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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

"Il curriculum di Mario Monti è di alto profilo. Spero vivamente che possa traghettarci fuori da questa crisi". Gustavo Raffi, Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia, la principale loggia massonica, con una intervista ad Affaritaliani.it appoggia il nuovo governo. E sull'esecutivo Berlusconi ha un giudizio poco lusinghiero: "Quando sento dire da Tremonti che con la cultura non si campa... c'è qualche cosa di sbagliato". Un buon punto di partenza è il ritorno alla meritocrazia: "Se vado a vedere le teste pensanti che erano presenti in tutti i partiti del primo Parlamento e poi vado a vedere quelle di oggi... l'Aula non può essere il rifugio di quelli che non possono fare altro".

Come valuta la lettera aperta a firma del Venerabile Maestro  Gioele Magaldi, leader del Grande oriente democratico (corrente eterodossa del Grande oriente d'Italia) che fa le congratulazioni al "fratello Mario Monti"?
"Sono convinto che certi personaggi si sveglino la mattina in cerca di notorietà. Non bisogna dare corda a questo individuo, che tra l'altro è stato espulso dal Grande Oriente. Cui prodest? Solo a Magaldi che è in cerca di visibilità. Come diceva Troisi: non ci resta che piangere".

raffi massoneria
 

CHE COS'E' "IL GRANDE ORIENTE D'ITALIA"

"La Massoneria del Grande Oriente d'Italia di Palazzo Giustiniani è un Ordine iniziatico i cui membri operano per l'elevazione morale e spirituale dell'uomo e dell'umana famiglia.

La natura della Massoneria e delle sue istituzioni è umanitaria, filosofica e morale. Essa lascia a ciascuno dei suoi membri la scelta e la responsabilità delle proprie opinioni religiose, ma nessuno può essere ammesso in Massoneria se prima non abbia dichiarato esplicitamente di credere nell'Essere Supremo.

La Massoneria non è una religione né intende sostituirne alcuna: non pratica riti religiosi, non valuta le credenze religiose, non si occupa di nessun tema teologico, non consente ai propri membri di discutere in Loggia in materia di religione. La Massoneria lavora con propri metodi, mediante l'uso di Rituali e di simboli coi quali esprime ed interpreta i princìpi, gli ideali, le aspirazioni, le idee, i propositi della propria essenza iniziatica.

Essa stimola la tolleranza, pratica la giustizia, aiuta i bisognosi, promuove l'amore per il prossimo e cerca tutto ciò che unisce fra loro gli uomini ed i popoli per meglio contribuire alla realizzazione della fratellanza universale. La Massoneria afferma l'alto valore della singola persona umana e riconosce ad ogni uomo il diritto di contribuire autonomamente alla ricerca della Verità.

Essa inizia soltanto uomini di buoni costumi, senza distinzione di razza o di ceto sociale. I Lavori di Loggia sono di natura strettamente riservata, ma non segreta. Il Massone è tenuto ad osservare scrupolosamente la Carta Costituzionale dello Stato nel quale risiede o che lo ospita e le leggi che ad essa si ispirino. La Massoneria non permette ad alcuno dei suoi membri di partecipare o anche semplicemente di sostenere od incoraggiare qualsiasi azione che possa turbare la pace e l'ordine liberamente e democraticamente costituito della società.

I Massoni hanno stima, rispetto e considerazione per le donne. Tuttavia, essendo la Massoneria l'erede della Tradizione Muratoria operativa, non le ammette nell'Ordine. Ogni membro, al fine di rendere sacri i propri impegni, deve aver prestato Solenne Promessa sul Libro della Legge da esso ritenuta Sacra.

Che cosa ne pensa di Mario Monti?
"Il curriculum è di alto profilo. Spero vivamente che possa traghettarci fuori da questa crisi. Certo poi un governo va valutato sulla base delle opere che riesce a realizzare".

E' la persona di cui oggi l'Italia ha bisogno?
"Questo lo sapremo solo dopo che avremo visto i fatti. La massoneria non si occupa di politica del quotidiano. Si occupa dei grandi valori, dei grandi temi".

Ci spieghi meglio...
"Ancora ai tempi della Grecia antica un tale Aristotele disse che l'uomo è un 'animale politico', ma non certo perché è iscritto a qualche partito o perché ha una tessera. Semplicemente perché vive nella polis, nella società e quindi si fa carico dei problemi che riguardano la dignità e la libertà della persona. I grandi problemi della società erano i suoi problemi e sono quelli della massoneria".

In quest'ottica come valuta il governo Berlusconi?
"Beh, quando sento dire, da Tremonti, un ex ministro dello scorso governo, che con la cultura non si campa. Questo è una offesa, una violenza. Se non hai un ancoraggio ideologico, se non hai un sogno come puoi vivere. Da vecchio mazziniano dico che il problema è sempre l'educazione. Quando a Mazzini gli chiesero che cosa fosse la Repubblica lui disse che 'è una idea, non è una forza di governo o di partito che vince o che perde, è un progetto di educazione morale'".

Affaritaliani.it ha lanciato il "Forum della meritocrazia", un evento che ha lo scopo di riportare il merito come valore nella società. L'Italia ha bisogno di meritocrazia?
"Assolutamente sì. E' un concetto che condivido. Anche se la meritocrazia significa anche la capacità di sapersi elevare, non solo di fare carriera in una azienda o in una professione. E' qualcosa di più ampio".

