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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Se pensavate che il laser fosse una prerogativa della fisica e dell’ingegneria dovrete ricredervi: va conteggiata anche la biologia. I ricercatori dell’ Harvard Medical School, capeggiati da Seok-Hyun Yun e Malte Gather, sono infatti riusciti per la prima volta a creare un laser vivente. Gli ingredienti? Una cellula umana, una proteina fluorescente di una medusa e due piccoli specchi, il tutto assemblato insieme per produrre un fascio laser verde visibile a occhio nudo. La scoperta, che potrebbe migliorare le tecniche di imaging, è stata presentata sulle pagine di Nature Photonics.

Detail-laser-vivente

Perché un laser (l’acronimo per Light Amplification by Stimulated Emission of Radiation, ovvero amplificazione luminosa per mezzo di emissione stimolata di radiazioni) sia considerato tale è necessari che soddisfi due requisiti: primo, deve avere un mezzo che permetta di amplificare la luce (come gas e cristalli); secondo, deve essere presente una cavità ottica (due specchi, uno riflettente e uno semiriflettente, che racchiudano il mezzo di amplificazione) all’interno della quale la radiazione possa rimbalzare e allinearsi, fino a emergere in uno stretto fascio di luce.

Per il loro laser biologico, i ricercatori dell’Harvard Medical School hanno sostituito il mezzo di amplificazione con una proteina estratta dalla medusa Aequorea victoria, la Green Fluorescent Protein (Gfp, ampiamente utilizzata in biologia molecolare come tracciante luminoso, perché emette luce verde se illuminata con radiazione bluastra). La Gfp è stata quindi inserita, tramite tecniche di ingegneria genetica, all’interno di una cellula embrionale umana di rene, a sua volta montata all’interno di una camera ottica larga appena 20 micrometri.

Una volta costruito il laser, i ricercatori non hanno dovuto far altro che accenderlo: illuminando la cellula con luce blu, la GFP ha cominciato a emettere una radiazione verde, che rimbalzando all’interno della cavità ottica, si è allineata fino a emergere come uno stretto fascio di luce dallo specchio semiriflettente. Inoltre, durante il periodo in cui il laser biologico è stato acceso, la cellula non è stata affatto danneggiata dal processo di emissione stimolata di radiazione.

La tecnica potrebbe essere utilizzata per rivoluzionare i metodi di imaging, sia a livello della singola cellula laser (la luce emessa dipende dalla struttura e dalla composizione della cellula stessa) sia a livello dei tessuti e degli organi. In questo caso infatti, se in futuro fosse possibile creare dei laser viventi all’interno degli organismi, si potrebbero ottenere immagini più dettagliate rispetto a quelle oggi disponibili con la tomografia ottica a radiazione coerente (Oct).

Riferimenti: wired.it - Credits immagine: Malte Gather

 

Per lo meno nel diamante mandarino (Taeniopygia guttata), un piccolo uccello australiano, monogamo. Gli individui di entrambi i sessi di questa specie tendono ad avere rapporti “extra-coniugali”, ma nel caso delle femmine la colpa sarebbe di alcuni geni trasmessi da un progenitore maschio. Alcuni ricercatori del Max Planck Institute for Ornithology (Seewiesen, Germania) hanno infatti dimostrato, in uno studio pubblicato su Pnas, che le femmine infedeli condividono alcune varianti geniche (alleli) con i loro parenti che adottano comportamenti simili.

Detail-tradimento-diamante-mandarino

La tendenza al tradimento, da parte di entrambi i partner, è stata osservata in diverse specie animali, anche in presenza di coppie stabili e durature. Gli scienziati riescono a spiegare facilmente il tradimento di un individuo maschio con l'incremento del proprio successo riproduttivo legato a un maggior numero di figli. Tuttavia meno semplice è capire le motivazioni di una femmina, che da un tradimento avrebbe molto da perdere, in primo luogo la mancanza di aiuto del partner nella cura della prole. Tra le ipotesi avanzate per risolvere l'enigma, c'è anche quella alla base dello studio tedesco: l'ereditarietà. Secondo questa tesi, il comportamento fedifrago potrebbe essere determinato da alcuni alleli che sono selezionati positivamente nei maschi, e poi trasmessi alla prole, figlie femmine incluse.

