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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Sono cinque milioni i twit passati al setaccio ogni giorno in un palazzo dell’ intelligence americana, in un luogo senza coordinate (note) della Virginia. Insieme ci sono anche i post pubblicati su Facebook, i titoli dei giornali e tutto quello che circola liberamente sul Web, spulciati dai “bibliotecari della vendetta”, come sono stati soprannominati gli addetti dell’ Open Source Center della Cia. Lo scopo? Scoprire che tempo fa in terra straniera, sondare gli umori, e magari cercare di intercettare in anticipo malcontenti e rivoluzioni, dopo quelli che hanno scosso il mondo arabo. A svelare le attività di veggenti dell’intelligence americana attraverso i social media è Associated Press, che è entrata nell’Open Source Center e secondo la quale nella palla di vetro della Cia ci sarebbero paesi come la Cina, il Pakistan e l’ Egitto.

“Dall’arabico al mandarino, da un twit arrabbiato a un blog riflessivo, gli analisti reperiscono informazioni, spesso nella loro lingua nativa”,  spiega Ap: “Poi (gli analisti, ndr) li confrontano con i giornali locali o con una conversazione al telefono intercettata clandestinamente. A partire da questo poi costruiscono un’istantanea voluta dai più alti livelli della Casa Bianca, dando per esempio un’occhiata in tempo reale all’umore di una regione subito dopo l’attacco dei Navy Seals che ha ucciso Osama bin Laden o forse elaborando una previsione di quale paese del Medio Oriente è sul punto di scoppiare in rivolta”.

Nata come misura antiterrorismo post 11 settembre, l’ Open Source Center si dedica al mondo dei social media soprattutto dallo scoppio della Rivoluzione Verde in Iran nel 2009 (dopo l’elezione di Mahmoud Ahmadinejad) . Gli uffici del centro si trovano in Virginia, in un luogo protetto dal segreto (in un “anonima zona industriale”), ma vanta sicuramente diverse filiali sparse nel mondo, nelle ambasciate statunitensi, in modo da trovarsi più vicino ai luoghi tenuti sott’occhio. A lavorarci hacker alla Lisbeth Salander (la protagonista della saga Millennium di Stieg Larsson) possibilmente multilingue, “che sanno come trovare cose che altre persone non sanno neanche esistere”, spiega  Doug Naquin, direttore del centro di intelligence.

Un esempio dell’attività dell’Open Source Center è quella che ha seguito l’uccisione di Bin Laden a maggio, in Pakistan. Registrando l’origine linguistica dei twit (non limitandosi quindi a mapparne l’origine geografica) l’Open Source Center ha osservato che la maggior parte dei cinguettii lasciati sul Web erano in urdu (dal Pakistan) e cinese. L’ umore degli utenti? Per lo più negativo, come forse c’era da attendersi. Infatti il raid, visto da Twitter, è stato percepito come una sorta di affronto alla sovranità del Pakistan.

Fonte: daily.wired.it

 

Internet è stata creata una volta, e può essere ricreata una seconda, anche meglio: una Rete parallela a quella esistente, indipendente, e a prova di censura e di controllo. Per ora si tratta solo di un’idea, anche perché non sembra di facile realizzazione. Il progetto però ha già un nome: The Darknet Project, abbreviato nell’acronimo Tdp.

Secondo quanto riporta Arstechnica, alcuni cyber attivisti si sono incontrati la scorsa settimana in una chat. Al momento il gruppo si coordina attraverso i social network su Reddit. L’obiettivo sembra proprio quello di creare una darknet (cioè una rete privata) globale. O, meglio, un insieme di darknet: una rete di network che funzionino indipendentemente gli uni dagli altri (e da internet), ma interconnessi in alcuni nodi. Evitare la centralizzazione è infatti una priorità: in questo modo, se un nodo o uno dei web venissero oscurati, il sistema resterebbe in piedi comunque.

"Fondamentalmente, lo scopo del Darknet Project è di creare un’internet alternativa, più libera, attraverso una rete mondiale di network”, ha sottolineato uno dei coordinatori di Tdp che si fa chiamare Wolfeater (divoratore di lupi). In che modo? Il primo passo sarà costruire delle reti locali e connetterle servendosi delle infrastrutture wireless già esistenti, finché delle nuove non saranno in grado di sostenere il sistema.

