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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

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Lo afferma uno studio condotto da Marlene Behrmann, David Plaut e Adrian Nestor del Carnegie Mellon, università leader nello studio del sistema nervoso e pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas). Secondo gli autori il loro risultato cambia le prospettive di ricerca sulla percezione visiva e permetterà lo sviluppo di terapie per soggetti che soffrono di deficit percettivi del sistema nervoso centrale come la prosopagnosia, o mancanza di percezione facciale.

Il riconoscimento di una persona nota avviene attraverso l’analisi del suo viso, la cosiddetta percezione facciale. Finora, gli scienziati hanno creduto che il riconoscimento facciale venisse elaborato separatamente in singole regioni del cervello. I ricercatori del Carnegie Mellon hanno invece rivelato che la percezione visiva è il risultato di una più complessa sinergia tra molteplici aree della corteccia cerebrale, che lavorano insieme per il riconoscimento di un volto.

Per analizzare i meccanismi della percezione visiva, diversi soggetti sono stati sottoposti a esame di Risonanza Magnetica funzionale (fMRI), mentre venivano mostrati volti di persone note. I pazienti dovevano riconoscerli mentre cambiava la loro espressione facciale. Utilizzando mappe dinamiche multivariate, il team di ricerca ha scoperto la presenza nel cervello di una rete di regioni anteriori fusiformi che rispondono in modo diverso a seconda delle identità mostrate. Inoltre, lo studio ha svelato che queste zone contribuiscono equamente nell’elaborazione del riconoscimento e che la regione fusiforme destra gioca un ruolo fondamentale nella rete.

Lo studio ha rivelato quanto in realtà sia articolata per il nostro cervello una operazione - apparentemente molto semplice e rapida - come la percezione visiva. “Il riconoscimento facciale è uno degli esercizi più impegnativi per il nostro sistema nervoso”, ha dichiarato Marlene Behrmann, una delle autrici della ricerca, docente di psicologia ed esperta di bioimmagini del cervello.

Fonte: galileonet.it - Riferimenti: Pnas doi:10.1073/pnas.1102433108

 

Lo sostiene Bruce Bartholow dell’Università del Missouri dopo averlo sperimentato su 70 volontari.

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Bartholow e colleghi hanno creato due gruppi: i partecipanti al primo hanno giocato per 25 minuti con un videogame violento, i volontari del secondo a un videogame incruento. Subito dopo, i ricercatori hanno misurato le loro attività cerebrali mentre osservavano due fotografie: un’immagine “forte” che mostrava un uomo nell'atto di tenere una pistola nella bocca di un altro, e un'immagine “neutra”. La terza parte dell’esperimento consisteva in una gara a coppie e permetteva ai volontari di far ascoltare all'avversario un'esplosione, decidendo di volta in volta il volume (nello studio, l’intensità scelta è stata considerata un parametro per misurare l’aggressività).

Ed ecco i risultati: chi aveva giocato a videogame violenti ha alzato il volume di più rispetto a chi aveva giocato a quelli non cruenti. Queste stesse persone, inoltre, hanno avuto una risposta significativamente più bassa, a livello di attività cerebrale, di fronte alla fotografia dell’uomo con la pistola. I ricercatori hanno anche appurato che chi, tra i volontari, era un habitué dei giochi sparatutto ha avuto una risposta molto bassa a prescindere dal gruppo in cui era capitato. Questo, ha commentato Bartholow, si potrebbe tradurre come una elevata desensibilizzazione alla violenza. I prossimi studi dovranno indagare gli effetti che questi giochi possono avere sul cervello ancora in fase di formazione dei bambini. Ricerche importanti, visto che, negli Usa, si è calcolato che i ragazzi passano più di 40 ore a settimana davanti a una consolle.

Fonte: galileonet.it

 

Anche per questo è nato il nuovo portale della Federazione Nazionale dei Collegi Infermieri (Ipasvi), uno strumento per i cittadini, attraverso il quale poter accedere a informazioni certificate. Il sito, completamente rinnovato, è pienamente conforme alle “Linee Guida per la comunicazione on line in tema di tutela e promozione della salute”, emanate dal Ministero della Salute (che collabora al progetto) ed è pensato anche per offrire supporto e formazione continua ai professionisti dell’assistenza infermieristica.