Partendo da questa teoria, i ricercatori hanno studiato 1500 esemplari di diamante mandarino - appartenenti a cinque generazioni consecutive - cercando un'eventuale correlazione genetica in maschi e femmine della stessa popolazione con la tendenza ad avere rapporti al di fuori della coppia. Gli scienziati, grazie a un sistema video, hanno seguito i comportamenti di corteggiamento e di accoppiamento degli uccelli, e in seguito hanno stabilito la paternità della prole con un test genetico.

I risultati della ricerca hanno mostrato che effettivamente una correlazione genetica esiste: padri promiscui tendono a generare figlie promiscue. Come spiegano i ricercatori, quindi, tale comportamento potrebbe essersi evoluto come risultato di una selezione parentale. Inoltre, secondo gli stessi autori, una spiegazione simile, secondo cui cioè la tendenza all'infedeltà sarebbe ereditaria, potrebbe spiegare la propensione al tradimento anche nell'uomo e nella donna.

Fonte: Galileonet.it - Riferimenti: Pnas doi: 10.1073/pnas.1103195108

 
By Admin (from 14/09/2011 @ 11:00:18, in it - Scienze e Societa, read 1789 times)

Tante infatti sono quelle che ogni individuo eredita dal padre e dalla madre, in misura diversa da ciascuno dei due. A ridimensionare il numero di “errori” presenti nel Dna di ciascuno rispetto a quello dei propri genitori, finora valutato intorno ai 100-200, sono stati i ricercatori del Wellcome Trust Sanger Institute, insieme a quelli dell’Université de Montreal, della North Carolina State University e del Broad Institute of Harvard and MIT. Il loro studio, descritto sulle pagine di Nature Genetics, rappresenta la prima conta diretta del numero di mutazioni – che hanno luogo durante il processo di formazione di ovuli e spermatozoi e quindi assenti nelle altre cellule dei genitori - passate direttamente da un padre o una madre a un figlio.

Detail-mutazioni genetiche

Tali mutazioni sono molto rare, mediamente una ogni 100 milioni di lettere del Dna e solo un’analisi completa del genoma umano di un individuo e il suo confronto con quello dei genitori consente di identificarle. Tanto hanno fatto i ricercatori.

Per prima cosa gli studiosi hanno prelevato dalla banca dati del 1000 Genome Projects (vedi anche Galileo) i codici genetici dei membri di due diverse famiglie composte da due genitori e un unico figlio. Successivamente hanno analizzato quello di quest’ultimo e, una volta individuate tutte le mutazioni, le hanno distinte tra quelle che hanno avuto luogo durante la vita dell’individuo e quelle avvenute durante la produzione delle cellule germinali. Il Dna dei figli è stato poi confrontato con quello dei rispettivi genitori per individuare eventuali differenze. I risultati hanno mostrato che in una famiglia il 92 per cento delle 60 circa mutazioni riscontrate proveniva dal genoma paterno, mentre nell’altra solamente il 36 per cento.

E questa, dopo l’esiguo numero di errori, è stata la seconda sorpresa per i ricercatori. “Molti si aspettano che la maggior parte delle mutazioni provengano dal Dna paterno a causa del maggior numero di volte che questo deve essere copiato per la formazione di uno spermatozoo, rispetto a quanto avviene per l’ovulo”, racconta Matt Hurles co-leader dello studio.
 
Fonte: Galileonet.it - Riferimenti: Nature Genetics doi:10.1038/ng.862

 

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Eppure, solo in Italia, ci sono oltre 3.000 persone per le quali le pillole blu non funzionano. Le cause più frequenti di questi tipi di impotenza grave sono la chirurgia oncologica invasiva (per tumori alla prostata, alla vescica e al basso intestino, per esempio), le malattie cardiovascolari, il diabete o gravi disfunzioni veno-occlusive. O, ancora, traumi midollari per incidenti stradali. In questi casi, le protesi peniene sono l’unica soluzione per recuperare la funzione sessuale e, con essa, la possibilità di procreare. Nonostante questo, l’operazione viene accettata solo da una persona su sei, a causa di pregiudizi e tabù.

