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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Facebook rimane un'entità un po' misteriosa: conosce tutto di noi - o quanto meno tutto quello che gli abbiamo rivelato e quindi ceduto - ma di lei si sa poco. Grazie ai dati rivelati da Zuckerberg nei documenti per entrare in Borsa, dagli uffici di Menlo Park sono usciti un po' di dati e qualche informazione in più. Prima di oggi, almeno a un livello pop, solo il film di David Fincher The Social Network, aveva svelato qualche retroscena.

Zucky (qui la sua lettera agli investitori) ha dovuto inevitabilmente rendere Facebook  un po' più trasparente; spulciando tra le pagine, per esempio, ci si imbatte in questa tabella che svela chi sono le persone (e le aziende) che detengono qualche quota di Facebook):


Clicca sulla foto per ingrandire

Molti manager detengono delle quote: la  Sandberg 1.899.986,  Mike Schroepfer 2.101.870, David Ebersman 2.174.999 e Theodore Ullyot 1.863.656. Tra chi deteniene una parte inferiore al 5% compaiono anche  Microsoft, Reid Hoffman, Marc Pincus di Zynga, La-Ka Shing, Founders Fund, Goldman Sachs, Meritech e la Elevation Partners di Bono Vox. Ecco chi sono alcune delle persone più in vista che fanno funzionare il social network che aggiorni tutti i giorni.

Fonte: Wired.it

 

Dmitri Medvedev dà il benvenuto a un nuovo sito web del governo dove i cittadini possono inserire lamentele riguardo la burocrazia e leggi stupide.

GAMBE AMPUTATE CHE RICRESCONO – Secondo la burocrazia russa, una persona senza gambe può sì beneficiare di benefici data la sua invalidità però, se dimentica di confermare la condizione ogni due anni, ecco che non ha più diritto ai sussid, visto che lo Stato presume che, in mancanza di comunicazione, gli arti siano ricresciuti.

”RUSSIA WITHOUT FOOLS” - Questo delle gambe è solo uno dei tanti esempi che i cittadini russi hanno mandato a valanghe sul sito apposito. Il fine del progetto, in base a quanto detto dal direttore del progetto Raf Shakirov, è quello di eliminare tutta la burocrazia ottusa e inutile in modo da semplificare la vita di tutti. Già il giorno del lancio del progetto, il 22 gennaio, il sito aveva già raggiunto 135 000 visitatori, e Shakirov ha dichiarato “E’ un risultato molto importante, sono molto soddisfatto. Abbiamo dovuto persino aumentare i server per far fronte al numero di visite, che spero continui ad aumentare”. Shakirov ha detto inoltre che ogni questione segnalata verrà affrontata e risolta. “Se ad esempio alcune leggi dovessero dimostrarsi contraddittorie, proporremo una riformulazione più chiara”.

ALTRI ESEMPI DI ”STUPIDITA’ ” – Una signora, il cui figlio era stato arruolato nell’esercito, ai fini del calcolo di una bolletta ogni mese doveva recarsi in un ufficio per ottenere un certificato che attestasse che lui era ancora in servizio. Tutto questo perché il certificato aveva solo un mese di validità. Un’altra segnalazione riporta che, secondo la legge, la tassa sui rifiuti dipende non dal numero di persone che vivono in una casa ma dai metri quadrati dell’abitazione.

Fonte: Giornalettismo.com

 

“Posto fisso non ce n’è e meglio così, ché poi vi verrebbe a noia”. A pochi è sfuggito il Monti-pensiero sul tema del lavoro e la maggior parte di quelli che lo hanno sentito si sono indignati e hanno protestato con valanghe di twit e commenti su Facebook. Solo un migliaio di persone, in tutta Italia, ha percepito nel sottotesto, un sorta di incitamento a guardare il lato positivo dell’attuale situazione. Che ci sarebbe di buono nell’essere precari? Non ci si può comprare la macchina, chiedere un prestito, accendere un mutuo, fare un figlio. Però tra un contratto e l’altro si ha un sacco di tempo libero. Si può bighellonare per la città, imparare a fare la torta di mele o magari starsene in panciolle davanti al computer. 

Del resto l’ultimo trend che arriva dall’America abolisce il curriculum e considera il candidato in base a interessi, passioni e reali attitudini. E quale modo migliore per accedere a tali informazioni se non cercando sui social? Se non fosse per questa ostinata tendenza a far rispettare la propria privacy. Bacheche illegibili, foto private, addirittura post e status destinati solo ad amici selezionati, per non parlare di quei twit criptici rivolti a non si sa bene chi che parlano non è chiaro di cosa.