Secondo lei in politica ci sono troppo persone che non hanno i requisiti per sedere in Parlamento?
"Se considero la composizione del primo Parlamento e vado a vedere le teste pensanti che erano presenti in tutti i partiti e poi vedo quelle di oggi... Il Parlamento non può essere il rifugio di quelli che non possono fare altro. Lei sa chi era Alfredo Baccarini?".

No, devo ammetterlo, non lo conosco.
"Alfredo Baccarini è stato il più grande ministro dei Lavori pubblici che l'Italia abbia mai avuto. Era un uomo che quando il governo non manteneva il programma si dimetteva. E quando morì un giornale francese scrisse:  'E' morto povero, il più grande encomio che si possa fare ad un uomo politico'".

Fonte: affaritaliani.libero.it

 

D'ora in poi fate attenzione quando raccontate una balla. Una telecamera nascosta potrebbe riprendere il vostro viso e sbugiardarvi in flagrante. È quanto promette la versione più evoluta dei cosiddetti lie detector o macchine della verità. Niente elettrodi, cavi e sofisticati scanner cerebrali, stavolta. Solo un occhio hi-tech programmato per leggere oltre quello che dicono le parole. Si tratta, nella fattispecie, di una videocamera termica che, inquadrando l'intervistato, può rivelare con buon grado d'accuratezza se questi è sincero oppure sta mentendo. I primi test su una quarantina di volontari hanno avuto un successo del 70%, più o meno come il vecchio poligrafo, il capostipite di tutte le macchine della verità. L'obiettivo dei ricercatori è arrivare entro la fine dell'anno a sperimentare la telecamera in un aeroporto inglese dove potrebbe smascherare sospetti terroristi.

Il dispositivo, messo a punto da Hassan Ugail direttore del Centre for Visual Computing della Bradford University, con i colleghi dell'ateneo di Aberystwyth e la britannica Border Agency, è dotato di sensori infrarossi che misurano le impercettibili variazioni di temperatura sul viso, in particolare nella zona intorno agli occhi e sulle guance. Sente la vampata di calore, ma anche i singoli capillari che si dilatano sotto pelle per la paura di esser scoperti, persino quando la persona resta apparentemente imperturbabile dinanzi al suo interlocutore. Al termometro delle emozioni i ricercatori hanno abbinato un sistema di elaborazione delle espressioni facciali frame-by-frame, capace di cogliere i movimenti del viso che tradirebbero anche l'impostore più disinvolto. Un sussulto degli occhi, il naso che s'arriccia, un fremito delle labbra, un respiro più corto, la fronte che si corruga involontariamente, la pupilla che s'allarga. Se comincia a ricordarvi un po' troppo la serie televisiva americana Lie to me, c'è un perché: il software di analisi mimica, Facial Action Units (Facs), è stato ideato da Paul Ekman, lo psicologo dell'Università della California che con i suoi studi sulle espressioni delle bugie, ha ispirato la figura del dottor Cal Lightman della fiction (di cui è stato consulente scientifico). La combinazione delle due tecniche, secondo Ugail, aumenta la precisione delle sole immagini termografiche, che altrimenti rischierebbero di prendere troppi granchi negli aeroporti e aumentare più il caos che la sicurezza (come mette in guardia questo articolo su Law and Human Behavior).

Il fatto è che nella realtà stanare chi mente non è per niente facile come sembra nella fortunata serie tv. “ Numerosi movimenti facciali indiziari non permettono di discriminare in modo attendibile la menzogna da altre emozioni”, osserva Giuseppe Sartori, docente di neuroscienze cognitive all'università di Padova.

Dal primo poligrafo, sviluppato nel 1921 in poi, tutte le tecnologie per stanare chi inganna si basano sullo stesso assunto. Mentire è uno stress. E lo stress si traduce in una serie di reazioni fisiologiche, come l'aumento del battito, della pressione sanguigna o della sudorazione, registrabili da una macchina collegata all'organismo. Cambiano persino le onde cerebrali (pochi millisecondi dopo la domanda a cui si risponderà il falso, l'elettroencefalogramma registra onde P300). “ Le risposte fisiologiche alle bugie sono però comuni ad altre emozioni, come l'ansia, il nervosismo, l'insicurezza”, prosegue Sartori. “ Si può arrossire perché si sta mentendo, ma anche perché si è innocenti e si ha paura di non esser creduti”. Non ci sono sufficienti evidenze scientifiche, come indica questa poderosa revisione della National Academy of Sciences sui poligrafi, che i parametri fisiologici delle menzogne siano univoci. “ Peraltro, anche la personalità conta moltissimo”, osserva Serena Mastroberardino, ricercatore in ambito forense e in neuroscienze cognitive presso la Fondazione Santa Lucia di Roma e membro esperto dell’ Associazione italiana di psicologia giuridica.

La tecnica del Thermal Facial Lie Detection non è tra le più precise disponibili, e va affinata. Tuttavia presenta dei vantaggi. “ Il soggetto potrebbe essere esaminato a sua insaputa mentre risponde alle domande della polizia”, dice Sartori: “ I tempi richiesti sono nettamente inferiori rispetto agli altri macchinari. Soprattutto non serve la sua collaborazione. In fondo vale come filtro per i sospetti, e a tal scopo è più interessante la semplicità e la non intrusività, anziché l'accuratezza”.