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Nella sezione “Per il cittadino” si trovano approfondimenti su temi come allattamento, infezioni, nutrizione, problemi respiratori (alcuni argomenti saranno on line a partire dai prossimi mesi), suggerimenti sui corretti stili di vita (come consigli per l’igiene o sull’uso delle lampade abbronzanti). Il tutto in un linguaggio accessibile e divulgativo. Il sito offre anche un filo diretto tra paziente e infermiere: nella rubrica “L’infermiere risponde” è infatti possibile sottoporre i propri quesiti in merito a problemi di assistenza direttamente al personale specializzato e ricevere risposte nel giro di 48-72 ore.

Per quanto riguarda la parte dedicata agli infermieri, il portale riporta una piccola guida su come orientarsi nel web alla ricerca di informazioni certificate; inoltre, dà la possibilità di tenersi sempre aggiornati, sia sul piano della comunicazione tra i singoli Collegi, sia su quello della formazione, grazie all’accesso a corsi e convegni.

Infine, gli infermieri potranno videochattare direttamente con la presidente della Federazione Ipasvi, Annalisa Silvestro.

“L’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle malattie croniche, la contrazione dei tempi di degenza in ospedale, impongono di pensare e di agire sempre più ‘in rete’ e di poter contare su operatori sanitari preparati e cittadini in grado di essere coinvolti attivamente nella propria salute. Gli infermieri possono svolgere un ruolo fondamentale in questa prospettiva, garantendo assistenza e professionalità e il potenziamento nel portale della comunicazione con gli utenti va proprio in questa direzione”, ha commentato il ministro della salute Ferruccio Fazio, in occasione della presentazione del nuovo sito, avvenuta il 8 giugno scorso, a Roma.

Fonte: galileonet.it

 

Come si forma il debito pubblico? Lo Stato spende soldi per tutti gli aspetti della vita sociale, per trovarli chiede alla Banca Centrale, di proprietà privata (si veda l’articolo sulla proprietà della Banca d’Italia), di stampare del denaro, che poi restituirà con gli interessi attraverso le tasse.

Fino al 1944 le banconote stampate erano coperte dalle cosiddette “riserve auree”, quantità di oro che gli Stati depositavano a garanzie del loro debito. Dopo la conferenza di Bretton Woods, questa riserva è richiesta solo per i Dollari statunitensi, tutte le altre monete sono “scoperte”.

Da quel momento in poi lo Stato chiede denaro in prestito alla banca in cambio di titoli di Stato, cioè altro denaro! Così pur volendo non potrà mai pagare il suo debito.

Normalmente si pensa che la banca guadagni la differenza tra i titoli presi in garanzia e il denaro dato allo Stato. In realtà, le Banche Centrali vendono allo Stato fogli stampati al loro valore nominale: se lo Stato compra 100 Euro, non li paga i pochi centesimi necessari per stamparli più un margine per la banca ma li paga 100 Euro più il tasso di sconto.

Questo è il reale guadagno delle Banche Centrali: la differenza tra il costo di produzione di una banconota, pochi centesimi, e il prezzo che si fanno pagare, nel nostro esempio 105 Euro. Questo guadagno si chiama signoraggio primario.

Secondo lo Statuto di Banca d’Italia (Art.39), solamente il 4% dei guadagni può essere distribuito ai soci, il resto va rimesso allo Stato. Significa quindi che alla fine i guadagni del signoraggio finiscono allo Stato?

Assolutamente no! Vediamo perché.

I bilanci delle Banche sono redatti secondo i G.A.A.P. (Generally Agreed Accounting Principles), norme internazionali stabilite dalle banche stesse e recepite dal nostro ordinamento.

Secondo la legge, le Banche segnano in passivo la totalità della moneta circolante, come se fosse un debito, quindi non versano allo Stato centinaia di milioni di Euro all’anno.

Approfondiamo il discorso. Come detto, fino al 1944 le banconote circolanti erano effettivamente un debito per la banca nei confronti dei portatori; infatti questi avrebbero teoricamente potuto chiederne il pagamento in oro. Ma da quel momento in poi, visto che le banconote non sono più garantite da nulla, che debito sarebbe per la Banca?

La risposta è ovvia: nessuno! In realtà le Banche continuano a segnarlo in passivo, proprio per intascare la cifra e non versarla allo Stato.

