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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
By Admin (from 28/02/2011 @ 08:00:07, in it - Scienze e Societa, read 2065 times)

Se nella vita non riusciremo mai a cancellare i nostri errori, forse tra qualche anno potremo “formattare” la nostra mente per eliminare almeno i ricordi dolorosi. Un gruppo di ricercatori americani ha infatti scoperto che la responsabile della “scrittura” permanente di ricordi traumatici nella nostra memoria è una proteina prodotta dal cervello.

 

Questa scoperta potrebbe diventare la base per la creazione di farmaci ad hoc per curare chi ha subito un grave trauma psicologico, come una guerra, una strage, uno stupro, ... e ha la vita rovinata da un "passato" difficile da superare perché troppo "ingombrante".

Per confermare la loro ipotesi, gli scienziati hanno condotto alcuni test sui topi da cavia, che venivano spaventati con suoni molto forti. E' stato quindi osservato che, in seguito all'evento traumatico, l'amigdala, una regione del cervello, produce una grande quantità di una determinata proteina, la cui concentrazione aumenta in maniera temporanea, raggiungendo un picco dopo 24 ore e scomparendo dopo 48.

 

Le proteine prodotte, però, sono instabili e quindi facili da eliminare. Quando infatti i ricercatori le hanno "rimosse" nei topi, questi non hanno più reagito al suono, dimostrando che il ricordo traumatico era stato cancellato.

 

La ricerca condotta dagli scienziati statunitensi può offrire un valido contributo alla creazione di farmaci in grado di manipolare i meccanismi mentali che concorrono nel consolidamento di un ricordo traumatico.

Tuttavia, eventuali farmaci non dovranno essere utilizzati come sostitutivi di una terapia psicologica, ma semmai dovranno integrarla, e solamente nei casi più gravi. Prima di intervenire con i medicinali, è necessario fare uno sforzo per imparare a metabolizzare alcune emozioni, per non finire di "abusare" di questa nuova opportunità...

Fonte: milanoweb.com

 
By Admin (from 01/03/2011 @ 12:00:17, in it - Scienze e Societa, read 2464 times)

La Valle d’Ayas è un’incantevole vallata della Valle d’Aosta, incastonata tra montagne imponenti e ghiacciai, cosparsa di vegetazione color smeraldo e spesso scintillante di neve. Qui sorge una costellazione di borghi sparsi, che insieme formano il comune di Ayas, tra cui spicca il pittoresco paese di Antagnod: il nome significa “prima del bosco”, a testimoniare la vicinanza della foresta nel periodo della sua fondazione, e la sua bellezza gentile ha fatto si che nel 2008 venisse incluso tra i Borghi più Belli d’Italia.

Antagnod fa parte della Comunità Montana Evançon, e come una scultura da ammirare se ne sta appollaiato a 1710 metri di quota, abbarbicato al versante occidentale della valle di Ayas, da cui si gode una vista spettacolare del Monte Rosa. Ad allungare il collo oltre i tetti dell’abitato, tra il fumo dei comignoli, c’è il campanile della chiesetta locale: è lui che saluta il sole, e cattura gli ultimi raggi d’oro, prima che questo cali dietro le montagne disegnando le sagome degli abeti. La chiesa, le stradicciole tortuose e le abitazioni di legno, timide a confronto delle montagne imponenti, basterebbero a far innamorare di questa località, ma ad attirare così tanti turisti ad Antagnod sono gli impianti sciistici all’avanguardia.

Ci sono voluti anni di interventi, manutenzione e progettazione per realizzare degli impianti adeguati, che offrissero ai visitatori un servizio impeccabile senza alterare il paesaggio splendido della Valle d’Aosta. Il risultato è strabiliante: in uno scenario magico si inseriscono ottime strutture alberghiere, piste mozzafiato, spazi di divertimento per i più piccoli e locali accoglienti in cui rilassarsi tra una discesa e l’altra. Le piste non sono estese come in altre località montane, ma riescono a soddisfare anche gli sciatori più esigenti: 18 chilometri adibiti allo sci alpino e 3 chilometri per lo sci nordico sono i tracciati del complesso di Antagnod, incluso nell’ampio comprensorio del Monterosa Ski. Le piste sono spaziose, panoramiche e non eccessivamente ripide, perfette per chi ama scivolare in tutta calma, divertendosi ma anche assaporando la brezza pungente tra i capelli, godendo il profumo degli abeti e lanciando lontano lo sguardo sognante.

I bambini apprezzeranno la pista per lo slittino, e tutta la famiglia potrà avventurarsi lungo i sentieri innevati nei dintorni di Antagnod, con le ciaspole ai piedi. Chi invece non rinuncia alla tintarella neppure in montagna sarà lieto di sapere che l’esposizione al sole di Antagnod è eccellente: fuori dal rifugio, in prossimità delle piste, ci si può rilassare con il volto rivolto al sole, per respirare l’aria pura delle Alpi, assaporare il profumo del vin brulé e, allo stesso tempo, guadagnare un colorito da vacanza.

In effetti il clima locale è a dir poco idilliaco. L’esposizione geografica garantisce tante ore di sole sia in inverno che in estate, gli inverni hanno temperature spesso al di sotto dello zero che regalano nevicate strepitose, e le estati sono fresche quanto basta per godere appieno della bellezza della natura. Le temperature medie di gennaio, il mese più freddo, vanno da una minima di -3°C a una massima di 3°C, mentre in luglio e agosto variano tra i 17°C e i 27°C. Le piogge danno il meglio di sé in giugno, quando si presentano anche per dieci giorni sul totale, mentre in inverno le precipitazioni sono a carattere nevoso, suggestive e cariche di atmosfera festosa.

