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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

uvaspinaE’ in pericolo la stazione di ricerca Pavlovsk, la più antica banca di semi del mondo, la più grande collezione di vecchie varietà europee di frutti. Il 90%di essi esiste solo lì. Ancora per poco.

La stazione Pavlovski trova alla periferia di San Pietroburgo, e – se le cose non cambiano – nel giro di un mese una colata di cemento prenderà il suo posto. Un quartiere residenziale.

E’ in corso una campagna sul web per convincere le autorità russe a salvarla. In fondo, custodisce una parte delle radici d’Europa.

La stazione Pavlovsk fa capo al Vavilov Institute of Plant Industry, conosciuto anche come All-Russian Research Institute of Plant Industry. Possiede centinaia di migliaia di semi, e nei campi che la circondano crescono oltre 4000 varietà di frutti: soprattutto fragole (mille tipi diversi di fragole!), ma anche ciliegi, uvaspina, lamponi… Provengono da 40 Paesi. Sono i progenitori delle varietà commerciali, praticamente più nessuno li coltiva.

Proprio per questo sono preziosi. Non è attaccamento sentimentale al buon tempo antico, ma una questione di biodiversità: queste piante possiedono caratteristiche che potrebbero tornare utili per ottenere nuove varietà in grado di resistere ai cambiamenti climatici, ai parassiti, alla siccità…

Durante la Seconda guerra mondiale, quando San Pietroburgo – allora Leningrado – era stretta dall’assedio delle truppe tedesche, 12 scienziati che custodivano la stazione Pavlovsk preferirono morire di fame piuttosto che mangiarsi le collezioni.

La settimana scorsa un tribunale ha stabilito che la stazione Pavlovsk deve sloggiare entro un mese, così che al suo posto possa aprire un cantiere edile.

La stazione stessa e l’istituto cui fa capo interporranno appello. Oltretutto non si possono traslocare alberi ed arbusti che crescono in campo aperto e che difficilmente si riproducono per seme. O per lo meno, ammesso di trovare un altro sito, il trapiantodi queste varietà preziose e uniche richiede anni di lavoro.

Di fronte alle pressioni di studiosi di tutto il mondo, il presidente russo Medvedev ha fatto sapere che esaminerà la questione. Se volete dargli un aiutino in questo senso, su Internet c’è la petizione di Global Crop Diversity Trust, appoggiata anche da Slow Food International.

Vavilov Institute of Plant Industry

Il comunicato stampa sul sito del Vavilov Institute of Plant Industry: il tribunale ha deciso a favore del cemento

Un vecchio articolo dell’Independent in pericolo stazione sperimentale Pavlosk

Sul Guardian le autorità russe riesamineranno la questione della stazione sperimentale Pavlosk

Il comunicato stampa di Slow Food International: salvare la stazione di ricerca Pavlovsk

La petizione di Global Crop Diversity Trust a favore della stazione di ricerca Pavlovsk

Fonte: blogeko.it

 

Una discarica fluttuante, paragonabile al “Great Pacific Garbage Patch”, il vortice di immondizia che galleggia ormai da decenni nel Pacifico.

Niente da festeggiare per l’ultima scoperta degli oceanografi nell’Atlantico del Nord. Al termine di una ricerca durata 22 anni, è stata localizzata al largo delle coste della Georgia, nel sud est degli Stati Uniti, la più grande isola di rifiuti nel secondo oceano del pianeta. Una discarica fluttuante, estesa fra i 22 e i 38 gradi Nord di latitudine, la cui concentrazione di plastica è paragonabile a quella rilevata nel “Great Pacific Garbage Patch”, il gigantesco vortice di immondizia che galleggia ormai da decenni nel Pacifico. “Nonostante l’attenzione crescente per il problema dell’inquinamento da rifiuti plastici negli oceani, sono ancora pochi i dati scientifici per misurare l’ampiezza del fenomeno ”, afferma il team di ricercatori del “Sea Education Association”, del Woods Hole Oceanographic Institution e dell’Università di Hawaï, annunciando la scoperta su Science.