Ulteriore prova sia che, sulle banconote di Euro, non c’è la scritta “pagabili al portatore”, come invece c’era sulla Lira (moneta in vigore anche prima del 1944).

Questo significa che se lo Stato approvasse una legge, che rispecchiando la realtà dei fatti, imponesse alle banche di non segnare più in passivo il valore del denaro circolante, il debito pubblico sarebbe quasi estinto e quindi la pressione fiscale calerebbe vertiginosamente.

A questo punto sembra naturale chiedersi dove vanno a finire i soldi che le banche “sottraggono” agli Stati… nel prossimo articolo scopriremo anche questo.

Fonte: ilconsapevole.it - Autore: Manuel Zanarini

 

La vicenda ha avuto inizio lo scorso lunedì, quando in chiusura del telegiornale di Dì Lucca, un'emittente locale visibile su Internet e sul digitale terrestre, il direttore Daniele Vanni si è rifiutato di trasmettere le immagini dell'elezione di Miss Trans Italia. Il tutto con un lungo monologo che ha toccato anche molti altri punti con una serie di giudizi personali considerati da molti come omofobi.

Dopo aver parlato di Miss Italia, ha affermato: "E poi devo chiudere con due concorsi di bellezza ma di altro tipo, dei quali mi rifiuto di passare le immagini anche se ne siamo in possesso. Infatti se era ingiusto schernire una volta o tenere addirittura chiusi in casa i diversi -anche gli omosessuali- a me sembra eccessivo il gay pride oppure farci sopra dei concorsi di bellezza. Così non abbiamo passato le immagini quando c'è stato il Mr Gay qualche giorno fa: ne abbiamo dato solo notizia. Fra l'altro Daniel Argentino, l'eletto, ha dedicato la sua vittoria a babbo e mamma che senz'altro ne saranno contenti. Così diamo atto del fatto che sabato sera si è votato per la più bella Miss Trans italiana e anche per la più bella Miss Sudamericana, sempre a Torre del Lago che sta diventando, da questo punto di vista, un problema di ordine pubblico, ma forse non ce ne accorgiamo".

A denunciare l'accaduto è stato il portale Gay.it che, su segnalazione di un lettore, ha pubblicato ieri il video di quello spezzone di telegiornale. L'indignazione generata è stata tale che ben presto un alto numero di blog e di siti di informazioni hanno rilanciato la notizia, sollevando un vero e proprio polverone mediatico.

L'emittente toscana è così corsa ai ripari e ha affidato al conduttore del telegiornale mattutino di ieri, all'indomani delle polemiche e a quasi una settimana di distanza dal fatto, le sue dovute ma un po' tardive scuse. Il tutto con tanto di dissociazione da parte dell'intera redazione e la richiesta di dimissioni del direttore: "La posizione espressa dal signor Daniele Vanni nel Tg di lunedì sera 29 agosto 2011 in merito alle manifestazioni Miss Italia Trans e Miss Gay Italia, è totalmente estranea alla linea editoriale di questa emittente, che sino ad oggi ha sempre rispettato qualunque posizione di natura politica, religiosa e sessuale. La proprietà di questa emittente, all'unanimità, ha deciso di chiedere al signor Vanni, per le sue dichiarazioni, le scuse pubbliche e contemporaneamente le immediate e irrevocabili dimissioni dal Suo incarico, ritenendo intollerabile nella forma e nel contenuto i giudizi espressi nei confronti delle manifestazioni sopracitate. La redazione e tutti i dipendenti di questa emittente si dissociano da tali posizioni e si scusano se tutti i giudizi espressi, dei quali erano totalmente all'oscuro, possano aver creato un danno ad una comunità che tanto si è impegnata per combattere ogni pregiudizio e discriminazione di orientamento sessuale".

Anche la replica di Vanni non si è fatta attendere. In un'intervista ha respinto le accuse di omofobia, sostenendo che il suo monologo non fosse altro che "una battuta infelice" per nascondere il fatto che in realtà non era in possesso delle immagini.