Per restituire a queste persone una buona qualità di vita e spezzare il veto sociale sull’impianto protesico, la Società Italiana di Andrologia (Sia) ha organizzato un convegno a 360 gradi su questo tema (“Disfunzione erettile e chirurgia protesica. La strategia che salva a vita di copia nella disfunzione erettile grave”, Modena, 18 giugno) che ha visto riuniti gli specialisti del settore e le associazioni di pazienti. La Sia ha anche lanciato una campagna d’informazione: dal 19 giugno, è possibile porre le proprie domande all’indirizzo di posta elettronica iochiedo@chirurgiaprotesica.andrologia-mers.com.

Con l’indice di gradimento più elevato tra i pazienti (9 su 10, contro 5 su 10 tra chi usa farmaci e 4 su 10 tra chi ricorre alle iniezioni intracavernose, secondo i dati di uno studio pubblicato su Journal of Urology nel 2003), le protesi peniene sono ormai totalmente invisibili, hanno una durata di oltre 10 anni e, grazie all'uso di nuovi materiali che contengono antibatterici, le infezioni si verificano solo in una percentuale molto bassa di casi. In Germania se ne impiantano circa 1.500 l’anno, in Francia 900, mentre in Italia appena 500. Una possibile causa di questo numero è anche il costo (fino a 8.000 euro), a carico del paziente. Solo alcune regioni, infatti, rimborsano l’operazione, altre strutture pubbliche fanno comprare la protesi al paziente. "Una situazione al limite del legale", denuncia Edoardo Pescatori, coordinatore della sezione regionale Marche - Emilia Romagna - San Marino della Sia: "Perché è un limite a una possibilità di cura, spesso citata a torto come ultima spiaggia, e che invece può restituire la dignità alle persone".

Fonte: galileonet.it

 
By Admin (from 18/09/2011 @ 14:00:23, in it - Scienze e Societa, read 2529 times)

Sequenziare il genoma di 5mila insetti e altri antropodi nei prossimi 5 anni: è l’ambizioso progetto di ricerca chiamato ‘5000 insect genome project’ o brevemente i5k, presentato a marzo scorso con una lettera su Science e ora rilanciato con un’intervista ai promotori su American Entomologist.

Detail-i5k

La specie umana ha sempre avuto un rapporto di conflittualità con gli insetti: di alcune specie ha imparato a sfruttare le potenzialità, come nel caso delle api e della produzione di miele, ad altre ha dichiarato guerra, per esempio a quelle che distruggono piantagioni o che sono portatrici di malattie anche letali, come nel caso della malaria. Grazie all’analisi genetica i ricercatori sperano di poter identificare i geni che rendono gli insetti sensibili o resistenti alle sostanze chimiche, così da poter preservare le specie considerate ‘amiche’ e combattere meglio le ‘nemiche’. Svelare i punti di forza, e soprattutto i punti deboli, delle diverse specie è infatti il principale obiettivo di questo studio.

“Dall’elaborazione di questi dati speriamo di ottenere informazioni utili sui meccanismi di resistenza agli insetticidi e sui metodi di trasmissione delle malattie in modo tale da poter sviluppare dei rimedi sempre più mirati ed efficaci per controllare o addirittura eliminare il problema”, sottolinea Daniel Lawson, uno dei promotori dell’iniziativa dell’Istituto di Bioinformatica Europea.

Le tecnologie per il sequenziamento genico progrediscono rapidamente causando una diminuzione dei costi legati alla procedura: un trend che permette agli entomologi di essere fiduciosi sulla fattibilità del loro progetto. I promotori invitano i ricercatori da tutto il mondo a iscriversi al progetto e creare pagine wiki in cui segnalare gli insetti che dovrebbero essere sequenziati, quelli che eventualmente sono stati già mappati, per scambiarsi opinioni con chi sta lavorando a progetti simili.

