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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Non più braccia rubate all'agricoltura. Beh, quasi. Per rivalutare i terreni, richiamare i giovani da zone di emigrazione e non disperdere la coltivazione secolare degli ulivi, gli abitanti di Rasquera, hanno deciso di affittare alcuni appezzamenti di terreno per la coltivazione della cannabis il cui consumo personale, in Spagna è considerato legale.

In tempo di crisi ogni soluzione può essere buona per fare cassa o alimentare un sistema economico in difficoltà. La novità, se così si può chiamare, arriva dalla Spagna, per la precisione a Rasquera, neanche 900 abitanti nella provincia di Terragona, dove il Consiglio Comunale ha deciso la destinazione di alcuni terreni. Tutto normale se non fosse che la coltivazione decisa è quella di marijuana, con un ritorno previsto di 1,336 milioni di euro in due anni.

La volontà della giunta di sinistra sarebbe quella di fronteggiare la crisi (e in questo ci sono roiusciti visto che almeno quaranta persone avranno da lavorare) affiancando alla produzione di ulivi, quella di piante alternative. In tutti i sensi.

Con un debito di 1,3 milioni di euro non bisogna andare troppo per il sottile e allora ci si risolve ad accettare l'offerta di nuovi partner. In questo caso quella arrivata dall' Asociacion Barcelonesa Cannabica de Autoconsumo (Abcda), un club «con fini ludico-terapeutici» con 5mila soci, creato per gestire il consumo individuale di cannabis che, in Spagna è consentito.

In cifre la Abcda offrirebbe al comune 36 mila euro per l'autorizzazione alla coltivazione non lucrativa della pianta e 550 mila euro annui per la gestione dei terreni. Per la serie: fare di necessità virtù.

Fonte: trend-online.com - Autore: ROSSANA PREZIOSO

 

Non ci sono solo video, musica e software pirata nel calderone di Megaupload, il sito chiuso tempo fa dall’Fbi. C’è anche l’altra metà della mela: contenuti legali, con tanto di copyright e distribuiti in maniera del tutto legittima. Che adesso rischiano di andare perduti per sempre, insieme, forse, ai soldi per l’acquisto di spazi premium di data storage. Perché ci sono utenti che usavano il servizio di Kim Shmitz per immagazzinare foto e video da mostrare a parenti lontani, o per raccogliere file musicali da condividere con colleghi dall’altra parte del mondo, in modo del tutto legale. Adesso, oltre a rischiare di perdere i propri contenuti, si ritrovano a ripiegare su servizi come Dropbox. Non senza però, come spiega Ars Technica. Perché, parola agli utenti, Megaupload rappresentava la soluzione ideale in termini di capacità storage, velocità di caricamento dei file e semplicità di condivisione.

Se è vero che il danno collaterale - come lo chiama uno degli utenti sul forum di Ars Technica riferendosi all’oscuramento anche dei file condivisi in maniera legale - c’è, è altresì vero che Megaupload nelle sue Faq aveva messo in guardia i propri clienti, invitandoli a salvare copie dei propri file e paventando anche il rischio che un giorno, senza preavviso, i dati sarebbero potuti diventare indisponibili o addirittura andare perduti.

Eppure questo non basta a calmare la sfilza di utenti che reclamano i propri contenuti immagazzinati nel tesoriere di Megaupload, come spiega Mark Ellul, che usava il servizio per scopi tutt’altro che illegali: “Usavo il mio account per lo storage online e per backup, e anche per inviare i miei video personali dalla Spagna all’Australia, così che i miei genitori potessero vedere i filmati in hd delle loro nipoti”.

Ma c’è anche tanta musica (legale) su Megaupload. Dai file mp3 dei concerti della banda rock Phish (che permette di registrare i propri pezzi), a tracce musicali originali inviate a distanza, dal Colorando all’Alaska (per citare un esempio): si poteva caricare file fino a 8GB senza alcun problema. Ancora, c’è chi lo usava come un raccoglitore: “Alcuni dei miei progetti sono troppo grandi per servizi come YouSendIt. Un account gratis su Megaupload invece ti permette di inviare file fino a 2GB. E io non ho idea di dove caricherò i miei file ora” scrive ancora la musicista Suzanne Barbieri.

