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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

"You’ve been cheek’d". In metropolitana, al parco, al bar, a cena tra amici. "Ti ho visto, non mi staccavi gli occhi di dosso", oppure "Cercasi accompagnatore per il matrimonio di mia sorella". Se ricevi un biglietto da visita con una frase piccante sul retro, qualcuno vuole far colpo su di te con Cheek’d, l’ online dating al contrario che sta spopolando a New York. Come agganciare qualcuno che ti piace per strada? Basta lasciargli una Cheek’d card e sperare si faccia vivo online. "Ricevere un biglietto da visita da un perfetto sconosciuto e scoprire un messaggio sul retro è eccitante", sorride Lori Cheek, ideatrice di questo nuovo social network della seduzione. "Nelle Cheek’d card non ci sono informazioni personali, non c’è scritto dove lavori o che ruolo hai. C’è solo un codice… se poi il tuo obiettivo è interessato, può vedere il tuo profilo online".

E per fartene uno ci vogliono cinque minuti, con domande del tipo: cosa ascolti all’infinito sul tuo iPod? Qual è l’ultimo timbro nel tuo passaporto? Di cosa non puoi proprio fare a meno? "Con i tradizionali siti di incontri online, come Match.com, puoi assoldare un ghost writer e farti un ritratto meraviglioso, magari con una foto di 15 anni fa", continua Lori. "Con Cheek’d la selezione è reale e l’online dating inizia dalla strada, senza il rischio di appuntamenti al buio". A ciascuno il proprio mazzetto di biglietti da rimorchio a partire da 25 dollari. Per gli amanti dei cani che vogliono incontrare al parco “ Talk doggy to me” o “ Al mio cane piace il tuo” e per i gay più timidi esistono carte del tipo “ Io lo sono… e tu?”. Design essenziale, facile modo d’uso e la giusta dose di ironia, formula vincente perché uomini, ma soprattutto donne dai 20 ai 60 anni, inizino a cheekdare in fila in banca, alle cene tra amici, al check in dell’aeroporto.

"Alcune coppie che si sono conosciute con Cheek’d ora sono sposate", conclude Lori. "Io, dopo aver infilato la mia Cheek’d nel taschino della giacca di un tipo, ho vissuto una storia bellissima e lunga", continua, buttando l’occhio sul tavolo vicino. "Ehi, quello è Tony Goldwyn, l’attore… aspetta, corro a fargli cheek’d!".

Fonte: wired.it

 

Diciamolo, chi è che non sarebbe mai voluto essere Garry Kasparov, alle prese con la sfida mozzafiato contro  Deep Blue, il calcolatore dell'Ibm addestrato per battere gli umani a scacchi? Devono forse aver pensato anche a questo i ricercatori sparsi per il mondo che, per far fronte a diversi problemi complessi scientifici irrisolti, ci si potesse appellare alle capacità cognitive di giocatori di videogame e al loro spirito di competitività, più che a dei calcolatori. Ormai da qualche anno, infatti, gruppi di scienziati e sviluppatori informatici esperti in messa a punto di videogiochi creativi, hanno iniziato a pensare che una comunità di incalliti videogamers potesse essere più capace (e più veloce) nel riuscire a sbloccare questioni in stallo della scienza, come la ricerca della giusta conformazione di una certa proteina o di piccole molecole di rna di sintesi, oppure come l'allineamento di sequenze di dna multiple.

EteRNA Fold.it  Phylo

Questi compiti possono essere svolti dai più potenti calcolatori, ma potrebbe significare impiegarci moltissimo tempo per l'immensa quantità di calcoli sottesa alla risoluzione del problema. O più semplicemente la resa potrebbe essere minore rispetto alla soluzione trovata dal cervello umano, raffinato dall'evoluzione per compiere compiti cognitivi complessi, quale per esempio la visualizzazione e quindi il riconoscimento di schemi o motivi ripetitivi in mezzo a una moltitudine di altri dati, numeri o lettere.

L'esperimento pare essere riuscito perché sono sempre più numerosi i gamers amatori della scienza che si cimentano a sbrogliare matasse e risolvere rompicapo in ipotetiche sfide con moderni Deep Blue e altri giocatori in ogni angolo del mondo. Con la consapevolezza che il risultato è ben di più di uno score alto: il contributo all'avanzamento scientifico può anche sfociare (in qualche caso) nella citazione come autore in una pubblicazione scientifica, come vi abbiamo raccontato nel caso dell'Hiv. Per chi sta già scaldando i pollici e aguzzando la vista ed è pronto al gioco, di seguito forniamo un elenco degli esempi più giocati.

