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Omicidio Meredith Kercher: la Corte ha giudicato le prove del dna inaffidabili e Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono stati assolti. Ma non tutti gli scienziati sono d'accordo. Ne abbiamo parlato con un esperto.
By Admin (from 07/12/2011 @ 11:08:25, in it - Osservatorio Globale, read 1318 times)

Le prime pagine dei giornali aprono con la notizia di una sentenza epocale: la Corte d’Assise di Perugia ha assolto Amanda Knox e Raffaele Sollecito dall’accusa di omicidio di Meredith Kercher, la studentessa inglese trovata morta nel 2007 nel suo appartamento di Perugia, dove si trovava per un soggiorno studio. La sentenza ribalta il verdetto di primo grado del 2009, che aveva condannato i due giovani rispettivamente a 26 e 25 anni di carcere, ed è stata emessa con una motivazione ben precisa: le prove di colpevolezza non sono affidabili.

I legali della famiglia di Meredith hanno basato l’ accusa su prove biologiche: frammenti di dna su un coltello ritrovato nella cucina di Sollecito e su un gancio strappato dal reggiseno che indossava Meredith. Dai test di laboratorio emerse che il dna isolato dalla lama del coltello combaciava con quello della ragazza uccisa, mentre quello prelevato dal manico apparteneva alla Knox. D’altra parte, dalle analisi venne fuori che il dna ritrovato sul fermaglio del reggiseno di Meredith era quello di Sollecito. Prove schiaccianti (almeno così sembrava) con cui l’accusa aveva chiesto, e ottenuto, l'incarcerazione dei due ragazzi.

Dal canto suo, la difesa ha sempre sostenuto l’ inaffidabilità dei test di dna che avevano portato alla condanna in primo grado dei suoi assistiti. Per prima cosa, gli avvocati della Knox e di Sollecito sostenevano che la quantità di dna ritrovato sul coltello e sul reggiseno fosse  troppo poca per permettere un’analisi accurata. Secondo, avanzavano timori di contaminazioni. In altre parole, la difesa aveva sostenuto che il dna isolato dal coltello e dal reggiseno fosse stato contaminato da materiale genetico estraneo (per esempio quello degli agenti che avevano raccolto e maneggiato le presunte prove del delitto).

Per analizzare il materiale genetico ritrovato sulla scena di un crimine, si usa un metodo standard: il dna viene amplificato (cioè se ne fanno più copie) ed esaminato con elettroforesi. Si ottiene così un grafico costituito da una serie di picchi, la cui altezza permette di determinare quanti frammenti di un certo tipo di dna sono presenti nel campione analizzato. Insieme, questi picchi costituiscono un’ impronta genetica unica per ciascun individuo. Per scongiurare il rischio che qualche picco venga fuori da dna estraneo, la maggior parte dei laboratori statunitensi non prende in considerazione quelli al di sotto di un certo standard, chiamato soglia di unità di fluorescenza (Rfu), pari a 50. “ Ma la maggior parte dei picchi usciti fuori dall’analisi del dna ritrovato sul coltello era sotto la soglia di 50”, ha detto Greg Hampikian, un ricercatore della Boise State University, in Usa.

Hampikian fu uno degli esperti forensi che, nel 2009, firmò una lettera aperta contro la condanna della Knox e di Sollecito, sostenendo appunto che le prove non erano sufficienti a stabilire il coinvolgimento dei due ragazzi.

Come scritto nella lettera, se c’è sospetto di contaminazioni, l’analisi del campione di dna deve essere ripetuta, cosa che non è mai stata fatta. Inoltre, un test chimico condotto per rilevare la presenza di sangue sul coltello ha dato esito negativo. Ma se non ci sono globuli rossi, dicono gli esperti, come è possibile che ci siano altre cellule da cui estrarre sufficiente dna da analizzare? Anche le prove del reggiseno sembrano inconcludenti, dal momento che le impronte genetiche impresse sono un mix di dna di diverse persone, e Sollecito può aver lasciato il proprio in modi del tutto innocenti. Infine, il dna della Knox e di Sollecito non è stato trovato da nessuna altra parte (né vestiti né mobili), mentre quello di Rudy Guede è stato trovato ovunque. E infatti, l’ivoriano è l’unico a rimanere in carcere con una condanna di 16 anni per concorso in omicidio. Per ora.

Ma i dubbi restano. “ La sentenza, dal punto di vista scientifico, non ha alcun senso. Il dna c’è ed è inequivocabile. C’è da capire perché è lì, chi ce l’ha messo, ma non si può dire che non sia sufficiente’, spiega a Wired.it Giuseppe Novelli, genetista e preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Tor Vergata di Roma e consulente per la Procura. Novelli ha fatto tre ricorsi alla Corte. Il primo trattava la supposta contaminazione del dna: “ La polizia aveva dimostrato che i campioni non sono inquinati e la Corte ha dovuto accettare il ricorso. Ora l’hanno buttata sulla quantità, ma lo standard di cui parlano anche gli americani, di 50 Rfu, non ha senso. Basti pensare che il Ris di Roma usa come limite 35 Rfu. Non si può buttare via una prova solo per una questione di quantità, se la qualità c’è. In ogni caso, se anche volessimo escludere il coltello, come la mettiamo con il fermaglio, dove la soglia viene superata?”.

Gli altri due ricorsi, respinti, riguardavano un’altra traccia sul coltello, non analizzata perché ritenuta troppo piccola, e l’analisi biostatistica sul profilo del dna, per stabilire quanto è probabile l’appartenenza. “ Anche nel caso della traccia non analizzata si è chiamata in causa la quantità, ma dire che è ‘troppo poca ’ ma non ha alcun senso. Prima la si analizzi, si veda di che si tratta, come è qualitativamente e poi si può discutere di quantità. Anche perché il ‘troppo poco ’ dipende dalla competenza e dalla bravura dell’operatore che esegue l’analisi", continua Novelli: " Se guardiamo i curricula, pubblici, dei periti scelti per il caso Knox, salta all’occhio che non sono esperti, tanto che non hanno pubblicazioni a riguardo. Quel che è poco per alcuni, non lo è per altri: esistono laboratori, in Italia e all’estero, in grado di analizzare questo dna, come esistono esperti che possono eseguire le analisi statistiche che non state fatte”.

Fonte: wired.it