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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
By Admin (from 25/09/2011 @ 14:00:14, in it - Osservatorio Globale, read 1741 times)

Osservando il cielo, può capitare di vedere strane formazioni nuvolose con un buco al centro. Sono le cosiddette hole punch clouds, oggetto di studio sin dagli anni Quaranta e fonte di leggende per chi vi leggeva un segnale extraterrestre. Poi, un anno fa, una ricerca ha svelato il mistero: sono gli aerei che, volando attraverso le nubi, le scavano letteralmente. E ora sappiamo anche che da quei tunnel possono scatenarsi tempeste di pioggia e neve. Come e perché lo spiega su Science un gruppo di ricerca coordinato da Andrew Heymsfield del National Center for Atmospheric Research (Usa), che ha approfondito il fenomeno svelandone ogni dettaglio.

Detail-tunnel nuvole

Quando un aereo passa attraverso una nuvola modifica la pressione e abbassa la temperatura dell’aria anche di 20-30°C. In questo modo, promuove la condensazione delle gocce d’acqua in cristalli di ghiaccio, fenomeno che dà luogo ai caratteristici fori.

Man mano, i cristalli attirano altra gocce d’acqua e i buchi si ingrandiscono sempre più: è un processo che può durare oltre un’ora arrivando a creare tunnel lunghi anche cento chilometri. Quando infine i cristalli di ghiaccio diventano troppo pesanti, precipitano sotto forma di pioggia o neve.

Heymsfield  e colleghi sono giunti a queste conclusioni analizzando 20 immagini satellitari di hole punch clouds raccolte il 29 gennaio del 2007 nei cieli del Texas. Spulciando negli archivi della U.S. Federal Aviation Administration, i ricercatori hanno quindi ricostruito il traffico aereo della giornata e, usando un modello meteorologico per studiare formazione e l’evoluzione delle nubi, hanno scoperto che molti degli aerei in volo quel giorno avrebbero potuto bucare le nuvole scatenando le precipitazioni poi verificatesi.

Le conseguenze, a quanto pare, sono solo locali, perché il fenomeno non sembra influenzare il clima globale; come è noto, però, può aumentare le precipitazione sugli aeroporti in particolari condizioni meteorologiche.

Fonte: galileonet.it - Riferimento: DOI: 10.1126/science.1202851 - Credit immagine: Science/AAAS

 

Per le rivolte vale una regola comune a pressoché tutte le attività umane: il tempo necessario per portare a conclusione un’operazione diminuisce man mano che questa viene ripetuta, seguendo con una buona approssimazione una “legge di potenza”. A trovare la relazione matematica è stato un gruppo di fisici dell’Università di Miami, guidato da Neil Johnson. In tempi caldi come quelli che stiamo vivendo, la possibilità di comprendere le dinamiche delle sommosse e degli episodi di violenza fin dai primissimi scontri sta a cuore a diversi governi, e sul tema si sono cimentati molti gruppi di ricerca in tutto il mondo (vedi Galileo, La legge matematica della guerra). Ultimo quello di Johnson, che ha pubblicato i suoi risultati su Science.

Detail-tunisiajasminerevolution

Secondo gli studiosi, le tempistiche degli attacchi più cruenti e delle controffensive tra due opposte fazioni seguono uno schema ben preciso, che può essere previsto a tavolino, a partire dal tempo intercorso tra i primi due attacchi. I ricercatori si sono basati sui dati storici degli eventi avvenuti durante le guerre in Iraq e in Afghanistan e sull'analisi di 3.143 atti terroristici avvenuti tra il 1968 e il 2008. Analizzando l’intensificarsi degli atti di violenza, il gruppo ha constatato che per le operazioni di rivolta è facile osservare un aumento delle perdite di vite umane man mano che le due forze in opposizione si scontrano e affilano le proprie armi.

“Quello che ci dicono i dati – ha spiegato Johnson – è che ci troviamo di fronte a una situazione simile a quella nota in biologia evolutiva come ‘della Regina Rossa’”. Secondo questa ipotesi, ispirata dal secondo capitolo di Alice nel Paese delle Meraviglie, per quanto una fazione si sforzi di avere la meglio sull’altra, l’abilità di reagire dell’avversario porta tendenzialmente a un nulla di fatto. Così, parallelamente all’aumentare delle capacità dei ribelli nell’organizzare azioni violente, si osserva una simile abilità delle forze contrarie a prevenire e ridurre l’esito di tali azioni.