C'è anche un altro fattore di cui tener conto: il potere deterrente. Nel Regno Unito le compagnie assicurative che hanno adottato la tecnologia di voice risk analysis per registrare l'attendibilità delle denunce telefoniche dei sinistri automobilistici hanno visto crollare del 60% le richieste di risarcimento danni. Non perché il sistema sia infallibile, ma perché i truffatori ci pensano due volte prima di rischiare di mettersi nei guai.

Attualmente la ricerca sulle macchine della verità è in grande fermento, anche se nessuna raggiunge un'affidabilità del 100 per cento. Una delle tecnologie su cui si punta di più è la risonanza magnetica funzionale (fMRI), strumento per visualizzare l'attività cerebrale. I ricercatori hanno scoperto che le risposte vere accendono nel cervello aree diverse dalle risposte menzognere. Nel 2009, la fMRI ha fatto, per la prima volta il suo ingresso in un'aula di tribunale statunitense, tra mille polemiche. Un altro strumento è il già citato elettroencefalogramma, o Brain Fingerprinting, che punta a misurare le onde cerebrali per valutare se l'interrogato conserva l'impronta di un ricordo legato a un determinato crimine.

“ Tutte queste tecniche necessitano di ulteriore perfezionamento prima di poter essere utilizzate fuori dal laboratorio”, sottolinea Mastroberardino. Se è vero che con soggetti collaborativi e in un contesto controllato, i test raggiungono una precisione del 90%, nella vita reale le stesse macchine possono essere deliberatamente ingannate dall'intervistato (si può leggere a questo proposito l'ebook The Lie Behind The Lie Detectors).

Meno facile da raggirare la macchina della verità, inventata da Anthony Greenwald dell'Università di Washington, Iat (Implicit Association Test). “Sarebbe più corretto chiamarla macchina della memoria, spiega Sartori che nel suo laboratorio ha affinato la tecnica. “ È un test puramente cognitivo: si basa sui tempi di reazione alle risposte, cronometrate al millisecondo. Le risposte a memorie false sono vistosamente rallentate rispetto a quelle vere, perché richiedono uno sforzo cerebrale maggiore. È più difficile mentire che dire la verità, come guidare a gambe incrociate”. Al test della macchina della memoria è stata sottoposta anche Annamaria Franzoni per il delitto di Cogne ed è emerso che la signora Franzoni non simulerebbe (il che non significa che non sia colpevole). Nelle scorse settimane, il dispositivo è finito sotto i riflettori per aver contribuito a stabilire la diagnosi di vizio parziale di mente di Stefania Albertani, condannata a 20 anni anziché all'ergastolo dal tribunale di Como per aver ucciso la sorella e tentato di dar fuoco alla madre (il caso è finito anche sulla rivista Nature).

“ Per il momento, nei tribunali le prove delle macchine della verità non sono ritenute attendibili”, puntualizza Mastroberardino: “ Ovviamente, quando queste tecnologie saranno evolute si porranno altre questioni di tipo etico e legislativo”. Perché le applicazioni sarebbero potenzialmente infinite. E non tutte positive. Potrebbero individuare i colpevoli di reati e scagionare gli innocenti, prevenire atti terroristici, evitare frodi assicurative o il doping sportivo. “ Ma se fossero messe a disposizione di tutti, potrebbero essere utilizzate come criterio di assunzione nella selezione del personale, con domande sulla vita privata e intima del soggetto”. Non solo: smetteremmo di essere liberi di mentire. “ La menzogna ad alcuni livelli è necessaria per la convivenza tra gli uomini, pensiamo a quante volte mentiamo per non ferire qualcuno”, osserva l'esperta. “ Se tali macchinari venissero commercializzati saremmo costretti a essere sempre sinceri?”.

Fonte: wired.it

 

Se le temperature dell’aria smettono di salire, o lo fanno più lentamente di quanto ci aspetteremmo, non è perché sono cessate le emissioni di gas serra e la Terra ha smesso di scaldarsi. È solo che il nostro pianeta nasconderebbe, si fa per dire, parte del calore prodotto. Dove? Negli oceani, a circa 300 metri sotto la superficie delle acque, lì dove difficilmente può essere rintracciato o misurato. Un rifugio temporaneo, dal quale è comunque destinato a riemergere, prima o poi, per dare il suo contributo al riscaldamento globale. A sostenerlo è un gruppo di ricercatori australiani e statunitensi guidati da Gerald Meehl del National Center for Atmospheric Research (Ncar), in Colorado.

Lo studio, pubblicato su  Nature Climate Change, parte da una domanda: che fine ha fatto il cosiddetto calore mancante, ovvero quella quota la cui assenza ha consentito alla Terra di non surriscaldarsi troppo nonostante l’aumento delle emissioni di gas serra negli ultimi dieci anni? A suggerire un possibile nascondiglio per questo surplus erano stati, lo scorso anno, due degli autori del nuovo studio, Kevin Trenberth e John Fasullo del Ncar, secondo i quali il rifugio del calore sarebbero proprio le acque profonde degli oceani.