Se non vi accontentate dello sport e delle vedute panoramiche, preferirete le passeggiate nel centro vero e proprio del borgo: è un dedalo grazioso di viuzze e piazzole, con costruzioni suggestive tipiche della montagna e abitanti ospitali, e non mancano i piccoli tesori culturali. Tra gli edifici da non perdere c’è la Chiesa di Saint Martin de Tours, una chiesetta millenaria più volte rimaneggiata, ristrutturata nel XV secolo e nel XIX. All’interno si può ammirare l’altare barocco, intagliato nel legno con maestria, e altri due altari del Seicento, un reliquario e alcuni dipinti realizzati nel XVI secolo.

Se siete curiosi di conoscere le tradizioni di Antagnod dovete visitare la “Maison Fournier”, una delle abitazioni tipiche più suggestive, che ospita la mostra permanente dedicata ai prodotti dell’artigianato locale, oppure potete assistere a uno degli eventi culturali organizzati in paese dalle AIAT e dal comune di Ayas.

Raggiungere la Valle di Ayas significa immergersi in una costellazione appassionante di borghi e tesori naturali: per farlo basta scegliere il mezzo più indicato e partire, carichi di entusiasmo e curiosità. Chi viaggia in macchina, venendo dall’Italia, dovrà imboccare l’autostrada A5 Torino-Aosta fino al casello di Verres, poi proseguire lungo la regionale 45 della Valle di Ayas. Dopo i primi tornanti, che da Verres salgono verso la cima dei monti, si arriva a Challand-Saint-Victor e a Challand-Saint-Anselme, si raggiunge poi il cuore di Brusson, prima stazione sciistica, e superato l'abitato di Extrepieraz si accede al comune di Ayas. Sin dal bivio di Corbet si può scegliere di deviare sulla strada panoramica che attraversa i villaggi di Lignod e, finalmente, Antagnod.

Chi preferisce il treno dovrà scendere a Verres: da Torino e da Milano bisogna dirigersi a Chivasso per prendere la coincidenza con la linea Chivasso-Aosta. Giunti a Verres si trovano i pullman diretti alla Valle d’Ayas. Gli aeroporti più vicini sono quelli di Torino, Milano Malpensa e Milano Linate, rispettivamente a 107 km, 168 km e 191 km.

Fonte: ilturista.info

 
By Admin (from 02/03/2011 @ 12:00:20, in it - Scienze e Societa, read 2390 times)

In estate i pini e i larici frusciano alle carezze del vento, spandendo nell’aria un profumo fresco di resina, in inverno, quando una coltre di neve ricopre le montagne, fanno capolino dalla coperta bianca come vedette curiose che controllano gli sciatori. E’ questo il paesaggio che abbraccia Champoluc, frazione del comune di Ayasnella val d’Ayas, in Valle d’Aosta. Situata nel lembo finale della val d’Ayas, Champoluc è la cittadina più importante della zona, appollaiata a 1568 m di quota e sormontata dal suggestivo pianoro Crest, fulcro degli sport invernali.

Il clima della Valle d’Aosta contribuisce a rendere la natura ancora più affascinante, colorando il paesaggio di luci diverse o congelandone la bellezza nella neve, nella stagione più fredda. Gli inverni, in effetti, sono piuttosto rigidi, e di notte si raggiungono anche minime di -15/-20°C, specialmente quando il cielo è limpido. Le precipitazioni in generale non sono molto abbondanti, ad eccezione delle belle nevicate che glassano le vette più alte, preparando le piste da sci al periodo turistico. Per godere di temperature più alte, adatte alla vita all’aria aperta, bisogna attendere la tarda primavera, quando si può arrivare a 20/22°C, e soprattutto l’estate: questa è la stagione delle lunghe passeggiate lungo i prati montani, baciata da temperature piacevoli e mai eccessivamente elevate, con serate fresche e qualche temporale passeggero.

Intuite le potenzialità di Champoluc, nel 1905 vi si stabilì il primo hotel: da quel momento in poi il borgo ha sprigionato tutta la sua vitalità, diventando in poco tempo una delle mete turistiche più rinomate della regione: in estate i visitatori possono esplorare innumerevoli sentieri, o servirsi della funivia che li conduce alla cima del Crest; in inverno gli impianti di risalita consentono l’accesso alle discese e alle piste di fondo. Le funivie per il Crest, infatti, portano ad altri impianti: subito dopo c’è la seggiovia per l’alpe di Ostafa e infine la seggiovia del Frachney, che sorvola il corso del torrente Evançon.

La stazione sciistica di Champoluc è un paradiso di divertimenti, arricchito di panoramici idillici e servizi impeccabili: inserita nel comprensorio del Monterosa Ski, comprende un’area sciistica collegata con quella di Gressoney-La-Trinité e, da questo punto, con il versante di Alagna Velsesia. Il Colle Bettaforca, con i suoi 2672 metri di altitudine, è la vetta più elevata del comprensorio, e permette di accedere alla Valle del Lys.

Ma l’aspetto più accattivante di Champoluc è forse la sua capacità di fondere passato e presente, divertimento e relax, paesaggio e tradizione. In questo borgo silenzioso e mite, incastonato tra le montagne più sublimi, la vivacità degli abitanti si manifesta al meglio in occasione del Festival diChampoluc, un attesissimo evento che si svolge in paese nel mese di agosto. Si tratta di un festeggiamento colorito e bizzarro, che cambia ogni anno il tema principale: si è passati dal festival sui pigri a quello sui grassi, fino alla festa dedicata ai bugiardi. In un turbinio simpatico di vizi e virtù, il festival è un’ottima occasione per conoscere l’ospitalità del luogo e le prelibatezze tipiche della cucina locale.