Il progetto è stato probabilmente ispirato dalla cosiddetta Operation Mesh lanciata dal gruppo Anonymous come risposta all’ Anti-Counterfeiting Trade Agreement (Acta), e che chiedeva un supporto per creare, appunto, un Web parallelo a quello esistente, magari utilizzando il software della rete anonima e criptata I2P e il protocollo Wrp del sito Batman.   Al momento, dietro al Tdp non sembra esservi un gruppo in grado di coordinarsi allo stesso livello di Anonymous per portare avanti in modo concreto il progetto, fa notare Una . Non è escluso, però, che qualcuno in ascolto sul Web, e con le conoscenze e le capacità tecniche necessarie, risponda alla chiamata.

Anche perché l’idea circola da un po’. Era già balenata persino al governo statunitense, tra l’altro - riportava il New York Times lo scorso giugno - con l’obiettivo si sostenere i dissidenti dei paesi sotto un regime di censura e repressione. Dall’altra parte, progetti di software open source sostenuti da organizzazioni non profit avevano già captato nell’aria la crescente richiesta di tecnologie per mettere in piedi delle darknet. Uno di questi è Freenet, che vorrebbe realizzare darknet sulle infrastrutture internet esistenti. Un altro è Serval, che mira a creare reti indipendenti usando gli smartphone: ha già sviluppato un software prototipo per Android e cerca volontari per testarlo.

Fonte: daily.wired.it

 

La datazione al radiocarbonio, nata quasi sessant’anni fa, ha rivoluzionato l’archeologia (ma non solo), perché ha permesso di stabilire l’età dei reperti di origine organica, come le ossa, il legno, la carta, i tessuti, ecc. Ora un team di ricercatori italiani dell’ Ino-Cnr di Firenze ha messo a punto una nuova tecnica dieci volte meno costosa dei metodi tradizionali e con un ingombro di cento volte inferiore.

Gli spettrometri di massa, usati generalmente per il calcolo della quantità residua di carbonio 14, sono infatti apparecchiature piuttosto imponenti e costose. Per analizzare accuratamente un reperto bisogna quindi chiedere l’aiuto ai grandi laboratori di fisica nucleare. La nuova strumentazione basata sulla luce laser infrarossa non è solo più economica e comoda, ma permette di misurare direttamente il numero di molecole che contengono atomi di radiocarbonio, facilitando enormemente il lavoro degli archeologi, medici e tecnici ambientali.

Nel tempo il carbonio viene assorbito dagli organismi viventi, fino alla morte. Da quel momento in poi la quantità di isotopo radioattivo diminuisce progressivamente. Per questo la sua misurazione fornisce abbastanza precisamente l’età dei reperti contenenti materiali di origine biologica.

Con l’analisi classica, però, bisogna bruciare un pezzetto di reperto per ottenere la molecola di anidride carbonica da cui viene estratto atomo per atomo il carbonio. I tradizionali spettrometri di massa devono essere molto sensibili, perché solo una molecola ogni mille miliardi contiene radiocarbonio invece di normale carbonio.

Un problema in parte risolto dai ricercatori italiani: “La nuova metodologia si basa su una tecnica spettroscopica ad altissima sensibilità, denominata Scar (saturated-absorption cavity ring-down)”, spiega Davide Mazzotti, coautore dello studio.

La soluzione è utilizzare la luce laser infrarossa, invisibile all’occhio umano ma assorbita dalle molecole. “La radiazione infrarossa viene riflessa tra due specchi tra i quali è contenuto il gas da analizzare. In questo modo la luce attraversa migliaia di volte le stesse molecole di anidride carbonica da misurare, che equivale a moltiplicare per migliaia di volte la quantità di molecole disponibili e ad aumentare così la ‘sensibilità’ di misura”, aggiunge il primo autore, Iacopo Galli.

A beneficiare del nuovo metodo non sarà solo l’archeologia, ma potenzialmente anche il monitoraggio dei cambiamenti climatici o dell’inquinamento, la ricerca medica e la rivelazione di sostanze tossiche o pericolose, passando per la sicurezza degli aeroporti e i test di fisica fondamentale.

Fonte: wired.it

 

Siamo nel 2012, e tutti dicono che sarà un anno davvero intenso. Basta dare un'occhiata alla classifica stilata da New Scientist per rendersi conto che per i prossimi 366 giorni (anno bisestile, già) saremo letteralmente sommersi da un'ondata di novità. Scienza, società e politica affronteranno alcune delle più grandi sfide del secolo e – potete stare tranquilli – la fine del mondo non c'entra affatto.