Dal 1986 ad oggi, sono oltre 64mila i detriti ripescati in mare, in 6.100 punti di campionamento, dagli oceanografi statunitensi che lanciano l’allarme: esiste una impressionante quantità di plastica che risulta “scomparsa” nell’oceano. Nel corso dei due decenni dello studio, i detriti ritrovati nell’Atlantico non risultano cresciuti proporzionalmente con l’aumento dei rifiuti finiti in acqua. “E’ evidente che il tempo può alterare le caratteristiche fisiche della plastica” sostengono i ricercatori del SEA, lasciando aperte diverse ipotesi sulla sorte di ciò che resta di bottiglie, buste e copertoni. Ridotti in frammenti molto piccoli, i detriti potrebbero essere sfuggiti alle reti o precipitati sul fondale, dando vita ad un inquinamento che, secondo la comunità scientifica, rischia però di rivelarsi devastante per gli ecosistemi marini. L’ipotesi più inquietante arriva dall’università giapponese di Nihon: la plastica non è indistruttibile, e decomponendosi in mare, rilascia sostanze tossiche estremamente minacciose per gli organismi che lo popolano.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

 

Dalla torre un tempo si avvistavano pirati e predoni che infestavano la costa. Oggi, con gli stretti viottoli, le tipiche case mediterranee circondate da mandorli, carrubi e ulivi, rimane uno degli ultimi angoli incantati di Liguria.

 

Verezzi è la parte “alta” di Borgio, paese costiero con il quale fa Comune. Il centro abitato è composto da quattro borgate: Poggio, Piazza, Roccaro e Crosa, situate nella parte superiore del Colle della Caprazoppa.

Verezzi è lì sopra, sulla sommità di un promontorio che dalla cittadina costiera di Borgio s’innalza, con una serie di tornanti a gomito, fino ad arrivare agli altri borghi di un entroterra così a portata di mano che la brevità del tragitto e il poco tempo che richiede per percorrerlo, annulla quasi la piacevole sorpresa delle bellezze naturali nelle quali ci si immerge;  occorre una sosta, una pausa, per apprezzare la particolarità del territorio. Borghi di montagna, il verde la nota dominante, con in più il profumo del mare, sempre visibile per lunghi tratti nel tragitto verso l’interno.

 

Storia in "pillole".

I trascorsi di Verezzi sono indissolubilmente legati alle principali vicende e ai cambiamenti epocali vissuti da Genova e dalla Liguria.
Anticamente il complesso di borgate di Verezzi erano chiamate “Viretum”; superato il periodo delle invasioni saracene, nel 1385 ha luogo la cessione del borgo alla Repubblica di Genova da parte di Papa Urbano VI.

 

Tra il 1818 e il 1847 i due paesi appartengono alla provincia di Albenga, mentre tra il 1847 e il 1929 fanno capo a Genova. Nello stesso anno, ancora divisi, passano alla provincia di Savona, che è quella dalla quale dipendono ancora oggi.
Fino al 1933 Borgio e Verezzi erano ancora due comuni distinti, poi la storica unione in piena epoca fascista, durante il processo di accentramento e razionalizzazione amministrativa che ha coinvolto anche la Liguria e i suoi territori. 

Un borgo di antiche pietre.

Per molti Verezzi e questo primo entroterra ligure rappresentano un angolo di territorio ancora da scoprire compiutamente: la vegetazione, il clima, la fauna e gli itinerari naturalistici fanno da contorno alle stradine acciottolate  del piccolo paese, l’una collegata all’altra, sino a giungere all’ultimo gruppetto di casupole che precedono l’arrivo alla Chiesa di Santa Maria Maddalena.

La probabile fatica di una camminata quasi sempre in salita, è compensata dalle emozioni speciali che Verezzi è in grado di suscitare. Colpisce la struttura architettonica del borgo, con le sue case accostate le une alle altre, gli stretti passaggi e i ponticelli aerei gettati tra un edificio e l’altro: queste strutture, come in molti altri comuni della riviera ligure, sono state costruite per meglio difendersi dai numerosi e continui attacchi saraceni di un passato ormai lontano.

Verezzi promana un’atmosfera magica, suggestivamente “antica”, arricchita da un paesaggio infinito che si perde all’orizzonte, nella foschia pomeridiana, con lo sguardo che oscilla dalle colline circostanti  alla piana costiera che si estende fino all’estremo lembo del golfo ligure di ponente.
Le spiagge e il mare limpido risaltano, giù, a pochi chilometri, dando l’impressione inebriante di potervisi immergere con un gran tuffo.
Il blu del mare, il verde dei campi e il bruno della pietra antica; sono davvero forti le sensazioni che le bellezze ambientali di Verezzi possono regalare, in quest’angolo di Liguria così ben preservato. 