Per dimostrare la consistenza di questa loro ipotesi, gli scienziati hanno ora ricostruito l’andamento delle temperature su scala globale tenendo conto delle future emissioni di gas serra e considerando le interazioni tra ghiacci, acque, suolo e atmosfera tramite alcune simulazioni al computer. I ricercatori hanno così scoperto che tra il 2000 e il 2100 le temperature dovrebbero aumentare di circa 1,4°C, ma non in maniera lineare. Secondo le stime realizzate dalle simulazioni, infatti, in questo arco di tempo la Terra potrebbe sperimentare dei periodi di pausa (rallentamento o addirittura arresto nell’innalzamento delle temperature), in cui il riscaldamento globale sarebbe in un certo senso mascherato. Degli  intervalli, insomma, in cui il calore non si tradurrebbe in un aumento delle temperature globali, ma rimarrebbe imprigionato negli oceani, riscaldando di circa il 18% le acque sotto i 300 metri, confermando così le teorie di Trenberth e Fasullo. Quanto dovrebbero durare queste pause? “Circa una decina di anni prima che il calore riemerga in superficie” , ha dichiarato al New York Times Gerald Meehl.

Secondo i ricercatori sarebbero proprio le zone più nascoste a intrappolare calore, mentre le acque più superficiali subirebbero un aumento delle temperature negli intervalli tra queste pause.

Fonte: daily.wired.it - Credit per la foto: Getty

 

Nel 2010 aveva scosso il mondo sintetizzando la prima cellula dal genoma artificiale. Oggi, lo scienziato e businessman Craig Venter torna a far notizia sulle pagine di Nature Biotechnology. Il suo team ha infatti pubblicato uno studio in collaborazione con l' università di San Diego (Ucsd) in cui propone un metodo innovativo per sequenziare il dna fantasma dei microrganismi che sfuggono ai normali strumenti di indagine scientifica.

La nuova tecnica, la Multiple Displacement Amplification (Mda), promette di identificare e sequenziare il 90% dei geni appartenenti a tutti quei batteri che non possono essere studiati comunemente nei centri di ricerca. E non stiamo parlando solo di qualche bacillo stravagante: secondo alcune stime, il 99,9% dei microrganismi esistenti al mondo sono difficili da maneggiare. Si tratta per la maggior parte di batteri che abitano nicchie ecologiche molto particolari, come i fondali marini, i laghi sulfurei e lo stomaco umano, e sopravvivono solo all'interno dei substrati originali. Questo significa che i ricercatori non hanno la possibilità di far crescere delle colonie abbastanza grandi da estrarne dei campioni per le analisi di sequenziamento del dna.

Il metodo Mda entra in gioco proprio con l'idea di bypassare questo problema e permettere agli scienziati di leggere il genoma fantasma  dei batteri senza doverli coltivare. Il principio alla base di questa tecnica, ideata nel 2005 dal biologo molecolare Roger Lasken, prevede infatti di completare il sequenziamento del dna partendo anche da una singola cellula. In pratica, l'Mda amplifica piccoli frammenti del genoma fino a riprodurne miliardi di copie.

Ma in questo tipo di analisi, la quantità non è tutto: per fare un buon sequenziamento del genoma ci vuole, soprattutto, materiale biologico di qualità. Purtroppo, i prodotti di amplificazione ottenuti con l'Mda non sono sempre molto affidabili. Spesso i frammenti amplificati contengono molti errori, o si replicano in proporzioni diseguali, lasciando interi buchi nella sequenza dei geni. Il team di Venter si è allora rivolto a Pavel Pevzner, un bioinformatico della Ucsd che ha brillantemente risolto il problema: ha sviluppato un algoritmo capace di selezionare la migliore combinazione di frammenti del dna e assicurare dei risultati sorprendenti.

Fatto sta che gli scienziati hanno subito testato la tecnica Mda su un Deltaproteobacterium (conosciuto come SAR324), un microrganismo oceanico di cui nessuno era mai riuscito a sequenziare il genoma. L'esperimento è andato a buon fine, svelando ai ricercatori buona parte dei geni che il batterio sfrutta per sopravvivere nel suo ambiente. Il prossimo passo sarà quello di studiare altri organismi sconosciuti, ma che promettono di essere molto interessanti, come quelli che abitano l’interno del nostro corpo.

Fonte: wired.it

 

Per anni, è sembrato impossibile persino definire che cosa fosse esattamente, la coscienza. Figurarsi misurarla con un macchinario. Grazie agli studi di Giulio Tononi, neuroscienziato trentino da anni all'Università del Wisconsin (Usa), e Marcello Massimini, dell'Università di Milano, il mistero dei misteri inizia a essere decifrato. I ricercatori hanno sviluppato un macchinario che permette di registrare il grado di coscienza di una persona. Una sorta di coscienziometro che segna valori prossimi allo zero nei casi di assenza o di minima coscienza, durante il sonno, l'anestesia totale o alcuni casi di coma, fino a valori del 100 per cento, quando siamo svegli, vigili e dotati della piena capacità di pensiero.