1) La velocità dei neutrini
Tunnel Gelmini a parte, il grande esperimento Opera ha insinuato un grande dubbio nella comunità scientifica. Dopo le prove di settembre 2011, i fisici di tutto il mondo si chiedono se i neutrini lanciati dal Cern di Ginevra ai laboratori del Gran Sasso abbiano veramente superato la velocità della luce, mettendo in crisi la teoria della relatività speciale di Einstein. Visto che gli scienziati non sono mai molto inclini a gridare al miracolo, nel 2012 verranno condotti due nuovi esperimenti mirati a valutare la veridicità dei dati raccolti da Opera. Si chiamano Minos (Usa) e T2k (Giappone).

2) Caccia aperta al bosone
Le frontiere della fisica restano tra le sfide da affrontare per tutto il 2012. Lo scorso 13 dicembre gli scienziati del Cern di Ginevra (di nuovo) hanno annunciato che l'esperimento del Large Hadron Collider (Lhc) ha prodotto i primi risultati utili a individuare il fantomatico bosone di Higgs. Quest'anno, i supercomputer analizzeranno l'immensa molte di dati prodotti da Lhc alla ricerca di un segnale che identifichi in modo chiaro il profilo chiave del bosone, sempre che esista. In caso contrario, saremo certi che occorrerà pensare a una nuova fisica.

3) Il futuro del Pianeta
Quest'anno a Rio de Janeiro si terrà l' Earth Summit 2012, una nuova occasione per fare il punto sul futuro dell'ecosistema Terra. Tra il 20 e il 22 giugno, centinaia di delegati dei governi e migliaia tra attivisti e rappresentanti di realtà locali si riuniranno in Brasile per il quarto grande meeting patrocinato dalle Nazioni Unite. A 20 anni di distanza dal primo meeting di Rio (1992), le delegazioni globali torneranno intorno al tavolo delle trattative per delineare le strategie verdi del nuovo millennio. In particolare, i due temi principali dell'Earth Summit verteranno su green economy e sviluppo sostenibile.

4) Quanto sono intelligenti i computer?
Cento anni fa, nel 1912, nasceva Alan Turing, il matematico inglese padre dell'informatica e dell'intelligenza artificiale. Nell'arco di un secolo, i computer hanno fatto passi da gigante, ma nessuno scienziato è mai riuscito a sviluppare nuovi test per valutare la capacità intellettiva delle macchine. Tuttora, per mettere alla prova il QI dei computer viene utilizzato il famoso test di Turing: si tratta di uno scambio di chat al buio in cui un essere umano deve capire se l'interlocutore con cui comunica attraverso la tastiera è un computer o un suo simile. In futuro, gli scienziati potrebbero sviluppare dei test di gran lunga più affidabili, con lo scopo di valutare in modo universale quanto una macchina sia intelligente rispetto agli standard umani.

5) Nati per vincere
Alle olimpiadi di Londra 2012 saranno atleti sempre più preparati – nel fisico e nella mente – a raggiungere la vetta del podio. Sembra che per arrivare al primo posto non basti un fisico scattante, ma anche un allenamento psicologico da veri campioni. Come spiega New Scientist, la scienza sportiva ha elaborato nuove forme di preparazione atletica: la nazionale inglese si avvale dell'aiuto di uno psicologo che guida gli atleti durante l'ultimo anno di preparazione, mentre la squadra israeliana punta su un lungo e intenso percorso di 4 anni. Nel frattempo, gli scienziati si stanno focalizzando sulla mappatura del genoma comune ai grandi campioni di tutte le discipline.

6) La campagna elettorale si fa su Twitter
Nel 2012 si torna a votare per eleggere il prossimo presidente degli Stati Uniti, e state pur certi che Obama e il suo oppositore repubblicano (quando si scoprirà chi è) punteranno tutto sui social network. La nuova campagna elettorale avrà tra i suoi punti di forza Twitter, Facebook e tutti i social network utili per trasmettere messaggi personalizzati diretti agli elettori. E le informazioni dedotte dagli account social degli americani saranno indispensabili per pianificare strategie di comunicazione sempre più efficaci. Insomma, se qualcuno ha messo “ mi piace” sul profilo di Obama, può star certo che i democratici gli ricorderanno più di una volta che Barack è in corsa per le prossime elezioni.

