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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
By Admin (from 21/10/2011 @ 08:00:16, in it - Scienze e Societa, read 1571 times)

“Non vogliamo ancora dare alcuna interpretazione – teorica o fenomenologica – ai dati ottenuti”. La frase è riportata nello studio che potrebbe essere un vero e proprio terremoto per il mondo della fisica delle particelle. All'esperimento Opera del Cern, al quale lavorano anche ricercatori italiani dell'Infn, hanno ottenuto risultati che suggeriscono l'erroneità di uno dei princìpi fondamentali su cui si basa la Relatività speciale di Einstein. Sembrerebbe che alcuni neutrini, lanciati dal laboratorio di Ginevra verso quelli del Gran Sasso, abbiano percorso i 730 km di distanza tra i due laboratori a una velocità superiore a quella della luce: 299.792.458 m/s più 60 nanosecondi.

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L'osservazione di oltre 15.000 eventi registrati dai fisici italiani sembrerebbe infatti mostrare che i neutrini possano superare quella velocità di una quantità infinitesima, ovvero che viaggino a una velocità di 20 parti per milione al di sopra di quel limite. Per ottenere questo valore, i fisici del Cern e quelli del Gran Sasso hanno dovuto sincronizzare la misura dei tempi tra i due laboratori e calcolare con alta precisione anche la reale distanza tra la sorgente, a Ginevra, e il rilevatore, nell'Appennino italiano: questa è stata calcolata con un'incertezza di appena 20 cm su un percorso di 730km. Il tempo di volo dei neutrini è invece stato determinato con una precisione di meno di 10 nanosecondi, usando Gps avanzati e orologi atomici.

E' ovvio che gli stessi ricercatori consiglino la massima cautela, vista la portata della notizia. L’articolo è stato pubblicato stanotte in pre-stampa su ArXiv per essere sottoposto a una peer review, ovvero all'esame di tutta la comunità scientifica: “Dopo numerosi e attenti controlli e dopo che le misure sono state effettuate più volte, i dati sembrerebbero consistenti, ma l'impatto che un risultato di questo tipo potrebbe avere sull'intera comunità scientifica ci spinge a continuare la ricerca di eventuali errori sistematici ancora sconosciuti che ne diano una spiegazione più semplice”, si legge nello studio.

“Sebbene le nostre misure abbiano una bassa incertezza sistematica e un'elevata accuratezza statistica, e nonostante la fiducia riposta nei nostri risultati sia alta, siamo in attesa di confrontarli con quelli provenienti da altri esperimenti”, ha ribadito anche Dario Autiero, ricercatore del Cnrs che ha collaborato allo studio e che terrà un seminario (che può essere seguito online) a Ginevra per presentare i risultati.

La comunità scientifica è in fibrillazione, e il direttore di ricerca del Cern, Sergio Bortolucci, ha precisato che ulteriori ricerche sono già in atto per verificare il risultato. “Quando un esperimento si imbatte in un risultato apparentemente incredibile e non riesce a individuare un errore sistematico che abbia prodotto quella misura, la procedura standard è sottoporlo a una più ampia indagine. Esattamente ciò che sta facendo la collaborazione Opera: è una corretta pratica scientifica ”, ha commentato lo scienziato. “Se questa misura fosse confermata potrebbe cambiare la nostra visione della fisica ma dobbiamo essere sicuri che non esistano altre, più banali, spiegazioni”.

Della stessa idea è anche il presidente dell'Infn Roberto Petronzio, che parla di ulteriori esperimenti in corso: “Come molte altre volte nella storia della scienza, si è arrivati a un’osservazione sorprendente partendo da un esperimento che cercava tutt’altro. Le evidenze statistiche raggiunte dall’esperimento Cern-Infn Gran Sasso lo hanno spinto a pubblicare, diventa ora essenziale ripeterlo in altre condizioni. Del resto, al Gran Sasso abbiamo un’altra situazione analoga. L’esperimento Dama sulla materia oscura, ad esempio, ha una evidenza statistica positiva schiacciante, e a questo punto si attendono nuove conferme statistiche indipendenti”.