Fold.it - http://fold.it/portal/about
Sapere la sequenza aminoacidica (i mattoncini che formanno le proteine) di una proteina è un dato insufficiente per conoscere come funzioni. Il bello viene quando questa sequenza lineare deve diventare una massa tridimensionale. Come si ripiega? Che conformazione prenderà perché possa essere attiva? Tutti questi crucci potrebbero trovare una risposta tramite il videogame Fold.it (ora in versione beta), messo a punto dal Center for Game Science all' Università di Washington, in collaborazione con il dipartimento di biochimica. Gli appassionati di questo gioco in tutto il mondo sono ormai più di 350 mila, forse anche perchè risolvendo rompicapo in 3D della struttura di alcune proteine il risultato scientifico è stato ampiamente raggiunto e riconosciuto. Fold.it vanta infatti già diverse pubblicazioni scientifiche su riviste scientifiche di grande calibro, come Nature e Proceedings of the National Academy of Science (Pnas), in cui la comunità dei videogamers compare come co-autore al pari dei ricercatori che hanno raffinato la struttura e ne hanno studiato le proprietà biochimiche.

EteRNA - http://eterna.cmu.edu/
L'esperimento Fold.it ha fatto scuola, perché sulla base dell'intuizione di questo videogioco, EteRNA mira a ottenere gli stessi risultati ma utsando molecole di rna stabili, che possano essere poi sintetizzate dai ricercatori della Carnegie Mellon University e la Stanford University a capo del progetto (è appena partita la fase beta del protocollo di sintesi degli rna disegnati dai giocatori, che punta a sintetizzare in laboratorio in futuro fino a 20mila molecole al mese). Come, si spiega nel gioco, l'idea di usare un videogioco per risolvere rompicapo su strutture di rna nasce dal presupposto che la mente umana sia più duttile e predisposta a svolgere la risoluzione di questi problemi rispetto a un calcolatore.

Phylo - http://phylo.cs.mcgill.ca/
Se questo videogame sull'allineamento delle sequenze multiple di dna, rna e proteine vi appassiona, sappiate che esiste anche una versione mobile per risolvere appaiamenti ovunque. L'obiettivo di Phylo è proprio questo: riuscire ad appaiare sequenze per identificare regioni di similarità, che possono dare informazioni per esempio sulla condivisione di sequenze tra specie diverse (tracciando un quadro filogenetico), o anche capire da dove nascono alcune mutazioni, alla base di alcune malattie genetiche. Il gioco è ideato dal Center for BioInformatics della McGill University.

Zooniverse - http://www.zooniverse.org/ e Galaxy Zoo - http://www.galaxyzoo.org/
Con più di 500mila giocatori in tutto il mondo, Zoouniverse è conosciuto anche come uno dei progetti apripista della cosiddetta citizen science, cioè la ricerca condotta da cittadini amatori. Le origini di Zoouniverse risalgono al 2007, quando il singolo progetto Galaxy Zoo portava i giocatori a competere per classificare galassie sconosciute secondo la loro conformazione, a partire dalle immagini dell'archivio della Nasa scattate dall'Hubble Space Telescope. A questo gioco si sono poi uniti diversi progetti simili, su pianeti e sullo studio della luna (MoonZoo). Più recentemente, si sono aggiunti anche giochi su clima (attraverso I reperti delle osservazioni delle navi mercantili nel corso della storia) e sulla classificazione di tracce archeologiche.

MoonZoo - http://www.moonzoo.org/Explore_the_Moon
Classificare le foto della Nasa della superficie lunare? Un gioco da ragazzi per i partecipanti a MoonZoon, visto che hanno già messo ordine a 2.828.624 foto. Non è un classico videogioco, ma di fatto è una sfida che si basa sulla capacità di raccogliere informazioni descrittive dettagliate da parte dei giocatori per creare un database accurato delle immagini della superficie del nostro satellite.

Fonte: wired.it

 

I grandi appassionati di sudoku da oggi avranno un nuovo numero speciale: il 17. Un matematico irlandese sembra infatti aver dimostrato che questo è il numero minimo di indizi necessari per risolvere una griglia di sudoku: con meno indizi è impossibile riempire in modo univoco la griglia di 81 caselle che caratterizza il gioco numerico che, partito dal Giappone alla metà degli anni Ottanta, ha poi conquistato tutto il mondo.

Il matematico Gary McGuire dello University College Dublin ha annunciato questo risultato durante una conferenza che si è tenuta a Boston, Massachusetts, il 7 gennaio. A darne notizia è la rivista scientifica Nature.