7) L'impero di Facebook
Anno d'oro per Mark Zuckerberg: nel 2012 è attesa la quotazione in borsa di Facebook. Si parla di un lancio di 100 miliardi di dollari, ma le stime potrebbero essere anche troppo ottimiste. In pratica, è come se il social network incassasse circa 125 dollari per ognuno degli 800 milioni di profili iscritti. Se Fb dovesse veramente entrare a Wall Street con un portafoglio così ricco, sarebbe uno dei più grandi casi di e-business fondato sulla vendita di informazioni pubblicitarie mai visto prima. A volte ci scordiamo quasi del fatto che l'iscrizione a Facebook non è affatto gratuita: in cambio di un account si regaliano i dati personali.

8) Una nuova mappa del cervello umano
Finora gli scienziati si sono limitati a studiare il cervello da una prospettiva molto limitata: sappiamo bene quali aree si accendono e si spengono in seguito a un danno cerebrale, ma non sappiamo come funzionano le connessioni tra le diverse zone del cervello. In un certo senso, è un po' come aspettare che una macchina si schianti contro un muro per sapere cosa c'è dentro il cofano. Nel 2012, le lacune degli scienziati verranno colmate dallo Human Connectome Project promosso dall'Università di Oxford. Il progetto sta mappando le connessioni all'interno di 1.200 cervelli umani e utilizzerà i risultati per ottenere un modello dettagliato di come le aree cerebrali comunicano tra di loro entro la fine dell'anno.

Fonte: wired.it

 

Una pausa di 60 giorni. Per chiarire i possibili benefici derivanti dalla ricerca, illustrare le procedure di sicurezza adottate e per discutere dei comportamenti - scientifici e regolatori - da adottare in un caso come questo. Quello, cioè, del supervirus H5N1, la variante del patogeno dell’aviaria potenzialmente in grado di uccidere milioni di persone grazie a poche mutazioni che lo rendono superinfettivo, perché capace anche di trasmettersi per via aerea. Una scoperta scientifica tale da chiamare in causa, poco più di un mese fa, il National Science Advisory Board for Biosecurity statunitense, per decidere se tenere o meno nascosti i risultati del team di Ron Fouchier dell’ Erasmus Medical Center (Paesi Bassi) e di Yoshihiro Kawaoka dell’ University of Wisconsin. 

Quando è arrivata la notizia del ceppo di H5N1 superinfettivo, la comunità scientifica (e non) ha cominciato a interpellarsi sulla convenienza e la necessità di pubblicare o meno i dati inerenti la ricerca (anche Wired.it lo aveva chiesto ai suoi lettori): da una parte i ricercatori sostengono che il traguardo raggiunto potrebbe aiutare lo sviluppo di vaccini e a prevenire possibili infezioni, d’altra parte è indubbio anche il rischio che una ricerca del genere porta con sè.

Infatti, senza considerare i pericoli derivanti da una possibile fuga dei virus dai laboratori, rendere disponibili i dati attraverso le pubblicazioni scientifiche universalmente accessibili significa renderli alla portata di tutti. Anche di potenziali terroristi che potrebbero utilizzarli per scopi tutt’altro che nobili. Così, come riporta Nature News, dopo la revisione dei paper scientifici (affinché questi contenessero i risultati ma non i dettagli della ricerca, così che i dati sensibili potessero essere in qualche modo al riparo) è arrivata la decisione di una pausa di 60 giorni.

Due mesi di sospensione dalle attività di ricerca sui ceppi mutanti, annunciata in contemporanea su Science e Nature, con cui i due gruppi di ricercatori artefici della scoperta sperano di calmare le acque, attenuando le paure della comunità scientifica riguardo i potenziali rischi derivanti dai loro studi. “Riconosciamo il bisogno di spiegare chiaramente i benefici di questa importante ricerca e le misure prese per minimizzare i rischi”, scrivono nel documento condiviso in cui annunciano la moratoria, “e proponiamo di farlo in un forum internazionale in cui la comunità scientifica discuta insieme e abbia modo di dibattere sul problema”.

Ma non tutti avrebbero accettato di buon grado la moratoria. Come riporta Wired.com, secondo Michael Osterholm dell’ University of Minnesota’s Center for Infectious Disease Research and Policy, la pausa di 60 giorni non può essere sufficiente a prendere delle misure per gestire situazioni del genere. Insomma, serve più tempo. Mentre per Richard Ebright, della Rutgers University (New Jersey), lo stop non ha alcun significato. Non sarebbe nulla di più che una procedura di public relation. 

Fonte: Wired.it

 

La storia di Facebook arriva oggi a una svolta: la vita da  private company si conclude qui, con il suo ingresso in borsa. Come si vocifera da tempo, Mark Zuckerberg dovrebbe presenterare oggi la documentazione per quotarsi sul mercato azionario e fare della sua creatura una società per azioni.