Il vostro prossimo lavoro, magari a tempo indeterminato, potrebbe dipendere dall’ uso che fate di Facebook e Twitter. Avrete mica usato degli hashtag troppo polemici ultimamente? O retwittato articoli di giornali schierati politicamente? E quella foto in bikini con espressione maiala al mare? Sarà il caso di toglierla? Siete sicuri che dal vostro diario online traspaia l’impegno nel sociale, l’abnegazione per il lavoro e la capacità di lavorare in team e sotto stress?

No, vero? Se state pensando di pulire tutto, sappiate che ormai è troppo tardi. L’ ufficio personale dell’azienda dinamica e al passo coi tempi,  detesta scoprire che avete dei segreti. E allora? Potreste cominciare a moderarvi, da oggi. Attenzione a non dedicarvi troppo ai giochi online: una posizione troppo alta nella classifica del mese potrebbe farvi passare per dei perdigiorno. Occhio a quali link mettete “ mi piace”, il pollice sollevato non è in grado di trasmettere l’ironia del vostro gesto. Condividere quotidianamente l’oroscopo di Branko potrebbe farvi sembrare troppo fatalisti, per quanto Branko non sbagli un colpo. Basta con le pose a bacetto, stop alle parolacce e ai doppi sensi. Disintossicatevi dalle foto di tenerissimi gatti e dolcissimi cani, e dite NO alla condivisione di immagini che possono urtare la sensibilità femminile. Basta anche alle dediche d’amore, ai cuoricini e agli angeli. E sarebbe ora di smetterla pure con le foto ritoccate di Schettino. Siate composti, ma creativi, pensate prima di scrivere e poi, magari, non scrivete. Oppure create un profilo mendace dove essere voi stessi e uno ufficiale dove trattenere la vostra vera natura. Ma forse per un contratto a progetto è fatica inutile. Bugia per bugia, riprendete il vostro cv, aggiungete qualche mese di lavoro in più alla mensa dei poveri, piazzate un fluente alla voce inglese e per carità, scegliete un font diverso da Comic Sans.

Fonte: Wired.it

 

Tre anni e niente è cambiato: cancellare una foto da Facebook è perfettamente inutile perché resta comunque lì, alla portata di tutti. Nel 2009, in seguito alla scoperta di alcuni studenti di Cambridge, Ars Technica aveva denunciato che, mentre Flickr e Twitter eliminavano (ed eliminano) all'istante una foto cancellata dall'utente, My Space e Facebook continuavano a mostrarla. Le immagini infatti restavano sul server, spesso ancora raggiungibili attraverso il link diretto o applicazioni che vi hanno accesso.

Tornata sulla questione un anno dopo, la rivista aveva verificato che, per lo meno per quanto riguardava Facebook, la situazione era immutata. E oggi, dopo ben tre anni, le foto che Ars aveva cercato di cancellare nel maggio del 2009 sono ancora lì, disponibili sul social network più famoso al mondo. L'indirizzo è dunque ancora valido. Vuol dire che se qualcuno lo ha pubblicato su un sito o un blog, cliccandolo si arriva direttamente all'immagine.
All'epoca la risposta di Facebook era stata un generico: “ ci stiamo lavorando su”. Adesso, ricontattata da Jacqui Cheng, la giornalista che anche nel 2009 si era occupata della faccenda, l'azienda ha dato una risposta più articolata (anche se soltanto via email).

“ Il sistema che usavamo per conservare le foto non sempre eliminava le immagini dal sito in un periodo di tempo ragionevole dopo che un utente le aveva cancellate”, ha spiegato Frederick Wolens, portavoce del colosso di Menlo Park. A quanto pare, le foto rimaste online sono incastrate in un vecchio sistema che non ha mai funzionato a dovere. Ora, tuttavia, l'azienda avrebbe a disposizione un nuovo sistema sul quale, entro un mese e mezzo circa, dovrebbe trasferire tutte le foto.

“ Abbiamo lavorato sodo per spostare tutto il nostro archivio di foto in un nuovo sistema che elimina completamente le immagini entro 45 giorni”, ha spiegato ancora l'uomo di Zuckerberg: “ È  rimasta solo una piccola percentuale di fotografie sul vecchio sistema in attesa di essere trasferite. Ci aspettiamo che il processo sia completato entro un mese o due e poi elimineremo tutti i vecchi contenuti”.