Per gli autori, la scoperta dovrebbe permettere di prevedere come evolveranno le rivolte sulla base del tempo intercorso tra i primi due attacchi. La relazione, infatti, sembra essere immutabile: “È un po’ come per il traffico nelle ore di punta - ha spiegato Johnson - per la maggior parte delle persone c’è un solo orario possibile a cui accompagnare i figli a scuola e andare al lavoro”. Sulla carta i conti tornano, e lo studio potrebbe servire alle organizzazioni internazionali come strumento di previsione dei conflitti armati.

Fonte: galileonet.it - Riferimento: DOI: 10.1126/science.1205068

 

L’iniziativa, che prende il nome di TRY, è frutto della collaborazione di 106 istituti di ricerca ed è stata promossa dall’Istituto di Biogeochimica Max Planck di Jena in Germania con la collaborazione dell’Università di Leipzig (Germania), l’IMBIV-CONICET (Argentina), l’Università di Macquarine (Australia), il CNRS e l’Università di Parigi-Sud (Francia).

Detail-try

Le proprietà morfologiche e fisiologiche delle piante permettono di comprendere il modo in cui esse riescono a sfruttare le risorse naturali quali l’acqua, la luce e le varie sostanze nutrienti della terra per regolare il loro sviluppo. Ma la vera innovazione sta nel prevedere, a seconda delle loro caratteristiche, il modo in cui influenzeranno l’ecosistema stesso, per esempio calcolando quanta CO2 riescono ad assorbire.
Finora, infatti, gli studi sul cambiamento climatico non avevano potuto contare su una larga mole di dati a proposito delle specie vegetali. Una lacuna che la prima versione del database aiuta in parte a colmare: la classificazione creata, infatti, permette non solo di immaginare quale potrà essere l’effetto sul cambiamento climatico del futuro, ma dà anche gli strumenti per trovare, già da adesso, accorgimenti che possono contenere e limitare in modo mirato le alterazioni del clima.

“La possibilità di avere a disposizione una così vasta banca dati consentirà di fare delle previsioni più accurate su come la vegetazione e le proprietà degli ecosistemi muteranno in conseguenza dei cambiamenti futuri del clima e dello sfruttamento del suolo”, ha spiegato Ian Wright della Macquarie University. Per questo i ricercatori, come scrivono sulle pagine di Global Change Biology, sono convinti che il database TRY rivoluzionerà la ricerca nel campo della biodiversità.

Fonte: galileonet.it - Riferimenti: Global Change Biology DOI: 10.1111/j.1365-2486.2011.02451.x

 
By Admin (from 02/10/2011 @ 08:00:39, in it - Osservatorio Globale, read 1378 times)

“Torna in libertà dopo solamente 15 anni”. Sappiamo poco della sua vicenda giudiziaria ma i titoli di quotidiani e telegiornali sembrano invitarci a commentare la notizia con la scontata laconica riflessione: “non esiste la certezza della pena”. La reazione sarebbe diversa se ci venisse spiegato che il protagonista dei fatti non è affatto libero, ma sconta la sua pena fuori dal carcere, lavorando all’esterno come previsto dall’articolo 21 dell’ordinamento penitenziario. La leggerezza con cui i media si occupano di carcere e di pene è diventata inaccettabile.

Lo hanno fatto notare, per prime, proprio due giornaliste, Ornella Favero direttrice di Ristretti Orizzonti e Susanna Ripamonti direttrice di Carte Bollate, che da anni si impegnano a diffondere informazioni puntuali sul carcere e sulle persone detenute, selezionando accuratamente i termini più appropriati, evitando con la stessa attenzione i toni pietistici e quelli allarmistici. Proprio all’interno delle redazioni carcerarie, quella padovana di Ristretti e quella milanese di Carte Bollate, è nata la proposta di un codice etico deontologico per i giornalisti che “trattano notizie concernenti cittadini privati della libertà o ex-detenuti tornati in libertà”: la “Carta di Milano del carcere e della pena”, approvata già dagli ordini di Lombardia, Emilia Romagna e Veneto.