“ Abbiamo sottoposto una serie di pazienti a stimolazione magnetica transcranica, uno strumento che induce brevi correnti elettriche nella corteccia cerebrale, e abbiamo analizzato le risposte neuronali con elettroencefalografia ad alta definizione”, ci spiega Tononi, che ha presentato i suoi studi a Venezia, nel corso del convegno della Fondazione Veronesi The Future of Science dedicato quest'anno proprio alle meraviglie della mente. “ Quando una persona è cosciente, il suo cervello reagisce agli stimoli con numerosi stati di attivazione dei neuroni che propagano l'informazione da una parte all'altra della corteccia cerebrale in poche frazioni di secondo. Abbiamo ripetuto l'esperimento mezz'ora dopo che il soggetto si è addormentato e abbiamo osservato che lo stesso stimolo produce un effetto completamente diverso" . Continua Tononi: " Nonostante la corteccia sia ancora attiva, la comunicazione tra i neuroni è assente. È stata la dimostrazione sperimentale che nel sonno senza sogni c'è una disintegrazione della risposta della coscienza, mentre nella fase del sonno Rem si ritorna a valori alti, simili a quelli della veglia”.

Il coscienziometro sviluppata da Tononi e i suoi colleghi si basa sulla cosiddetta teoria dell'informazione integrata che permette di spiegare cos'è la coscienza. “ Ovvero, - esplicita Tononi -  quella cosa che svanisce ogni sera quando cadiamo in un sonno senza sogni, riaffiora nei sogni e si ripresenta appieno al mattino quando ci svegliamo. La coscienza è sinonimo di esperienza, è la capacità di pensare, di vedere il mondo, le luci, le forme e i colori, di sentire i suoni, di provare gioia e sofferenza, è l'essenza di tutto ciò che siamo”. Qualcosa che nessun computer, per quanto sofisticato, può provare.

A brain floating in a liquid-filled glass jar. Yellowing of the handwritten labels on the jar give the object an antique appearance.

Cervello di uno scimpanzé

Secondo la teoria dell'informazione integrata, la coscienza non ha una sede ben precisa. “ Sappiamo però che certe strutture cerebrali sono fondamentali per la coscienza e altre no. Il cervelletto ha circa 50 miliardi di neuroni, molti di più dei circa 20 miliardi della corteccia cerebrale. Eppure, bloccando il cervelletto, si preserva la coscienza, mentre alterando la corteccia no”.

La chiave della coscienza sta quindi tutta qui: nell'intricatissimo groviglio di neuroni della corteccia, nell'enorme quantità di informazioni che questa recepisce e nel modo in cui queste sono elaborate e integrate tra loro. “ La coscienza si materializza nella comunicazione tra le diverse aree della corteccia cerebrale. Coincide, cioè, con la capacità del sistema di scambiare informazioni”, specifica Tononi.

Gli studi di Tononi aprono per la prima volta prospettive nuove e affascinanti. Sarà possibile indagare il cervello di malati di Alzheimer in stadio avanzato, scrutare cosa realmente percepisce un paziente in coma o in stato vegetativo e rispondere a grandi interrogativi rimasti finora senza risposta. Per esempio, c'è coscienza nei feti? E negli animali? Sarà possibile avere una macchina cosciente? Presto lo scopriremo.

Fonte: daily.wired.it - Licenza Creative Commons

 

Tra i milioni di malware che girano online, ve ne è uno che non solo potrebbe danneggiare il computer, ma l’intera Rete. Si Chiama Conficker, è capace di aggiornarsi da solo e di sfruttare le risorse del computer senza il nostro permesso. E ha già infettato 12 milioni di terminali.

“ Conficker può entrare nel sistema operativo del computer, prendendone completamente il controllo, e creare così una rete di moltissimi computer che lavorano come uno solo”. Le parole sono dello scrittore Mark Bowden, intervistato questa settimana durante il programma radiofonico Fresh air, in onda sulle frequenze della National Public Radio statunitense, e autore del libro Worm: The First Digital World War. Libro che lancia un vero e proprio allarme.

Il worm, criptato, plasma infatti un botnet, una rete di computer (che in gergo si chiamano appunto bot, o più didascalicamente, zombie) collegati a Internet e controllati da un'unica macchina, il botmaster. L’epidemia è cominciata nell'ottobre 2008, ma chi vi sia dietro è ancora un mistero, tanto che Microsoft ha messo una taglia sul responsabile (o sui responsabili) di addirittura 250mila dollari.

Quel che è certo è che con una potenza informatica di questa portata si può fare quasi tutto: come spiega lo scrittore nel suo libro (e come riporta anche Npr), è possibile non solo rubare password di account e conti online, ma anche controllare banche, sistemi di telefonia, traffico aereo. Ma, soprattutto, un botnet così ampio può agire su Internet: può spegnere la Rete in larghe porzioni del pianeta, se non addirittura ovunque. Un interruttore che potrebbe tornare utile a qualcuno in tempi di rivolte e guerre civili, come è successo recentemente nel Nord Africa.

Una vera e propria arma dunque, potente ma ancora mai usata. “ Con uno strumento del genere, formato da migliaia di computer che lavorano all'unisono, non c'è sistema di sicurezza commerciale che non possa essere crackato”, ha aggiunto Bowden: “ Ma dire che la creazione stessa di un botnet sia un'attività criminale è azzardato: è come dire che un trapano è un'arma perché potrebbe essere usato per una rapina in banca. Non è lo strumento in sé ad essere pericoloso, ma l'uso che se ne fa”.