Non importa che quella che volete far sparire da Fb sia una foto compromettente o solo un'immagine che non vi piace e che magari qualcun altro ha caricato senza chiedervi il permesso: ora è lì e ci resta. Nella migliore delle ipotesi per altri tre mesi (un mese e mezzo più gli altri 45 giorni preventivati), ma, basandoci sui trascorsi del social network, anche per altri tre anni. 

Fonte: Wired.it

 

Un giorno, Stati Uniti e Cina saranno molto vicini, e non è una metafora geopolitica. Avverrà tra qualche centinaio di milioni di anni, ma l'America e l'Asia sono destinate a fondersi in un nuovo supercontinente: Amasia. E questa aggregazione si concentrerà, secondo ricercatori dell’ Università di Yale, attorno all’attuale Mar Glaciale Artico. È l’ultima previsione sul fenomeno, ciclico, di addensamento e frammentazione delle terre emerse. Nel suo studio pubblicato su Nature, Ross Mitchell propone un suo modello per descrivere le posizioni sul globo dei supercontinenti.

Per i geologi, prevedere il destino dei continenti a seguito dello smembramento di Pangea –  supercontinente frammentatosi circa 250 milioni di anni fa – è come per gli astrofisici descrivere l’evoluzione dell’Universo dopo il Big Bang. La sostanziale differenza, che va a favore dei primi, riguarda l'esistenza di dati anche sui tempi precedenti all’evento di deriva. È grazie a questa documentazione che, già dagli anni Sessanta, si è scoperto che Pangea è solo l’ultimo di una serie di supercontinenti, formati e disgregati a un ritmo regolare da quando è attiva la tettonica delle placche.

Fino ad oggi, riguardo alle modalità di formazione dei supercontinenti, e in particolare di Amasia, si sono scontrati due modelli tradizionali. Secondo il primo, chiamato dell’introversione, la saldatura tra le terre avverrà grazie alla chiusura dell’Oceano Atlantico. Al contrario, i sostenitori del modello dell’estroversione ritengono che la chiusura coinvolgerà il Pacifico.

Ma per Mitchell, la risposta si trova altrove. Chiedendosi se la posizione degli aggregati continentali fosse casuale o meno, il team di Yale ha analizzato il magnetismo fossile in diverse località del pianeta, al fine di ricostruire le coordinate geografiche dei vari centri di riunione. Indagando il fenomeno del True Polar Wander (Tpw), ovvero la migrazione dell’asse di rotazione terrestre, i ricercatori hanno dimostrato che la distanza angolare tra i centri di supercontinenti successivi si è mantenuta sempre intorno a 90 gradi. 

In particolare, si è visto che Rodinia, il super-continente risalente a 750 milioni di anni fa, si era formato a una distanza di 87 gradi da Pangea, suo successore; lo stesso aveva fatto Nuna (o Columbia), predecessore di Rodinia. La tendenza emersa nello studio mette in discussione, secondo Mitchell, i precedenti modelli dell’introversione e dell’estroversione, aprendo a una terza alternativa: il modello dell’ ortoversione.

Questo modello, oltre a gettar luce sulla tettonica delle placche primordiale, potrebbe svelarci parte del futuro geologico del nostro pianeta. Per esempio il luogo in cui, tra decine di milioni di anni, si formerà Amasia. Considerando infatti che molte placche continentali stanno attualmente migrando a latitudini settentrionali, seguendo un trend registrato fin dal Paleozoico, il centro di Amasia potrebbe trovarsi a 90 gradi Nord da quello di Pangea, cioè negli attuali mari boreali.

(Credit per le foto: Mitchell et al., Nature)

Fonte: Wired.it

 

Quindi non può essere rivendicata da Michael Doyle e dalla sua Eolas Technologies.


 
Abbiamo corso il rischio di sentire questi due nomi molto spesso, visto che sono stati i protagonisti di una causa legale che avrebbe potuto segnare il futuro del web e dell' ecommerce. Un affare così grosso che anche Tim Berners Lee, uno degli inventori del world wide web, è sceso in campo e si è seduto al banco dei testimoni (per la prima volta nella sua vita, ricorda Wired.com) lo scorso 7 febbraio. In ballo c'era la rivendicazione dell' Interactive Web: il sistema che permette agli utenti di interagire con le immagini all'interno di una finestra su un browser. Doyle, che negli anni Novanta era biologo presso l'Università della California, poi fondatore di Eolas, aveva infatti tirato fuori un brevetto che era stato rilasciato a lui e ad altri due suoi colleghi, David C. Martin e Cheong S. Ang, il 17 novembre del 1998. Una data così remota che sembrava difficile da contestare.  