Detail-giornalismo

Nelle due pagine del testo, che verrà presentato sabato 10 settembre a Palazzo Marino, non troviamo solo regole di buon senso o suggerimenti per una condotta politicamente corretta, ma esplicite informazioni, solitamente trascurate, che un giornalista dovrebbe impegnarsi a dare per far emergere anche l’aspetto rieducativo della pena, e non solamente quello punitivo: “dati statistici che confermano la validità delle misure alternative” (perché in pochi sanno che il tasso di recidiva tra le persone che hanno usufruito di misure alternative è dello 0,1% mentre per chi rimane in carcere è del 70%), “dati attendibili e aggiornati che permettano una corretta lettura del contesto carcerario” (67.000 detenuti per una capienza regolamentare di 45.000, circa la metà dei quali senza condanna definitiva), per fare degli esempi. Inoltre, è necessario "garantire al cittadino privato della libertà, di cui si sono occupate le cronache, la stessa completezza di informazione, qualora sia prosciolto".

“Troppo spesso i media parlano di carcere e di persone private della libertà in modo disinformato e le conseguenze ricadono pesantemente sui soggetti coinvolti. La Carta stabilisce due princìpi fondamentali che il giornalista è chiamato a rispettare: non è ammessa l’ignoranza delle leggi e deve essere rispettato il diritto all’oblio. Un giornalista non può confondere una misura alternativa decisa dal giudice per espiare la pena con la libertà di un detenuto, così come non può ripetutamente tornare a parlare del reato commesso da una persona che sta affrontando la delicatissima fase del reinserimento sociale”,  spiega Ripamonti. Resta ovviamente salvo il diritto di cronaca “per quei fatti talmente gravi per i quali l’interesse pubblico alla loro riproposizione non viene mai meno”, recita la Carta.

Fonte: Galileonet.it - Credit immagine: Genesio (Flickr)

 

Se il virus colpisce il bruco, infatti, quest’ultimo si arrampica in cima agli alberi in cerca di cibo, dove muore sciogliendosi, liberando così milioni di particelle virali che, cadendo sulle foglie sottostanti, infetteranno altri individui.

Ora, per la prima volta, alcuni entomologi della Pennsylvania State University (Stati Uniti) sono riusciti a identificare nel Dna del virus il gene che manovra il comportamento del bruco. Lo studio, guidato da Kelli Hoover, è stato pubblicato su Science.
La larva della limantria trascorre di norma le sue giornate nascosta nella parte bassa della vegetazione per evitare i predatori, arrampicandosi sui rami alti solo di notte. I bruchi infettati dal baculovirus, al contrario, sfidano il pericolo, scalando i tronchi in pieno giorno. In natura sono noti altri casi di parassiti che sfruttano l’ospite in modo simile a questo per trarne vantaggio (vedi anche Galileo: Formiche zombie per colpa di un fungo), tuttavia i meccanismi genetici alla base di questi fenomeni, probabilmente diversi da specie a specie, restano ancora da scoprire.

Nel caso della limantria, Kelli Hoover e colleghi hanno focalizzato l’attenzione sul gene egt dei baculovirus, capace di inibire la muta del bruco ospite e di prolungarne il periodo di nutrimento. Per verificare la responsabilità del gene nell’inusuale arrampicata, i ricercatori hanno infettato delle larve di L. dispar con sei forme diverse di baculovirus: due varianti selvatiche isolate in natura, due ricombinanti create in laboratorio (nelle quali il gene egt era stato "spento" con l’intromissione di altri geni) e due nelle quali egt era stato reinserito dopo essere stato inattivato. Una volta chiuse in lunghe bottiglie di plastica, solo le larve infettate con il baculovirus selvatico o con il gene egt reinserito mostravano il comportamento anomalo e morivano. Quelle con il gene disattivato, al contrario, si arrampicavano ma poi tornavano a morire sul fondo; mentre alcuni bruchi di controllo non infettati si comportavano in modo normale.

Secondo gli scienziati, il risultato ottenuto fornisce una spiegazione genetica e molecolare del meccanismo impiegato da alcuni virus per controllare gli ospiti e trarne vantaggio, come spiega Kelli Hoover: “Negli individui infettati con il virus selvatico, i livelli dell’ormone della muta risultavano essere notevolmente bassi, ed è dunque ragionevole concludere che, in questo sistema, il gene egt sia responsabile della manipolazione del comportamento del bruco”.