Fonte: gayburg.blogspot.com

 
By Admin (from 03/09/2011 @ 08:00:58, in it - Scienze e Societa, read 1382 times)

Valter Lavitola, direttore ed editore dell’Avanti, imprenditore ittico, vasti interessi in Sudamerica, massone, grande amico di Fabrizio Cicchitto e di Sergio De Gregorio, animatore delle feste del premier a Tor Crescenza durante l’estate del 2010, nonché dossieratore di Fini nel caso Montecarlo.

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Giusto per ricordare chi è l’uomo a cui Berlusconi versava 20 mila euro al mese (da passare a Tarantini) e a cui il 13 luglio scorso Berlusconi confidava di voler "lasciare questo Paese di merda".

"L’Italia è il Paese che amo" (Berlusconi, 1994)

"Paese di merda" (Berlusconi 2011).

Sarà mica che nel frattempo ha governato quasi sempre lui?

Autore: Alessandro Gilioli - Fonte: PIOVONO RANE

 

Si parlano l’uno su un cellulare panamense, l’altro con una scheda wind intestata a tale Ceron Caceres, cittadino peruviano. L’uno e l’altro sono Valter Lavitola e Silvio Berlusconi. Entrambe le schede sono un’idea del direttore dell’Avanti, che poche settimane prima ha consegnato a Palazzo Grazioli le sim card e i telefoni che poi il premier userà con lui. “Tra qualche mese me ne vado …vado via da questo paese di merda…di cui…sono nauseato…punto e basta…”. Comincia così lo sfogo del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in una conversazione intercettata la sera del 13 luglio scorso.

Secondo il gip di Napoli – che ha disposto l’arresto dello stesso Lavitola, di Giampaolo Tarantini e della moglie per estorsione a Berlusconi – la conversazione in questione è “rilevante” in quanto attesta la “speciale vicinanza” tra il premier e Lavitola e la “natura dei rapporti” tra i due, “rivelandosi Lavitola impegnato sostanzialmente quale attivo e riservato ‘informatore’ su vicende giudiziarie che, benché riguardanti terzi, appaiono di specifico e rilevante interesse dello stesso Berlusconi”.

Viene quindi riportato il contenuto della conversazione nella quale, scrive il gip, “al di là del merito delle considerazioni che provengono dal Lavitola, è soprattutto di procedimenti giudiziari che egli discorre, riferendosi in particolare a quello condotto qui a Napoli sulla cosiddetta ‘P4′ nonché ad altri potenziali procedimenti riguardanti fatti accaduti a Bari e di cui il Lavitola sembra avere notizie”.

E’ Berlusconi a contattare Lavitola sull’utenza panamense di quest’ultimo alle ore 23 e 14 del 13 luglio facendosi introdurre da un tale Alfredo. La telefonata dura più di 13 minuti, durante i quali si parla di vari argomenti, in particolare di vicende giudiziarie..

”Anche di questo – sostiene un Berlusconi che sembra essere molto consapevole che la telefonata sia intercettata – non me ne può importare di meno… perché io …sono così trasparente..così pulito nelle mie cose..che non c’è nulla che mi possa dare fastidio..capito?..io sono uno..che non fa niente che possa essere assunto come notizia di reato…quindi..io sono assolutamente tranquillo…a me possono dire che scopo..è l’unica cosa che possono dire di me…è chiaro?..quindi io..mi mettono le spie dove vogliono..mi controllano le telefonate..non me ne fotte niente…io..tra qualche mese me ne vado per i cazzi miei…da un’altra parte e quindi…vado via da questo paese di merda…di cui…sono nauseato…punto e basta…”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

 

Ma allora, perché non adattare le metodologie d’indagine usate nelle telecomunicazioni allo studio di questo organo? Lo hanno fatto ricercatori del Rotman Research Institute del Baycrest Centre, in Canada, scoprendo che il tempo che intercorre tra il rilascio di un messaggio e l’altro è indicativo dell’attività delle aree cerebrali. Lo studio è pubblicato su PLoS Computational Biology.

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Nelle telecomunicazioni, uno degli indicatori più significativi per valutare l’efficienza della rete è il tempo che intercorre tra la partenza di due messaggi consecutivi in corrispondenza di ogni nodo. Questo intervallo temporale, che dipende dalla natura dei dati e dal modo in cui vengono elaborati, descrive il flusso di informazioni attraverso la rete. Partendo da questo modello, i ricercatori hanno registrato con l’elettroencefalogramma (Eeg) l’attività del cervello di 56 volontari a riposo in due condizioni: a occhi chiusi e a occhi aperti. Dal momento che i picchi dell’Eeg indicano l’attività dei neuroni, possono essere considerati come i momenti in cui parte un messaggio. E di conseguenza il tempo tra due picchi può dare una misura dell'attività di una determinata area.