Fonte: www.mondointasca.org

Autore: Federico De Rossi

 
By Admin (from 31/08/2010 @ 08:15:22, in it - Scienze e Societa, read 2597 times)

Un percorso in campagna. Campagna quasi urbana, vera campagna con orti e boschi ma anche vera città con case, giardini, strade. Ma la campagna batte nettamente la città, in questa camminata lungo il versante destro della media Val Bisagno dal confine comunale dl Genova al popoloso quartiere di Molassana. È un percorso che ha per tema l’acqua, e non per via del torrente che scorre in basso a breve distanza. Qui si parla di acqua potabile, acqua da bere. Genova è una città di mare e ciò significa che ha tanta acqua a disposizione. Per viaggiare, per pescare, ma certo non per bere. E i torrenti che scorrono accanto o dentro la città certo non sono mai stati molto “potabili” nel tratto urbano del loro corso. Le sorgenti presenti in città, come le Fontane Marose erano soggette a cali di portata e a forti siccità – celebre quella del 1428 citata dall’annalista Agostino Giustiniani.

 

Quindi i genovesi hanno sempre dovuto andare a cercarsi l’acqua potabile altrove, nelle colline a monte della città. Storicamente, dall’epoca romana sino al XX secolo quando l’offerta si è un po’ diversificata, è sempre stata la val Bisagno la principale fornitrice di acqua potabile per Genova. Di questa bimillenaria funzione idrica della valle rimangono evidenti e interessanti testimonianze non solo in documenti, carte e disegni ma soprattutto in “monumenti”. Anzi, in un monumento, un unico lunghissimo monumento, ovvero l’acquedotto storico; “l’antica strada dell’acqua”. Il primo acquedotto fu costruito dai romani sul versante destro del Bisagno, pare intorno al 200 a.C. nel corso della ricostruzione della città seguita al saccheggio operato dai cartaginesi del generale Magone nel 205 a.C. durante la seconda guerra punica; ma di questa prima struttura non rimangono che minime tracce. Dal Medioevo in poi, man mano che la città cresceva, aumentava il fabbisogno d’acqua e l’acquedotto cresceva, aumentando le prese nelle varie vallette che affluiscono nel Bisagno e allungando il percorso sempre più a monte.

 

Nell'XI secolo risaliva il rio Veilino alle spalle del cimitero di Staglieno - alcuni resti sono visibili lungo lo svincolo autostradale di Genova Est – e maggiori prolungamenti furono costruiti tra XIV e XVIII secolo nella media val Bisagno fin oltre Struppa, con ponti-canali e nuove prese d'acqua. Se alcuni tratti secondari nelle vallette laterali risultavano troppo danneggiati o diventavano meno necessari, venivano sostituiti da grandiosi ponti-sifone che accorciavano il percorso: quello sul rio Geirato, a Molassana, fu costruito nel 1777: ha quattordici arcate per 640 metri di lunghezza, è un capolavoro dell'ingegneria idraulica dell'epoca che attirò l’attenzione degli ingegneri di tutt’Europa. Il ponte-sifone sul Veilino risale al 1842.

 

Giunto presso le Mura Nuove seicentesche, l’acquedotto lasciava la val Bisagno e si avvicinava al centro urbano (che sino ai primi decenni dell’Ottocento corrispondeva all’attuale centro storico) lungo l’attuale Via Burlando (di fronte allo stadio di Marassi) e da Piazza Manin seguiva l’attuale Circonvallazione a Monte, sugli 80 metri di quota, dove lungo i marciapiedi ne rimangono tratti ben distinguibili, con arcate e alcuni piccoli ponti, ed esistono il Passo dell’Acquidotto e la Salita dell’Acquidotto che lo ricordano anche nel nome. Lungo l’attuale Circonvallazione a Monte, dalla conduttura principale si diramavano alcuni bracci che portavano l’acqua verso la sottostante città, le sue fontane e il porto. L'acquedotto funzionò pieno regime sino a metà Ottocento, poi venne gradualmente sostituito dai nuovi impianti che prendono l’acqua più lontano, da sorgenti e da laghi artificiali nelle valli del versante padano. Nel 1917 fu decretata la non potabilità delle sue acque, ma fino al 1951 esse arrivavano in vico Lavatoi al Molo.

 

Oggi molti tratti sono andati distrutti per il normale degrado dovuto al trascorrere del tempo e per l’espansione urbana della città sulle pendici della val Bisagno, ma molti lunghi tratti rimangono più o meno ben conservati e sono diventati un piacevolissimo percorso pedonale – a tratti carrabile alle moto – che offre la possibilità di osservare una parte di Genova normalmente invisibile a chi si muove lungo le strade “normali”: Genova è una città di non piccole dimensioni, è la sesta città d’Italia per numero di abitanti, ma conserva – anche grazie alla sua orografia complicata – moltissimi affascinanti angoli dove la natura la fa da padrona e la presenza dei manufatti umani è rara e discreta.

E questi angoli naturali, anche di estese dimensioni, sono tutti a immediata portata di mano e di piedi, per raggiungerli basta un autobus.