Riferimento: arXiv:1109.4897

 

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A lungo considerati enigmatici e imperscrutabili, perché sfuggono all'osservazione a occhio nudo, gli effetti della meccanica quantistica potrebbero perdere il loro alone di mistero. Un gruppo di ricercatori del Vienna Center for Quantum Science and Technology (VCQ) è infatti riuscito, tramite una sequenza di pulsazioni laser, a illuminare e fotografare eventi quantistici nel mondo “visibile”. La scoperta, pubblicata su Pnas, permetterebbe così di osservare questi effetti anche in fenomeni macroscopici, studiando il sottile limite che separa il mondo microscopico da quello classico.

L'idea di base dello studio parte dall'assunto che nella meccanica quantistica gli oggetti si comportano in maniera diversa nel momento in cui sono osservati. Così, negli eventi che vengono monitorati costantemente, l'effetto quantistico è quasi impossibile da vedere. Come se non bastasse, al crescere delle dimensioni degli oggetti diventa sempre più difficile rilevarlo. “Il risultato è simile a ciò che accade quando si cerca di fare una foto a qualcosa in movimento: se non c'è abbastanza luce l'immagine risulta sfocata” ha spiegato Michael R. Vanner del Vienna Doctoral School Complex Quantum Systems (CoQuS) a capo dello studio. “Allo stesso modo, nel nostro caso, era come se l'effetto quantistico fosse più confuso, quasi lavato via”.

Mimando quindi quanto si fa in fotografia, gli scienziati hanno pensato che come un flash illumina gli oggetti nascosti nell'ombra e “ferma” i movimenti producendo immagini più nitide, così una sequenza di pulsazioni laser li avrebbe potuti aiutare a rendere più chiari gli effetti quantistici in eventi macroscopici. In questo modo infatti i ricercatori hanno potuto ridurre l'incertezza sugli stati fisici degli oggetti considerati (quantum squeezing) ed effettuare alcune osservazioni quantistiche (quantum state tomography).

Secondo i ricercatori con questa nuova tecnica sarà possibile scrutare il mondo dei quanti a dimensioni del tutto nuove. In particolare, lo schema di lavoro proposto nell'articolo può essere applicato già oggi in tutti quegli esperimenti in atto che abbinano fenomeni quantistici a risonatori meccanici, ovvero oggetti vibranti dalle dimensioni macroscopiche. “Analizzando gli eventi in questo modo possiamo capire se e come dispositivi di dimensioni relativamente grandi possano essere usati nelle nuove tecnologie quantistiche”, ha aggiunto Vanner. “Ma soprattutto potremo finalmente far luce – è proprio il caso di dirlo – sull'apparente divisione tra il mondo dei quanti e quello classico, che ancora non ci è del tutto chiara.”

Riferimenti: Pnas doi: 10.1073/pnas.1105098108

 

Delle circa 12mila specie di diplopodi conosciute, solo le otto appartenenti a questo gruppo hanno l’enzima necessario a produrre una fioca luce verde. E nessuna di loro è in grado di vedere. A che scopo, quindi, emettere un segnale che nel buio della foresta non può far altro che attrarre i predatori? Come dimostrano Paul Marek e colleghi dell'Università dell’Arizona di Tucson (Stati Uniti) in uno studio pubblicato su Current Biology, questi invertebrati usano la fluorescenza proprio per evitarli, i guai: a se stessi e ai possibili predatori. La bioluminescenza, in questo caso, ha lo stesso ruolo delle vistose colorazioni utilizzate da molti altri animali.

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In natura, alcuni pesci e numerosi invertebrati marini e terrestri emettono luce per segnalare la loro presenza ai potenziali partner, oppure per incuriosire e attrarre le prede. Ma non poteva essere il caso di questi millepiedi, che sono tutti ciechi e detritivori. Per questo, e dal momento che si tratta di specie tossiche (si difendono producendo cianuro), gli entomologi hanno pensato a un messaggio di avvertimento: un segnale aposematico per indicare la loro pericolosità.