Il sudoku è un ormai un gioco estremamente celebre. Per chi non lo conoscesse, le sue regole sono molto semplici. Si tratta di un gioco di logica che si svolge su una griglia di 9×9 celle, ciascuna delle quali può contenere un numero da 1 a 9. La griglia è suddivisa in 9 righe orizzontali, nove colonne verticali e, da bordi in neretto, in 9 “ sottogriglie”, chiamate “ regioni”, di 3×3 celle contigue. Scopo del gioco riempire le caselle con numeri da 1 a 9, in modo tale che in ogni riga, colonna e regione siano presenti tutte le cifre da 1 a 9 e senza ripetizioni.

Inizialmente, alcune celle contengono un numero, l'indizio di partenza. Mediamente, i sudoku proposti dai giornali hanno una ventina di indizi di partenza, ma nel mondo degli appassionati si aveva da tempo la sensazione che al di sotto dei 17 indizi non si potesse scendere. “E si era anche già scoperto che con 17 indizi, in certe particolari disposizioni, la soluzione era unica”, spiega Roberto Natalini, matematico dell’ Istituto Applicazioni del Calcolo M. Picone del Cnr di Roma.

Ora questa ricerca ha mostrato scientificamente, vagliando schema per schema (o quasi), che effettivamente 16 numeri di partenza sono insufficienti per arrivare a una univoca soluzione. “La novità in questo caso è proprio questa: mentre prima, con 17 indizi, in alcune condizioni c'era l'univocità della soluzione, ma in generale le soluzioni non si trovavano, si è visto che con 16 indizi non è mai possibile arrivare a un'unica soluzione. Questo è l'annuncio che è stato fatto, poi attualmente è in corso la verifica del peer-review” precisa Natalini.

In uno schema classico con 81 caselle, è possibile inserire 16 indizi in 6.670.903.752.021.072.936.960 (ossia circa 6.671 miliardi di miliardi) di modi. I tre ricercatori non hanno dovuto però studiare tutte le configurazioni iniziali possibili, perché molte di esse sono semplici varianti di un’unica configurazione.

Se – ad esempio – in una griglia si sostituiscono tutti gli 1 con un 7, il sudoku che ne risulterà sarà diverso ma la sua struttura geometrica resterà la stessa.

Alla fine, come risultato di uno studio preliminare, gli scienziati hanno mostrato che tutte le griglie possibili di partenza possono essere ridotte a 5.472.730.538 (riducendo il numero di partenza di oltre mille miliardi di volte) griglie “di base”.

Nonostante il numero si fosse ridotto così considerevolmente, non è stato comunque molto semplice per i matematici procedere alla verifica dell’ipotesi che con 16 indizi fosse impossibile venire a capo di uno schema classico di sudoku. Il gruppo di ricercatori ha elaborato un algoritmo capace di analizzare una griglia per determinare se poteva o non poteva essere risolta con soltanto 16 indizi e questo algoritmo è stato messo alla prova sugli oltre 5 miliardi di casi considerabili. 

“Si tratta di un algoritmo cosiddetto di 'forza bruta', cioè che va a vagliare tutti i casi possibili - nell'ambito di questa cerchia ristretta - e che al matematico classico abituato a dimostrazioni eleganti a tavolino potrebbe far storcere il naso. Ma nella matematica moderna,  a partire dal famoso problema dei Quattro colori risolto negli anni Settanta, il brute-force è ormai diventato una pratica corrente”, spiega Natalini.  

Le analisi del team di scienziati di McGuire si sono svolte in due anni, accumulando 7 milioni di ore di calcoli, nell’Irish Centre for High-End Computing di Dublino. Precisamente in 7,1 milioni di ore di analisi, il nuovo algoritmo ha provato che nessuno di questi quasi cinque miliardi e mezzo di modelli di griglie poteva avere un’unica soluzione partendo da soli 16 indizi. Il “ numero di Dio” del sudoku sembra dunque essere proprio il 17.

“Algoritmi simili si usano in casi in cui si devono trattare volumi enormi di dati, come nel sequenziamento delle basi del genoma umano. La matematica ha fatto passi da gigante in questi settori e proprio quest'anno, il 2012, è stato non a caso dichiarato 'Anno dei dati' dall'American Mathematical Society”, conclude Natalini.

Fonte: wired.it

 

Tra il coma e la morte cerebrale si estende una zona d’ombra dove la medicina va a tentoni. Un paziente che ha aperto gli occhi, respira, sembra sveglio, ma non risponde agli stimoli, è cosciente oppure no? Può sentire quello che gli viene detto? Comprende ciò che gli succede intorno o è solo un’illusione indotta dal battito delle ciglia? Sono interrogativi angoscianti che possono affliggere parenti e amici, per anni, ponendo talvolta di fronte a scelte estreme. Ora, una nuova ricerca accende un faro nella nebbia che avvolge gli stati vegetativi più difficili, nei casi in cui mancano le reazioni motorie, come stringere una mano, girare gli occhi, alzare un piede, in segno d’interazione.