Ma a quanto pare Megaupload era la piattaforma perfetta anche per gli sviluppatori di Android, come Massimiliano Fanciulli, che su Google+ scrive: “Usavo il servizio per distribuire le versioni beta della mia app Sleepy, prima di pubblicarla sull’Android Market”. 

E mentre comincia la migrazione degli utenti arrabbiati verso servizi alternativi (la lista è lunga, da Dropbox a Google Docs, a RapidShare, a FileSonic) c’è anche chi spera un giorno di poter aver indietro il lavoro e i ricordi imprigionati sul sito, come spiega l’editor Cassandra Olivia ad Ars Technica: “Chiudere Megaupload senza distinguere tra contenuti che infrangono il copyright e quelli che non lo fanno ha causato agli utenti che lo utilizzano in modo legale un disservizio ed è stata una violazione. Troppo generalizzata. Spero di riavere il mio account e le mie foto indietro”. 

Fonte: Wired.it

 

Dopo quello sensibile alla luce, alle variazioni di pH, all’anidride carbonica o alla temperatura, arriva il primo sapone sensibile al campo magnetico. Come è stato realizzato? È bastato trasformare le molecole di detergente in piccoli centri metallici, aggiungendo alla soluzione atomi di ferro. In questo modo il sapone è diventato a controllo magnetico, così che lo si possa rimuovere da una soluzione dopo aver svolto le operazioni di pulizia, senza lasciar traccia. A creare il sapone magnetico, che potrebbe anche essere utilizzato per la bonifica degli sversamenti petroliferi in mare, sono stati i ricercatori della University of Bristol (Gb), guidati da Julian Eastoe.

Un sapone è fatto di molecole con una duplice affinità: una idrofobica (che ama i grassi e quindi si lega a molecole di questo tipo) e una idrofila ( amante cioè dell’acqua). Il potere sgrassante, e quindi pulente, risiede nella capacità del sapone di legarsi alle molecole di grasso e al tempo stesso di essere lavato via dall’acqua. Per essere utilizzato nelle bonifiche degli sversamenti di petrolio in mare, però, il sapone dovrebbe essere anche facilmente rimovibile. E qui nasce l’idea dei ricercatori, pubblicata su Angewandte Chemie, simile per concetto a quello che facciamo con una calamita quando raccogliamo un ago da terra.

Il problema è che il sapone normalmente non è un metallo con proprietà magnetiche come l’ago, o almeno non abbastanza. Per questo i ricercatori di Bristol hanno aggiunto del ferro ai tensioattivi composti di ioni cloruro e bromuro, del tutto simili a quelli che si possono trovare nelle nostre case, ha spiegato Eastoe alla Bbc. In questo modo gli scienziati hanno trasformato le particelle di sapone in centri metallici, come confermato dalle analisi effettuate dai ricercatori dell’ Institute Laue Langevin di Grenoble, in Francia, analizzando il detergente con tecniche di scattering di neutroni (un sistema che permette di avere informazioni sulla struttura della materia).

Non è tutto. Gli scienziati sono infatti riusciti a dimostrare che il sapone può essere realmente maneggiato magneticamente in soluzione. Quando introdotto in un tubo in presenza di acqua e petrolio, le particelle di sapone possono superare la forza di gravità e la tensione superficiale dei liquidi, muovendosi in direzione del magnete. Questa capacità renderebbe lo speciale sapone utilizzabile in molti casi in cui è necessario intervenire con bonifiche. Anche - almeno a livello teorico - per ripulire le acque dagli idrocarburi come quelli della macchia d'olio al largo dell’ isola del Giglio, appena rilevata e causata dal naufragio della Costa Concordia, su cui stanno attivando le prime procedure per lo svuotamento dei serbatoi di carburante che minacciano l'ambiente circostante.

Fonte: Wired.it

 

Dopo acqua e trivelle, è la voce nucleare del decreto liberalizzazioni, pubblicato il 24 gennaio in Gazzetta Ufficiale, a mettere in allarme gli ambientalisti. Nello specifico, nel mirino è l' articolo 24 (già 25), relativo all'accelerazione delle attività di disattivazione e smantellamento dei siti nucleari, che snellisce le procedure necessarie all'individuazione dei luoghi candidati a diventare depositi nucleari.