Dopo la sua scoperta nel 2008, si è comunque creato un gruppo di esperti di sicurezza - volontari che si fanno chiamare Conficker Working Group - impegnato a studiare come funziona il worm e a mettere in piedi un programma di contro attacco, viste le conseguenze che il suo uso potrebbe avere.

Ma perché non sono i governi e le istituzioni ad occuparsi del problema? Perché sembra, riferisce questo gruppo di esperti, che al loro interno non vi sia alcuno capace di comprendere cosa questo virus potrebbe fare.

“ I volontari hanno provato anche a contattare la National Security Agency (Nsa) statunitense e il Pentagono, per capire se queste istituzioni erano disposte a prestare i loro computer per la causa”, ha spiegato lo scrittore alla radio.

" Ma quello che hanno scoperto è che all'interno del governo nessuno capiva cosa stesse succedendo: il livello di cyberintelligenza era bassissimo, anche in quelle agenzie che dovrebbero essere in grado di proteggerci. Ma non solo sono incapaci di occuparsi di Conficker, ma addirittura hanno difficoltà a capire cosa sia”.

Per fortuna, il creatore del worm non sembrerebbe, per ora, volerlo usare come arma; forse il suo scopo criminale è solo quello di fare soldi. Ma il gruppo di esperti mette in guardia: Conficker potrebbe essere usato in qualsiasi momento in maniera distruttiva, soprattutto perché ogni giorno infetta nuovi computer, compresi quelli di Fbi, lo stesso Pentagono e grandi organizzazioni.

E pensare che Microsoft aveva rilasciato, già nel mese in cui il virus apparve per la prima volta, un aggiornamento capace di proteggere qualsiasi computer dal malware. Una soluzione facile. Se solo i responsabili della sicurezza informatica delle agenzie che dovrebbero proteggerci sapessero usarla.

Fonte: daily.wired.it

 

Georges Nagelmackers (1845-1905) aveva pensato a tutto. Fondando la  Compagnie Internationaledes Wagons-Lits aveva fatto molto di più di  George Pullman, l’uomo cui aveva scippato l’idea delle  sleeper cars: il giorno di inaugurazione del suo  Orient Express, il  4 ottobre 1883, Nagelmackers aveva chiamato a Parigi una folla di giornalisti, da ospitare a bordo del suo treno delle meraviglie. E aveva completato la sua strategia pubblicitaria affiancando l’immagine dei suoi vagoni luccicanti alle malconce carrozze di Pullman. Il nome  Orient Express, fu, in effetti, proprio una trovata dei giornalisti.

A cena Sosta in Bulgaria Salottini da Orient Express Lusso sulle rotaie Gli anni Cinquanta dell'Orient Express

Qualche anno dopo, Nagelmackers avrebbe fatto dimenticare del tutto la paternità dell’idea delle  cuccette di lusso, facendo costruire a  Istanbul, tappa finale del suo Wagons-Lits, il  Pera Palas, l’hotel dove i passeggeri dell’esclusivo treno potevano riposare una volta giunti a destinazione. Lì, nella camera 411, la stessa  Agatha Christie avrebbe scritto buona parte del suo  Assassinio sull’Orient Express.

All’inizio, in realtà, la Parigi-Istanbul non era interamente su rotaie. Dopo aver toccato Monaco e Vienna, i facoltosi passeggeri del  “re dei treni e del treno dei re” lasciavano il comfort delle loro cuccette ai confini della Romania, dove salivano su un traghetto per raggiungere la sponda destra del Danubio, in Bulgaria. Poi di nuovo sulle rotaie, ma solo fino a Varna. Per arrivare nell’ Estremo Oriente, bisognava infatti scendere di nuovo e oltrepassare il Mar Nero con la nave.

L’intera tratta a rotaie venne completata nel 1889 - come era nei sogni di  Nagelmackers che  immaginava  “un treno che attraversasse un continente correndo su un unico nastro di metallo per più di 1.500 miglia”. Anche allora, il viaggio durava circa 80 ore. Da passare, però, tra lenzuola di seta, tappeti orientali, salottini di pelle, rifiniture in legno e le prelibatezze degli chef del vagone ristorante: per i passeggeri dell’ Orient Express,  tutti accomodati nelle loro camere con bagno privato, la vera fatica era forse quella di scendere dal treno.

Sembra che il viaggio fosse così piacevole da attrarre anche chi al lusso e alla vita sfarzosa doveva essere abituato, come le teste coronate di  Ferdinando di Bulgaria e lo zar  Nicola II, oltre che personaggi enigmatici come l’affascinante spia  Mata Hari.

La storia dell’Orient Express continuò tra alti e bassi (nelle due guerre mondiali), spesso con nomi e tratte diverse dall’originale (si ricordano infatti il Nostalgic Orient Express, il Simplon Orient Expresse e il Direct Orient Express), e abbassando gli standard, fino al 1977, quando corse l’ultima Parigi-Istanbul. Solo nel 2009, comunque, l’originale treno di  Nagelmackers compì il suo ultimo viaggio: era il  469 Orient-Express, nella tratta tra Strasburgo e Vienna.

Fine della storia? Non proprio: per i nostalgici o i curiosi c’è il  Venice-Simplon Orient Express, un treno decisamente in  vecchio stile.