La tecnica, sperimentata dal gruppo guidato da Marcello Massimini, del Dipartimento di Scienze Cliniche Luigi Sacco dell’università degli Studi di Milano assieme ai colleghi del Coma Science Group dell’Université de Liège, in Belgio, ha permesso ai ricercatori di distinguere su 17 pazienti con gravi lesioni cerebrali, chi aveva recuperato un livello minimo di coscienza, pur non riuscendo a comunicare con il mondo circostante. “ Paradossalmente, la coscienza è uno stato cerebrale che non dipende tanto dal dialogo verso l’esterno, quanto più dal dialogo interno, tra i neuroni della corteccia”, spiega Massimini: “ Si può essere coscienti, anche se all’apparenza si direbbe il contrario. Succede, per esempio, durante la fase Rem, quando si sogna. Ecco perché abbiamo deciso di sondare la comunicazione interna”.

È una delle primissime applicazioni cliniche del cosiddetto coscienziometro di cui vi avevamo parlato, una macchina che combina la stimolazione magnetica transcranica e l’elettroencefalogramma, consentendo di misurare in maniera non invasiva le interazioni tra i neuroni, presupposto della coscienza, secondo la teoria dell’informazione integrata. “ In una persona sveglia, lo stimolo di un’area cerebrale, non importa quale, si propaga in un tempo brevissimo ad altre aree neuronali. È evidente: in pochi millisecondi tutta la corteccia si accende”, chiarisce Massimini: “ Al contrario, quando si ripete l’esperimento in un soggetto non cosciente, per esempio sotto anestesia o durante il sonno non Rem, l’impulso magnetico genera solo una risposta nell’area stimolata: il cervello sembra disconnesso. Come se fosse fatto di isole separate tra loro, senza ponti di connessione”.

Ecco quindi che il metodo, dopo anni di analisi in condizioni reversibili e controllabili, è stato applicato a pazienti usciti dal coma e rimasti intrappolati in quel limbo in cui la diagnosi è un terno al lotto. L’errore diagnostico è stimato intorno al 40 per cento dei casi. I risultati, descritti sulla rivista Brain, indicano chiaramente che “ i pazienti in stato vegetativo mostrano l’assenza di comunicazione tra le aree corticali, nonostante appaiano svegli. Al contrario, nei pazienti con un minimo livello di coscienza, questa comunicazione c’è”, continua lo scienziato.

È un passo importante. Ma è solo il primo. “ Ora gli studi proseguiranno su larga scala, coinvolgendo tre strutture come l' Ospedale Niguarda di Milano, che riceve pazienti in coma, in fase acuta, la clinica Don Gnocchi, per la lungodegenza di pazienti in stato vegetativo, e il Centro europeo per il coma di Liegi”, racconta Massimini. La speranza degli scienziati non è, meramente, poter distinguere i casi in cui sussiste coscienza da quelli in cui la coscienza non è riemersa. Sarebbe un traguardo affascinante, emotivamente forte, ma tutto sommato fine a se stesso. La vera sfida infatti è un’altra: “ Vogliamo capire i meccanismi cerebrali che scattano nel recupero della coscienza, cosa innesca la connessione tra i neuroni e cosa, invece, la stacca. Perché così potremmo forse stimolare gli stessi meccanismi e promuovere il recupero cognitivo”. Il risveglio dal baratro dello stato vegetativo: è questo il sogno, lontano, forse irraggiungibile, che s’insegue. Il coscienziometro potrebbe essere la chiave. 

Fonte: wired.it

 

Non solo estranea dalla vita sociale, si ripercuote negativamente sulle performance lavorative e di studio, ma modifica anche il cervello. Letteralmente: l’ uso patologico di Internet (Iad, dall’inglese Internet Addiction Disorder, l’impossibilità di staccarsi dal Web senza avvertire ansia da astinenza) altera l’integrità della sostanza bianca (fibre nervose ricoperte di mielina), e questo a sua volta determinerebbe dei disturbi nel comportamento. A dirlo è un gruppo di ricercatori guidati da Hao Lei della Chinese Academy of Sciences di Wuhan, che mostrano i risultati della loro ricerca condotta su un gruppo di adolescenti con la dipendenza dal Web su Plos One.