Per verificare direttamente in natura se gli individui luminosi subissero meno attacchi degli altri, i ricercatori hanno condotto un singolare esperimento notturno nel Parco Nazionale delle Sequoie Giganti, in California. Hanno disposto lungo un transetto ben 300 finti millepiedi d’argilla (a 5 metri di distanza l’uno dall’altro), copie perfette di Motyxia sequoiae ottenute da un calco in bronzo; metà di queste sono state dipinte con una vernice fluorescente. Lungo un transetto poco distante, invece, hanno liberato oltre 150 individui vivi, metà dei quali dipinti per nascondere la luminescenza.

Tornando sul sito la mattina seguente, Marek ha trovato i resti di una vera carneficina, risultata poi opera di un roditore (Onychomys turridus): “Eravamo molto sorpresi dal tasso di predazione subìto dai millepiedi. Almeno un terzo degli individui – sia quelli veri sia le copie – erano stati attaccati”, racconta lo scienziato. In entrambi i gruppi, inoltre, gli esemplari non luminescenti erano stati addentati quattro volte più degli altri, il che indica che l’emissione di luce non attira i predatori, come invece si potrebbe pensare. “I risultati dell’esperimento dimostrano che, in questo caso, la bioluminescenza è un deterrente e che i segnali chimici contribuiscono all’aposematismo di Mytoxia”, ha concluso Marek. I predatori, in pratica, hanno imparato ad associare il segnale luminoso al sapore sgradevole di questi animali, ed evitano di mangiarli.

Riferimento: Current Biology doi:10.1016/j.cub.2011.08.012
Credit: Paul Marek

 

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Le prove che la gravità dei corpi distorca lo spazio e il tempo non mancano, ma, finora, le misurazioni astronomiche erano state compiute solo nelle "vicinanze". Ora, uno studio pubblicato su Nature da un gruppo di ricerca del Dark Cosmology Centre del Niels Bohr Institute, in Danimarca, sta facendo tirare un sospiro di sollievo a tutti gli astrofisici che hanno basato i loro modelli cosmologici sulla teoria di Einstein.
Non si tratta di quella della Relatività ristretta (o speciale) messa in discussione in questi giorni da quella che potrebbe essere la scoperta del secolo (vedi Galileo, "
Neutrini più veloci della luce, ecco le perplessità"), ma di quella pubblicata circa 10 anni più tardi. Qui i neutrini non c’entrano. C’entra, piuttosto, un effetto su cui si basa quasi tutto ciò che sappiamo oggi sull’Universo: il cosiddetto spostamento verso il rosso (redshift), cioè quel fenomeno per cui la lunghezza d’onda della radiazione luminosa emessa da stelle e galassie tende ad aumentare (spostandosi verso il colore rosso dello spettro elettromagnetico) man mano che si avvicina alla Terra. Una delle cause del redshift - che è tanto più marcato quanto più lontana è la sorgente luminosa - è l’espansione dell’Universo. Un’altra, secondo la teoria della Relatività generale, è il campo gravitazionale generato dalle galassie attraverso il quale si muove la luce.

E qui arriviamo al nocciolo della questione. Sino ad oggi, il redshift gravitazionale era stato verificato con misurazioni condotte all’interno del Sistema Solare, ma mai nessuno lo aveva testato nello Spazio più profondo. Ora, grazie a una tecnologia sempre più raffinata, i ricercatori danesi sono riusciti a misurare lo spettro della radiazione luminosa emessa da galassie lontane mille volte i corpi celesti presenti nel nostro sistema. E le osservazioni hanno confermato la teoria. “È meraviglioso, viviamo in un’epoca in cui i progressi della tecnologia ci permettono di misurare fenomeni come il redshift gravitazionale cosmologico”, ha commentato Radek Wojtak, a capo dello studio.

Wojtak ha osservato lo spettro della radiazione luminosa emessa da circa 8mila ammassi di galassie, ovvero insiemi di centinaia di galassie tenute incollate dalla loro stessa gravità. Le loro misurazioni sono state effettuate sia su quelle posizionate al centro dei gruppi, sia su quelle periferiche. Secondo la teoria della Relatività generale, infatti, la luce perde energia quando attraversa un campo gravitazionale: più forte è il campo e più energia viene consumata. Di conseguenza, ci si aspetta che la luce proveniente dal centro degli ammassi (dove il campo gravitazione è molto intenso) perda più energia di quella emessa dai bordi. Questo è esattamente ciò che Wojtak e colleghi hanno verificato, "pesando2 la massa delle galassie e calcolando l’energia potenziale gravitazionale.