Fonte: wired.it

 

Le prime pagine dei giornali aprono con la notizia di una sentenza epocale: la Corte d’Assise di Perugia ha assolto Amanda Knox e Raffaele Sollecito dall’accusa di omicidio di Meredith Kercher, la studentessa inglese trovata morta nel 2007 nel suo appartamento di Perugia, dove si trovava per un soggiorno studio. La sentenza ribalta il verdetto di primo grado del 2009, che aveva condannato i due giovani rispettivamente a 26 e 25 anni di carcere, ed è stata emessa con una motivazione ben precisa: le prove di colpevolezza non sono affidabili.

I legali della famiglia di Meredith hanno basato l’ accusa su prove biologiche: frammenti di dna su un coltello ritrovato nella cucina di Sollecito e su un gancio strappato dal reggiseno che indossava Meredith. Dai test di laboratorio emerse che il dna isolato dalla lama del coltello combaciava con quello della ragazza uccisa, mentre quello prelevato dal manico apparteneva alla Knox. D’altra parte, dalle analisi venne fuori che il dna ritrovato sul fermaglio del reggiseno di Meredith era quello di Sollecito. Prove schiaccianti (almeno così sembrava) con cui l’accusa aveva chiesto, e ottenuto, l'incarcerazione dei due ragazzi.

Dal canto suo, la difesa ha sempre sostenuto l’ inaffidabilità dei test di dna che avevano portato alla condanna in primo grado dei suoi assistiti. Per prima cosa, gli avvocati della Knox e di Sollecito sostenevano che la quantità di dna ritrovato sul coltello e sul reggiseno fosse  troppo poca per permettere un’analisi accurata. Secondo, avanzavano timori di contaminazioni. In altre parole, la difesa aveva sostenuto che il dna isolato dal coltello e dal reggiseno fosse stato contaminato da materiale genetico estraneo (per esempio quello degli agenti che avevano raccolto e maneggiato le presunte prove del delitto).

Per analizzare il materiale genetico ritrovato sulla scena di un crimine, si usa un metodo standard: il dna viene amplificato (cioè se ne fanno più copie) ed esaminato con elettroforesi. Si ottiene così un grafico costituito da una serie di picchi, la cui altezza permette di determinare quanti frammenti di un certo tipo di dna sono presenti nel campione analizzato. Insieme, questi picchi costituiscono un’ impronta genetica unica per ciascun individuo. Per scongiurare il rischio che qualche picco venga fuori da dna estraneo, la maggior parte dei laboratori statunitensi non prende in considerazione quelli al di sotto di un certo standard, chiamato soglia di unità di fluorescenza (Rfu), pari a 50. “ Ma la maggior parte dei picchi usciti fuori dall’analisi del dna ritrovato sul coltello era sotto la soglia di 50”, ha detto Greg Hampikian, un ricercatore della Boise State University, in Usa.

Hampikian fu uno degli esperti forensi che, nel 2009, firmò una lettera aperta contro la condanna della Knox e di Sollecito, sostenendo appunto che le prove non erano sufficienti a stabilire il coinvolgimento dei due ragazzi.

Come scritto nella lettera, se c’è sospetto di contaminazioni, l’analisi del campione di dna deve essere ripetuta, cosa che non è mai stata fatta. Inoltre, un test chimico condotto per rilevare la presenza di sangue sul coltello ha dato esito negativo. Ma se non ci sono globuli rossi, dicono gli esperti, come è possibile che ci siano altre cellule da cui estrarre sufficiente dna da analizzare? Anche le prove del reggiseno sembrano inconcludenti, dal momento che le impronte genetiche impresse sono un mix di dna di diverse persone, e Sollecito può aver lasciato il proprio in modi del tutto innocenti. Infine, il dna della Knox e di Sollecito non è stato trovato da nessuna altra parte (né vestiti né mobili), mentre quello di Rudy Guede è stato trovato ovunque. E infatti, l’ivoriano è l’unico a rimanere in carcere con una condanna di 16 anni per concorso in omicidio. Per ora.

Ma i dubbi restano. “ La sentenza, dal punto di vista scientifico, non ha alcun senso. Il dna c’è ed è inequivocabile. C’è da capire perché è lì, chi ce l’ha messo, ma non si può dire che non sia sufficiente’, spiega a Wired.it Giuseppe Novelli, genetista e preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Tor Vergata di Roma e consulente per la Procura. Novelli ha fatto tre ricorsi alla Corte. Il primo trattava la supposta contaminazione del dna: “ La polizia aveva dimostrato che i campioni non sono inquinati e la Corte ha dovuto accettare il ricorso. Ora l’hanno buttata sulla quantità, ma lo standard di cui parlano anche gli americani, di 50 Rfu, non ha senso. Basti pensare che il Ris di Roma usa come limite 35 Rfu. Non si può buttare via una prova solo per una questione di quantità, se la qualità c’è. In ogni caso, se anche volessimo escludere il coltello, come la mettiamo con il fermaglio, dove la soglia viene superata?”.