Come spiegano gli scienziati, la maggior parte degli studi condotti finora sulle persone colpite da Internet addiction si sono per lo più concentrati sulle ripercussioni che un uso sregolato della Rete ha sulla sfera emotiva e lavorativa, basandosi su questionari psicologici. Senza, quindi, indagare su possibili effetti diretti della dipendenza sull’ anatomia cerebrale (e sulle conseguenze sul funzionamento del cervello stesso). I ricercatori cinesi, invece, hanno pensato di analizzare, tramite risonanza magnetica per immagini, 17 adolescenti con diagnosi di Iad.

La diagnosi di Interned addicted è stata effettuata sottoponendo i giovani a una versione modificata dello Young’s Diagnostic Questionnaire for Internet Addiction secondo i criteri di Beard e Wolf. Si tratta in pratica di un test di otto domande che richiedono una risposta negativa o affermativa, del tipo: " Ti senti agitato, lunatico, depresso o irritabile quando cerchi di ridurre o interrompere l’uso di Internet?" O ancora " Ti trattieni online più di quanto avresti voluto?". La diagnosi di Iad dipende dal numero e dal tipo di domande alle quali si è risposto sì. Nello studio, sono stati reclutati anche 16 ragazzi senza dipendenza, come controllo.

Analizzando i risultati della risonanza magnetica, gli scienziati hanno osservato come negli adolescenti con dipendenza si ritrovino delle anomalie strutturali nella materia bianca di alcune zone cerebrali (come la regione orbito-frontale, il cingolo anteriore e il corpo calloso). Alterazioni in alcuni casi già osservate in altri tipi di dipendenze (come quelle da alcool o sostanze stupefacenti).

Queste zone, come spiegano i ricercatori, sono coinvolte in diversi aspetti comportamentali: dall’attenzione, al controllo cognitivo, alla capacità di prendere decisioni, all’elaborazione delle emozioni. Il campione è piccolo ma, sostengono i ricercatori, aver identificato delle possibili anomalie potrebbe permettere, in futuro, di comprendere meglio (e quindi trattare) la dipendenza da Internet. 

Fonte: wired.it

 

Il mio chiodo fisso in tutti questi anni di antiproibizionismo... e sicuramente ve ne sarete accorti dai miei scritti... è sempre stata un’unica domanda: Perché l’umano medio comune... diciamo pure “benpensante” non solo non ha mai fatto alcunchè per mettere fine a questa assurda persecuzione nei confronti della cannabis e di chi la usa, ma spesso, è addirittura lui stesso a dare manforte alle politiche proibizioniste? Perché accade una cosa del genere?

Manifesto

L’unico modo per scoprirlo è stato quello di chiedere in prima persona a quanta più gente potevo quali sono i motivi reali…in pratica, da dove nasce la loro predisposizione a condannare la canapa e chi ne usufruisce?

La risposta che mi è stata data il più delle volte è: "perché è una droga!"

Basta un’unica parola, un’etichetta del genere per condannare un nutrito numero di persone a prescindere da quanto nefasta sia la sostanza in oggetto…e allora io ribattevo a mia volta con una domanda: “Ma tu sai che significa realmente droga?” Ne è venuto fuori che la stragrande maggioranza della gente considera “droga” solo le sostanze che sono classificate come nocive dagli organi competenti, a prescindere dai danni che provocano.

Droga in origine era un sinonimo di spezia, di medicamento naturale, di preparato galenico. La parola inglese “Drugs” è traducibile in italiano pressappoco come spezie…i “drugs stores” e le nostre “drogherie” non erano altro e lo sono ancora adesso, rivenditori di spezie . Lo zucchero, il the, il caffè, il tabacco, l’alcol…e tante altre sostanze naturali preparate, sono classificabili come “droga”, ma se non sono scritte in una tabella di divieti redatta da un competente in materia, non sono pericolose e di conseguenza non sono più droghe.

Ma cosa induce a considerare “droga” e cioè qualcosa di potenzialmente pericoloso per l’organismo, una sostanza? Esistono dei criteri oggettivi per determinare ciò. Una sostanza per essere considerata “dannosa” e di conseguenza droga a tutti gli effetti, deve prima di tutto creare dipendenza, poi deve dare assuefazione, poi con l’uso cronico, deve degenerare l’organismo assuntore fino a nefaste conseguenze.

Prendiamo l’alcol. E’ una delle sostanze che crea più dipendenza, sono numerosi i centri di recupero specifici per superare queste crisi di astinenza ed esistono specifiche associazioni che seguono il “drogato” di alcol nel recupero passo per passo (Alcolisti Anonimi).

Per quanto riguarda l’assuefazione…qualunque alcolista può dirvi che col passare degli anni, ha dovuto aumentare la dose d’alcol assunta per avere lo stesso effetto…questa si chiama assuefazione.