“Stiamo cercando di contattare tutti coloro che lavorano sugli insetti per capire se avere delle informazioni sul genoma delle specie su cui stanno lavorando potrebbe aiutarli”, ha dichiarato Susan J. Brown, della Kansas State University. "Pochi ricercatori stanno lavorando sulla trascrittomica, cercando di capire cioè perché alcuni geni vengono trascritti in certi contesti, condizioni ambientali o periodi della vita. Analizzare l’intero genoma di numerose specie ci aiuterà a capire le differenze mettendo a confronto questi geni e non studiandoli in un solo organismo”.

Fonte: galileonet.it

 
By Admin (from 19/09/2011 @ 08:01:02, in it - Scienze e Societa, read 2104 times)

Sono grandi poco più di qualche milionesimo di millimetro, all’incirca come un virus, e si mimetizzano nel sangue per aggirare il sistema immunitario: sono le nanoparticelle create dagli scienziati dell’Università della California a San Diego, piccole molecole sintetiche che potrebbero rappresentare un’innovazione nel trattamento dei tumori. La ricerca americana è pubblicata sulla versione online di Pnas.

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Quello pensato dagli studiosi californiani è un vero e proprio travestimento: alcune nanoparticelle biodegradabili, alle quali vengono legate piccole molecole di farmaci antitumorali, vengono rivestite con membrane cellulari naturali, prelevate dai globuli rossi. In questo modo i ricercatori riescono a camuffare i corpuscoli in modo da evitare la reazione del sistema immunitario nei confronti di sostanze ritenute estranee all’organismo. Così i medicinali possono raggiungere senza problemi l’area colpita dalle cellule maligne.

“È la prima volta che membrane cellulari naturali vengono legate a nanoparticelle sintetiche per il trasporto di medicinali nell’organismo”, ha detto Linagfang Zhang, ingegnere alla Jacob School of Engineering dell’Università di San Diego, a capo del gruppo di ricerca. “Questo metodo – ha aggiunto Zhang - presenta un rischio molto minore di risposta immunitaria aggressiva”.
I corpuscoli sono infatti già usati con successo in trattamenti clinici del cancro, ma di solito sono avvolti in materiali sintetici (come il glicole polietilenico): si crea artificialmente una patina protettiva che dura qualche ora e che dà il tempo al farmaco di raggiungere i tessuti malati. Con il nuovo metodo di Zhang e del suo team, invece, i medicinali riescono a circolare nell’organismo malato per quasi due giorni senza essere aggrediti dal sistema immunitario.

I ricercatori dell’Università della California non sono gli unici ad aver visto nelle nanoparticelle dei possibili agenti in incognito. In una ricerca pubblicata il 19 giugno su Nature Materials, alcuni scienziati del MIT hanno dimostrato che è possibile creare in laboratorio dei corpuscoli che comunichino tra loro all’interno dell’organismo: questa abilità migliorerebbe la loro efficienza nel trasportare i medicinali.

I ricercatori hanno studiato un nuovo sistema di veicolazione dei farmaci che si basa su due fasi successive. La prima consiste nella “ricognizione”: parte dei micro corpuscoli arriva al tumore attraverso i vasi sanguigni danneggiati intorno ai tessuti malati. Una volta giunte nell’area colpita, le nanoparticelle riscaldano il tessuto circostante, simulando una lesione e innescando così un processo di coagulazione del sangue. Le altre nanoparticelle – in numero molto maggiore – sono legate a una proteina (fibrina) che le dirige verso il coagulo: queste sono le vere trasportatrici del farmaco, che così può raggiungere il tumore con una efficacia 40 volte maggiore rispetto ai metodi attualmente usati. Un’azione congiunta che ricorda quella di una squadra ben addestrata.

Entrambe le ricerche hanno bisogno di ulteriori test. Ma questi due nuovi metodi potrebbero rappresentare un modo di migliorare la qualità della vita dei malati di cancro, velocizzando e ottimizzando le loro cure.