L'offerta iniziale?

5 miliardi di dollari, secondo le ultime indiscrezioni. Un bel cambiamento, proprio a 8 anni dalla sua creazione e dopo gli ultimi problemi con la privacy, come racconta il numero di febbraio di Wired Italia, in edicola. 

Sull'entità della Ipo, (Offerta pubblica iniziale), circolavano voci già da tempo e lo scorso novembre si ventilava l'ipotesi che il social network riuscisse a raccogliere addirittura 10 miliardi di dollari, una cifra raggiunta solo 18 altre volte da altrettante società pronte a sbarcare a Wall Street. Oggi, invece, i rumors parlano di un gruzzoletto più esiguo, ridotto della metà: solo 5 miliardi. Secondo l' International Financing Review Zuckerberg punterebbe a una soluzione meno d'assalto e più prudente, volta a sondare il terreno per valutare l'opportunità, in futuro, di aumentare la quota. Nell'operazione, ipotizza l'agenzia Reuters, potrebbero essere coinvolti colossi dell'economia Usa come Bank of America Merrill Lynch, Barclays Capital, JP Morgan, Goldman Sachs e Morgan Stanley, con quest'ultima in pole position. Al momento non ci sono dichiarazioni ufficiali da parte di Facebook. A ogni modo, se tutto andrà come deve andare, Facebook apparirà in borsa a maggio, come preventivato.

Fonte: Wired.it

 

Chi è convinto che la notte di San Lorenzo sia ancora troppo lontana per poter avere l’occasione di ammirare il cielo in attesa di una pioggia di stelle cadenti si dovrà ricredere. Se a molti lo spettacolo delle Quadrantidi della notte tra il 3 e il 4 gennaio è infatti sfuggito per problemi di visibilità (il picco dell’evento era troppo vicino all’alba per poter essere bene osservato) il 2012 riserva però altre occasioni per ammirare stelle e pianeti. Eccone alcuni di quelli proposti da Scientific American, che potremmo osservare anche in Italia (condizioni meteorologiche permettendo).

Si comincia alla fine di febbraio, con Mercurio, il più interno dei pianeti del sistema solare (e per questo in genere poco visibile, nascosto com’è dalla luce del Sole). A partire dal mese prossimo il pianeta comincerà ad allontanarsi dalla nostra stella, raggiungendo il punto più distante il 5 marzo. Durante questo periodo, e immediatamente dopo, Mercurio apparirà quindi insolitamente splendente e potremo ammirarlo dopo il tramonto in direzione ovest. Negli stessi giorni anche Marte sarà ben visibile, perché entrerà in opposizione (rispetto al Sole, con la Terra nel mezzo) il 3 marzo.

Mercurio e Marte saranno anche protagonisti di una parata di pianeti nei primissimi giorni di marzo: insieme a Venere, Giove, e Saturno sarà infatti possibile osservarli nel corso di un’unica notte (sebbene non in contemporanea). In particolare, pazientando dal tramonto fino alle 22 sarà possibile scorgere a ovest prima Mercurio, Venere e Giove, poi, a est, Marte e infine Saturno.

Marzo 2012 sarà decisamente un mese interessante per gli astrofili. Il 13 infatti Venere e Giove faranno brillare in modo particolare la volta celeste. Rispettivamente il terzo e il quarto oggetto celeste più luminoso del cielo (dopo il Sole e la Luna), Venere e Giove saranno infatti particolarmente vicini, accoppiati, visibili in direzione ovest nelle prime ore della sera, poco dopo il tramonto.

Segnaliamo poi il transito di Venere sul Sole, ovvero il momento in cui il pianeta si piazzerà tra la Terra e il Sole, in parte oscurandolo. Sebbene l’evento – più raro del passaggio della cometa di Halley, tanto che accadrà di nuovo solo nel 2117 e che raggiungerà il suo culmine il 5 giugno prossimo - non si vedrà sopra il cielo italiano, avremo comunque l’opportunità di non lasciarcelo sfuggire, come spiega Luciano Nicastro dell’ Istituto di Astrofisica Spaziale e Fisica Cosmica di Bologna (Inaf-Iasf): “L’Inaf, come partner del progetto europeo Gloria trasmetterà in diretta via web da tre diversi località, in Giappone, Australia e Norvegia il transito di Venere sul Sole durante la sua intera durata”. Offrendo così anche a noi lo spettacolo di vedere Venere come un piccolo disco scuro sulla nostra stella, con un diametro di circa 1/32 quello del Sole.

