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236 anni fa, prima di inventare la pila, Alessandro Volta scopre un gas infiammabile esalato dalle paludi lombarde. Lo userà per un sistema di allarme
By Admin (from 19/03/2012 @ 08:07:17, in it - Scienze e Societa, read 1425 times)

Né sacerdote né avvocato. Alessandro Volta (1745-1827), come molti illustri colleghi, disobbedì al volere di famiglia (dello zio, in particolare) e virò dagli studi giuridici a quelli scientifici. Formandosi per lo più da autodidatta, aiutato in parte dalla grande curiosità che lo aveva accompagnato sin da piccolo e in parte da alcuni fortunati incontri. Uno dei quali fu quello con l’amico Giulio Cesare Gattoni, che aveva conosciuto proprio in seminario.

Fu infatti nel laboratorio improvvisato dell’amico che Volta - complici anche le letture di alcuni libri, come The History and Present State of Electricity di Joseph Priestley (lo scienziato che aveva contribuito alla scoperta dell’ossigeno) - cominciò a interessarsi di scienza. Dell’elettricità, in particolare. Ma anche se lo ricordiamo per la costruzione dell’elettroforo (uno strumento per accumulare carica elettrica), dell’elettrometro (per misurare la differenza di potenziale), per la sua disputa con Luigi Galvani sull’ elettricità animale e per la creazione della pila, Alessandro Volta non si occupò solo di elettricità.

Intorno agli anni Settanta del Diciottesimo secolo, Volta aveva sentito degli strani racconti sul fiume Lambro, in Lombardia: passando con una candela sulla superficie delle sue acque paludose, si accendevano fiammelle di un insolito colore azzurro. Non era la prima volta che qualcuno riportava l’insolito fenomeno, fino ad allora etichettato come un’ “esalazione di aria infiammabile, di origine minerale”. Ma Volta era comunque deciso a toccare con mano quei fuochi.

L’occasione sarebbe stata una passeggiata negli stagni di Angera, nei pressi del Lago Maggiore. Si  racconta che durante una gita in barca lo scienziato smosse con un bastoncino il fondale, notando delle bollicine che risalivano verso l’alto. Se fosse riuscito a catturare quelle bollicine, pensò Volta, avrebbe potuto capirne meglio le caratteristiche. Così, come si fa con un insetto per studiarlo al microscopio una volta tornati in laboratorio, il giovane Alessandro raccolse dei campioni di quell’aria melmosa e le imprigionò in un contenitore.

Si accorse presto che così come l’idrogeno, il gas emanato dalle paludi era infiammabile. Aveva scoperto quello che solo molti anni dopo sarebbe stato riconosciuto come il più semplice degli idrocarburi della famiglia degli alcani, il metano, formula CH 4, prodotto della decomposizione di organismi viventi. Una scoperta che si dice risalire al 31 gennaio 1776 e per la quale lo scienziato italiano trovò presto un’applicazione.

Con quell’ “aria nativa delle paludi”, come si riferiva al metano, costruì infatti la pistola elettroflogopneumatica: all’interno di un contenitore di vetro mescolò insieme ossigeno e aria infiammabile che, in presenza di una scintilla, potevano esplodere lanciando in aria un tappo di sughero. Una sorta di sistema di allarme. E nelle sue ipotesi il sistema poteva funzionare anche a distanza, con un segnale di innesco trasportato per via elettrica. Non vi ricorda il telegrafo?

Fonte: Wired.it