E che dire dei danni all’organismo? La molecola etilica non va proprio d’accordo col nostro organismo. Di alcol si può morire di overdose (coma etilico e morte) e a differenza della cannabis, che ha un limite di overdose di circa 40.000 volte la dose massima , quella dell’alcol è appena 10 volte. È una sostanza che presa a dosi massicce aumenta l’aggressività e la spavalderia del soggetto assuntore. Ti distrugge il fegato e poi i reni…t’inquina le arterie ti indebolisce il sistema immunitario... però non è droga. Non lo è perché non la hanno iscritta nella tabella delle sostanze da vietare.

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Questo genera un paradosso…ma la gente è talmente forviata dalle cattive informazioni, che non riesce a vederlo…anche se glielo mostri tutti giorni. Anche se tutti benissimo sanno i danni dell’uso cronico di alcol, non vedendolo scritto fra i cattivi…sono portati (o meglio costretti) a considerarlo innocuo….o al limite facilmente gestibile.

Per cui l’alcol lo trovi in tutte le sue forme nelle enoteche, al supermercato, nelle “drogherie”... e perfino nei cioccolatini. Ci fanno la pubblicità ed è anche, per quanto riguarda il vino, motore portante di una buona fetta di entrate per il nostro Paese….e fanculo la dipendenza, al diavolo l’assuefazione e i danni.

Stesso discorso vale per le altre sostanze legali quali il tabacco, lo zucchero il caffè... e visto che, per la conformazione stessa del nostro organismo che secerne endodroghe (cioè droghe fatte dall’organismo stesso) qualsiasi situazione che induca un comportamento ossessivo compulsivo... come ad esempio il gioco d’azzardo, o erotomania o solo l’avventura ai limiti (che serve per generare adrenalina, altra droga endogena) può essere, o meglio deve essere considerata droga a tutti gli effetti.

Ma allora perché a qualcuno è venuto in mente di iscrivere proprio la cannabis e la sua bassa e soprattutto gestibile nocività dalla parte dei cattivi?

Io c’ho messo circa 3 anni per avere un quadro dettagliato e completo del perché sia accaduta una cosa del genere. Non vi chiedo di perdere 3 anni della vostra vita come ho fatto io... anche perché 3 anni da perdere nessuno li ha più…vi chiedo solo di riflettere... e di farlo su questioni banali come può essere questa che vi ho appena espresso…di individuare il paradosso che è palesemente lì, ma nascosto da un mucchio di chiacchiere e di non accettarlo perché oramai è diventato di uso comune farlo, ma, armati di sana e disinteressata curiosità... indagate... indagate... indagate!!

Ivan il terribile – ASCIA

P.S. Questo non è un attacco all’alcol al fine di premere per vietarne l’uso…perché per noi il problema principale non sta nella sostanza, ma nel divieto. Questo articolo serve solo per spronarvi a riflettere su quanto una parola possa allontanarsi dal concetto originale e generare paradossi talmente grandi da non essere visti.

Fonte: LegalizziamoLaCanapa.org

 

L'agenda digitale del governo Monti parte dai banchi di scuola. È stato iscritto dal ministro dell'Istruzione con compiti legati all'Innovazione Francesco Profumo in un più ampio piano di digitalizzazione del paese, l' odierno lancio di Scuola in chiaro. Il progetto mette a disposizione in Rete i dati relativi alle 11mila scuole italiane di tutti gli ordini, dalle materne (scuola dell'infanzia) alle superiori (secondaria di secondo grado). Docenti, genitori, alunni e chiunque sia interessato ad avere informazioni sugli istituti e sulle caratteristiche degli stessi possono far riferimento alla sezione creata ad hoc all'interno del portale del Miur e operare una ricerca per luogo, ordine o nome. La scheda delle scuole, obbligate dal 30 dicembre scorso a registrarsi entro oggi, forniscono lumi su dimensioni, caratteristiche della struttura (numero di palestre, laboratori, ecc), numero di alunni e statistiche sulle iscrizioni, numero docenti e situazione degli stessi (tipo di contratto e assenze, dato aggregato e non su ogni singolo insegnante), situazione finanziaria ed eventuali documenti sulla valutazione degli apprendimenti sugli alunni. Provare, dalle vostre elementari alle superiori che volete consigliare a vostro fratello, per credere.

Non tutte le schede sono già state compilate interamente, ma l'intenzione è quella di fornire dati continuamente aggiornati in direzione di " un'amministrazione più moderna e trasparente che, attraverso Internet, metta a disposizione dei cittadini tutte le informazioni necessarie per accedere ai servizi e scegliere con consapevolezza dove iscrivere i propri figli", ha dichiarato il ministro Profumo. L' iscrizione è uno dei punti cardine del progetto, essendo prevista la possibilità di completare l'operazione online (previo inserimento di dati e scannerizzazione dei moduli necessari ed entro il termine previsto anche offline del 20 febbraio).