Ma anche le Perseidi, le stelle cadenti di agosto, quest’anno potrebbero riservare uno spettacolo sorprendente. A differenza del 2011, infatti, le condizioni per osservarle saranno decisamente ottimali: cielo buio, con la Luna che entrerà nell’ultimo quarto il 9 agosto per poi diventare luna nuova il 17. Per chi non si vuole perdere un’ eclissi di Sole, infine, l’appuntamento è a novembre. In Australia, però.

Fonte: wired.it

 

Il mantello dell’invisibilità alla Harry Potter non è ancora stato creato, ma i ricercatori sanno da tempo come costruire oggetti che ingannano occhio e strumenti elettronici, rimanendo impercettibili alla vista. Ora la scienza potrebbe superare la fantascienza: un gruppo di fisici della Cornell University ha costruito, infatti, un apparecchio in grado di nascondere eventi nel tempo. Come spiegano su Nature, bisogna usare delle particolari lenti temporali, che funzionano proprio come quelle ottiche, ma agiscono nella dimensione del tempo invece che in quella dello spazio.

Per rendere invisibili degli oggetti basta scegliere elementi con il giusto indice di rifrazione, una delle proprietà intrinseche dei materiali che indica come luce e radiazione elettromagnetiche vengano rallentate o accelerate quando li attraversano. Per esempio, se questo indice ha valore negativo o pari a quello dell’aria che circonda l’oggetto, la luce quando lo incontra viene accelerata o deviata, nascondendolo così alla nostra vista.

Può sembrare strano, ma qualcosa di simile può avvenire anche nella dimensione temporale, tramite l’uso di particolari lenti. “Grazie ad esse abbiamo creato una specie di buco temporale, all’interno del quale le sonde elettromagnetiche non sono capaci di registrare variazioni della luce”, hanno spiegato i ricercatori statunitensi nello studio.

In ottica una lente è un oggetto capace di cambiare direzione ai raggi luminosi, facendoli divergere o convergere. Ma da un punto di vista strettamente matematico, le equazioni che descrivono come si sposta un raggio di luce nello spazio sono simili a quelle che mostrano come esso viaggia nel tempo. Per questo, secondo i ricercatori, allo stesso modo che per i materiali invisibili, è possibile ingannare gli strumenti in modo che non siano più capaci di rilevare un evento sulla linea temporale.

Ogni lente di invisibilità creata dai fisici è formata di due parti: la prima aumenta la frequenza della radiazione luminosa, rendendola più blu, la seconda la ridiminuisce, rendendola più rossa. Se avviene nel giusto mezzo di dispersione (in questo caso una fibra ottica), questo gioco di frequenze fa sì che in un primo momento il raggio di luce venga accelerato e in un secondo rallentato, e in questo modo si dà inizio a una finestra temporale in cui gli eventi sono nascosti.

“Il concetto è simile a quello che succede nel traffico quando si deve superare un passaggio a livello”, hanno spiegato Robert Boyd e Zhimin Shi dell’ Università di Rochester in un commento alla ricerca pubblicato sempre su Nature:  “Quando deve passare il treno le macchine rallentano e si fermano, il che crea una sorta di buco nel traffico.

Quando poi il passaggio viene riaperto, le automobili accelerano per raggiungere di nuovo quelle che le precedono, e quando questo succede non c’è più modo di distinguere se il treno sia passato oppure no”.

Successivamente, infatti, il buco nel tempo può essere chiuso facendo passare il raggio di luce in un mezzo con caratteristiche di dispersione opposte al primo e attraverso una seconda lente invertita rispetto alla precedente. Così gli eventi che si verificano nell’intervallo di tempo che si crea con questo metodo non sono percepibili dagli strumenti. I ricercatori hanno per ora verificato il funzionamento del metodo con un singolo impulso laser ripetuto nel tempo: esso veniva correttamente nascosto quando il “mantello” era acceso, ed era invece visibile in condizioni normali.

A oggi, il gap temporale può essere lungo appena cinquanta picosecondi (1ps è pari a un millesimo di miliardesimo di secondo). Questo intervallo può sembrare un tempo brevissimo, ma potrebbe essere sufficiente a nascondere una serie di impulsi laser molto veloci. In ogni caso gli scienziati stanno cercando di aumentare la durata del buco nel tempo, e pensano di poterla portare dall’ordine dei picosecondi a quello dei microsecondi (milionesimi di secondo) o addirittura dei millisecondi (un millesimo di secondo).