Come ricordano Greenpeace, Legambiente e Wwf in una missiva indirizzata al presidente del Consiglio Mario Monti e contenente una richiesta formale di cancellazione dell'articolo incriminato, "l'Italia ha ancora un'eredità radioattiva irrisolta, che consiste nelle scorie prodotte fino alla fine degli anni '80 dalle centrali nucleari, in quelle che stiamo producendo con lo smantellamento in corso degli impianti gestito dalla società Sogin, che si aggiungono a quelli a media e bassa attività che produciamo ogni giorno nel settore medico, industriale o della ricerca.".

Secondo quanto previsto dal comma 4, i comuni non sarebbero più in condizione di dire la loro - ed eventualmente porre il veto - sulla selezione di una determinata area. Il testimone passerebbe direttamente dalle mani e dall'approvazione del ministero dello Sviluppo Economico a quelle dalla Sogin, realtà citata nella lettera degli ambientalisti e responsabile dello smantellamento -  la chiamano bonifica ambientale - degli impianti nucleari. Le tre associazioni tengono a precisare che " è fondamentale garantire la massima trasparenza nell'iter, il pieno rispetto delle procedure ordinarie previste dalle leggi dello Stato e la più ampia partecipazione degli enti locali, delle categorie produttive e delle popolazioni interessate dalla localizzazione di depositi temporanei o di quello nazionale previsto per lo smaltimento definitivo dei rifiuti radioattivi". E ricordano come il governo Berlusconi si sia già mosso nella medesima direzione nel 2003, "quando fu decisa con procedure semplificate davvero discutibili la localizzazione della discarica per rifiuti radioattivi a Scanzano Jonico in Basilicata, scatenando una sollevazione popolare che poi portò l'esecutivo a cancellare dopo qualche settimana la localizzazione proposta".

La partita, giocata con il referendum dello scorso giugno in termini di sfruttamento dell'energia nucleare, è in corso anche per ciò che concerne la creazione di un unico deposito nazionale per i rifiuti radioattivi. Sogin ha stilato in ottobre una lista di 50 zone e ha chiesto l'ausilio dell'Agenzia per la sicurezza nucleare per individuare il sito più appropriato. Si tratta di un progetto che complessivamente necessiterà un investimento di 2,5 miliardi di euro e che, secondo quanto stabilito dall'Unione europea, dovrà iniziare entro il 2015. Fino ad allora, i depositi saranno temporanei e la selezione degli stessi è appesa al filo del ddl liberalizzazioni.

Fonte: Wired.it

 

Per osservare la Luna basta prendere un telescopio e puntarlo verso il cielo in una tranquilla notte stellata. Ma per capire veramente quali sono le antiche forze magnetiche che ne hanno plasmato l'interno bisogna per forza mettere le mani su una roccia lunare. È quello che ha fatto il team di Erin Shea, geochimica presso il dipartimento Earth, Atmospheric, and Planetary Sciences (Eaps) del Mit.

In uno studio pubblicato su Science, i ricercatori hanno dimostrato che un campione di basalto proveniente dai laboratori della Nasa riporta tracce inconfondibili dell'azione di un campo magnetico originato almeno 4,2 miliardi di anni fa dal nucleo lunare. Le prove fornite dallo studio di Shea sono fondamentali per datare con maggior precisione la comparsa delle forze magnetiche che con il passare delle ere geologiche hanno plasmato il nostro satellite prima di svanire quasi del tutto.

Il basalto studiato dai ricercatori dell'Eaps contiene un minerale ferromagnetico chiamato kamacite che si è formato almeno 3,7 miliardi di anni fa. Le analisi termocronometriche dimostrano che il campione è stato plasmato da forze magnetiche pari a circa 12mila nano Tesla (nT). Questo significa che in quel periodo doveva esistere una dinamo magnetica - ovvero un nucleo di metallo fuso - capace di influenzare il processo di formazione della kamacite. Un punto a favore dell'ipotesi che la Luna abbia conservato un nucleo attivo per almeno 500 milioni di anni, visto che le forze termochimiche ereditate dal processo di formazione del satellite sono pressoché scomparse 4,2 miliardi di anni fa.