La scoperta è importante anche sotto un altro aspetto: è in perfetto accordo con i modelli cosmologici che prevedono l’esistenza della materia oscura, quella parte dell’Universo che i ricercatori non riescono a osservare perché non emette né riflette la luce. Non solo. Le nuove misurazioni segnano anche un punto a favore dell’energia oscura, che le speculazioni teoriche indicano come la responsabile dell’accelerazione dell’espansione dell’Universo. Secondo i calcoli derivati dalla Relatività generale, questa costituirebbe circa il 72% di tutto ciò che si trova là fuori.

Riferimento: Nature doi:10.1038/nature10445
Via Wired.it
Credit per l'immagine: Nasa

 

Si chiamano Lin28a e Lin28b e sono tra le prime molecole a mettere in collegamento le due patologie. A identificare la via comune tra cancro e diabete sono stati i ricercatori della Harvard Medical School (Usa) guidati da George Daley, analizzando il metabolismo del glucosio in alcuni topi transgenici. Lo studio è stato pubblicato su Cell.

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L'idea che cancro e diabete condividessero qualche processo biologico è diffusa da tempo, e nasce soprattutto da un osservazione: le cellule, acquisendo il fenotipo tumorale, cambiano il loro modo di utilizzare il glucosio. In particolare, le cellule cancerose ne assumono di più, una strategia che permetterebbe loro di crescere più velocemente (un fenomeno noto come “effetto Warburg”).

Nello studio, i ricercatori hanno focalizzato l’attenzione su due proteine: Lin28a e la Lin28b. Si tratta di due molecole che agiscono bloccando un microRNA (cioè un piccolo pezzetto di Rna che regola l'espressione genica) chiamato Let-7; questo viene espresso nelle cellule staminali e ha una funzione protettiva verso il cancro. Bloccando Let-7 con alti livelli di Lin28, viene quindi meno uno dei freni alla formazione della neoplasia.

Sulla base di questi dati, i ricercatori hanno creato dei topi transgenici capaci di produrre alti livelli di Lin28 (entrambe le forme, la “a” e la “b”). Per capire se questa via molecolare fosse legata anche al diabete, gli scienziati hanno poi sottoposto i topi a una dieta a elevato contenuto di grassi, osservando che i roditori diventavano particolarmente grossi, ma non obesi, e non sviluppavano forme diabetiche o prediabetiche. Al contrario, nei topi in cui le proteina Lin28a era stata silenziata (o anche quelli in cui Let-7 era espressa ad alti livelli) il metabolismo del glucosio era compromesso, con l'insorgere di forme di insulino-resistenza, condizione considerata l'anticamera del diabete di tipo 2.

Fonte: galileonet.it - Riferimenti: Cell DOI 10.1016/j.cell.2011.08.033

 

Numerosi i casi particolarmente impressionanti: l’Huffington Post ricorda per esempio quello recentissimo di Hana, morta a tredici anni, percossa e malnutrita, spesso rinchiusa in un armadio mentre i genitori le raccontavano la Bibbia e ascoltavano Christian music.

Madre e padre (adottivi) basavano la sua educazione sui consigli contenuti in un libro fondamentalista, To Train Up a Child, che incoraggia l’utilizzo di oggetti per sculacciare i bambini: altri due decessi sono stati ricondotti alla lettura di tale volume, ma l’autore continua a giustificarsi ricordando che il suo contenuto “è fedele all’insegnamento biblico”.

La maggioranza degli statunitensi, mostrano i sondaggi, è favorevole alla sculacciata come forma di punizione, e molti procuratori distrettuali confermano che le punizioni corporali inflitte assecondando “la volontà di Dio” sono assai comuni.