 
Però, prima di quanto sperato, è arrivata la decisione della giuria del tribunale di Tyler, modesta cittadina del Texas: Il brevetto rivendicato da Doyle non è valido.
 
Per qualche giorno Tyler ha brulicato di avvocati. L'ex biologo aveva infatti trascinato in tribunale 8 aziende del calibro di Google, YouTube, Yahoo, Amazon, GoDaddy, JC Penney, Staples e CDW Corp. A nome dell'Università della California, aveva chiesto un risarcimento dei danni per l'utilizzo del brevetto per oltre 600 milioni di dollari, secondo quanto ha riportato Wired.com. Ieri, come atteso, si è svolto il processo; ne sarebbero dovuti seguire altri tre, ma la sentenza  li ha di fatto annullati, dal momento che la questione sembra chiusa.
 
Forse a qualcuno il nome Eolas Technologies dice qualcosa. Sicuramente lo ricorda Microsoft, che nel 1999 si trovava esattamente dove al posto di Google, Yahoo e delle altre aziende citate, cioè a discutere della proprietà di un brevetto sul Web. Nel 2003, l'azienda di Gates fu condannata a pagare ben 521 milioni di dollari. Il verdetto venne poi annullato in appello, ma Microsoft preferì comunque accordarsi con Doyle per la ragguardevole cifra – ufficiosa, non ufficiale – di oltre 100 milioni. Di sicuro, nelle casse dell'Università della California ne sono entrati più di 30.
 
Per l' Interactive Web, Eolas aveva citato una ventina di aziende (non solo le 8 nominate), tra cui anche Apple, eBay, Playboy e Citigroup; queste, però, si sarebbero accordate per evitare la causa. Insomma, sembra che il modo di fare affari con i brevetti di Eolas Technologiessia più simile a quello delle cosiddette aziende patent troll, una sorta di saccheggiatori.
 
La testimonianza di Berners Lee potrebbe avere avuto il suo peso nel verdetto. Era andato a Tyler non ha tanto a che fare con la difesa degli interessi delle aziende coinvolte, ma con quella della libertà del web.
 
“ Mr. Berners-Lee, perché è qui?”, gli aveva chiesto Jennifer Doan, rappresentante legale di Yahoo e Amazon, lo scorso martedì.
“ Perché voglio aiutare a fare chiarezza su ciò che era ovvio e su quello che era il sentire [comune] nel settore dell'informatica [nei primi anni Novanta]”.
“ Quando lo ha inventato, ha brevettato il Web?”
“ No, perché internet esisteva già. Ho preso gli ipertesti, che esistevano da tanto tempo. Tutto quello che abbiamo fatto è stato mettere insieme cose che erano intorno a noi da anni, combinandole per venire incontro ad alcune necessità”.
“ E a chi appartiene il Web?”
“ A noi”
“E il web che tutti possediamo è interattivo?”
“ Direi proprio di sì”
 
E Berners Lee non era solo. Insieme a lui sono scesi in campo Eric Bina, co-fondatore di Netscape, Dave Raggettche ha inventato il tag embed Html, e Pei-Yuan Wei, l'inventore del primo browser, Viola. Su quest'ultimo erano riposte le speranze della difesa: nel programma – del 1991, cioè due anni prima del brevetto di Doyle – gli elementi interattivi erano già previsti.

La prova è un email che Pei Wei scrisse a Berners Lee nel dicembre di quell'anno: “ Una cosa che mi piacerebbe fare presto, se ho tempo, è [...] incorporare gli oggetti di Viola in file Html”. Nel maggio del 1993, il sistema venne implementato alla Sun Microsystems.

(Questo articolo è stato pubblicato il 9 febbraio, l'ultimo aggiornamento è del 10 febbraio)

Fonte: Wired.it

 

Per spiegare l’eccezionalità delle strisce delle zebre e trovare il loro significato adattativo, gli scienziati si sono interrogati a lungo. Ne sono uscite le ipotesi più stravaganti. L’ultima pensata viene da un gruppo di ricerca coordinato da Gábor Horváth della Budapest University of Technology and Economics, in Ungheria, che ha pubblicato i risultati del suo studio sul Journal of Experimental Biology. Eccola qui: il mantello zebrato servirebbe a tenere lontane le mosche cavalline e gli altri insetti ematofagi. Le strisce, infatti, interferirebbero con la riflessione della luce, rendendo le zebre poco attraenti agli occhi di questi animali.