Ma è l'apertura di porte e finestre sulle informazioni concernenti le realtà in esame a far entrare lo spiraglio di luce degli open data. Ed è Profumo stesso a dichiarare che l'agenda digitale in lavorazione andrà a toccare sanità, mobilità, ambiente, turismo e cultura, oltre alla scuola, che trasparenza e condivisione dei dati devono coinvolgere l'intera pubblica amministrazione e le smart city e a parlare di e-governement. Qualcosa si muove ( banda larga compresa), e si apre, staremo a vedere. 

Fonte: wired.it

 

Dna e  rna sono oggi le uniche molecole della vita: si auto-organizzano, si replicano e si traducono in enzimi e proteine, sono presenti nelle cellule di ogni essere vivente. Ma, forse, non sono state le sole nella lunga storia della Terra. Nell’elenco dei possibili candidati spunta, infatti, una terza molecola: il  tna, in cui lo zucchero treosio sostituisce, rispettivamente, il desossiribosio e il ribosio di dna e rna.

Il  dna e l’ rna sono infatti molecole molto complesse, probabilmente troppo per essere state le prime forme di materiale genetico a comparire. Ecco, allora, che vari gruppi di ricerca fanno le loro ipotesi e testano la possibilità che in miliardi di anni si siano evolute (per poi scomparire) altre configurazioni. Il  tna è un’ipotesi che ha già diversi anni. Ora,  John Chaput e il suo team del Center for Evolutionary Medicine and Informatics, presso il Biodesign Institute dell’Arizona State University hanno creato delle molecole di Tna e ne hanno seguito l’evoluzione per la prima volta su un substrato in cui era presente di volta in volta una proteina diversa.

Le molecole si sono dimostrate in grado di auto-organizzarsi in forme tridimensionali complesse e di agganciare la proteina, sviluppando un alto grado di affinità. Lo studio è stato pubblicato su  Nature Chemistry e suggerisce che in futuro si possano far evolvere enzimi adatti a sostenere una prima  forma di vita basata sul tna. 

Come riporta New Scientist però, è improbabile che il tna sia stato un precursore di dna e rna perché, sebbene la sua struttura sia più semplice e più piccola, resta comunque molto complessa. C’è poi il fatto, ovviamente, che non è stata mai individuata in alcun organismo vivente. La ricerca, però, è importante anche alla luce delle informazioni che si potrebbero avere dalle prossime missioni spaziali in cerca di  vita su Marte e su altri corpi celesti.

Attualmente si pensa che la prima  molecola della vita in grado di duplicarsi sia stata l’ rna; recentemente, però, si sta facendo strada l’ipotesi che all’inizio vi fossero piuttosto dei  mix di acidi nucleici, come proposto dal premio Nobel 2009  Jack Szostak della Harvard University. In questo mosaico, potrebbero essere stati presenti vari cugini del nostro materiale genetico.  New Scientist ne elenca alcuni: il  pna (acido peptidonucleico), lo gna (acido gliconucleico) e l' ana (amyloid nucleic acid).

Fonte: wired.it

 

Disse bene Eraclito, più di duemila anni fa. “Nessuno può fare il bagno due volte nello stesso fiume: non sarà più lo stesso fiume e non sarà più la stessa persona”. Il tempo fugge e ci sfugge, inesorabilmente. La sua stessa essenza resta un mistero. Se basta filosofeggiare un po’ sul tempo per avere mal di testa, immaginiamoci l’effetto di misurarsi con la quarta dimensione nel Cosmo, dove le leggi della fisica cambiano e succedono cose ben più strampalate di quanto l’esperienza sensibile aiuti ad afferrare. Ne sa qualcosa Jean-Pierre Luminet, astrofisico di fama internazionale, grande esperto di buchi neri, nonché prolifico scrittore, poeta, divulgatore scientifico e musicista: un tipo poliedrico, insomma, almeno quanto il modello cosmologico a forma di caleidoscopio che ha elaborato e battezzato, con un’iperbole linguistica, l' Universo stropicciato. Sua la lectio magistralis (presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma) per inaugurare la settima edizione del Festival delle Scienze 2012, dedicata quest’anno a “ ciò che accade quando non accade nient’altro”, direbbe Richard Feynman. Alias: il tempo. 