Fonte: galileonet.it

 
By Admin (from 24/09/2011 @ 11:00:57, in it - Scienze e Societa, read 1349 times)

Il diabete di tipo 2 ha assunto definitivamente le dimensioni di un'epidemia: ogni anno, nel mondo, ne muoiono 3 milioni di persone e 347 milioni ne soffrono (dati al 2008): circa il doppio rispetto ai 153 milioni del 1998. Solo in Cina e India colpisce 138 milioni di persone. A lanciare l'allarme è uno studio pubblicato su The Lancet e condotto da Majid Ezzati dell'Imperial College di Londra e Goodarz Danaei dalla Harvard School of Public Health, in collaborazione con l'Organizzazione Mondiale della Sanità.

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Gli studiosi hanno preso in esame i dati di analisi cliniche condotte nel 2008 su 2,7 milioni di persone adulte, appartenenti a 199 paesi diversi, e li hanno confrontati con quelli del 1980. I risultati mostrano un preoccupante aumento dell'incidenza della malattia: ne soffrono il 9,8 per cento degli uomini e il 9,2 per cento delle donne, rispetto ai 8,3 e 7,5 di trent'anni fa.
Secondo lo studio, inoltre, negli ultimi anni l'incidenza del diabete è aumentata radicalmente nelle isole nelle nazioni insulari del Pacifico, che ora hanno i più alti livelli nel mondo: nelle Isole Marshall, una donna su tre e un uomo su quattro hanno il diabete. Numeri elevati si registrano anche nell'Asia Centrale e Meridionale, nei Caraibi e in America Latina, in Nord Africa e nel Medio Oriente. Infine, tra i paesi ad alto reddito, l'aumento del diabete è relativamente basso in Europa occidentale (Paesi Bassi, Austria e Francia) e più alto nel Nord America (Stati Uniti, Groenlandia).

“Questa patologia sta diventando sempre più comune quasi ovunque nel mondo. Sta superando ipertensione e colesterolemia, entrambi in diminuzione in molte regioni e rispetto ai quali il diabete è molto più difficile da prevenire e curare”, spiega Ezzati. Ma qualcosa si può fare. Per esempio – sostiene Danei – i sistemi sanitari nazionali potrebbero sviluppare programmi più efficienti per intercettare le persone che presentano una glicemia elevata e aiutarle a modificare il loro stile di vita, soprattutto dal punto di vista dell'alimentazione e dell'attività fisica.

Fonte: galileonet.it - Riferimenti: The Lancet doi:10.1016/S0140-6736(11)60679-X

 
By Admin (from 27/09/2011 @ 14:00:02, in it - Scienze e Societa, read 1952 times)

Le isole Andamane, in India, sono una meta sempre più popolare. Spiagge bianche, mare cristallino, barriere coralline. Ma il turismo, in questa parte di mondo, ha un che di kafkiano. Ogni mese, migliaia di visitatori non solo indiani, ma provenienti da tutto il mondo, percorrono la Andaman Trunk Road attratti dalla possibilità di vedere la tribù dei Jarawa, in quello che somiglia molto a uno zoo safari umano. I tour operator locali, infatti, attirano fuori dalla foresta i Jarawa con biscotti e dolciumi, per permettere ai turisti di vederli e fotografarli. Con il risultato di esporre la popolazione, che conta solo 365 individui, al rischio di malattie e di incidenti stradali.

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Contro l’assurdità di queste escursioni organizzate, Survival International ha lanciato una campagna di boicottaggio.
Da quando fu realizzata negli anni Settanta, la superstrada Andaman Trunk ha semplificato la vita di bracconieri, coloni e taglialegna che depredano la selvaggina della tribù e ne minacciano la sopravvivenza. I cacciatori-raccoglitori Jarawa, infatti, sono in contatto con l’esterno solo dal 1998 e hanno poche difese immunitarie contro le malattie più comuni, a causa del lungo isolamento. Non è tutto: come sottolinea Survival, nella riserva sono stati denunciati anche casi di abuso sessuale e il safari è l’ultimo di una serie di affronti inumani a questa popolazione.