Oggi, infatti, la Luna possiede solo un campo magnetico di forza irregolare che varia tra gli 1 e i 100 nT: un valore di gran lunga inferiore ai 30mila nT della Terra. Questa caratteristica è dovuta al fatto che gran parte delle forze magnetiche lunari sono generate da alcune rocce superficiali precipitate sul satellite durante il corso della storia. Ma il basalto analizzato dal team di Shea proviene dal Mare della Tranquillità, un bacino che si è originato durante le primissime fasi di formazione della Luna. Per i curiosi, è esattamente lo stesso luogo dove è atterrato il modulo lunare dell'Apollo 11 con a bordo Neil Armstrong e Buzz Aldrin: si tratta infatti di una delle rocce trasportate dagli astronauti sulla Terra. Una di quelle sopravvissute, verrebbe da dire, visto che proprio recentemente si è scoperto che la Nasa ha perso almeno 500 campioni.

Grazie alle analisi dell'Eaps, gli scienziati hanno aggiunto una tessera al mosaico che traccia l'origine del campo magnetico del nostro satellite. Se i ricercatori potessero mettere le mani su nuovi frammenti databili a epoche successive a 3,7 miliardi di anni fa, forse potremmo capire per quanto tempo sia rimasta attiva la dinamo lunare.

Comunque sia, non ci sono speranze di vederla in grande attività: secondo le stime, ai giorni nostri il nucleo di metallo fuso presente sulla Luna si sarebbe ridotto a una sfera del raggio di appena 330 km.

Ma nonostante l'inarrestabile decadenza del campo magnetico del nostro satellite, c'è chi non demorde nel fare della Luna la prossima frontiera dei programmi spaziali. Uno di questi è il candidato repubblicano alle presidenzali Usa, Newt Gingrich. Come riporta Politico, Gingrich ha sostenuto in un dibattito pubblico che, entro la fine del suo secondo mandato, gli Stati Uniti avranno la loro base spaziale permanente sulla Luna. Una promessa elettorale davvero fuori dal coro.

Fonte: Wired.it

 

“Quasi tutti i paesi nel mondo sono d’accordo nel dire che la libertà di espressione è un diritto umano. Molti sono altresì d’accordo che la libertà di espressione implica delle responsabilità e ha dei limiti”. Comincia così l’annuncio lanciato ieri nel suo blog ufficiale, con cui Twitter comunica (e al tempo stesso giustifica) la decisione di eliminare, ma solo in alcuni paesi, quei twit il cui contenuto possa essere ritenuto in qualche modo inappropriato. Praticando così una sorta di censura selettiva, come la chiama la Bbc.

Finora, infatti, l’unico modo in cui Twitter poteva bandire i propri contenuti era quello di eliminarli completamente dal proprio sito. Adesso invece i messaggi potranno essere oscurati, ma solo in uno specifico paese, restando ancora visibili nel resto del mondo. In modo del tutto trasparente, sottolineano: comunicando cioè all’utente quando e perché un contenuto è stato rimosso. Con questa decisione Twitter vuole cercare di adattarsi ai differenti limiti di libertà di espressione nei diversi paesi, citando come esempio la Francia e la Germania - che bandiscono contenuti pronazisti - senza influenzare però il resto del mondo. " Tweets still must flow" (i twit devono ancora scorrere), ribadiscono dal sito di microblogging.

Eppure c’è chi intravede nel cambio di rotta molto di più. Come spiega a Mashable il corrispondente di guerra dall’Afghanistan Mustafa Kazemi: le nuove policy di censura potrebbero essere la risposta alle recenti richieste di un senatore americano di rimuovere da Twitter gli account filo-talebani. “Questa censura può essere un colpo all’indipendenza e alla libertà di espressione online e certamente avrà delle ripercussioni sul mercato globale dell’utilizzo di Twitter, in modo particolare in quei paesi in cui c’è un’alta presenza di attività web anti-Usa”, spiga Kazemi.

E intanto gli utenti si scatenano. Basta seguire gli hashtag di #TwitterCensored per rendersi conto del malcontento generato dalle nuove policy di Twitter, che sabato potrebbe ritrovarsi piuttosto povero di contenuti, in risposta alla protesta di non twittare per tutto il giorno ( #TwitterBlackout).