Autore: Raffaele Carcano - Fonte: UAAR.it

 
By Admin (from 03/11/2011 @ 14:06:09, in it - Scienze e Societa, read 1220 times)

L'esplosione di una supernova è tra i fenomeni più affascinanti dell'Universo per gli appassionati di astrofisica. Ma lo studio di queste stelle vale anche il premio Nobel per la Fisica 2011: il riconoscimento va infatti a tre scienziati "per la scoperta dell'accelerazione nell'espansione dell'Universo fatta attraverso lo studio delle supernovae distanti". Metà del premio andrà a Saul Perlmutter, del Lawrence Berkeley Laboratory dell' Università della California, l'altra metà a Brian P. Schmidt della Australian National University e ad Adam G. Riess della Johns Hopkins University.

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La bella sorpresa di oggi, per questi fisici, si somma allo stupore della scoperta vera e propria: come spesso succede nella scienza,infatti, i ricercatori si aspettavano dei dati esattamente opposti a quelli registrati negli studi che hanno condotto al Nobel.

I due gruppi a cui va l'importante riconoscimento, che hanno lavorato in competizione per decenni, volevano finalmente definire quale fosse il destino dell'Universo. Per la comunità scientifica erano solo due le opzioni plausibili: quella che il cosmo continuasse a espandersi per sempre con la stessa velocità, oppure che la rapidità con cui le galassie si allontanano diminuisse nel tempo. Invece, la risposta trovata dagli scienziati è stata sorprendente: la velocità di espansione dell'Universo, incredibilmente, è in crescita.

Ma come hanno fatto gli astrofisici a studiare il moto delle galassie? Attraverso l'analisi della variazione di brillantezza di 50 diverse stelle dello stesso tipo (Supernovae di tipo 1a). La luminosità di questi corpi celesti, lontanissimi, è più debole di quanto atteso, e questo indica che la velocità di espansione è in aumento.

Entrambi i team hanno ottenuto questo stesso risultato: sia Perlmutter, che lavorava alla ricerca dal 1988, sia il team di Shmidt - che studiava le supernovae dal 1994 e in cui è stato cruciale il ruolo di Riess - quasi non potevano credere alle loro stesse rilevazioni.

“ È un po' come quello che sta succedendo con la storia dei neutrini”, ci ha detto Enrico Cappellaro, direttore dell' Osservatorio Astronomico di Padova dell 'Istituto Nazionale di Astrofisica ( Inaf), che ha commentato per Wired.it l'assegnazione del premio:  "Ci si aspettava di trovare una cosa e invece se ne è trovata un'altra, con un risultato tanto stupefacente che i gruppi hanno deciso di aspettare e ricontrollare più volte i dati, prima di pubblicare. La differenza con l'esperimento dei Laboratori del Gran Sasso è che stavolta c'erano due gruppi in competizione che avevano ottenuto lo stesso risultato: questo ha dato maggiore sicurezza ai ricercatori".

I risultati, pubblicati nel 1998, sono legati a uno dei grandi misteri dell'astrofisica: il ruolo e la genesi dell' energia oscura.

Il fatto che la velocità con la quale l'Universo si espande stia aumentando, infatti, implica che vi sia una fonte di energia che spinge il Cosmo ad allargarsi sempre di più. Il problema dei fisici è che nessuno conosce la provenienza di questa forza. “ Forse è proprio perché questi studi aprono ulteriori campi di ricerca che il premio Nobel di quest'anno va ai ricercatori che l'hanno compiuta”, ha aggiunto Cappellaro.

Trepidazione della scoperta e del premio che sono trapelate anche dalla voce di Brian Schmidt quando ha parlato in diretta telefonica nella cerimonia di annuncio del premio. “ È la stessa emozione che ho provato quando è nato mio figlio: diciamo che l'ultima mezz'ora è stata abbastanza eccezionale”, ha commentato l'astrofisico, con un sorriso che possiamo sicuramente immaginare, anche senza averlo visto.

Fonte: wired.it

 
By Admin (from 04/11/2011 @ 14:00:25, in it - Scienze e Societa, read 2115 times)

Una cellula somatica, più una cellula germinale. Come dire due (le copie di cromosomi contenute nella prima) più uno (la singola serie cromosomica della seconda), uguale tre. Tre copie di cromosomi per una cellula staminale triploide, pluripotente, in grado cioè di differenziarsi in diversi tipi cellulari. A realizzarla sono stati i ricercatori della NewYork Stem Cell Foundation, guidati da Dieter Egli, confermando così la possibilità di riprogrammare una cellula somatica umana, portandola "indietro nel tempo", trasferendola in un ovocita. Una tecnica che, secondo lo studio pubblicato su Nature, è importante per le possibili implicazioni in termini di medicina rigenerativa. Ma, nell'editoriale della rivista, si avverte: "non è ancora chiaro se il triploide si comporterà nei tessuti come una normale cellula. Nessuno potrà chiamarlo a breve clinicamente rilevante".