Per proteggere gli Jarawa, nel 2002 la Corte Suprema dell’India ha ordinato la chiusura della strada, che però risulta tuttora aperta illegalmente, e rappresenta una meta ambita per i villeggianti. “Il viaggio nella riserva tribale era come un vero e proprio safari: stavamo nel mezzo della foresta tropicale in attesa di vedere gli animali selvatici o, per essere precisi, i Jarawa”, ha riportato un turista. I più attratti dal cibo lanciato dai passeggeri dei veicoli in marcia sulla strada sono i bambini, che spesso restano coinvolti in incidenti stradali. Per questo Survival, insieme all’associazione locale Search, chiede ai turisti di boicottare queste escursioni.

La campagna, lanciata già lo scorso anno, finora ha ottenuto un discreto successo e diversi tour operator hanno smesso di promuovere gite nella riserva degli Jarawa; autisti indipendenti e altre compagnie, però, continuano a usare la terra nativa di questa tribù come un parco safari. “Oggi chiediamo a tutti i turisti di rifiutarsi di percorrere la strada delle Andamane, tenuta aperta dall’amministrazione locale in palese sprezzo dell’ordine della Corte Suprema dell’India”, ha dichiarato Stephen Corry, direttore generale di Survival. “Nonostante le direttive, i turisti continuano a invadere il territorio dei Jarawa mettendo a rischio le loro vite e trattandoli come animali. Se la situazione non cambierà, promuoveremo un boicottaggio del turismo in tutte le Isole Andamane”, ha aggiunto Corry.

Fonte: Survival International

 

Nel 2008, infatti, sono stati ben 3.284 i cicli eseguiti con gameti femminili crioconservati. A decretare il primato è il primo rapporto sull’impiego degli ovociti scongelati condotto dallo European IVF Monitoring Group (Eim) dell’Eshre (European Society of Human Reproduction and Embryology).

I dati sono stati presentati oggi, durante il 27esimo meeting annuale dell’Eshre, in corso a Stoccolma, e mostrano un enorme divario tra la nostra esperienza e quella degli altri paesi. Dopo l’Italia, infatti, seguono la Finlandia con appena 325 cicli, la Russia con 220 e la Spagna con 199 (dati sempre riferiti al 2008).

Detail-ovociti congelati

Fino a oggi il recupero di ovociti congelati non era stato monitorato a livello europeo perché, come dimostrano chiaramente i numeri, si tratta di una tecnica poco diffusa a livello globale. Da qualche tempo a questa parte, però, se ne parla sempre più: il congelamento degli ovociti, infatti, rappresenta oggi una chance di conservare la fertilità per le donne che devono sottoporsi a terapie (come quelle oncologiche) e per quelle che - per scelta personale o motivi socio-economici - decidono di ritardare il momento in cui avere un bambino.

“In Italia siamo ben consapevoli di questo primato e di questi numeri, visti gli obblighi della legge 40, che dal 2004 ha vietato la crioconservazione degli embrioni”, ha commentato Andrea Borini, direttore scientifico del centro di fecondazione assistita Tecnobios Procreazione. “In cinque anni – ha continuato Borini – il congelamento e il recupero degli ovociti crioconservati sono diventate tecniche di routine, tanto che i bambini nati in Italia da ovociti congelati dal 2005 al 2009 sono circa 1.170. Va però sottolineato che le cose stanno già cambiando. Dalla sentenza della Corte Costituzionale 151 del 2009, infatti, il numero di ovociti congelati si è ridotto a favore della crioconservazione degli embrioni, come ha rilevato anche il Registro Nazionale Pma (Vedi Galileo, "Quanti sono i figli della provetta").

Al convegno dell’Eshre sono stati anche presentati gli ultimi dati raccolti a livello mondiale (questa volta per il 2007) dall’International Committee for Monitoring Assisted Reproductive Technologies (Icmart). Ed emergono altri due primati: quello della Spagna per la sua quota del 30% delle ovodonazioni europee, e quello della Svezia per la più bassa frequenza di parti multipli (non solo in Europa, ma nel mondo, con il 7% di parti gemellari e lo 0,1% di trigemini).

“Anche per quanto riguarda le gravidanze e i parti multipli abbiamo risentito molto della legge 40”, commenta ancora Borini: “L’obbligo a impiantare contemporaneamente nell’utero tutti gli embrioni formatisi, per un numero massimo di tre, non poteva certo portare a una diminuzione delle gravidanze trigemine. La sentenza della Consulta ha però eliminato anche questo vincolo e, come conseguenza, la nostra media di parti trigemini si sta avvicinando a quella europea”.