 

Molte altre cose si potrebbero dire sull’acquedotto storico di Genova ma non è questa la sede per scendere in dettagli storici, architettonici, idraulici; per chi fosse interessato alla faccenda ci sono due ottimi libri sull’argomento: L’antica strada dell’acqua di Paolo Stringa, Sagep Libri & Comunicazione, Genova 2004; L’Acquedotto storico di Genova, di Luciano Rosselli, Nuova Editrice Genovese, Genova 2009. Rosselli è anche l’autore del sito web dedicato all’acquedotto ricco di belle foto e di interessanti notizie, soprattutto per i tratti di acquedotto che entrano in città

 

Descrizione dettagliata dell'itinerario

 

L’itinerario inizia nel borgo di Cavassolo, in versante destro dell’ancora giovane torrente Bisagno, e sale al ponte-canale che dal borgo prende il nome; lo si percorre e si procede oltre i mulini di Salita Piloni sul tracciato pianeggiante dell’acquedotto, superando alcune case. Giunti al diruto oratorio di San Rocco si scende a destra sull’asfalto per aggirare gli impianti dell’acquedotto moderno dell’AMGA, poi si sale lungo il “Passaggio pubblico per San Cosimo” e si ritrova il tracciato dell’acquedotto storico in Via ai Filtri. Procedendo sull’asfalto, si lascia a destra l’ingresso di monte della Galleria della Rovinata e dopo un centinaio di metri si scorge sotto la strada, a destra, l’ingresso di valle della stessa galleria, chiuso e recintato. Una brevissima discesa – un po’ scivolosa – fra i rovi del pendio erboso porta sul percorso dell’acquedotto a valle della galleria, e si procede fra orti e casette, sino a incrociare la Salita Inferiore alla Chiesa di San Cosimo.

 

Si attraversa Via Trossarelli percorsa dagli autobus che salgono a San Cosimo di Stuppa e si continua incrociando poi le creuse di Via dei Noceti e Salita Gambonia. Il percorso prosegue col nome di Via Inferiore Gambonia mente l’acquedotto corre sotterraneo nella Galleria Gambonia; quando torna in superficie prende il nome di Via Giovanni Aicardi e oltrepassa la valle del Rio Torbido con un maestoso ponte-canale. Il percorso continua facile come Via Aicardi, poi Salita Cà Bianca, e arriva a incrociare Via di Creto, la provinciale che sale a Creto e scende in alta Valle Scrivia. Attraversata la strada ci si dirige lungo via Araone da Struppa dove il percorso pavimentato a lastroni aggira il cimitero di Struppa, passa un breve ponte-canale e continua assumendo poi il nome di Via Roccatagliata, incrociando altri piccoli ponti-canali e molte creuse che salendo dal fondovalle tagliano perpendicolarmente il tracciato per salire ai crinali.

 

Si arriva quindi alle case del nucleo originario dell’ex-borgo, ora quartiere, di Molassana; qui, in Via delle Brughe, sotto l’oratorio di San Giovanni Battista, l’acquedotto si tuffa nel grandioso ponte-sifone che scavalca la valle del Rio Geirato. Però il ponte-sifone è normalmente chiuso al transito e per accedervi occorre rivolgersi a un’associazione locale; suggeriamo quindi di proseguire brevemente lungo Via delle Brughe sul tracciato del ramo antico dell’acquedotto che aggirava la valle del Geirato sino al 1777; giunti sulla trafficata Via San Felice, si prenda il bus e si scenda sino al cimitero monumentale di Staglieno, la cui visita può occupare anche un paio d’ore.

Fonte: www.trekking.it

Autori: Gianni Dall'Aglio - Elena Delucchi / Enrico Bottino

 
By Admin (from 01/09/2010 @ 10:30:46, in it - Scienze e Societa, read 2168 times)

“Genova, amore a seconda vista”: questa frase, scritta alcuni anni fa da un giornalista straniero, è quasi un luogo comune.

Quindi ha un fondo di verità. Il fascino di Genova non appare a chi corre sulle autostrade o si imbarca di fretta sui traghetti; qui non si ama ostentare le proprie virtù. Understatement zeneise, lo chiamano. Insomma, Genova non crede “a quello che i francesi chiamano coup de foudre”, come cantava Enrico Ruggeri. Ma la differenza fra un colpo di fulmine e un amore a seconda vista è che l’infatuazione del primo può passare, il secondo resta.

Forse non sarà facile innamorarsi di Genova, certo è impossibile scordarla dopo che è scaturita la passione. Genova è un cocktail di nuovo e di antico, di moderno e di medievale, di contemporaneo e di storico. Il sole che brilla sul tozzo Matitone, fulgido esempio di architettura international style di fine XX secolo, illumina anche la Lanterna carica di secoli e di salsedine; la sua luce che sbircia tra i tetti del carruggio bimillenario della Maddalena, illumina con assai migliori risultati Piazza della Vittoria, trionfo del razionalismo celebrativo.