Se combinato con i metodi che permettono di nascondere materiali diversi nello spazio, questo approccio potrebbe portare allo sviluppo di apparecchi capaci di rendere alcuni oggetti invisibili in tutto lo spazio-tempo. A parte quest’applicazione futuribile – affascinante, ma per ora lontana - i ricercatori hanno già fatto sapere che il procedimento potrebbe trovare uso anche nel presente, per esempio per migliorare la sicurezza delle comunicazioni via fibra ottica.

Fonte: wired.it

 

Cattolico, musulmano, buddista o kopimista? Già, da oggi, perlomeno in Svezia, esiste una nuova religione: quella dei seguaci della Church of Kopimism (da Kopimi, ovvero come si pronuncia copy me). E, come s’intuisce dal nome, il credo del movimento è presto detto: la comunità dei kopimisti riunisce 3.000 file sharer (cioè coloro che condividono di file)svedesi per i quali comunicazione e condivisione sono sacri, mentre sono da condannare controlli e spionaggi. “ L’informazione detiene un valore, in sé stessa e in quello che contiene”, si legge sul sito dell’organizzazione: “E il valore si moltiplica attraverso il copying. Copiare è perciò fondamentale per l’organizzazione e per i suoi membri”.

Gli adepti della neonata fede - consacrata proprio sotto Natale dall’autorità svedese Kammarkollegiet come vera e propria religione - avevano cominciato già nel 2010 le pratiche per vedersi riconosciuti ufficialmente. E adesso ci sono finalmente riusciti, in quello che per loro è “un passo verso il giorno in cui potremo vivere la nostra fede senza la paura della persecuzione”.

Anche se non esistono ancora vere e proprie professioni di fede o pratiche religiose. Per ora infatti il rituale è uno solo, come spiega a Wired.co.uk Isak Gerson, il leader spirituale del movimento: “Il nostro rito principale è quello di copiare e di connetterci l’un l’altro condividendo informazioni”. E aggiunge: “Solo l’essere stati riconosciuti dalle autorità svedesi ci aiuterà a rafforzare la nostra identità”.

A questo proposito, come si legge ancora sul sito, per diventare un adepto non occorre compilare un’adesione formale, ma solo sentirsi chiamati ad adorare la filosofia dell’informazione e del copying. Solo così di potrà diventare un kopimista, che Gerson sul suo sito definisce così: “Una persona che crede che tutte le informazioni debbano essere distribuite liberamente e senza restrizioni. La filosofia si oppone al copyright in tutte le sue forme e incoraggia la pirateria di tutti i tipi di media inclusi musica, film, programmi TV e software”. Questo non significa però che il copying e il file sharing potranno essere praticati liberamente in Svezia. Neanche per i kopimisti.

Fonte: wired.it

 

Settanta anni non sono pochi. Per uno però, come Stephen Hawking, che sarebbe dovuto morire più o meno 45 anni fa e che nella sua vita ha contribuito a definire i limiti dell’Universo e del Tempo, potrebbero essere una sciocchezza. Se non fosse per la malattia - la sclerosi laterale amiotrofica - che da quasi mezzo secolo lo costringe su una sedia, che pur essendo ipertecnologica resta a rotelle, potremmo dire con leggerezza che i settanta anni del grande fisico britannico siano stati una vera e propria galoppata là dove nessun uomo è mai giunto finora. Anzi, visto il tipo e il suo debole per donne e motori, potremmo addirittura immaginare questa galoppata con lui in smoking a bordo di una Austin Martin con al fianco una bionda infermiera. Una galoppata infinita attraverso i limiti dello Spazio e del Tempo alla ricerca di un Dio creatore che ora c’è e ora non c’è più. Quella di Hawking è stata fin qui, e siamo sicuri lo sarà anche in futuro, una vita davvero intensa, costantemente in bilico tra equazioni, cartoni animati, film, e persino rotocalchi. Nei sui viaggi interstellari sull'astronave Enterprise, è persino riuscito a giocare una partita a poker insieme a Newton ed Einstein.

Sulla sua pagina di Wikipedia viene definito matematico, fisico e cosmologo britannico. Ma forse sarà anche per quella sua vaga somiglianza a Andy Warhol, è anche una vera e propria popstar mondiale della scienza finita persino dentro cartoni animati cult ( I Simpson e I Griffin) e più pop come I Fantagenitori.