Le ipotesi più classiche sull'evoluzione dello strano mantello sostengono che le strisce servano a confondere i grandi predatori della savana, come i leoni, che aiutino la regolazione della temperatura corporea, e che facilitino il riconoscimento tra gli individui. Già nel 1980, l’entomologo Jeffrey Waage aveva chiamato in causa la difesa dalle mosche tse-tse: avendo occhi sfaccettati poco adatti a percepire forme in prospettiva, avrebbero difficoltà a distinguere le sagome a strisce. Una spiegazione verosimile: tra gli animali della savana, le zebre sono le più immuni alla malattia del sonno portata proprio dalle tse-tse. Horváth e la sua équipe hanno ripreso quest’ipotesi e condotto un esperimento con le mosche cavalline, o tafani, per dimostrarla.

Queste mosche sono attratte dalla luce polarizzata. Tale è la luce riflessa dall’acqua (che per gli insetti è il luogo privilegiato per riprodursi e deporre le uova) e dal mantello degli animali cui succhiano il sangue. Per scoprire se un pattern a strisce interferisse con le modalità di riflessione della luce, rendendo questo tipo di sagome meno attraenti, i ricercatori hanno costruito modelli di cavalli neri, bianchi e zebrati. Hanno così scoperto che le mosche ignoravano quasi del tutto i pattern a strisce, preferendo gli altri.

Modificando ampiezza, densità e angolatura delle strisce, poi, i biologi hanno visto che il modello meno attraente per gli insetti aveva esattamente lo stesso disegno di quello di una zebra reale. “ La selezione naturale in zone come l’Africa deve aver spinto affinché le zebre evolvessero il mantello meno attraente per i parassiti ematofagi - hanno spiegato i ricercatori - e questo mantello è proprio quello zebrato”.

Fonte: Wired.it

 

Treni soppressi senza preavviso, vagoni fermi nella neve, torme di passeggeri che si incolonnano ingobbiti per percorrere a piedi la distanza che separa il treno dalla stazione che non è mai riuscito a raggiungere. E ancora treni che si perdono tra Cuneo e Torino, centinaia di passeggeri bloccati per 17 ore in vagoni inamovibili. Sembra l’inizio di un film apocalittico di Roland Emmerich (siamo nel 2012 dopotutto), e invece è solo una esacerbazione straordinaria della situazione in cui versa il trasporto ferroviario italiano.

Una situazione che è emersa in tutta la sua drammaticità nei giorni scorsi - quando le sostenute nevicate scese a imbiancare l’intero Stivale hanno letteralmente paralizzato il transito ferroviario in diverse località - e che non è più possibile derubricare a problema marginale. I problemi del trasporto ferroviario pendolare, infatti, sono estesi a tutte le regioni del paese ed interessano una fascia sempre più ampia della popolazione.

Per avere una panoramica esauriente delle condizioni attuali del servizio ferroviario italiano una risorsa molto utile è il rapporto Pendolaria 2011, pubblicato lo scorso dicembre da Legambiente. Negli ultimi cinque anni, il numero di pendolari che utilizzano il treno come mezzo di trasporto principale è aumentato del 7,8%, arrivando a quota 2,83 milioni. Quasi 3 milioni di persone che ogni giorno si trovano a occupare treni eccessivamente affollati (su alcune tratte l’occupazione media supera abbondantemente la capienza), tante volte obsoleti, spesso in ritardo. È sufficiente andare a studiarsi la velocità media dei treni italiani (35,5 km/h) e confrontarla con quella dei treni tedeschi (48,1 km/h) o spagnoli (51,4 km/h), o contare il numero di linee suburbane che garantiscono un treno ogni 15 minuti a Milano (1) e a Londra (22), per farsi un’idea della situazione in cui versa il trasporto ferroviario pendolare italiano. Certo, un abbonamento ferroviario tedesco costa nettamente di più di uno italiano, ma il problema rimane e, a giudicare dai tagli subiti dalle linee pendolari nel 2011, non è destinato a migliorare nel breve periodo.