Riferimenti: Science, vol. 333 (6048): 1401 - Credits imagine: Michael Grove

 

L’idea è di un programma non profit chiamato MyMicrobes, che ha lanciato il suo social network sulla flora intestinale lo scorso 8 settembre. La stravagante iniziativa è dello stesso gruppo di ricercatori che a inizio anno è riuscito a identificare le tre classi (enterotipi) in cui si suddivide la totalità dei batteri presenti nell’intestino umano. Quello studio, apparso su Nature il 20 aprile scorso, mirava a individuare una possibile relazione tra una classe specifica di batteri e una particolare predisposizione a sviluppare malattie infiammatorie e obesità.

Detail-ent_network

Il social network nasce proprio con lo scopo di raccogliere il maggior numero di dati possibili e continuare le ricerche sulle tre tipologie di batteri e la loro diffusione nel mondo. La community on line è aperta a tutti e dedicata in particolare a chi soffre di disturbi gastro-intestinali. Sulle pagine del sito gli iscritti possono condividere le loro storie, scambiarsi suggerimenti e, forse, trovare le risposte ai loro problemi. “L’idea - spiega Peer Bork, biochimico presso l'European Molecular Biology Laboratory di Heidelberg - è venuta in seguito alle numerose e-mail che abbiamo ricevuto”.

Dopo la registrazione sul sito, ai partecipanti allo studio verrà recapitato un libretto di informazioni e un kit per il prelievo di campioni biologici, che saranno inviati prima a Parigi, per l’estrazione del Dna, e poi a Heidelberg per il sequenziamento. Il costo di questa procedura è di circa 2.000 euro, cui va aggiunta la quota di iscrizione (minimo 1.451 euro), più le spese di spedizione. A questo punto i dati entreranno a far parte, in maniera del tutto riservata, del database di MyMicrobes. Finora circa 100 persone hanno dichiarato il proprio interesse verso l’iniziativa, ma nessuno si è ancora iscritto. Affinché lo studio sia significativo, i ricercatori avranno bisogno di circa 5.000 partecipanti.

Il gruppo non fa promesse a chi partecipa al progetto, ricordando che la ricerca è ancora agli inizi e, sebbene si siano trovati dei legami tra alcuni marcatori genetici degli enterotipi e l'obesità, non vi è ancora nulla che possa suggerire specifici trattamenti.

Riferimenti: Nature doi:10.1038/news.2011.523; - doi:10.1038/nature09944 (2011)

 

Una stella cadente fotografata dalla ISS il 13 agosto scorso.

Una stella cadente fotografata dalla ISS il 13 agosto scorso.

Scenario apocalittico: un meteorite colpisce la Terra, solleva un'onda alta centinaia di metri, oscura il cielo per centinaia di anni... paura eh? No, nessuna paura. Ma un momento da vivere, con molta più tranquillità, insieme a Focus all'Osservatorio Astronomico di Cà del Monte a Cecima (PV).
Perché l'8 ottobre 2011 sarà un giorno speciale: e non un pericoloso e gigantesco meteorite (come quelli immaginati nei film Deep Impact e Armageddon) ma uno sciame meteorico anomalo, quello delle Draconidi, colpirà la Terra tra le 19 e le 21.

Nessun pericolo per noi, qualche timore, come ha spiegato la Nasa, per i nostri satelliti artificiali. Le meteore sono affascinanti: e potremo vederle insieme.

Basterà tornare su questa pagina e potrete vedere, in diretta, la porzione di cielo interessata dallo sciame. Il tutto, grazie alla tecnologia della nostra All Sky Cam.

Fonte: Focus.it

 

Detail-testosterone

Nel periodo che segue la nascita di un figlio, infatti, gli uomini sembrano andare incontro a un notevole abbassamento dei livelli di testosterone. Lo si apprende da uno studio della Northwestern University, appena pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas), che si basa sui dati di oltre 600 giovani filippini, seguiti per un periodo di cinque anni (dai 21 ai 26 anni di età).