Fonte: Wired.it

 

Altre 20mila persone, in un anno, sono rimaste senza lavoro. Il numero di disoccupati in Italia è salito nel periodo dello  0,9%, attestandosi a quota 2,2 milioni di persone. Sempre più persone si gettano così alla ricerca di lavoro tramite Web, pensando che questo sia uno strumento in grado di semplificare la ricerca. “Per certe categorie, come top manager o chi vuole lavorare nella comunicazione digitale, il Web è sempre più funzionale - spiega Eugenia Burchi, Social Media Analyst di Blogmeter - Per gli operai o giovani senza istruzione è meno vero, anche se possono spesso fare riferimento alle pagine Facebook delle aziende a cui sono interessati”. Il problema è che Internet, in tempi di crisi, ha reso la ricerca di lavoro una competizione. 

“Se i tradizionali strumenti di ricerca, come referenze, giornali e siti di offerte di lavoro e di aziende restano gli strumenti più usati per trovare lavoro - spiega Burchi - oggi la ricerca di lavoro tramite i social network ha raggiunto una quota del 16%”. Tramite i social network però non si trova solo lavoro, ci si valuta reciprocamente. Secondo i dati raccolti da Blogmeter il 66% delle persone ha bocciato un datore di lavoro per via di informazioni trovate online. E le aziende fanno lo stesso con i candidati. “C’è un problema di reputazione online - spiega Eugenio Amendola, Managing Director di Anthea Consulting - L’azienda prima di assumere va sistematicamente su social media per una valutazione più completa, perché i nostri profili dicono di più e sono molto più veritieri di un cv o un colloquio”.

Occorre quindi privilegiare la cura dei propri profili web a quella del proprio curriculum vitae? “La cosa più importante è la lettera di presentazione - risponde Burchi - Il cv è superato, chi vuole trovarci ci cerca sul Web. Per questo occorre presentarsi bene e inserire i link giusti. Segnalando anche eventuali interessi diversi da quelli del settore per cui ci candidiamo. Se abbiamo un blog o un account Twitter interessante è utile segnalarlo”. Questo richiede quindi una tutela dei propri profili: “Le aziende osservano i social network e bisogna sapersi proteggere, nascondendo i profili che possono creare problemi e avendo riguardo per la nostra privacy”.

”Il lavoro si trova anche sul Web, sempre di più - afferma Burchi - Principalmente attraverso LinkedIn, ma stanno crescendo anche Twitter e Facebook”. Ci sono poi strumenti ad hoc come Viadeo, BranchOut o Jobnaut. Un buon curriculum in sostanza non basta più. Perché se è vero che la segnalazione resta il miglior modo per entrare in un’azienda, è anche vero che “i social network offrono la possibilità di segnalarsi e raccomandarsi sulla base del proprio profilo”, analizza Amendola.

Come? “I social network aiutano a comunicare se stessi - spiega Amendola - Attraverso la cura del profilo e dei collegamenti è possibile rafforzare il proprio brand personale e oggi un’identità digitale rende molto più forte un’auto-candidatura. L’interazione con il profilo dell’azienda in cui si vuole lavorare, i collegamenti con i dipendenti di questa sono i mezzi migliori per farsi conoscere”. Meglio seguire qualche semplice regola d’oro per sfruttare al meglio i social network.

Fonte: Wired.it

 

Andare in gita scolastica e tornare a casa con in tasca la scoperta che potrebbe salvare il mondo dall’invasione della plastica. È accaduto a un gruppo di studenti di college della Yale University che, durante un viaggio nella foresta amazzonica in occasione dell’annuale missione sul campo organizzata dal corso Rainforest Expedition Laboratory, ha scoperto una particolare specie di fungo capace di degradare il poliuretano, il  Pestalotiopsis microspora.

Nel 2008, come ogni anno, gli studenti del corso di Scott Strobel, docente di biochimica molecolare, si sono recati in Ecuador per raccogliere campioni da studiare in laboratorio una volta tornati al campus di New Haven (Connecticut, Usa). Questa volta però, nel gruppo c’erano un paio di studenti particolarmente brillanti che hanno portato all’incredibile scoperta.

Polyurethane synthesis, wherein the urethane groups — NH-(C=O)-O- link the molecular units.