Per raggiungere Champoluc ci sono diverse possibilità. Da Torino, da Milano e dalla Francia si può percorrere l’autostrada A5 fino all’uscita di Verres, per poi imboccare la SR 45 e, dopo 25 km, giungere a destinazione. Chi preferisce il treno e viene da Torino o Milano deve arrivare alla stazione di Chivasso, per poi prendere la coincidenza per Aosta fino alla stazione ferroviaria di Verres. A questo punto si può usufruire delle autolinee fino al centro di Champoluc. Gli aeroporti più vicini sono quelli di Torino e Milano Linate, rispettivamente a 108 km e 191 km.

Fonte: andareingiro.net

 
By Admin (from 03/03/2011 @ 12:00:12, in it - Scienze e Societa, read 1970 times)

Nella piazza al centro del paese, volgendo lo sguardo all’insù, ci si sente protetti da una culla verdeggiante, imponente e rassicurante allo stesso tempo: il borgo montano è Pergine Valsugana, in provincia di Trento, e la cornice tutt’intorno è fatta di montagne e foreste, di vallate che si intersecano fondendo le proprie storie millenarie, avvicinando tradizioni diverse e confondendo la leggenda con la realtà. Siamo nel capoluogo del comprensorio Alta Valsugana, in Trentino Alto Adige, all’inizio della Valsugana e allo sbocco della Valle del Fersina, dove comincia la Valle dei Mocheni.

Posizionata in un’ampia valle, inondata di sole per molte ore al giorno, Pergine si trova a 490 metri di quota ed è circondata da vari rilievi: le curve dolci del colle Tegazzo, la sagoma del Monte Marzola e quella del Monte Celva, il Cimirlo verso Trento, la Panarotta con le sue piste da sci e tanti altri giganti, che come imponenti sculture abbelliscono una regione fiabesca. Un ricamo argenteo e alcune chiazze di cielo spezzano il velluto verde: sono il fiume Fersina, che scivola lungo la catena dei Lagorai e raggiunge l’Adige, il Lago di Caldonazzo e altri specchi d’acqua cristallini, come il lago di Costa, il lago Pudro, il Canzolino e il lago di Madrano.

Mentre le forze della natura, nel corso dei secoli, davano il meglio di sé per creare il magnifico paesaggio trentino, la maggior parte degli italiani non conosceva le meraviglie che se ne stavano nascoste tra le Alpi: la Valle dei Mocheni ad esempio, culla di una delle minoranze linguistiche del nostro paese, fu raggiunta dalle vie di comunicazione nella seconda metà del Novencento, e presenta tutt’ora un sapore misterioso, dove le tradizioni sono rimaste intatte e genuine come un tempo. Un clima autentico che si respira anche a Pergine Valsugana, con i suoi 20 mila abitanti, le sue testimonianze storiche e architettoniche, le abitazioni rustiche ma anche i palazzi eleganti, per non parlare delle attività economiche ancora legate alla terra e l’irresistibile arte culinaria, che fa innamorare qualunque forestiero.

Tra gli edifici più affascinanti, degno di un libro illustrato, c’è il Castello di Pergine, che impettito e fiero si erge sulla cima del colle Tegazzo. Fondato in epoca medievale, il maniero occupa una posizione strategica sulle terre che spaziano dall’Alta Valsugana ai monti Celva e Calisio, facendo da spartiacque tra il Veneto e il Trentino. La cinta muraria esterna, costellata di torri di guardia, si interrompe in corrispondenza di una torre quadrata per consentire l’accesso alla fortezza: al pianterreno si scoprono così le cucine, le cantine e l’ingresso al giardino, mentre la sala del trono (oggi utilizzata come reception), la Cappella di sant’Andrea, un bar e un prestigioso ristorante si trovano il primo piano. Le cinque sale del secondo piano sono occupate da mostre di vario tipo, dedicate alla storia della regione e alle tradizioni paesane.
Il mistero non manca nel castello: narra la leggenda che il fantasma di una dama bianca sia stato avvistato tra i corridoi del castello, e lungo le scale si apre una macabra sala di tortura, dove i prigionieri venivano sottoposti al temutissimo stillicidio.

Ma lo spirito autentico di Pergine si respira soprattutto nel centro storico, ad esempio nel cosiddetto Spiaz de le Oche, antica piazza originariamente destinata all’agricoltura, costeggiata sino alla fine del Settecento dalla palude compresa tra il paese e la vicina località di San Cristoforo. Oggi si possono ammirare le vecchie case tipiche, strette le une alle altre, coi loro ballatoi in legno e i caratteristici graticci in cui si essiccava il granturco.

Interessante anche l’edificio del Municipio, formato da due nuclei distinti e di età differenti. La parte più antica risale al 1697, e originariamente consisteva in un piano terra adibito a Dogana e in un primo piano con le stanze del Monte dei Pegni, la sala riunioni del Consiglio e un piccolo archivio. Danneggiata da un incendio all’inizio del Settecento, la Casa Comunale venne ampliata nella seconda metà del secolo, mentre a metà Ottocento venne sopraelevato assumendo l’aspetto attuale. Da vedere, nelle immediate vicinanze, la casa Ochner a pianta decagonale e il Capitello dei Cerri, con un pregevole affresco di Raffaele Fanton, datato 1984.

Numerose sono le chiese, testimoni della devozione popolare. Tra le più belle c’è quella di San Rocco, di piccole dimensioni, fondata nel 1631 dopo un’epidemia di peste per ringraziare della grazia ricevuta. Ampliata a più riprese nell’arco del Seicento, nel 1908 ha visto la rimessa a nuovo dell’affresco del timpano, raffigurante San Sebastiano e San Rocco.
A due passi dalla chiesa, in via della Pontara, si incontra il Museo della Banda Sociale di Pergine.

Chi visita Pergine Valsugana, aldilà del centro storico grazioso e curato, cerca il contatto con la natura e il relax assoluto che solo l’alta montagna può regalare. I più sportivi potranno optare per le escursioni nella stagione estiva, oppure per lo sci nel periodo invernale: a una decina di chilometri da Levico, nota città termale, ci sono le piste della Panarotta 2002, maggiore centro sciistico della Valsugana, situato alle porte del Lagorai; in alternativa, se si cercano maggiore adrenalina e una scelta di piste più ampia, ci si può spostare nella vicina Val di Fassa.