Analizzando gli intervalli temporali tra un invio e l’altro, è emerso che i periodi dipendono sia dalla regione cerebrale sia dalla condizione. Per esempio, in chi ha tenuto gli occhi aperti, l’intervallo nella regione occipitale - che elabora gli stimoli visivi - risultava inferiore che non in chi ha tenuto gli occhi chiusi. D’altra parte, in entrambe le condizioni si sono registrati tempi simili a livello delle regioni parietali che, presiedendo a funzioni cognitive complesse come il linguaggio, non erano attive durante la sperimentazione.

Per i ricercatori, l’intervallo di tempo tra l’invio di un messaggio e l’altro è un indicatore affidabile dell’attività cerebrale e può servire ai neuroscienziati per studiare lo sviluppo del cervello, il suo invecchiamento e le patologie che compromettono il flusso di informazioni eliminando nodi o disintegrando parte della rete.

Riferimento: doi:10.1371/journal.pcbi.1002065 - Fonte: galileonet.it

 

I meccanismi di causa-effetto non sono noti, ma ormai si conoscono almeno 60 geni coinvolti. Ora quattro nuovi studi, apparsi su Neuron e su Science Translational Medicine, aggiungono importanti mutazioni alla lista.

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Si tratta delle cosiddette variazioni nel numero di copie (Cnv) di uno stesso gene (che normalmente è ripetuto anche molte volte lungo uno stesso cromosoma): ciò che accade è che pezzetti di Dna vengono duplicati (come in un copia e incolla) oppure cancellati durante la replicazione del genoma. I ricercatori del Cold Spring Harbor Laboratory di New York e della Yale University (New Haven), indipendentemente, hanno individuato centinaia di nuove mutazioni Cvn implicate nello sviluppo dei disturbi autistici, e ne hanno confermate molte altre già note. Anche in passato, infatti, erano state indagate mutazioni di questo tipo (vedi Galileo). Questa volta, però, sono stati analizzati esclusivamente i genomi di famiglie con un solo caso di autismo, in cui manca quindi la componente ereditaria.

Gli scienziati hanno confrontato il genoma di bambini con Dsa con quello dei familiari sani, utilizzando la tecnica del “gene-chip”, che permette di trovare le caratteristiche genetiche che accomunano gli individui affetti da autismo. Entrambi gli studi hanno evidenziato l’esistenza di numerose mutazioni Cnv sporadiche, che si presentano cioè una sola volta nel campione, e di altre che sono invece ricorrenti. È stata inoltre riscontrata una forte associazione tra le mutazioni sui cromosomi 16 e 7 e la presenza della malattia. In particolare, i ricercatori hanno osservato che variazioni nella regione p11.2 del cromosoma 16 sembrano determinare, da sole, più dell’1% dei casi di autismo: si tratta di un valore statisticamente significativo se si considera che, tra le persone affette dalla patologia, raramente vengono rilevate mutazioni analoghe sugli stessi geni. E c’è di più: la perdita di geni in quelle stesse regioni è nota per essere correlata a personalità particolarmente inclini alla socialità. “Aver trovato le prove che l’aumento di materiale genetico in una particolare posizione porta alla minore socialità tipica dei Dsa, mentre la perdita di tale materiale comporta esattamente l’effetto opposto è particolarmente eccitante”, ha sottolineato Matthew W. State della Yale Univerisity.

Un altro importante pezzo del puzzle lo hanno poi aggiunto i ricercatori della Columbia University. Invece che concentrarsi sui geni, gli studiosi sono andati a guardare le interazioni tra le proteine che questi esprimono e le altre proteine dell’organismo. La sorpresa è stata scoprire che la rete di relazioni è la stessa per tutte le mutazioni legate all’autismo analizzate. Non solo: questa rete è implicata nello sviluppo del cervello e, se alterata, viene compromessa la corretta formazione di neuroni e sinapsi. “Questa analisi – scrivono i ricercatori – supporta l’ipotesi che l’alterazione nella creazione delle sinapsi sia al cuore dell’autismo”.

