.

Fonte: galileonet.it

 
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