I volontari, tutti in buona salute, avevano preso parte a uno studio di popolazione sulla nutrizione. Nel lasso di tempo considerato, circa un terzo di loro era diventato padre per la prima volta. Analizzando i valori di testosterone (attraverso campioni salivari) nel 2005 e poi, di nuovo, nel 2009, i ricercatori hanno osservato un abbassamento medio di questo ormone compreso tra il 26 e il 34 per cento (a seconda delle misurazioni mattutine o serali) rispetto agli altri partecipanti. Questi valori sembrano variare anche in base al tempo dedicato al neonato: l’abbassamento era maggiore in quei papà che spendevano almeno tre ore della giornata nelle cure parentali.

È la prima volta che viene misurata la produzione di testosterone di un campione così ampio prima e dopo la nascita di un figlio. E i dati sembrano avallare un’ipotesi interessante: l’interazione con i neonati interferirebbe con la produzione ormonale, modificando quindi la fisiologia dei neo papà. Precedenti studi avevano già mostrato che i livelli di testosterone nei padri sono mediamente più bassi di quelli degli altri uomini della stessa età e senza figli. Nessuno, però, aveva chiarito finora se la paternità fosse la causa di quanto osservato, o se gli uomini in questione avessero già in partenza dei valori più bassi.

I risultati sembrano chiarire la questione, considerando anche che gli uomini con i più alti livelli dell’ormone nel 2005 sono risultati quelli con la più alta probabilità di diventare padri. La spiegazione ipotizzata dai ricercatori chiama in causa l’etologia: se elevati livelli di testosterone appaiono correlati a una maggiore probabilità degli uomini di trovare una partner, i tratti comportamentali associati all’ormone – l’aggressività e la competitività – sembrano meno utili quando c’è da prendersi cura della prole.

Tra tutti i mammiferi, l’essere umano è quello che accompagna più a lungo la crescita dei figli: il nuovo studio afferma che anche il maschio si sarebbe biologicamente evoluto per questo compito. “Le esigenze di un bambino appena nato richiedono molte energie psicologiche e fisiche - hanno sottolineato gli autori - il nostro studio indica che la biologia di un uomo può cambiare in maniera sostanziale per contribuire a soddisfarle”.

Fonte: galileonet.it - Riferimento: doi: 10.1073/pnas.1105403108

 

Ma dando uno sguardo allo studio pubblicato su The Lancet, non si impiega molto a capire che siamo indietro. Infatti, secondo l’analisi condotta da Rafael Lozano e Christopher Murray dell’Institute for Health Metrics and Evaluation (IHME) dell’Università di Washington, solo nove dei 137 paesi in via di sviluppo riusciranno a raggiungere entro il 2015 gli obiettivi 4 e 5, ovvero la riduzione della mortalità materna e di quella dei bambini sotto i cinque anni di vita.

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Non tutto appare negativo. Secondo lo studio - che ha preso in esame anche fonti di dati fino ad oggi escluse dalle altre rilevazioni e che ha utilizzato nuovi modelli statistici - i progressi sul fronte della salute materno-infantile non sono mancati in questi ultimi anni. In 125 nazioni la mortalità materna è scesa di molto dal 2000, anno in cui è stata firmata la Dichiarazione del Millennio, e negli ultimi cinque anni i miglioramenti sono stati particolarmente importanti. Nello stesso lasso di tempo, in 106 paesi, i tassi di mortalità infantile si sono abbassati dal 2000 al 2011 più velocemente di quanto abbiano fatto nei precedenti dieci anni. I decessi legati alla gravidanza e al parto sono passati da circa 409mila nel 1990 a poco più di 270mila nel 2011. E dal 2005 al 2011 la mortalità materna è scesa di oltre 73mila unità, sebbene con differenze tra le varie nazioni: il 28,6 per cento di questo declino è avvenuto in India, mentre Etiopia, Pakistan, Nigeria, Indonesia, Cina e Afghanistan contribuiscono per il 32 per cento.

Buoni segnali anche per il tasso di mortalità infantile, passato dagli 11 milioni del 1990 ai poco più di 7 milioni del 2011. Ma anche in questo caso, il progresso non è stato uniforme. In Cambogia, Ruanda, Ecuador, Malesia e Vietnam, per esempio, la mortalità tra i bambini con meno di cinque anni di vita è scesa del 5 ogni anno e anche di più, mentre a livello globale il declino è del 2,6%. L’Africa Sub-sahariana fa storia a sé, visto che qui la mortalità infantile è addirittura aumentata: dal 33% del 1990 al 49% del 2011.