Alla Svezia tengono testa anche la Finlandia e l’Austrialia. Nel 2007, in Spagna, l’incidenza di parti gemellari toccava il 23,8% e in Italia il 21,1%. La media europea per i parti gemellari risulta del 20,6% e per i trigemini dell’1,1%.

Ultimo sguardo all’accesso alla Pma nei vari paesi. Secondo il rapporto, i cicli che si eseguono in Francia (5.464), Italia (4.015), Spagna (3.845), Paesi Bassi (6.382), Germania (4.810) e Gran Bretagna (4.066) sono ancora bassi rispetto a quelli delle nazioni del Nord Europa, come la Svezia (9.228), la Norvegia (9.287), la Danimarca (12.712) e la Finlandia (9.291).

Fonte: galileonet.it - Riferimento: "For the first time, the European IVF Monitoring Group reports on cycles using frozen eggs" - Via Tecnobios Procreazione

 
By Admin (from 30/09/2011 @ 08:00:43, in it - Scienze e Societa, read 2006 times)

Ricreare in laboratorio il tessuto nervoso danneggiato dal morbo di Parkinson: un obiettivo  che potrebbe essere possibile a partire dalle cellule somatiche. Gli scienziati dell'Istituto Scientifico Universitario San Raffaele hanno infatti identificato tre geni che se attivati trasformano i fibroblasti, le cellule che forniscono fibre e collagene ai tessuti e ne garantiscono la struttura, in neuroni dopaminergici indotti (iDA). Questi ultimi hanno funzionalità del tutto simili a quelle delle cellule cerebrali che si trovano nella zona dell'encefalo colpita dalla malattia, chiamate per l'appunto neuroni dopaminergici. Lo studio è stato pubblicato su Nature.
Era già noto ai ricercatori che il trapianto di neuroni potesse essere parte del trattamento della malattia neurodegenerativa, ma finora l'unica sorgente utilizzabile a scopo clinico per la produzione di tessuto cerebrale era quella delle cellule staminali embrionali. Oltre a sollevare questioni etiche, in questo caso l'uso di cellule pluripotenti - se non controllato correttamente - potrebbe anche portare, secondo gli scienziati, all’insorgenza di tumori.

Per questo il gruppo di ricerca milanese ha sviluppato una nuova tecnica che si basa sulla conversione diretta di cellule del tessuto connettivo provenienti da donatori sani o dagli stessi malati di Parkinson. Tramite l'attivazione di tre geni (Mash1, Nurr1, Lmx1a) vengono codificate tre proteine che inducono i fibroblasti a differenziarsi in neuroni iDA direttamente funzionali: le cellule così ottenute presentano un'attività elettrica spontanea e rilasciano dopamina, il neurotrasmettitore la cui riduzione è responsabile dei disturbi di chi soffre della malattia.

Serviranno ulteriori ricerche per capire se questo nuovo metodo possa essere applicato nel trattamento della malattia: “I neuroni iDA presentano importanti vantaggi, come quello di poter essere generati dal paziente stesso in maniera riproducibile, in un tempo relativamente breve e senza nessun rischio di tumori - ha detto Vania Broccoli, direttore dell'Unità di Cellule Staminali e Neurogenesi del San Raffaele e coordinatore dello studio - comunque solo i prossimi studi, in via di progettazione direttamente in modelli animali della malattia di Parkinson, accerteranno se i neuroni iDA possano diventare una fonte adatta per questo tipo di utilizzo in clinica”.

Gli scienziati sono convinti che la generazione diretta di neuroni dopaminergici a partire da cellule somatiche potrebbe avere implicazioni importanti non solo nel trattamento del morbo, ma anche nella comprensione dei processi di sviluppo cerebrale, nella modellizzazione in vitro delle patologie neurodegenerative e nella creazione di terapie sostitutive per malattie simili al Parkinson.

Fonte: galileonet.it

 
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By Napasechnik
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