Per rilassarsi e divertirsi in paese, invece, si può contare su numerosi eventi e manifestazioni. A inizio luglio c’è la Notte Bianca affiancata dalla Festa dei Piccoli Frutti, in occasione della rassegna culturale ‘Pergine Spettacolo Aperto’. Alla fine di luglio, con le Serate e le Feste Medievali, il Castello e le vie del borgo trasportano i visitatori indietro nel tempo, alla riscoperta di un’epoca intrigante, mentre alla fine di agosto si fa onore alla tradizione culinaria locale con il trekking gastronomico ‘Perzenando’, una passeggiata a tappe lungo le frazioni del Perginese, tra aperitivi e stuzzichini, pasti gustosi e fresche golosità, accompagnati dall’animazione dei cittadini, trasformati per l’occasione in briganti e cavalieri, dame e cortigiane. L’autunno colora di oro il bellissimo Parco ai Tre Castagni, dove si svolge la golosa Festa della Zucca, ma è l’inverno a portare la vera magia in paese: nel 2010 parte il progetto Perzenland – La Valle Incantata e Il Villaggio delle Meraviglie, realizzato dal Comune e pro loco di Pergine, dal Consorzio delle pro loco della Valle dei Mocheni e dall’associazione Pergine Spettacolo Aperto. Dal 23 novembre al 24 dicembre si mette in atto una nuova sfida: proporre nell’arco di pochi chilometri un ventaglio innovativo di mercatini, spettacoli e eventi collaterali, rispettando l’antica tradizione delle feste natalizie ma con alcune peculiarità inedite. La ristorazione a chilometro zero e le luminarie ecologiche testimonieranno la sensibilità per l’ambiente montano; il villaggio per bambini, la ricerca dell’oro nel Fersina, la giostra settecentesca e lo spazio per inviare le e-mail a Babbo Natale saranno apprezzati dai più piccoli, e non mancheranno gli intrattenimenti per i più grandi, che potranno cimentarsi nello sport e imparare a conoscere questa valle incantata.

Il clima è fondamentale per creare l’incantesimo, e qui le caratteristiche sono quelle tipiche dell’ambiente montano: inverni freddi e secchi e estati piacevolissime, ideali per assaporare il paesaggio. Il gennaio, il mese più freddo, le temperature medie vanno da una minima di -5°C a una massima di 6°C, mentre in luglio e agosto si passa dai 15°C ai 29°C. Le precipitazioni sono nevose nei mesi più freddi, mentre la pioggia si concentra tra luglio e agosto, quando cadono in media 92-93 mm al mese.

Per raggiungere Pergine Valsugana si possono valutare diverse soluzioni: chi viaggia in auto deve percorrere l’autostrada A22 del Brennero, uscire a Trento Centro e continuare sulla SS47 della Valsugana per circa 13 km. La stazione ferroviaria di Pergine Valsugana si trova sulla linea Valsugana-Trento-Venezia, mentre l’aeroporto più vicino è quello di Bolzano.

Fonte: ilturista.info

 
By Admin (from 05/03/2011 @ 08:00:31, in it - Scienze e Societa, read 1207 times)

Valsugana e Lagorai… esperienze da vivere, attimi da ricordare…


 
Lunghe giornate di piacere distesi a crogiolarsi pigramente al sole, una leggera brezza che solletica il corpo finalmente libero di respirare, il dolce rumore dell’acqua dei laghi che accarezza i sensi più
profondi: benvenuti in Valsugana e Lagorai!

Lasciatevi conquistare dal silenzio della montagna, dai colori della natura che qui si è espressa al meglio delle sue potenzialità regalando paesaggi di poetica bellezza, dai profumi ormai dimenticati, dai sapori di antica tradizione, dall‘ emozione di uno sguardo ed una stretta di mano da chi ha fatto dell’accoglienza un vero e proprio mestiere di vita.
 
L’incanto dell’acqua, quella delle terme di Levico, Vetriolo e Roncegno, dei laghi di Levico e Caldonazzo e dei torrenti di alta montagna; la purezza dell’aria, quella dei boschi e della montagna più selvaggia del Lagorai; l’amore della natura e della terra, quella dei campi coltivati come un tempo, dei lunghi tracciati da scoprire a piedi, a cavallo o in bicicletta.

 
Il senso dell’ozio: un ozio prezioso che cambia la vita, che fa sorridere, che fa tornare felici e spensierati come bambini. Vi offriamo ciò che noi abbiamo la fortuna di vivere ogni giorno: la natura, la montagna, i laghi,… la Valsugana ed il Lagorai.
 
In questo splendido angolo del Trentino innumerevoli sono le occasioni per trasformare la vostra vacanza in un vero e proprio “bagno di salute” e rigenerare il corpo e la mente, ritrovando l’armonia con voi stessi e l’ambiente circostante.
 
È grazie al clima mite, all’aria salubre che si respira, alla vicinanza dei monti e alla presenza dei laghi, che qui tutto diventa più facile e ogni attività più stimolante. I modi per rilassarsi sono molti: dalle passeggiate in mezzo ai boschi, ai voli in parapendio fino ai rilassanti trattamenti termali.
 
 Le terme, che troviamo a Levico, Roncegno e Vetriolo sono avvolte da una magica quanto affascinante leggenda che si perde nella notte dei tempi...
 
Si narra che i quattro figli del Monte Fravort, Sidero (ferro), Cobalto (arsenico), Cupro (rame) e Ocra, buoni ed ottimamente istruiti, decisero di lasciare la casa paterna per portare a tutti le ricchezze del loro sapere e la gioia di vivere. Non appena furono lontani, però, si lasciarono contagiare dalla malvagità degli uomini, superando chiunque nella capacità del male.