Alla stessa conclusione sono arrivati i genetisti del Baylor College of Medicine e del Jan and Dan Duncan Neurological Research Institute del Texas Children's Hospital. Anche in questo caso, infatti, è emerso che le interazioni tra le proteine prodotte dai geni mutati e le altre proteine dell’organismo, modificando le stesse funzioni biologiche, determinano disturbi comportamentali simili.

Fonte e riferimenti: galileonet.it

 
By Admin (from 10/09/2011 @ 08:00:23, in it - Scienze e Societa, read 1324 times)

Il 6 giugno 2011 la Società Italiana della Contraccezione (SIC) e la Società Medica Italiana per la Contraccezione (SMIC) hanno redatto un documento comune, dal titolo “Position paper sulla contraccezione d’emergenza per via orale”.

Il documento illustra in primo luogo la definizione di contraccezione d’emergenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità: “La contraccezione d’emergenza si definisce come “metodica contraccettiva”, poiché può solo prevenire e non interrompere una gravidanza”. Va assunta in caso di un rapporto sessuale non protetto o nel caso in cui sia stato usato scorrettamente un altro mezzo contraccettivo. L’effetto sarà inversamente proporzionale al tempo trascorso tra il rapporto a rischio e l’assunzione del farmaco.

Dopo le descrizioni tecniche sulle confezioni disponibili in Italia e autorizzate dall’Aifa, il documento si sofferma sulla questione più importante: come funziona la contraccezione d’emergenza. Nel paragrafo intitolato “Meccanismo d’azione della contraccezione d’emergenza” si afferma: “È ampiamente dimostrato che il LNG [levonorgestrel], quando somministrato in fase preovulatoria, interferisce con il processo ovulatorio, per inibizione o disfunzione dello stesso, e previene quindi la fertilizzazione. In particolare, se somministrato prima del picco preovulatorio di LH, È in grado di impedire l’ovulazione nella maggior parte dei casi. Inoltre, è stato evidenziato che nelle donne che assumono il LNG quando i parametri clinici, ecografici ed ormonali sono diagnostici di ovulazione già avvenuta, il LNG non ha alcun effetto. È evidente quindi che il LNG non interferisce con l’impianto dell’embrione, una volta avvenuta la fertilizzazione; ciò, non causa aborto, né è in grado di danneggiare una gravidanza in atto” (il corsivo è mio).

Non esiste una normativa ad hoc e, in modo condivisibile, il documento rimanda a due leggi: quella del 1975 sui consultori familiari (legge 405 del 29 luglio 1975; prima di allora i contraccettivi erano illegali) e quella del 1978 sulla interruzione volontaria di gravidanza (legge 194 del 22 maggio 1978). Queste leggi garantiscono l’accesso ai mezzi contraccettivi. Non solo: il Comunicato del Ministero della Sanità n. 254 del 1 novembre 2000 afferma esplicitamente che “l’uso di questa pillola non viola la legge dello Stato…il farmaco oggi a disposizione…si concretizza come un mezzo di prevenzione dell’aborto e sottrae la donna al rischio di trovarsi di fronte a scelte drammatiche”.

E ancora “nel documento di schema d’Intesa Stato–Regioni per una migliore applicazione della Legge 194, del 15 febbraio 2008, in cui si sottolinea la necessità di:

- Garantire congruo orario di apertura del Servizio Consultoriale, anche prevedendo l’accoglienza senza appuntamento, con carattere di precedenza, per alcune richieste come: contraccezione d’emergenza, inserimento di IUD, richiesta di certificazione urgente per interruzione volontaria di gravidanza;

- Prevedere la prescrizione della “contraccezione d’emergenza”, oltre che nei servizi consultoriali, anche nei Pronto Soccorso e nei servizi di continuità assistenziale (guardia medica).

Ben definito è quindi il diritto della donna alla prescrizione della contraccezione d’emergenza”.

Non è controversa nemmeno la possibilità di prescrivere e somministrare la contraccezione d’emergenza alle minori, ma è oggetto di discussione l’età minima - che per molti è 13 anni, età segnalata dalla legge 66/1996 sulla violenza sessuale (“non è punibile il minorenne che, al di fuori delle ipotesi previste nell’art. 609-bis, compie atti sessuali con un minorenne che abbia compiuto gli anni 13, se la differenza di età tra i soggetti non è superiore ai tre anni”).