Gli altri due ricorsi, respinti, riguardavano un’altra traccia sul coltello, non analizzata perché ritenuta troppo piccola, e l’analisi biostatistica sul profilo del dna, per stabilire quanto è probabile l’appartenenza. “ Anche nel caso della traccia non analizzata si è chiamata in causa la quantità, ma dire che è ‘troppo poca ’ ma non ha alcun senso. Prima la si analizzi, si veda di che si tratta, come è qualitativamente e poi si può discutere di quantità. Anche perché il ‘troppo poco ’ dipende dalla competenza e dalla bravura dell’operatore che esegue l’analisi", continua Novelli: " Se guardiamo i curricula, pubblici, dei periti scelti per il caso Knox, salta all’occhio che non sono esperti, tanto che non hanno pubblicazioni a riguardo. Quel che è poco per alcuni, non lo è per altri: esistono laboratori, in Italia e all’estero, in grado di analizzare questo dna, come esistono esperti che possono eseguire le analisi statistiche che non state fatte”.

Fonte: wired.it

 

L'enciclopedia libera si è messa il bavaglio. Da ieri sera non è più possibile consultare alcuna voce italiana di Wikipedia. Perché? Per protesta contro il ddl sulle intercettazioni, in discussione in Parlamento. Quando si cerca di accedere a una qualsiasi pagina, si viene indirizzati a un lungo comunicato che spiega le ragioni del blocco.

Anche la popolare enciclopedia rientrerebbe infatti nell'obbligo di rettifica entro 48 ore di un contenuto segnalato da una parte lesa, senza alcun intervento di un giudice ed evitando commenti, previsto dal ddl (maggiori dettagli sul disegno di legge li trovate sul blog del nostro Guido Scorza). Ecco cosa scrivono a Wikipedia:

" Quindi, in base al comma 29, chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata giornalistica online e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia, potrà arrogarsi il diritto -indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive - di chiedere l'introduzione di una 'rettifica ', volta a contraddire e smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti. [...]

 

" L'obbligo di pubblicare fra i nostri contenuti le smentite previste dal comma 29, senza poter addirittura entrare nel merito delle stesse e a prescindere da qualsiasi verifica, costituisce per Wikipedia una inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza: tale limitazione snatura i principi alla base dell'Enciclopedia libera e ne paralizza la modalità orizzontale di accesso e contributo, ponendo di fatto fine alla sua esistenza come l'abbiamo conosciuta fino a oggi". 

Intanto, in Parlamento si cercano di limitare (in parte) i danni, con un emendamento (da parte del deputato Pdl Roberto Cassinelli) che non cancella il dovere di rettificare, ma dà all'online più tempo - 10 giorni - per gestire il contenuto incriminato. Ma il problema della limitazione della libertà in Rete resta, come scrive il nostro blogger Alessandro Longo. E la protesta sul Web monta, considerando che la pagina Facebook Rivogliamo Wikipedia - No alla legge bavaglio in poche ore ha già guadagnato quasi 150mila fan.

Fonte: wired.it

 

Ma le approssimazioni non bastano: l'importante è quantificare i reali benefici apportati dai polmoni verdi che, oltre a immagazzinare l'anidride carbonica, agiscono come un grande tampone, in grado di assorbire parte delle polveri sottili inquinanti (Pm10) prodotte dalle attività umane. Ecco allora che a fare i calcoli arrivano i ricercatori della University of Southampton: il loro studio, pubblicato sulla rivista Landscape and Urban Planning, stima l'effetto che avrà un incremento del numero di piante sull'aria di Londra.

Detail-alberi londra

La strategia chiave per la qualità dell'aria consiste nel piantare soprattutto alberi sempreverdi che espongono le foglie durante tutto l'anno e raccolgono molti più inquinanti rispetto alle piante stagionali. Sfruttando il modello di calcolo Ufore (Urban Forest Effects Model), gli scienziati hanno calcolato che oggi gli alberi rimuovono ogni anno tra le 850 e le 2.100 tonnellate di Pm10 presenti su Londra. Sembra una quantità immensa, ma in realtà rappresenta solo tra lo 0,7 e l'1,4 per cento delle polveri sottili prodotte in città.

Successivamente, i ricercatori hanno ipotizzato diversi scenari di incremento del numero di alberi, che andranno a coprire il 30 per cento dell'area urbana londinese negli anni a venire (oggi occupano il 20 per cento). Analizzando l'impatto delle sempreverdi nelle aree più inquinate, gli scienziati hanno calcolato che la quantità di Pm10 sequestrata dalle foglie potrebbe crescere fino a 1.100 – 2.300 tonnellate l'anno entro il 2050. In pratica, verrebbe tolto dalla circolazione circa il 1,1 - 2,6 per cento del totale degli inquinanti.

Nonostante il lieve incremento nella percentuale di particolato rimosso, la presenza delle nuove piante potrebbe produrre maggiori effetti benefici in alcune aree chiave. “Le polveri sottili mettono a rischio la salute umana”, spiega Peter Freer-Smith, coautore dello studio e direttore scientifico della commissione nazionale Forest Research: “Possono aggravare i casi di asma, e per questo l'abbattimento del Pm10 può avere effetti importanti, soprattutto intorno alle scuole”.

Ovviamente gli alberi non possono essere l'unica soluzione all'inquinamento dell'aria. Per risolvere il problema è necessario adottare delle soluzioni a monte, che riducano la quantità di particelle pericolose immesse nell'atmosfera. Per adesso, il governo inglese ha comunque deciso di promuovere il piano di incremento delle aree verdi su scala nazionale. Si chiama Big Tree Plant: per partecipare basta piantare un albero e averne cura nel corso degli anni.

Riferimento: doi:10.1016/j.landurbplan.2011.07.003

 
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