Il primo è stato Pria Anand: esaminando i propri campioni, ne ha individuato uno che, a contatto con il materiale plastico, dava il via a una reazione di degradazione. Poi è stata la volta di Jonathan Russel. Lo studente ha isolato l’enzima grazie al quale questo fungo – unico al mondo, per quanto se ne sappia - è  in grado di sopravvivere a una dieta a base esclusivamente di poliuretano, e per di più in ambiente completamente anaerobico (cioè privo di ossigeno), condizione tipica del fondo delle discariche. Secondo lo  studio pubblicato su Applied and Environmental Microbiology, infatti, le proprietà di questa specie fungina potrebbero essere molto utili nel campo del biorisanamento, ovvero il processo di depurazione del suolo a opera di microrganismi, batteri o funghi.  

Ed è proprio qui che la scoperta degli studenti statunitensi si fa interessante. Di poliuretano, infatti, sono costituiti molti oggetti di uso quotidiano, dai materassi ai frigoriferi, dai giocattoli alle scarpe. Si tratta insomma di un materiale molto versatile e soprattutto economico, ma decisamente non riciclabile. L’unica speranza di non lasciarlo in eredità ai nostri pronipoti potrebbe essere proprio questo particolare fungo originario della foresta pluviale ecuadoregna.

Fonte: Wired.it

 

Se vivete in un paese in cui il Web è tenuto sotto controllo e filtrato, è probabile che Google censuri alcuni contenuti pubblicati su Blogger lì dove vi trovate. Come già annunciato da Twitter, anche Mountain View ha introdotto un sistema di controllo dei contenuti elastico che si adatta alla condizione di libera espressione di ogni singolo paese. In questo modo, qualora una nazione facesse richiesta di oscuramento di un determinato contenuto pubblicato su un blog il cui dominio è blogspot.com questo non sarebbe più accessibile dai naviganti di quello specifico paese. In poche parole se un blogger iraniano pubblicase sulla sua pagina le immagini di una protesta a Tehran e il governo locale ne chiedesse la rimozione quegli scatti sarebbero visibili dal mondo interno, esclusi i cittadini iraniani. Per via di un filtro gestito direttamente da Google.

La modifica era stata annunciata da BigG stessa anche se con non troppa evidenza in una pagina di supporto di Blogger ma è arrivata allo scoperto da quando il sito TechDows ha portato in superficie la cosa. Sostanzialmente, chiunque accederà a una pagina personale aperta tramite Blogger verrà indirizzato sul dominio nazionale del paese in cui si trova, settato secondo le preferenze del luogo. Secondo TechDows questo starebbe già accadendo in India dove le Url dei blog gestiti da Google, se visitati da Nuova Delhi ad esempio, cambiano e si concludono con .in. Google fa sapere di attuare questa policy nazionale per "promuovee la libera espressione e la pubblicazione responsabile fornendo allo stesso tempo maggiore flessibilità nel soddisfare valide richieste di rimozione ai sensi di leggi locali", una motivazione molto simile a quanto comunicato da Twitter negli scorsi giorni.

Inoltre, si difende sempre Google, aggiungendo la sigla " /ncr" (" No country redirect") in coda al dominio di un blog si potrà sempre avere accesso a pagine non geolocalizzate: http://[blogname].blogspot.com/ncr, per intenderci, porterà sempre alla versione non filtrata del blog in questione. La censura localizzata per ora funzionerebbe in India e Australia, ma sarà presto estesa altrove. È chiaro che le ragioni di preoccupazione nei paesi in cui la libertà di espressione non è garantita non sono poche, dato che un algoritmo potrà autocensurare eventuali contenuti scomodi.

Fonte: Wired.it

 

Dopo due anni passati all’estero la gente mi chiede: ma fuori c’è lavoro? Io rispondo convinto “ Sì, certo che c’è”. E non posso fare a meno di immaginarmi questo lavoro, un’entità con le gambe accavallate in sala d’attesa, che quando arrivi lui si alza e dice: “ Piacere, lavoro”. Ma dopo tre mesi che questa storia va avanti ho capito di aver commesso un grave errore.

No, fuori non c’è lavoro. O meglio: il lavoro c’era. Ma è finito. Ora è più chiaro? Forse no. Allora faccio un passo indietro e cerco di spiegare. Viviamo un periodo difficile. La gente scende in piazza per protestare. Vuole meno tasse, più soldi, una pensione. Vuole, fondamentalmente, essere felice. Dateci il lavoro, urla. Ma cos’è esattamente sto lavoro, mi chiedo.