Genova è tutto ciò ma non solo: intorno alle bellezze artistiche c’è la rappresentazione – che potremmo definire teatrale – della vita quotidiana dei suoi abitanti. E se l’arte prorompe, incontenibile, nei palazzi delle “strade nuove”, che dal 2006 sono “Patrimonio dell’Umanità” dell’UNESCO, la vita quotidiana riempie di suoni, profumi, colori le strade del commercio, sia quelle ottocentesche che potrebbero essere collocate in Trastevere o nel V arrondissement parigino con identica dignità, sia le vie storiche dove le tracce del Libero Comune mercantile non sono del tutto scomparse.

Camminare nel centro di Genova significa godersi la città con lo sguardo verso l’alto, per non perdersi i fregi e gli affreschi dei palazzi ”belli”, siano le regge dell’oligarchia seicentesca o i virtuosismi dell’eclettismo e del liberty. E, al contempo, significa tenere il naso davanti delle vetrine per non perdere il profumo del pesto, la fragranza della focaccia, la dolcezza dei pasticcini di tradizione settecentesca. Genova, gioia dei cinque sensi. Nel cuore della città, il centro storico: vivo, vivissimo, mai un museo di se stesso.

Certo qui arte ce n’è tanta, e storia tantissima. Ma c’è anche la gente che vive tra questi palazzi splendidi o cadenti, tra queste chiese rutilanti di arte, lungo questi carruggi stretti: persone diversissime tra loro ma unite dallo stesso destino di essere genovesi. Per albero genealogico o per ventura di immigrati in cerca di un futuro migliore, poco importa.


Genova è sempre stata punto d’incontro di popoli, sin da quando marinai fenici o etruschi approdarono nella baia del Mandraccio e incontrarono i selvatici Liguri delle colline. Passarono poi i romani, i longobardi, gli arabi, gli ebrei sefarditi, gli spagnoli, i francesi, gli emigrati meridionali…

Genova è il frutto di questa mescolanza di genti, di usi, di pensieri, di culture, di fedi religiose e non può fare a meno delle chiese barocche e delle friggitorie profumate di torta pasqualina come dei senegalesi nerissimi e delle vesti sgargianti delle donne nigeriane.

Fonte: trekking.it

 
By Admin (from 02/09/2010 @ 13:00:39, in it - Scienze e Societa, read 3000 times)

Un tuffo nella nostalgia, nel rimpianto per un passato che è davvero passato e che ha lasciato poche, se pur preziose, tracce. Colpa dell’entusiasmo e della disattenzione di chi ha avuto nella seconda metà del XIX e in tutto il XX secolo il compito di bene amministrare i comuni – poi quartieri – del ponente genovese. L’entusiasmo dello sviluppo industriale, quando le magnifiche sorti e progressive di Genova e dell’Italia erano affidate alla crescita dell’industria pesante; la disattenzione di chi ha permesso e favorito la distruzione di uno dei più bei “paesaggi di villa” del Nord Italia, trasformando un territorio che gli umanisti definivano Giardino di Venere in una periferia urbana di non sempre facile godibilità.

Senza addentrarci troppo nella storia del paesaggio del ponente cittadino, basti immaginare – se ci si riesce, ché ci vuole un po’ di fantasia – che la fascia costiera a ponente della Lanterna, da Sampierdarena a Cornigliano, Sestri Ponente, Pegli, Pra, Voltri, era grosso modo sino a metà Ottocento un susseguirsi di borghi costieri marinari e di grandi ville nobiliari circondate da vasti parchi e giardini, con qualche cantiere navale lungo la spiaggia. Le pur nobili ragioni dell’industria e l’aumento della popolazione dovuta alla crescita industriale hanno progressivamente eroso questo patrimonio di natura e arte sostituendolo con ciò che esiste oggi, ovvero il grande porto moderno, l’aeroporto, diversi impianti industriali e tanti edifici di discutibile bellezza.

Tutto ciò per dire che le prime tappe di questo itinerario, le ville di Pegli, non sono entità aliene calate dal cielo, piuttosto sono una testimonianza importante di quei tempi e di quel paesaggio ormai andati. Mentre i tempi delle ville stavano per concludersi, Pegli ebbe la fortuna di farsi conoscere all’estero per la sua bellezza, sì da entrare nel novero delle località turistiche d’elite che diedero sviluppo al turismo ligure, più o meno nei tempi della Bell’Epoque che precedette la prima guerra mondiale. Pegli località di soggiorno di principi, re e imperatori, nobili e magnati, che venivano a svernare qui, sfuggendo i climi rigidi dell’Europa centrale e orientale.