Nell’anno passato, praticamente tutte le regioni italiane hanno operato tagli alle linee ferroviare suburbane, l’unica eccezione è la Lombardia. Tuttavia, ai tagli spesso sono corrisposti aumenti dei biglietti, in particolare in Veneto (dove a fronte di un taglio del 19,5% si è registrato un aumento del 15%) e in Lombardia (dove la mancanza di tagli è stata controbilanciata da un aumento del 23,4%). Non bastasse, il 2011 si è concluso con la discussa eliminazione di diversi treni notte che hanno sollevato proteste, tra pendolari e ferrovieri che proseguono infuocate ancora oggi.

Le soppressioni e i disagi delle ultime settimane sono per una certa parte dovuti a una condizione climatica straordinaria, ma la mancanza di investimenti e cura del trasporto pendolare hanno sicuramente aggravato la situazione: “ Premesso che sul piano organizzativo occorre sempre cercare maggiori livelli di efficacia, i punti deboli del servizio ferroviario pendolare hanno orgine da due elementi: treni e carrozze eccessivamente vecchi e un livello di manutenzione preventiva insufficiente”, spiega Giulio Moretti del Sindacato Or.

S.A.. Ferrovie: “ A cui si aggiunge una dotazione di personale ormai ridotta all'osso dai processi di efficientamento degli ultimi vent'anni, al punto in cui una mole sostanziosa di lavoro straordinario è diventata strumento ordinario di gestione, non solo di Trenitalia, ma di tutto il gruppo FS. Quotidianamente vi sono treni soppressi per mancanza di personale. E' quindi evidente che nei momenti di emergenza le ristrettezze di disponibilità di personale altro non fanno che acuire le difficoltà naturalmente insite nella gestione dell'emergenza."

Nel frattempo, però, l’ Alta Velocità procede a vele spiegate. Tra il 2005 e il 2009 sono stati aperti 661 chilometri di nuove linee di treni ad alta velocità. Nel 2011 poi è stata aperta la nuova stazione Tav di Roma Tiburtina, un’opera da 330 milioni di euro, e per marzo si prevede il debutto di Italo, treno a velocità della compagnia privata Ntv. Insomma, quello che si sta profilando è un panorama ferroviario a due velocità, tra le quali il divario si va allargando in modo ormai insostenibile. A fronte di una situazione simile, è dunque difficile spiegare l’attenzione che viene invece riservata per opere dai costi stratosferici come, per esempio, la Tav Torino-Lione.

Non che manchino i progetti per il potenziamento del trasporto pendolare. A oggi sono diversi i macro-interventi strutturali che attendono solo il raggiungimento degli stanziamenti previsti. Uno su tutti il progetto di completamento dell’anello ferroviario e della linea C della metropolitana a Roma, per il quale mancano ancora 1,8 dei 4,8 miliardi di euro previsti. Tra le opere più importanti figurano anche il raddoppio della linea ferroviaria Giampilieri-Fiumefreddo a Messina (59 milioni raccolti su 1.970 necessari) e il completamento a Napoli della linea metropolitana 1 fino a Scampia (545 milioni su 1.031). E poi ancora il potenziamento della Linea Rho-Gallarate a Milano, e il progetto metro tramvia a Bologna. In sostanza, su 13 miliardi di euro necessari, queste opere finora hanno ottenuto poco più di 6,5 miliardi di euro. Una cifra sicuramente importante, ma che potrebbe essere ridotta se solo ci fosse la volontà politica di togliere linfa a progetti faranonici (qualcuno ha detto Ponte sullo stretto?) per puntare con decisione sul potenziamento del trasporto pubblico su ferro. Purtroppo, basta andare a leggere come verranno stanziati i 4,8 miliardi di euro sbloccati lo scorso 6 dicembre dal Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) per realizzare che questa volontà ancora manca: 919 milioni andranno alla linea Alta Velocità/Alta Capacità Treviglio-Brescia, 1,1 miliardi invece a quella Milano-Genova. 

La tendenza a privilegiare la costruzione di grandi opere rispetto alla risoluzione dei problemi infrastrutturali suburbani, trova una limpida esemplificazione nel caso della Pedemontana Lombarda, un’opera monumentale il cui costo è stimato attorno ai 4 miliardi di euro.