È del tempo speso in cambio di denaro? Una stabilità economica che ti permette di programmare la vita privata? Una ricompensa per il miglioramento sociale a cui contribuisci? Una mazzetta per non farti diventare competitor del tuo capo? Un parcheggio spirituale? Questo dubbio è diventato la mia nuova ossessione.

Me lo chiedo quando arrivano dei soldi a fine mese per le campagne pubblicitarie che ho online. Me lo chiedo quando prendo un progetto proveniente da Milano, lo consegno a un project manager belga, lo faccio sviluppare in Sicilia, lo presento a Londra e ricevo un bonifico online. In tutti questi passaggi quand’è che posso dire di aver lavorato? Me lo chiedo quando dedico tutto me stesso ai progetti personali per cui non so se riceverò mai un soldo. Me lo chiedo quando a Londra faccio una consulenza di user experience design che dura tre settimane e vengo pagato come due mesi in Italia.
E nel mese successivo in cui non lavoro, mi chiedo se persino quello è lavoro. Mi chiedo se considerare i vantaggi di scrivere un blog – notorietà, contatti, incontri con i lettori – allo stesso livello di uno stipendio.  Quando parto per una settimana e affitto il mio appartamento per 400 euro la settimana, mi chiedo se quei soldi sono il frutto di un lavoro. All’inizio la mia cultura mi diceva che no, quello che stavo facendo non poteva chiamarsi lavoro. Era un surrogato, un trucchetto con cui non sarei potuto andare avanti per molto. Poi mi sono trasferito a Londra. E cosa scopro? Che la maggior parte delle persone vive così.

Queste persone non sanno cosa sia il risparmio, non sanno cosa sia uno stipendio mensile per avere un futuro facile da determinare. Queste persone - semplicemente - non la vogliono una vita così. A Londra ho conosciuto maghi, giocatori di poker con partita iva e l’indimenticabile regina degli appartamenti; ho seguito casi come quello di Willwoosh e di Equal3, del nerd che vende disegni di gattini online, del libro di Tim Ferries. Dei pazzi. Pazzi che avevano trovato un modo unico di vivere il proprio lavoro. Dice: vabbè a Londra la gente, si sa, è stravagante.

Allora sono andato a San Francisco. E cosa scopro? Che non solo i pazzi esistono anche lì, ma che c’è un intero ecosistema pronto a finanziarli con dei budget che in Italia riusciamo solo a immaginare.
Loro le chiamano startup, ma questa è un’altra storia. E ho immaginato una mappa che raccoglie le città nevralgiche di tutto il mondo fatta da persone che stanno rivoltando il concetto di lavoro, lo stanno facendo proprio e lo esprimono in un modo così affascinante come fosse un’opera d’arte. Così ho smesso di considerare pazza questa gente. Ho ripiegato prima su coraggiosa, poi determinata, ma in realtà non andava bene nemmeno così. E finalmente ho capito.

Queste persone sono molto più banalmente disperate. Sei disperato quando dovresti allinearti al modo comune di fare le cose, ma non ci riesci. Per quanto possa sforzarti, non ce la fai. E allora l’unica soluzione è quella crearti il tuo mondo, con le tue regole, la tua visione. C’è da dire che parte di queste persone non ce la fa. Non sempre la visione si trasforma in realtà e qualcuno rimane intrappolato all’interno dei propri sogni. Però, insomma.

Questo è il nuovo mondo che ho visto, che osservo compiaciuto. Mi piace pensare che questo movimento stia scardinando di nascosto i principali paradigmi sociali a cui siamo abituati. Arriva Facebook e dice: la privacy non esiste. La gente borbotta un po’, magari fa qualche sciopero. Ma poi alla fine accetta il nuovo paradigma. Cerchi un posto per affittare il tuo cervello otto ore al giorno per i prossimi quarant’anni? Mi spiace, il lavoro è finito. Puoi decidere se borbottare anche tu. Magari fare qualche sciopero. E alla fine accettare il nuovo paradigma.

Luca Panzarella è un imprenditore creativo. Autore dell’ebook gratuito  Il lavoro è finito e di un blog che parla di cambiamento e motivazione. Ha vissuto a Roma, Londra, San Francisco, Melbourne, Milano. Ama le startup, il sole e i sogni.

Fonte: Wired.it

 
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