“Prima era assoluto, identico in ogni sistema di riferimento. Poi arrivò Einstein, e il tempo diventò elastico, relativo, indissolubilmente legato alle tre dimensioni nello spazio-tempo, piegato dalla distribuzione della materia e dell’energia”, spiega Luminet, attualmente direttore del Cnrs francese. “Questo ha aperto aspetti affascinanti, come il paradosso dei gemelli e la possibilità di congelare il tempo nei buchi neri”. Chi non ha mai fantasticato di poter fermare le lancette e dilatare il tempo, come in Alice nel paese delle meraviglie? Nello Spazio questo è possibile (anche se le condizioni sarebbero decisamente estreme per apprezzarne i vantaggi).

Chiarisce lo scienziato: “ Nei forti campi gravitazionali, come quelli generati dai buchi neri, il tempo apparente, quello misurato da un orologio fermo, è molto diverso dal tempo reale, quello misurato da un orologio in caduta dentro il buco nero.  È il motivo per cui il tempo apparente può essere congelato. In altre parole, un ipotetico osservatore esterno non vedrebbe mai nel suo futuro l’oggetto che cade nel buco nero, sebbene questo sia in realtà scomparso in pochi istanti”.

Hard? Che dire, allora, dell’origine del tempo? Esisteva prima del Big Bang? “Nel modello classico il tempo ha un punto d’inizio”, prosegue Luminet, autore tra gli altri libri de L’invenzione del Big Bang. Storia dell’origine dell’Universo (Dedalo, 2006). “In realtà questa è una limitazione che sottostà alla teoria della Relatività generale. In modelli più recenti, che prendono in considerazione gli effetti quantistici (in cui si applica la teoria della relatività di Einstein all’infinitamente piccolo, ndr), la nozione del tempo zero  svanisce. Significa che l’Universo potrebbe esistere prima del Big Bang, forse in uno stato fisico molto diverso”.

Potremo mai scoprire la verità su un passato così lontano, che risale a circa 13 miliardi e mezzo di anni fa? Forse sì. “Nello Spazio potrebbe essere ancora presente l’impronta delle onde gravitazionali generatesi nell’era pre-Big Bang”, avanza Luminet: “Le nostre attuali strumentazioni, però, non sono ancora così sensibili da testare questa ipotesi”. I telescopi gravitazionali di prossima generazione non si tireranno indietro di fronte alla sfida.

E se guardiamo avanti, quale futuro ci aspetta? Il tempo cosmologico finirà mai, o durerà per sempre? “Le recenti osservazioni sul futuro dell’Universo indicano che l’espansione sta accelerando, una scoperta che ha meritato il Premio Nobel per la fisica nel 2011: lo Spazio, infatti, sarebbe dominato da una forma di energia repulsiva chiamata energia oscura. Ma non ne conosciamo la natura e non possiamo quindi sapere se l’Universo continuerà ad accelerare per sempre o no”, risponde Luminet.

Nelle equazioni si potrà anche speculare che il tempo non esiste e che, se esiste, non finirà mai. Nella realtà, no. “Il tempo scorre uguale per tutti”, dice lo scienziato: “Ma può esser usato in modo più o meno efficiente. Il mio consiglio? Non spendetelo a fare cose insignificanti. Usatelo per accrescere la conoscenza, per il progresso della società e dell’umanità”. 

Fonte: wired.it

 

Come da programma, Planck ha portato a termine la sua missione. Il 14 gennaio scorso, infatti, l’osservatorio volante dell’ Agenzia Spaziale Europea a caccia delle prime luci dell’ Universo ha esaurito la riserva di liquido refrigerante necessario a far funzionare i sensori, di fatto ponendo fine alla sua esplorazione dello Spazio.

Ariane 5 Planck

Lanciato nel 2009, Planck è stato costruito per viaggiare nel tempo, alla ricerca cioè della radiazione di fondo a microonde (Cosmic Microwave Background, CMB), l’eco del Big Bang. Analizzando i  vagiti dello Spazio primordiale, prima che fossero create stelle e galassie, gli astronomi sperano così di riuscire a capire come l’Universo si sia creato ed evoluto nel corso del tempo.

In realtà, Planck chiude solo un occhio. A spegnersi è stato infatti l’ High Frequency Instrument (HFI), mentre il Low Frequency Instrument continuerà a lavorare per buona parte del 2012. Insieme, HFI e LFI, con i loro 74 sensori con nove rivelatori di microonde, hanno permesso all’osservatorio spaziale di catturare un ampio spettro di onde elettromagnetiche.

Che cosa ha scoperto Planck durante il suo viaggio? Per dirlo, dovremo aspettare il prossimo anno, quando i primi dati saranno stati elaborati. Per ora, però, sappiamo che Planck ha permesso di scoprire gruppi di galassie sconosciute e di ricostruire la mappa dell’Universo a microonde.

Fonte: wired.it

 
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