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Fonte: Wired.it

 

E' una data storica per le vittime dell’ Eternit, quel pericolosissimo fibrocemento a base di amianto responsabile di milioni di morti in tutto il mondo. È uscita infatti la sentenza che vede come imputati Stephan Schmidheiny, miliardario svizzero di 64 anni, e il barone belga Louis de Cartier, 90 anni. L’accusa è di disastro ambientale doloso e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche. I due, che sono stati alti dirigenti della multinazionale svizzera Eternit, hanno ricevuto una condanna a 16 anni di reclusione. Il processo è durato oltre due anni e si è articolato in 65 udienze. Ai dirigenti vengono contestate le morti di 2.100 persone e le malattie che hanno colpito altre 800 persone nelle zone degli stabilimenti di Casale Monferrato (Alessandria), Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli). Le parti civili che si sono costituite in giudizi sono oltre seimila.

Ma la lettura della sentenza non mette purtroppo la parola fine all’ allarme eternit. Le ragioni sono diverse. Prima fra tutte è che ancora oggi non si riesce a fare una valutazione sul numero delle vittime. L'eternit è stato infatti collegato, oltre che alla malattia polmonare cronica nota come asbestosi, anche all’insorgenza del cancro. Siamo quindi di fronte a malattie che hanno un periodo di incubazione molto lungo, che si aggira intorno ai 30 anni. Per cui la lunga lista delle vittime non si può dire chiusa. Purtroppo molti ancora potrebbero pagare il prezzo di esser entrati a contatto con questo materiale tossico.

La seconda ragione che non permette di archiviare definitivamente il problema eternit è che in Italia c’è ancora l’ amianto. Secondo le stime del Cnr e di Ispesl ci sono ancora ben 32 milioni di tonnellate di amianto e un miliardo circa di metri quadri di coperture in eternit sui tetti. La stima sui decessi è allarmante: 4mila persone ogni anno perdono la vita a causa dell’amianto. Secondo lo Studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio inquinamento (Sentieri) dell’ Istituto superiore di sanità, ci sono almeno una quarantina di luoghi di interesse per una bonifica d’amianto. Secondo il Registro nazionale mesioteliomi i più colpiti sono gli operai che lavorano la fibra, seguiti dai familiari e dagli abitanti delle zone vicine ai grandi centri di pericolo, come Casale Monferrato. L’ Agenzia dell’Oms per la ricerca sul cancro (Iarc) classifica l’amianto come sicuramente cancerogeno per l'uomo, capace di provocare tumori della pleura (mesoteliomi), del polmone, della laringe, dell’ovaio.

Il materiale killer si nasconde in tubature, rotaie, rivestimenti di tetti e garage. Le condizioni di questi manufatti sono anche precarie per via del deterioramento causato dal tempo. A questo si deve aggiungere il fatto che il processo di bonifica e smaltimento è tutt'altro che concluso. Per legge infatti lo smantellamento di tetti o altri manufatti che contengono amianto è obbligatoria solo se si trovano in uno stato di degrado tale da poter formare delle particelle che possono essere inalate. Secondo la normativa, il lavoro di bonifica e smaltimento può essere effettuato solo da ditte specializzate che possono contare sull’aiuto di personale qualificato. L’elenco delle ditte autorizzate si può trovare sul sito del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare: basta cliccare sull’icona “ Codice Rifiuto” e compilare i campi richiesti (regione, provincia, ecc.)

La prima operazione che gli operatori della ditta devono eseguire è l’ accertamento della presenza di amianto tramite l’analisi storica del sito e attraverso test di laboratorio su un campione del materiale. Una volta determinata la presenza dell’amianto si procede con l’ incapsulamento, un’operazione di bonifica transitoria che prevede il trattamento delle superfici delle lastre esposte agli agenti atmosferici con sostanze sintetiche che impediscono il rilascio di polveri tossiche. Per procedere invece allo smaltimento definitivo, il materiale deve essere confezionato, seguendo una serie di misure di sicurezza eccezionali, e poi trasportato in apposite discariche.

Ma anche quando si riuscirà a eliminare definitivamente la presenza di amianto su tutto il territorio nazionale, rimane il problema dei manufatti a rischio che possono essere importati dall’estero. Nonostante infatti l’Europa abbia bandito l’eternit negli anni ’90, ci sono ancora alcuni paesi dove viene utilizzato, come ad esempio la Russia, il Canada, la Cina, l’India, il Brasile e la Thailandia.

Fonte: Wired.it

 

Si addicono all’inverno le ultime rivelazioni del telescopio spaziale Planck: una mappa delle gelide nubi molecolari (a partire dall’emissione di monossido di carbonio della Via Lattea) e la conferma dell’esistenza della cosiddetta foschia galattica, insieme alle prime indiscrezioni sulla sua natura. I nuovi  risultati della sonda dell' Agenzia Spaziale Europea sono stati presentati a Bologna in occasione del convegno internazionale Astrophysics from the radio to submillimetre – Planck and other experiments in temperature and polarization, e sono frutto di un attento lavoro di pulizia dei dati (prima del quasi pensionamento dello strumento).