Non dobbiamo però farci distrarre dalle innumerevoli apparizioni fuori dall’ambito accademico del professor Hawking. Se infatti è riuscito a uscire dall’accademia, il merito è stato senza dubbio per la sua incredibile capacità di elaborare e di sviluppare matematicamente le sue teorie cosmologiche. Non è un caso se solo due anni fa ha lasciato la cattedra lucasiana della matematica a Cambridge (quella per intenderci ricoperta da Newton).

I modelli matematici relativistici
Il suo lavoro infatti comincia proprio da lì, dalla matematica ed è dalla matematica che nella seconda metà degli anni Sessanta, insieme a Roger Penrose ha messo a punto alcuni modelli che si sono rivelati determinanti poi per la sua prima importante scoperta in campo fisico e cioè la rilevanza delle singolarità gravitazionali nello spazio-tempo. In pratica, Hawking nel 1971 è riuscito a dimostrare matematicamente quello che Albert Einstein aveva previsto solo teoricamente nella sua teoria della Relatività generale e cioè che le singolarità sono una caratteristica ragionevole e non così occasionale della relatività generale, ossia che lo spazio-tempo, in determinate condizioni che sono meno speciali di quanto si pensava sino ad allora, può collassare sotto la spinta di una enorme massa gravitazionale.

Hawking, appunto, ha dimostrato che questo era possibile anche sotto il profilo teorico, ma anche che questo modello era molto più probabile di quanto ritenessero i suoi colleghi. Dopo questa scoperta il passo verso l’altra e più celebre scoperta del fisico britannico è davvero breve.

I buchi neri
Se proprio non è stato lui a scoprire questi affascinanti corpi celesti certo spetta ad Hawking il principale merito scientifico per averli meglio descritti e compresi. Infatti, è in questi punti particolari (matematicamente, i buchi neri sono dei punti privi di dimensioni) che la trama dello spazio-tempo si deforma e dà luogo a fenomeni particolari che soprattutto coinvolgono il cosiddetto  orizzonte degli eventi, quel confine ideale tracciato intorno al buco nero superato il quale è impossibile sfuggirgli, risucchiati dalla sua invincibile attrazione gravitazionale. Stephen Hawking, insieme ad altri scienziati, è riuscito a descriverne la fisica, esplorandone i meccanismi e cercando di conciliare le teorie e i modelli fino ad allora esistenti. E’ arrivato addirittura a definire le regole di base fornendo fondamentali contributi nel campo della termodinamica dei buchi neri.

La radiazione di Hawking
Proprio il lavoro fatto sui buchi neri porta infatti Hawking a teorizzare che quei corpi non fossero enormi mostri spaziali capaci unicamente di ingoiare e di intrappolare al loro interno materia e luce. Nel 1974, ha sorpreso il mondo scientifico internazionale con la sua teoria che prevedeva che un fascio di particelle potesse sfuggire a questi corpi celesti supermassivi. Quelle particelle in fuga avrebbero generato quella che poi è stata meglio conosciuta come la  radiazione di Hawking. Un fascio di energia che viene descritto molto dettagliatamente dal fisico britannico e che è stato osservato, ovviamente a scala ridotta, persino in laboratorio.

Un enorme Polo al posto del Big Bang
Dopo questi lavori Hawking si è messo a lavorare su una nuova teoria dell’Universo, che prevedeva, al posto del Big Bang come evento iniziale dell’Universo una regione simile a quella dei Poli terrestri, dove un eventuale osservatore non è in grado di andare più oltre verso Nord oppure al contrario, verso Sud.

Molto più recentemente lo scienziato in carrozzella, come in molti affettuosamente lo chiamano, ha cominciato a parlare e a rivedere le sue teorie anche in chiave teologica, arrivando a smentire sé stesso pochi anni fa, quando in un intervista al Times ha dichiarato che la teoria non prevede “ necessariamente la presenza di Dio come creatore dell’Universo”. In un'altra occasione ha anche detto di essere convinto che sia possibile viaggiare nel tempo e che l’umanità farebbe bene a cominciare a colonizzare altri pianeti. In un solo campo però, nella sua ultima intervista rilasciata al New Scientist, ha però ammesso di non aver ancora capito nulla, ed è l’Universo delle donne.

Fonte: wired.it

 
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Hi, it's Nathan!Pretty much everyone is using voice search with their Siri/Google/Alexa to ask for services and products now, and next year, it'll be EVERYONE of your customers. Imagine what you are ...
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