Una breve navigazione lungo i moli del porto moderno è il trait-d’union tra le ville pegliesi e il centro storico, che in questo itinerario si presenta sotto i suoi diversi aspetti medievali e seicenteschi, popolari e nobili, religiosi e civili, artistici e commerciali, vetusti e rinnovati. Ventisette secoli (circa) di storia non sono passati invano, e tutti hanno lasciato qualche traccia. Nessun itinerario di due o tre ore di cammino potrà farli scoprire tutti ma buone gambe e mente attenta permettono di fare millanta interessanti scoperte.

Descrizione dettagliata dell'itinerario

Si parte dalla stazione ferroviaria di Pegli, che è già un’emergenza artistica di per sé, col suo Liberty elegante e allegro a tradire lo scopo per cui fu costruita, cioè accogliere i coronati e danarosi ospiti dei grandi hotel affacciati sul mare. Il più bel parco di Genova, quello di villa Pallavicini, è subito a sinistra della stazione, e oltre al parco c’è il museo archeologico ospitato nella villa che merita una sosta attenta. Tornati alla stazione si sale per via Martiri della Libertà e via Pavia per raggiungere l’altra villa, Doria Centurione col suo museo navale.

Dopodiché indietro di nuovo sino alla stazione per raggiungere il lungomare attraverso il breve simpatico vico Condino, girare a destra e salire per via De Nicolay in cerca della casa natale di Fabrizio De Andrè. Tornati sul lungomare vale la pena spingersi ancora un poco a ponente per raggiungere il vasto Hotel Méditerranée che ricorda i tempi d’oro della Pegli turistica. Breve da qui il cammino sul lato a mare della passeggiata sino al Molo Archetti, punto d’imbarco della Navebus, l’intelligente linea di trasporto pubblico via mare istituita dall’AMT per collegare Pegli e i quartieri di ponente col centro città. Mezz’ora di navigazione osservando i moli del porto e le navi al lavoro, poi si sbarca nel cuore del Porto Antico, proprio di fronte a Palazzo San Giorgio, accanto all’Acquario.

Rimesso piede a terra, l’attraversamento di piazza Caricamento e la breve e affollata via al Ponte Reale porta in piazza Banchi con la chiesa di San Pietro, che si oltrepassa per procedere sotto l’arcata di vico San Pietro della Porta (forse era una porta delle mura altomedievali) e lungo via di Canneto il Curto, un animato e multirazziale tratto del carrugio lungo parallelo alla riva. La larga rettilinea via San Lorenzo induce a salire verso la cattedrale e verso piazza Matteotti, con il palazzo Ducale e la chiesa dei gesuiti ricca di arte barocca. Un tratto di via di Porta Soprana e poi a destra giù per vico dei Castagna sino a piazza delle Erbe, il centro della movida serale della gioventù genovese. Via di San Donato conduce alla omonima bella chiesa romanica, da cui si sale lungo Stradone Sant’Agostino verso quella chiesa col suo museo.

Più in alto c’è l’ampia (per essere nel centro storico) piazza Sarzano, che invita a scendere vico dietro il Coro di San Salvatore per ammirare un delizioso angolino nascosto della Genova molto medievale, Campopisano. Di nuovo su in Sarzano per entrare nel canyon di via Ravecca, stretto fra alte case antiche e rinnovate, sino alla Porta Soprana, la principale tra le porte della “Murette” del XII secolo. Breve la discesa per Vico Dritto di Ponticello sino alla cosiddetta “casa di Colombo”, quindi per piazza Dante e via Dante si raggiunge il centro della Genova moderna, ovvero piazza De Ferrari.

Per poi rituffarsi nel Medioevo di salita San Matteo sino alla magnifica raccolta piazza San Matteo, che fu il quartiere della famiglia D’Oria. Via David Chiossone e Vico del Fieno scendono in Piazza Soziglia, snodo dei carruggi commerciali nell’area due-cinquecentesca del centro storico; da qui per un breve tratto di via dei Macelli di Soziglia, poi a sinistra per vico Lavagna sino alla popolare pianeggiante via della Maddalena, da seguire verso destra sinché il vico dietro il Coro della Maddalena ci fa salire in via Garibaldi, la splendida “Strada Nuova” Patrimonio dell’Umanità UNESCO, massima testimonianza del siglo de los Genoveses.