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Uno dei problemi fondamentali di questa branca della scienza è quello della compatibilità dei tessuti tra donatore e ricevente. A scopo terapeutico, la condizione ideale sarebbe quella di rimpiazzare i tessuti danneggiati in un paziente con cellule del suo stesso organismo, quindi con lo stesso dna. Ma altrettanto ideale sarebbe poter disporre di una sorta di bagaglio cellulare, da utilizzare per scopi diversi, ovvero un set di cellule in grado di originare più tipi di tessuti.

Partendo da questi presupposti, i ricercatori hanno provato a produrre cellule staminali da un ovocita. Per farlo hanno utilizzato una tecnica nota come somatic cell nuclear transfer (Scnt): hanno prelevato il materiale genetico di una cellula somatica adulta (quindi con un corredo cromosomico completo, cioè doppio) e lo hanno trasferito in un ovocita privato del nucleo (una tecnica simile a quella che ha portato alla nascita della pecora Dolly). Così facendo, i ricercatori speravano di indurre l'ovocita a dividersi, dando origine a una blastocisti, ovvero lo stadio iniziale dello sviluppo embrionale. Ma, osservando il comportamento della nuova cellula umana, hanno visto che dopo pochi cicli, la divisione si arresta.

Gli scienziati hanno quindi provato a trasferire il Dna della cellula somatica nell'ovocita, ma senza togliere il nucleo di quest'ultimo. I risultati sono stati sorprendenti: la nuova cellula cominciava a dividersi dando origine a una blastocisti e mantenendo tutti i corredi cromosomici di partenza (tre, due della cellula somatica e uno di quella germinale). Non solo: le cellule staminali derivate da questa prima blastocisti mantenevano il fenotipo della pluripotenza, mostrando di essere capaci di originare tutti i tipi cellulari (quelli dei cosiddetti tre foglietti embrionali, l'ectoderma, il mesoderma e l’endoderma, da cui si originano i tessuti di un organismo).

Come spiegano i ricercatori, i risultati mostrano come la presenza del genoma dell'ovocita sia fondamentale per la riprogrammazione della cellula somatica umana a uno stadio di pluripotenza.

Un altro traguardo, dopo quello delle staminali pluripotenti indotte (iPs, vedi Galileo, "Deja vu staminale" e "Ritornare staminali"), che bypassa l'uso di embrioni (sebbene anche gli ovociti non siano sempre disponibili). Ma è anche un risultato che pone in risalto il bisogno, etico, di regolamentare l'uso della somatic cell nuclear transfer, in modo tale da garantirne l'uso a scopi terapeutici, senza creare allarmismi in chi vi intravede pericoli di clonazione umana.
“La linea cellulare derivata dai ricercatori non potrebbe mai essere usata in terapia”, ha spiegato a Wired.it Carlo Alberto Redi dell’università di Pavia commentando la ricerca: “Quello che invece rende lo studio interessante è essere riusciti per la prima volta a derivare una linea cellulare staminale stabile grazie alla presenza del genoma dell’ovocita. Il dna della cellula germinale contiene qualcosa che aiuta le cellule a stabilizzarsi, e l’importante sarà ora far luce su questo qualcosa. Ma è chiaro che stabilizzare una cellula triploide non serve a nulla”.