Portarono discordie, guerre, calunnie e inimicizie.
 
Il Signore decise di fulminarli ma Fravort implorò clemenza. Furono quindi riportati al luogo d’origine e rinchiusi nelle viscere del monte a piangere il loro tristissimo passato. Le loro lacrime filtrarono il terreno fino ad una grotta di Vetriolo, la Caverna dell’Acqua Forte, dove oggi sgorga un’acqua minerale che può ridonare la salute e la gioia di vivere. Ocra fu rinchiusa più in basso dei suoi fratelli, nella Caverna dell’Ocra, e dalle sue lacrime nasce l’acqua minerale leggera. Ogni notte Fravort scende a visitare i figli prigionieri e porta loro notizie del bene operato a chi si affida alle loro acque.

Fonte: valsugana.info

 
By Admin (from 07/03/2011 @ 08:00:12, in it - Scienze e Societa, read 1654 times)

Lindau (24.000 abitanti) è tra le più rinomate località di villeggiatura della Germania per la sua particolare posizione: è infatti situata in un'isola sul lago di Costanza (Bodensee), collegata alla terraferma da due ponti e al confine tra Germania, Austria e Svizzera.


 Il lago ha altre due isole, che però non fanno parte della Baviera: Mainau, proprietà di un ramo della famiglia Bernadotte (la casa reale di Svezia) e nota per gli splendidi giardini e fiori, e Reichenau, riconosciuta dall'Unesco patrimonio dell'umanità, dove si trova un'antica abbazia benedettina.
 
Cuore della cittadina è la Marktplatz sulla quale si affacciano la chiesa cattolica "Unserer Lieben Frau" dedicata alla Madonna e quella protestante di St. Stephan. Sempre nella piazza ammirare la casa patrizia Haus zum Cavazzen che ospita dal 1929 il museo di storia e arte locale.
 
La via principale è la Maximilianstraße: una serie di case del '500 dai variopinti colori, eleganti negozi ed il quattrocentesco Vecchio Municipio (Alte Rathaus) affiancato da quello Nuovo (Neue Rathaus) in stile barocco.
 
Un'altra chiesa degna di nota è la Peterskirche, risalente all'anno 1000 e tra gli edifici religiosi più antichi del lago di Costanza. All'interno il ciclo pittorico dedicato alla Passione di Cristo (1480), opera di Hans Holbein il Vecchio. Di fianco alla chiesa si erge la trecentesca Diebsturm.

  
Nei secoli passati Lindau era uno dei principali porti della Baviera. Testimoni dell'antica gloria sono la Mangturm che serviva da faro e l'imponente leone di pietra, simbolo della forza e fierezza bavarese.
 
Oggi, oltre che meta turistica, è famosa per gli annuali incontri-conferenze dei vincitori del premio Nobel destinati ad un pubblico di talentuosi studenti e laureati provenienti dalle Università di tutto il mondo.
 
Non può mancare una gita del lago in battello e una gustosa sosta nei ristoranti che affollano i vicoli della città vecchia.

Fonte: tuttobaviera.it

 
By Admin (from 08/03/2011 @ 11:00:14, in it - Scienze e Societa, read 1278 times)

Porta i segni di 300 milioni d'anni di storia e dal 2003 figura nell'elenco del Patrimonio mondiale dell'umanità. Ad oltre mille metri sul livello del mare, il Monte San Giorgio si staglia come una piramide sulla riva meridionale del Lago di Lugano.
Il Monte San Giorgio è diventato una delle più importanti località al mondo per lo studio della fauna fossile del Triassico medio (da 245 a 230 milioni di anni fa).

Rappresenta una finestra temporale di 15 milioni di anni con una continuità tale da non esistere altrove. Per questo motivo nel mese di luglio del 2003 il Monte San Giorgio è diventato patrimonio dell'umanità.

Questo importantissimo riconoscimento lo si deve al geologo Markus Felber, che ha avuto l'idea di candidare il Monte San Giorgio e che praticamente elaborato da solo il dossier, investendo in questo progetto parte del suo tempo libero. Quale segno tangibile di riconoscimento per la sua passione e il suo impegno, gli è persino stata dedicata una scoperta. Rivenuto da due ricercatori italiani, il fossile di una nuova specie di pesce - Felberia excelsa – è conservato nelle collezioni del Museo cantonale di Storia naturale di Lugano.

"Il riconoscimento dell'Unesco – precisa a swissinfo il direttore del Museo cantonale di storia naturale Filippo Rampazzi – non è solo una fonte di prestigio. Implica anche precise responsabilità a livello scientifico, a cominciare dalle garanzie di continuità della ricerca".
 
Quando il monte era una laguna marina
Il Monte San Giorgio non finisce mai di stupire. I ricercatori attribuiscono le rocce più antiche al basamento del continente africano o ad una sua porzione chiamata Zolla adriatica. "Questo spiega perché le rocce del Sottoceneri – spiega il geologo Markus Felber - sono spesso associate al continente africano".

"Più si scava – continua Filippo Rampazzi - e più si trovano nuovi tasselli che permettono di ricostruire le condizioni ambientali che regnavano in quelle remotissime epoche del nostro pianeta, quando il San Giorgio era ancora una laguna marina". Del resto per l'inserimento del Monte San Giorgio nel patrimonio mondiale dell'umanità, è stata determinante la presenza di reperti paleontologici che 230 milioni di anni fa trasformarono un bacino profondo 100 metri in una regione subtropicale.