Il documento nomina anche l’obiezione di coscienza e i due documenti del Comitato Nazionale per la Bioetica al riguardo (la Nota sulla contraccezione d’emergenza del 2004 e il parere del 2011 che commenteremo in seguito). Non è però affatto chiaro il motivo per cui sarebbe lecito sottrarsi alla prescrizione o alla vendita, nel caso dei farmacisti, di un contraccettivo. O meglio, sembra essere difficilmente giustificabile senza violare il diritto di procurarsi un prodotto legale e che non può essere neanche più accusato di provocare un aborto né di avere un effetto sull’ovocita fecondato e non ancora impiantato (sull’impianto si gioca la possibilità di indicare l’inizio della gravidanza: la questione però cade in questo caso, perché il levonorgestrel non ha effetto in entrambi i casi).

Il paper si chiude con alcune indicazioni tecniche e la bibliografia, ricca di riferimenti e particolarmente utile per evitare una pessima abitudine: esprimere un parere senza conoscere la letteratura, in questo caso medica e scientifica, in proposito.

Perché questo paper è importante? Perché molte volte i farmacisti si sono rifiutati di vendere la cosiddetta pillola del giorno dopo e alcuni medici di prescriverla. Come si ricorda nel comunicato stampa sul paper “Le difficoltà per le donne di reperire la ricetta per il contraccettivo d’emergenza sono state confermate anche di recente dal rapporto “Sos Pillola del giorno dopo” dell’Associazione Vita di Donna, dal quale emerge che oltre il 50% delle circa 8.000 persone che si sono rivolte al servizio in 3 anni lo ha fatto dopo essersi visto negare la prescrizione del farmaco. Secondo i dati raccolti, tra i medici che hanno rifiutato la ricetta il 34% lavora al pronto soccorso, il 30% alla guardia medica il 25% nei consultori e l’11% sono medici di famiglia”.

Perché il Comitato Nazionale per la Bioetica si è espresso nell’ultimo parere giocando sulla incertezza dell’effetto contraccettivo - come escludere l’effetto abortivo? Perché, come già sottolineato, il dibattito è caratterizzato spesso dall’ignoranza dell’oggetto di cui si discute e sul quale si dovrebbe decidere l’ammissibilità morale (e poi legale).

Alcuni documenti renderanno più chiaro il panorama in cui questo paper cerca di mettere ordine e la necessità di far conoscere il contenuto. Prima di tutto è utile ricordare quanto stabilito in Pichon and Sapious v. France (Corte europea dei diritti umani, 7 giugno 1999): la Corte ha stabilito che un farmacista che rifiuta di vendere i contraccettivi non può imporre la propria visione del mondo agli altri e che il diritto alla libertà religiosa - diritto individuale sacrosanto e strettamente intrecciato alla coscienza - non garantisce il diritto di comportarsi pubblicamente secondo le proprie credenze. “As long as the sale of contraceptives is legal and occurs on medical prescription nowhere other than in a pharmacy, the applicants cannot give precedence to their religious beliefs and impose them on others as justification for their refusal to sell such products, since they can manifest those beliefs in many ways outside the professional sphere”. Quando decido di fare il farmacista, o il medico o l’avvocato, la mia coscienza individuale non può pretendere di essere quella cui tutti gli altri dovrebbero sottostare o conformarsi. La scelta di una professione implica dei doveri e la considerazione che stiamo agendo su un piano pubblico in cui non possiamo agire egoisticamente e autisticamente. In un caso del genere invocare la libertà di coscienza è disonesto.

L’ultimo parere del Comitato Nazionale per la Bioetica sulla cosiddetta pillola del giorno dopo nasce così: “Lo scorso 25 febbraio, sollecitato da un quesito del deputato Udc Luisa Capitanio Santolini, al Comitato Nazionale per la Bioetica è stato chiesto di esprimersi riguardo alla possibilità per i farmacisti di fare obiezione di coscienza sulla cosiddetta pillola del giorno dopo, ovvero sulla possibilità di non vendere quei farmaci di emergenza «per i quali nel foglio illustrativo non si esclude la possibilità di un meccanismo d’azione che porti all’eliminazione di un embrione umano»”, ma i recenti studi, come abbiamo visto, sì, lo escludono eppure sono ignorati da Santolini e dai sostenitori della obiezione di coscienza.