Da Strada Nuova coi suo palazzi e i suoi musei verso la “Strada Nuovissima” settecentesca di via Cairoli, quindi a sinistra verso l’ampia piazza della Nunziata, coi palazzi nobiliari che fronteggiano la chiesa, altro prezioso contenitore di opere d’arte dei secoli d’oro dell’arte genovese, dal Manierismo al Barocco. È il rettifilo della seicentesca via Balbi – altri palazzi sontuosi, altri musei – a condurre al termine di questo itinerario, davanti alla stazione ferroviaria di Piazza Principe.

Fonte: www.trekking.it

 

Ti emoziona per natura il più grande parco marino d’Europa: 71 vasche, 800 specie, oltre 10.000 esemplari sullo sfondo inimitabile del Golfo di Genova. È stato inaugurato nel 1992 in occasione delle celebrazioni Colombiane nel 500 anniversario della scoperta del Nuovo Mondo. Meta ogni anno di oltre un milione di visitatori, accoglie in 600 metri quadrati di esposizione ogni specie marina – dai delfini agli squali, dalle tartarughe ai pinguini - e tiene nel loro naturale ambiente marino, accuratamente riprodotto.

 

Il percorso di visita (circa 2 ore 30 minuti) si snoda scenograficamente tra mille e uno scorci panoramicissimi del Porto Antico di Genova - infatti l’Acquario è situato sull’antico Ponte Spinola- e comprende 40 grandi vasche, alle quali si aggiungono le 19 vasche aperte ricavate sfruttando gli spazi di una vera e propria nave chiamata “Nave Italia”; grazie alle quali si possono veramente “toccare in mano” i pesci.

Magnifica è anche la ricostruzione degli ambienti naturali originali delle singole specie all’Acquario di Genova: non solo fauna marina ma anche rettili, anfibi , e, in generale, animali delle foreste fluviali e d’acqua dolce. Polo attrattivo, scientifico e didattico questa straordinaria struttura è assolutamente coerente col suo slogan: "Acquario di Genova. Ti emoziona per natura".


Fonte: genova-turismo.it

Per saperne di più : www.acquariodigenova.it

 

 

Guerra in Iraq, guerra in Afghanistan, guerra.

Davvero la guerra ha fatto aumentare l'integralismo? Vignetta di Mauro Biani. Guerra in Iraq, guerra in Afghanistan, guerra.

Fonte: maurobiani.splinder.com

 
By Admin (from 04/09/2010 @ 09:08:36, in it - Scienze e Societa, read 1799 times)

" Ogni giorno i nostri soldati bruciano o distruggono l'unica coltura esistente in Afghanistan". Christopher Hitchens senza mezze misure, in tutta la sua bravura. Buona lettura.

LO SAI CHE I PAPAVERI... un editoriale di Christopher Hitchens.

Perché sembra che l'intervento in Afghanistan sia andato meglio del previsto, mentre quello in Iraq si è dimostrato più difficile?

Si possono dare diverse risposte.

L'Afghanistan aveva già vissuto l'esperienza della teocrazia e della guerra civile, e la sua popolazione era stanca e assuefatta. I taliban erano stati al potere solo per poco, mentre il partito Baath iracheno aveva avuto più di trent'anni per abituare la popolazione a una timorosa obbedienza.

La maggior parte dei vicini dell'Afghanistan vuole che il governo di Karzai porti un minimo di stabilità, non  così per l'Iraq.

Però in Iraq le truppe non entrano rombando nei villaggi per imporre alla gente di smettere di produrre o consumare i prodotti petroliferi. Né scorrazzano per il Paese facendo saltare in aria i pozzi di petrolio o le trivelle. Immaginate come sarebbe diverso se lo facessero.

E adesso pensate che ogni giorno, in Afghanistan, i soldati che agiscono in nostro nome bruciano o distruggono l'unica coltura esistente, rischiando di far ricadere il Paese nelle mani dei signori della guerra e nell'anarchia.

Embrionale ripresa economica

Apprendiamo dal New York Times che in seguito ai suoi accertamenti segreti il tenente generale David Barno, l'ufficiale americano di più alto grado presente nel Paese, è arrivato alla conclusione che la coltivazione del papavero è il principale ostacolo alla creazione di una società civile, e l'unico mezzo con cui gli ex taliban e le forze di al Qaeda sperano di riprendersi.

A una lettura più attenta dell'articolo, tuttavia, si capisce che è la campagna contro la coltivazione del papavero il vero ostacolo. Questo fatto era sottolineato anche da un commento apparso nella stessa edizione del Times, firmato dal ministro delle finanze afgano. " Oggi", scriveva il ministro, "molti afgani sono convinti che non è la droga, ma una guerra sbagliata contro la droga a ostacolare la loro economia e la nascente democrazia".