Nella superficie protetta dall'Unesco, che si estende su 849 ettari, sono stati rinvenuti più di 10 mila esemplari di fossili, fra cui 30 specie di rettili e 80 di pesci. Da più di 150 anni gli studi sul Monte San Giorgio sono condotti dagli istituti paleontologici delle università di Zurigo e Milano. Gli scavi sono iniziati nel 1924 e la maggior parte dei reperti si trovano al museo paleontologico di Zurigo, mentre una piccola parte è esposta al museo di Meride.
 
Tracce del passato da valorizzare
Il Monte San Giorgio, con i suoi incredibili tesori svelati e tuttora nascosti, è raggiungibile a piedi da due località del Mendrisiotto, la regione più a sud del cantone Ticino. Da Riva San Vitale, comune che si affaccia sul lago Ceresio, la salita è piuttosto ripida; il percorso alla scoperta dei fossili è dunque consigliabile per i più allenati.

Da Meride, un paesino in altitudine spesso baciato dal sole, la via verso il monte è decisamente alla portata di tutti. Di altissimo valore la mulattiera che porta verso la cima del monte: l'eccezionalità del lastricato è unica e ricorda la spina dorsale di un animale preistorico.

Ed è proprio a Meride, comune di 300 abitanti che agli inizi degli anni Settanta è stato aperto il Museo dei fossili. Certo parlare di museo è forse un po' troppo. Ubicato accanto alla casa comunale, solo una targhetta ricorda ai turisti il prestigioso riconoscimento dell'Unesco.

"Piccolo, ma interessante", scrivono alcuni visitatori sul libro degli ospiti, accanto agli schizzi di dinosauri dei bambini. "Difficile da scovare" commenta invece - a giusta ragione - una coppia olandese. Gli ultimi sviluppi della ricerca paleontologica sul Monte San Giorgio sono illustrati in un documentario in lingua italiana e tedesca. Un tocco di freschezza tra le antiche vetrine, mentre uno scritto di vecchia data si scusa per le condizioni dell'esposizione.

La realizzazione di un nuovo museo – si stima che attirerà ogni anno 6 mila 500 visitatori - è comunque già programma. Il restauro sarà affidato all'architetto ticinese di fama internazionale Mario Botta.
 
Non solo fossili... e pietre
La neonata Fondazione Monte San Giorgio avrà il compito di coordinare la promozione del sito, in tutte le sue forme. Qualche anni fa, per esempio, è nata l'Associazione produttori di vino del Monte San Giorgio ed è stato creato un marchio di qualità di promozione dei vini provenienti da uve dell'area del Patrimonio mondiale.

Sul terreno la situazione è migliore: negli otto percorsi attraverso la montagna è stato predisposto un sistema di segnalazioni: "Per evitare di riempire i sentieri di cartelli – spiega Markus Felber – si è fatto capo ad un sistema di lettori "mp3" e di CD. In pratica basterà scaricare le informazioni da internet".

Tra i tesori della montagna, spicca la varietà della pietra. La ricchezza del sottosuolo del Monte San Giorgio non poteva quindi non essere sfruttata e dare origine alla tradizione della lavorazione della pietra. Anche se oggi l'attività estrattiva si limita alle cave di Arzo e ad un'unica cava a Saltrio, nella vicina Italia, una volta si contavano decine di cave a cielo aperto e altrettante sotterranee.

Il merito dell'attività estrattiva è da attribuire agli artisti, scultori e architetti locali attivi nei cantieri della Lombardia dell'Età Moderna. Il marmo d'Arzo – caratterizzato da colori naturali e sapientemente lucidato – diventa una celebrità europea. E non solo in palazzi e chiese del Canton Ticino, Lombardia e Piemonte, ma anche in altre città italiane come Venezia, Genova. Roma e Napoli.

Autore: Francoise Gehring - Monte San Giorgio - swissinfo.ch

 

Ritagliati dalla mano dell'uomo dal Medioevo, i vigneti a terrazze del Lavaux si specchiano nelle acque del Lemano, di fronte ad un maestoso paesaggio alpino. Nel 2007, questo sito di eccezionale bellezza è stato iscritto nel Patrimonio mondiale dell'umanità.
Molti viaggiatori che giungono da Nord col treno nel Lavaux gettano dalla finestra il biglietto di ritorno, affermano i vodesi, forse un po' pretenziosi.

In effetti, però, dopo aver abbandonato il paesaggio monotono dell'Altopiano, all'uscita del tunnel di Chexbres non è soltanto la luce del giorno ad abbagliare per un istante le pupille: lo sguardo si affaccia di colpo su uno dei panorami lacustri più splendidi e luminosi d'Europa.

Davanti a sé l'immenso specchio d'acqua blu del lago Lemano, il cui colore riflette luci e ombre del cielo e muta di ora in ora dall'alba al tramonto. Sull'altra sponda, a Sud, l'imponente catena alpina con le sue cime bianche che trafiggono l'orizzonte.

E ai propri piedi, sul versante Nord, il pendio verde del Lavaux, scolpito e modellato da generazioni di vignai, dai monaci cistercensi del Medioevo fino ad oggi. Terrazze di vigneti sostenute da muri di pietra marrone che ne disegnano i contorni, assieme a centinaia di scalinate e sentieri.

E poi, ancora, il sole. Anzi, i tre soli che riscaldano la vigna, come rilevano i viticoltori del Lavaux. L'energia del sole che giunge dal cielo, il riverbero dei suoi raggi sul lago e il rilascio notturno del calore accumulato dai muri che reggono i vigneti.
 
La mano dell'uomo
Luogo d'ispirazione e di quiete per numerosi artisti – da William Turner a Oskar Kokoschka fino a Ferdinand Hodler o Charlie Chaplin – il Lavaux è considerato uno dei più bei "paesaggi artificiali" europei, dove la mano dell'uomo ha portato avanti con grande armonia negli ultimi secoli l'opera avviata milioni di anni fa dalla natura.