“Il farmacista - continua il parere del Comitato Nazionale per la Bioetica - in quanto cittadino in una società democratica caratterizzata dal pluralismo etico, ha il diritto di non compiere una azione, indicata come scientificamente capace in determinate circostanze fisiologiche di impedire lo sviluppo di un embrione umano, quando questa confligga con i propri convincimenti morali circa il rispetto e la tutela che sono dovuti all’essere umano sin dall’inizio del suo sviluppo”.

Ma in quanto farmacista? Nessuno lo chiede solo in quanto cittadino, ma in quanto farmacista - ruolo liberamente scelto e che non può non avere regole e doveri, a meno che non si scelga di introdurre nella società civile e nella organizzazione dello Stato la legge dell’arbitrio. Proprio come i ristoranti o gli alberghi - e chi vi lavora - devono rispettare regole e doveri, i medici e i farmacisti devono mettere da parte la pretesa paternalistica di imporre il proprio punto di vista. Naturalmente vi saranno argomenti controversi, ma la contraccezione non sembra poter rientrare tra questi.

Almeno il Comitato Nazionale per la Bioetica vede il rischio: “Se si riconoscesse sul piano legislativo al farmacista il diritto all’obiezione di coscienza - attraverso il rifiuto di spedire prescrizioni mediche della c.d. pillola del giorno dopo - gli si conferirebbe una duplice facoltà: da un lato, di censurare l’operato del medico cui risale la prescrizione, che si presume redatta “in scienza e coscienza”; dall’altro, di interferire nella sfera privata e più intima della donna impedendone di fatto l’autodeterminazione. In entrambi i casi si deve rilevare come si crei una lesione dell’altrui diritto, con eventuali rischi - anche gravi - per la salute psicofisica della donna. Il farmacista, lungi dal rivestire un ruolo secondario e indiretto, finirebbe con l’assumere un ruolo decisionale, supervisionando la valutazione del medico e le scelte della donna senza un’approfondita conoscenza delle complessità delle ragioni e delle condizioni - mediche e esistenziali - che hanno motivato l’uno e l’altra”. Tuttavia non sembra preoccuparsene, lasciando ad altri il compito di pensare ai mezzi per garantire il diritto del richiedente e sorvolando sull’effetto esclusivamente contraccettivo.

Qualche anno fa Ellen Goodman sottolineava un altro aspetto importante (Dispensing Morality, The Washington Post, April 9, 2005), ovvero la pretesa di sottrarsi al proprio dovere senza pagare le conseguenze: “Indeed, in a conflict between your job and your ethics, you can quit. It happens every day. When Thoreau refused to pay taxes as a war protest, remember, he went to jail. What the pharmacists and others are asking for is conscience without consequence. The plea to protect their conscience is a thinly veiled ploy for conquest. [...] the drugstore is not an altar. The last time I looked, the pharmacist’s license did not include the right to dispense morality”.

Insomma nel caso della contraccezione d’emergenza, la libertà di coscienza non c’entra nulla con l’esercizio della obiezione di coscienza. Se non consideriamo i doveri professionali derivanti da una libera scelta, trasformiamo l’esercizio della nostra libertà in privilegio e oppressione moralistica.
Ma soprattutto, il paper mette fine alla discussione - protrattasi già troppo a lungo - sul meccanismo d’azione della cosiddetta pillola del giorno dopo.

A questo punto i sostenitori della possibilità di fare obiezione di coscienza sulla contraccezione d’emergenza dovranno inventare qualche altra scusa per giustificare il sottrarsi a un dovere professionale.

Fonte: galileonet.it

 
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Now Colorado is one love, I'm already packing suitcases;)
14/01/2018 @ 16:07:36
By Napasechnik
Nice read, I just passed this onto a friend who was doing some research on that. And he just bought me lunch since I found it for him smile So let me rephrase that Thank you for lunch! Whenever you ha...
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By Anonimo
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21/11/2016 @ 09:40:41
By Anonimo


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28/11/2021 @ 16:12:20
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