 Il Ministro sottolineava che un terzo del PIL del Paese dipende da quelle colture e che " distruggerle senza offrire agli afgani un mezzo di sussistenza alternativo rischia di annullare l'embrionale ripresa economica degli ultimi tre anni".

Non ci si chiede mai, però, cosa succederebbe se quell'attività fosse legalizzata e tassata: una soluzione che la sottrarrebbe al controllo della mafia e farebbe arricchire in breve tempo un gran numero di contadini afgani.

Vent'anni fa i principali prodotti di esportazione del paese erano l'uva e l'uvetta. Ma molti di quei vigneti – se non quasi tutti – sono stati lasciati seccare o abbattuti, o addirittura sradicati per ricavarne legna da ardere, nel corso di questi decenni di guerre.

 Un afgano che fosse tanto ottimista da piantare oggi una vigna dovrebbe aspettare cinque anni prima di poterne trarre profitto, mentre se pianta papaveri li vedrà fiorire entro sei mesi.

Che fareste voi, se la vostra famiglia fosse alla fame?

 I funzionari americani incaricati di sradicare queste colture sono tutti convinti di sprecare il loro tempo. Non ci vuole molto per capire come ha sempre funzionato il proibizionismo o per sapere che la domanda dei consumatori americani è così forte da superare qualsiasi tentativo di frenare l'offerta. Tutto questo lo sappiamo già dalle atroci esperienze in Bolivia, Colombia e Messico.

 La prossima priorità

Per capirlo non è necessario sapere molto dell'Afghanistan. Conoscete qualcuno che crede davvero alla presunta " guerra alla droga" condotta dagli Stati Uniti?

 Tutti sanno che è una delle maggiori cause di detenzioni inutili, costose e ingiuste, che è un'enorme fonte di corruzione per i dipartimenti di polizia, che porta all'immissione sul mercato di narcotici inquinati o tagliati.

Senza tener conto di assurdità e crudeltà come il rifiuto di somministrare marijuana a scopi terapeutici, o il dirottamento di personale e risorse dalla lotta contro organizzazioni criminali più pericolose.

La politica del nostro Governo, in patria e all'estero, non punta a fermare un commercio che in realtà aumenta di anno in anno, ma a garantire che i suoi remunerativi mezzi di produzione e distribuzione restino nelle mani del crimine.

Ci stiamo privando deliberatamente di prodotti correttamente raffinati e di grandi risorse, che potrebbero finire nelle casse del nostro erario piuttosto che in quelle delle mafie nazionali e straniere.

Prima o poi dovremo rinunciare a questa folle politica ereditata dell'amministrazione Nixon, e credo che il sacrificio dell'Afghanistan possa essere il punto di svolta.

Diversi funzionari carcerari, poliziotti, politici e scienziati – sia della destra sia della sinistra intelligente – sono arrivati alla conclusione che la depenalizzazione è necessaria e urgente.

È difficile pensare che ci sia un'altra riforma capace di cambiare tante cose in così tanti settori.

Dovrebbe essere la prossima priorità.

Autore: Christopher Hitchens - Fonte: Internazionale.it

WIE VAN DE DRIE

  
 
By Admin (from 04/09/2010 @ 13:00:13, in it - Scienze e Societa, read 1331 times)

Una delle rare ferrovie italiane a scartamento ridotto sopravvissute al boom della motorizzazione privata. Stazione di partenza: Piazza Manin, a pochi metri dal centro di Genova, fra le mura di San Bartolomeo e il Castello Mackenzie, alle pendici delle alture della città. Attiva dal 1929, la Genova – Casella permette ai fortunati che risiedono nei piccoli paesi lungo la linea di usare il ' trenino', come affettuosamente viene chiamato, ogni giorno, in tutte le ore, per andare a lavorare senza traffico e stress.

 

Le carrozze iniziano la marcia, o meglio, la salita, costeggiando i resti di un acquedotto medioevale e il cimitero monumentale di Staglieno, (offrendo una veduta fino al promontorio di Portofino), per poi percorrere tre valli: Valbisagno, Valpocevera e Valle Scrivia, fra curve strette, viadotti, brevi gallerie e, soprattutto, una natura ancora bellissima. Il trenino raggiunge il punto più alto al valico di Crocetta, 460 metri, mentre la stazione di arrivo, Casella, è a poco più di 400 metri.

 

L'intero percorso è lungo 25 chilometri e dura circa un'ora. Dieci le corse giornaliere per dimenticare che cos'è una città e, magari, fermarsi a mangiare i piatti della cucina ligure in una delle trattorie lungo il tratto ferroviario. ( Fonte: I weekend più belli d'Italia - Autori vari)

 
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