Considerati nel loro insieme, questi dati - dicono gli autori dell’analisi - sono il segno che gli sforzi messi in campo per l’istruzione delle donne, la prevenzione delle malattie infettive e l’implementazione dei programmi sanitari stanno funzionando. Tuttavia, pochi paesi riusciranno a raggiungere i traguardi stabiliti per il miglioramento della salute materno-infantile. Secondo i calcoli, in 31 raggiungeranno l’obiettivo numero 4, la riduzione di due terzi della mortalità infantile tra il 1990 e il 2015, mentre l’obiettivo 5, cioè la riduzione del tasso di mortalità materna di tre quarti, sarà alla portata di appena 13 nazioni. Solo 9 dei 137 paesi in via di sviluppo (Cina, Egitto, Iran, Libia, Maldive, Mongoli, Perù, Siria e Tunisia), invece, raggiungeranno entrambi gli obiettivi.

Parte del declino nella mortalità materno-infantile è legata al miglioramento della prevenzione del trattamento dell’Hiv/Aids, alla diffusione di zanzariere trattate con insetticida nelle aree dove è diffusa la malaria e agli investimenti nei programmi sanitari e nelle cliniche rurali. Esistono poi altre importanti cause, come le emorragie post-partum, responsabili del 35% dei decessi, e la pre-eclamsia o ipertensione gestazionale, responsabile di un altro 18%. Per abbassare queste percentuali, è stata lanciata oggi, in sede di Assemblea Generale Onu, l’iniziativa “MSD per le madri” della farmaceutica Merck. Il progetto prevede un investimento di 500 milioni di dollari in dieci anni per abbattere i tassi di mortalità.

Riferimento: The Lancet doi:10.1016/S0140-6736(11)61337-8

 
By Admin (from 15/10/2011 @ 11:00:52, in it - Osservatorio Globale, read 1263 times)

Detail-impornte digitali

Immaginate di diventare invisibili, non agli occhi delle persone ma quantomeno ai controlli della polizia o degli addetti alla sicurezza negli aeroporti. In che modo? Semplicemente cancellando ciò che vi rende unici e riconoscibili: le impronte digitali. Un gruppo di ricerca coordinato da Eli Sprecher della Tel Aviv University, in Israele, ha infatti individuato il gene che controlla la formazione delle impronte digitali; una scoperta che permetterebbe, almeno in teoria, di diventare “invisibili” bloccando l’espressione di questo pezzetto di Dna. Lo studio è stato pubblicato sull’American Journal of Human Genetics.

La scoperta dei ricercatori risale al 2007, quando a una donna svizzera in procinto di attraversare il confine con gli Stati Uniti venne chiesto di rilasciare le impronte digitali. Gli agenti rimasero scioccati: la donna non ne aveva. Fu così che la comunità medica scoprì la adermatoglifia, un’anomalia in cui sono assenti sia le impronte digitali sia le creste e i solchi (dermatoglifi) sul palmo delle mani, sulla pianta e sulle dita dei piedi. Le persone colpite da adermatoglifia – pochi i casi conosciuti, sono solo quattro le famiglie note che ne soffrono - hanno anche meno ghiandole sudoripare (ma senza alcuni effetti sulla salute). 

Le impronte digitali si formano completamente entro le ventiquattro settimane successive alla fecondazione, ma i ricercatori non conoscono i fattori che ne controllano lo sviluppo. Per scoprirlo, Sprecher e la sua equipe hanno condotto un’analisi genetica sui membri di una famiglia svizzera, nove dei quali privi di impronte digitali. Comparando i diversi profili genetici, i ricercatori hanno così scoperto che chi soffriva di adermatoglifia aveva, nel Dna delle cellule della pelle, un minor numero di copie del gene SMARCAD1.

Il gene in questione può esistere in forme leggermente differenti, ognuna delle quali è espressa in una parte diversa dell’organismo. Ebbene, secondo i risultati dello studio quella attiva nella pelle (leggermente più corta delle altre) regola appunto la formazione delle impronte digitali durante lo sviluppo del feto. Capire come questo avvenga sarà il prossimo obiettivo di Sprecher e il suo gruppo di ricerca.

Riferimenti: The American Journal of Human Genetics doi:10.1016/j.ajhg.2011.07.004 - via Galileonet.it

 
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