"Il buon Dio ha cominciato. Noi siamo venuti dopo e abbiamo finito. Il buon Dio ha fatto il pendio e noi abbiamo fatto in modo che possa servire e durare nel tempo. Oggi non è più un pendio, è una costruzione, una torre, la parete di una fortezza", aveva proclamato il poeta svizzero Charles Ferdinand Ramuz nel 1923.

Non a caso, la regione del Lavaux è stata iscritta nel 2007 nel Patrimonio mondiale non come sito naturale, ma come paesaggio culturale, realizzato dall'uomo. Un'idea germogliata alcuni anni prima nella testa di un visitatore: se le risaie a terrazze di Bali sono state inserite nella prestigiosa lista dell'Unesco, perché non proporre anche l'iscrizione di questi vigneti terrazzati, che costeggiano il lago per 20 chilometri tra Losanna e Vevey?

Alcuni viticoltori e amanti della regione hanno così dato vita nel 2003 all'Associazione per l'iscrizione del Lavaux nel Patrimonio mondiale dell'umanità (Ailu). Quattro anni dopo, il Comitato internazionale dei monumenti e dei siti dell'Unesco si è chinato in Nuova Zelanda sul dossier di candidatura dei vigneti vodesi.
 
Le campane suonano a festa
Poco prima di mezzogiorno del 28 giugno 2007, il responso positivo giunto dagli antipodi è stato annunciato alla popolazione dalle campane dei 14 pittoreschi villaggi della regione: Lutry, Villette, Grandvaux, Cully, Riex, Epesses, Puidoux, Chexbres, Rivaz, Saint-Saphorin, Chardonne, Corseaux, Corsier-sur-Vevey e Jongny.

"Gli esperti dell'Unesco hanno riconosciuto il carattere eccezionale di questo sito situato ai bordi di un lago e di fronte alle montagne, che ha potuto resistere per secoli alla pressione urbana e si è tramandato praticamente intatto fino a noi", spiega Bernard Bovy, viticoltore e presidente dell'Ailu.

Una pressione urbana diventata particolarmente forte nei primi decenni del Dopoguerra, quando alcuni viticoltori o i loro eredi avevano cominciato a preferire il denaro facile offerto dai promotori immobiliari al duro lavoro della terra.

"A salvare il Lavaux dalla speculazione immobiliare e a permettere in seguito la sua iscrizione nel Patrimonio mondiale è stata un'iniziativa popolare lanciata nel 1977 da Franz Weber", ricorda il viticoltore Pierre Joly, che si battuto da allora a fianco del noto ecologista svizzero per proteggere la regione viticola. Bocciata dalla maggioranza degli abitanti del Lavaux, l'iniziativa era stata fortunatamente accolta dal 56% della popolazione del canton Vaud.
 
Turismo dolce privilegiato
Nel 2005 una seconda iniziativa promossa da Franz Weber per rafforzare la salvaguardia del Lavaux è stata accettata dall'81% dei vodesi. Ma l'accesa battaglia continua ancora oggi tra i sostenitori di una ferrea protezione della regione e coloro che vorrebbero allentare un po' le leggi. L'ecologista ha così lanciato una terza iniziativa nel 2009.

L'iscrizione nella lista dei siti dell'Unesco non vincola giuridicamente le autorità cantonali a preservare il Lavaux. Ma l'importante riconoscimento internazionale ha contribuito ad aprire gli occhi di molte persone sul valore eccezionale di questa zona verde, che attira sempre più i visitatori.

I viticoltori del Lavaux non sognano però di essere sommersi da enormi masse di turisti, come sottolinea Bernard Bovy: "Privilegiamo un turismo dolce di passeggiatori, che apprezzano il fascino del paesaggio, che amano la natura, la gastronomia e un buon bicchiere di Chasselas".

Lo Chasselas, il tradizionale vino regionale, che non può forse competere con la bellezza del panorama, ma che riesce a riunire allo stesso tavolo anche coloro che si battono su fronti opposti per lo sviluppo del Lavaux e dei suoi vigneti terrazzati, sospesi tra il lago e il cielo.

Autore: Armando Mombelli, Regione del Lavaux, swissinfo.ch

 
By Admin (from 10/03/2011 @ 11:00:30, in it - Scienze e Societa, read 1484 times)

Questo piccolo e grazioso villaggio alpino (8.500 abitanti), che si trova ai piedi dei monti del Karwendel e a pochi km da Garmisch e dal confine con l’Austria, è rinomato per le sue belle case affrescate e per una particolarità che deriva dall’antica arte italiana della liuteria.
 
Alla fine del Seicento Matthias Klotz (1653-1743), allievo dei più famosi liutai cremonesi, introdusse e diffuse in Baviera l’arte ed i segreti appresi in Italia per costruire i magici strumenti musicali ad arco (violini, violoncelli, contrabbassi, etc.). I capolavori creati dagli abili artigiani di Mittenwald sono raccolti nel Geigenbaumuseum (Ballenhausgasse 3), allestito nella casa natale di Klotz e recentemente rinnovato, dove è possibile assistere alle diverse fasi della costruzione di uno strumento, così come avviene in una bottega di liuteria.


 
Nella cittadina esiste anche una scuola tecnica statale per diventare liutaio, una professione di alto artigianato che rappresenta un vanto ed una importante risorsa economica per la zona.
 
Nel centro storico merita inoltre una visita la chiesa parrocchiale di St. Peter und Paul, edificata in stile barocco tra il 1734 e il 1749 da Joseph Schmutzer ed affrescata dalle abili mani di Matthäus Günther sia all'interno che all'esterno (ammirare il bel campanile). Sul fianco destro si trova il monumento eretto in onore di Klotz.
 
Goethe, mentre si recava in Italia per il suo famoso viaggio, soggiornò a Mittenwald l'8 settembre 1786 e la definì "un vivace libro illustrato". Una targa posta sulla via Obermarkt lo ricorda.