Foschia galattica

Missione principale di Planck, al lavoro dal 2005, è infatti studiare la cosiddetta radiazione cosmica di fondo, eco di un passato distante 13,7 miliardi di anni, epoca del Big Bang. Tuttavia, per poter isolare questa radiazione occorre eliminare tutti i segnali che arrivano dalle altre sorgenti di primo piano (foreground), anch’esse registrate dai sofisticati strumenti che si trovano a bordo del telescopio. Tra queste ci sono le emissioni provenienti dalle singole galassie e quelle del mezzo interstellare (Ims) all’interno della Via Lattea stessa. Il bello, però, è che questo lavoro di sottrazione di spettri di emissione lascia nelle mani degli scienziati un’enorme quantità di preziose informazioni.

Raggi gamma tra la foschia

Come quelle sulla mappa delle nubi di monossido di carbonio (CO) presentata a Bologna. Una delle fonti dell’emissione di primo piano catturata è rappresentata dalle nubi molecolari, le dense e compatte regioni della galassia, piene di gas, dove hanno origine le stelle. La maggior parte del gas che le compone è freddo idrogeno molecolare (H 2, ovvero due atomi di idrogeno legati insieme), che però non emette radiazioni facilmente e non è quindi rilevabile dalle strumentazioni. Per individuare queste nubi, allora, i ricercatori hanno deciso di cercare altre emissioni: quelle emesse dal monossido di carbonio, molto più raro rispetto all’idrogeno, ma più semplice da individuare, soprattutto dagli strumenti di Planck. Il risultato di questa scelta è la prima mappa del CO presente nella galassia e, di conseguenza, delle nubi molecolari della Via Lattea.

Dieci anni fa...

“ L’enorme vantaggio della mappa creata da Plank è che ci permette di trovare concentrazioni di gas molecolare dove non ci aspetteremmo”, spiega Jonathan Aumont, Institut d’Astrophysique Spatiale, Universite Paris XI (Orsay, France). Questa mappa semplificherà il lavoro dei radiotelescopi terrestri, rendendolo soprattutto più mirato. Anche questi, infatti, sono sensibili alle emissioni di CO ma possono esplorare solo porzioni limitate di cielo. Ora gli scienziati sapranno esattamente dove puntarli.

Ma la maggior parte delle emissioni galattiche misurata da Planck non è quella delle fredde nubi quanto quella prodotta da elettroni liberi e dalla polvere presente nell’Ims.

Nel primo caso ce ne sono due diversi tipi - emissione di sincrotroni e radiazione di frenamento, o bremsstrahlung – entrambe molto intense alle frequenze più basse. L'emissione della polvere, invece, è  più intensa nello spettro dell’infrarosso, individuato dai canali ad alta frequenza del telescopio.

A disturbare l'intercettazione della radiazione cosmica di fondo vi poi una quarta emissione, sempre intercettata da Planck, chiamata emissione anomala di microonde. Sono tutte e quattro semplici da identificare, perché  presentano spettri abbastanza diversi.

C'è un però: non sono sufficienti a spiegare tutte le emissioni galattiche. Ciò che resta è quello che gli scienziati hanno soprannominato galactic haze: una sorta foschia che circonda il centro galattico, individuata con certezza grazie al Lfi, lo strumento italiano di Planck, e di cui già le osservazioni del telescopio Fermi della Nasa avevano fatto supporre l’esistenza.

Resta incerta l’origine di questa emissione. “ I dati che presentiamo alla conferenza mostrano che si tratta di un’emissione di sincrotroni, ma diversa da quella standard vista in altre aree della Via Lattea”, spiega Krzysztof M. Gorski del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) di Pasadena (Usa) e dell’Università di Varsavia (Polonia). In particolare, questa emissione ha uno spettro più duro:  spostandosi verso energie maggiori e quindi frequenze più alte, la sua intensità non diminuisce drasticamente, come avviene di solito. Ora gli scienziati sono a lavoro per capire il perché di questa differenza e le ipotesi sono ancora le più disparate: dalla maggiore frequenza di esplosione di supernovae al vento galattico, fino all’annichilazione di particelle di materia oscura. 

Fonte: Wired.it

 
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