Fonte: tuttobaviera.it

 
By Admin (from 12/03/2011 @ 14:00:14, in it - Scienze e Societa, read 2267 times)

Ravascletto (Ravasclêt in lingua friulana, localmente Monai) è un comune di 642 abitanti della provincia di Udine.

 Il comune, composto dal capoluogo e dalle frazioni di Zovello (Zuviel) e Salars (Salârs), sorge a 952 m in Valcalda, una delle 7 valli della Carnia. Il paese è dominato dalle morbide sagome dei monti Crostis (2251 m) e Cimon di Crasulina (2.104 m) a Nord, e dai monti Zoncolan (1.740 m) e Tamai (1.970 m) a Sud.
 
Sebbene interessato da un forte fenomeno di spopolamento, Ravascletto è oggigiorno uno dei maggiori poli turistici estivi ed invernali della regione Friuli-Venezia Giulia, grazie alla bellezza dell'ambiente circostante e alle piste da sci del monte Zoncolan.
 
La Valcalda e' una vallata che innamora a prima vista - verde il prato che si estende finche' l'occhio puo' guardare. Sono queste le prime due frasi dell'inno della Valcalda, tradotte in italiano dal carnico, dove, adagiato sui suoi declivi solati, come un grande presepe, giace Ravascletto, con le frazioni di Zovello a levante e Solars a ponente.
 
Dall'alto dei suoi 958 m di quota, il centro della Valcalda puo' spaziare con lo sguardo su tutta la valle del But a oriente e sulla Val Degano ad occidente fino ad abbracciare le Dolomiti Pesarine. E' una altitudine ideale per un soggiorno montano in una realta' turistica in continua evoluzione, attrezzata sia per un turismo tipicamente estivo che per il turismo invernale. Come stazione turistica estiva Ravascletto ha cominciato a muovere i primi passi subito dopo il primo conflitto mondiale, mentre il turismo invernale basato sugli sci - la prima seggiovia, chiamata del "Cuel Picciul", data 1948, e' la prima della Regione - ha fatto capolino sul finire degli anni quaranta, con i primi impianti di sci e con successive realizzazioni culminate, a meta' degli anni settanta, con la costruzione dell'impianto funiviario che porta in cima al monte Zoncolan, attrezzato con seggiovie che meritano alla zona l'appellativo "Zoncolan - sole neve" diventando una delle stazioni invernali piu' appetibili del Friuli-Venezia Giulia per la qualita' dell'innevamento, per il suo sole, per le sue facilita' di accesso, per la sicurezza delle strade, compresa la splendida arteria che da Sutrio (m 500 s.l.m.) sale fino ai 1300 m dalla parte piu' bassa di tutto il grande demanio sciabile.
 
Da vedere.


 
I centri abitati del comune di Ravascletto, in bella posizione paesaggistica sulla strada che attraversa la Valcalda, sono documentati fin dal sec. XIII e si caratterizzano per la presenza di alcuni interessanti esempi di casa carnica: tra queste, casa da Colauda del sec. XVI e le settecentesche casa Baldisar, casa in Luc, casa de Stalis.


 
Per quanto riguarda gli edifici sacri, la parrocchiale di S. Matteo Apostolo, settecentesca, conserva due grandi tele (Ultima Cena e Discesa dello Spirito Santo) e un trittico su tavola (Madonna con Bambino e Santi) della fine del Cinquecento, ed affreschi di G. Moro (sec. XX).
 
Nella chiesa di Zovello, statue lignee e tavolette dipinte (sec. XVII), ultimo resto di un altare ligneo eseguito da G.A. Agostini. Da Ravascletto si può raggiungere in funivia il monte Zoncolan, attrezzata stazione sciistica. Buone escursioni ai laghetti di Tarond e Crasulina.
 
Ravascletto, la perla della Valcalda, appare appoggiata nella conca verdissima a 950 mt. di altitudine.
La valle, trasversale fra la Val Degano e la Valle del But, è dominata dai massicci del monte Crostis e del monte Arvenis, ha grandi prati e boschi ed è raggiungibile sia dalla strada che sale da Sutrio che da quella che si inerpica da Comeglians.
 
Ravascletto, la perla della Valcalda, appare appoggiata nella conca verdissima a 950 mt. di altitudine. La valle, trasversale fra la Val Degano e la Valle del But, è dominata dai massicci del monte Crostis e del monte Arvenis, ha grandi prati e boschi ed è raggiungibile sia dalla strada che sale da Sutrio che da quella che si inerpica da Comeglians.
 
La posizione di Ravascletto, di fronte e ai piedi del monte Zoncolan ha fatto sì che la località diventasse negli ultimi anni punto di partenza (oltre a Sutrio) per questo polo sciistico a 1700 mt di quota, fra i più attrezzati del Friuli-Venezia Giulia.
 
I tolmezzini, e non solo, della mia età ricordano certamente con nostalgia gli anni cinquanta dello sci da discesa, quasi pionieristici,  sul cosiddetto "canalone" di Ravascletto, la cui partenza si raggiungeva con la seggiovia del "Cuel Picciul"  (la prima della Regione) costruita nel 1948. Ravascletto  si raggiungeva col gruppo del CAI la domenica mattina con la corriera che saliva da Sutrio, con grande  difficoltà sulla stretta strada allora sempre innevata.
Oggi c'è la funivia a portare gli sciatori fino in cima alla vetta del monte Zoncolan. Ravascletto, oltre alle strutture per lo sci ( fondo, discesa, sci alpino e sci fuoripista) è attrezzata con campi per il pattinaggio su ghiaccio, una pista per lo slittino (viene illuminata di notte), una palestra verde con tennis e minigolf e la scuola di deltaplano.
 
La località naturalmente dispone di alberghi, appartamenti, case private per le vacanze, tutti costruiti nel rispetto dello stile "montagna".

Fonte: ravascletto.com

 
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