Fonte: galileonet.it  -Riferimento: doi:10.1038/nature10397 - Via Wired.it

 

I primi esperimenti sui topi da laboratorio fanno sperare bene. I ricercatori dell' Albert Einstein College of Medicine di New York hanno infatti pubblicato su Nature Medicine uno studio che getta le prime basi per lo sviluppo di un vaccino contro la tubercolosi (Tbc). La notizia arriva quando qui in Italia la malattia imperversa sui media a causa del recente caso dell' infermiera del Policlinico Gemelli di Roma, risultata positiva ai test. Secondo dinamiche non ancora ben chiarite, la donna, che lavorava nel reparto maternità, avrebbe involontariamente contagiato, nel giro di pochi mesi, almeno 115 neonati. Le indagini delle autorità presto ci diranno se nell'ospedale romano erano state prese tutte le misure preventive per tutelare la salute dei bambini.

Intanto, i ricercatori di tutto il mondo sono al lavoro per identificare i frammenti di dna che rendono tanto pericoloso il Mycobacterium tuberculosis, la causa primaria di questa patologia delle vie respiratorie. Il suo bersaglio, infatti, sono gli alveoli polmonari, dove prolifera a lungo prima di infettare il resto del corpo con conseguenze spesso letali.

Il gruppo dell' Albert Einstein College of Medicine, guidato da William Jacobs, conduce da tempo i suoi esperimentisfruttando il Mycobacterium smegmatis, un batterio molto simile alla forma virulenta della Tbc, ma in grado di uccidere solo i topi. Gli scienziati hanno scoperto che modificando uno dei suoi geni, esx-3, le risposte immunitarie delle cavie infettate riescono a rispondere all'invasione da parte del bacillo attenuato (chiamato Ike). La soluzione, quindi, sarebbe quella di disarmare anche M. tubercolosis e utilizzarlo per creare un vaccino adatto a proteggere l'essere umano.

C'era però una difficoltà da superare: i ricercatori non riuscivano a rimuovere esx-3 dal genoma senza distruggere il ceppo di batterio letale per l'uomo. Senza una colonia batterica con cui continuare gli esperimenti, gli scienziati erano rimasti letteralmente con le mani legate. La soluzione alla fine è arrivata: se non si poteva manipolare M. tubercolosis, tanto valeva prendere i suoi geni virulenti e inserirli dentro il ceppo Ike, che si era rivelato più maneggiabile.

I risultati non si sono fatti attendere: il vaccino ottenuto grazie al nuovo ibrido Ike ha protetto le cavie infettate dalla Tbc, che sono sopravvissute per ben 135 giorni, contro i 54 toccati in media agli animali senza vaccinazione. Alcuni topi sono riusciti a rimanere in vita addirittura per 200 giorni, mostrando chiari segni di ripresa dalla malattia. Tuttavia, in questo ultimo caso, il vaccino è stato efficace solo nel 20% degli esperimenti. Una percentuale troppo bassa per cantare vittoria. Il lavoro degli scienziati, quindi, sarà ancora molto lungo.

La speranza è che il team possa presto sviluppare un vaccino sicuro, adatto a sostituire la vecchia tipologia di vaccinazione e le cure a base di antibiotici.

Nel corso del tempo, infatti, la Tbc ha sviluppato una resistenza nei confronti delle molecole utilizzate per combatterla. L'obiettivo finale è quello di far scomparire del tutto la malattia dalla faccia della Terra. Una sfida difficile, se si pensa che il caso italiano è solo una goccia nell'oceano. Infatti, secondo i dati diffusi dal programma globale Stop Tb, la tubercolosi uccide ogni anno più di 1,7 milioni di persone in tutto il mondo.

Fonte: Ap / LaPresse

 

Specie in estinzione? L'ultima spiaggia potrebbero essere le cellule staminali. Non tutti ne sono convinti, ma intanto alcuni scienziati si sono già messi al lavoro. Le basi del progetto sono state gettate nel 2006, quando Oliver Ryder, direttore di genetica del San Diego Zoo Institute for Conservation Research, contattò Jeanne Loring, docente di neurobiologia dello sviluppo presso lo Scripps Research Institute. Il motivo del loro incontro era discutere la possibilità di collezionare le cellule staminali dalle specie animali fortemente minacciate.

Ameca splendens   Giraffa di Rothschild   Iguana delicatissima    Aquila delle Filippine (Pithecophaga jefferyi)   Lupo rosso (Canis rufus)

Ryder aveva di fatto già messo in piedi il Frozen Zoo, una banca di cellule della pelle (epiteliali) e di altro materiale biologico di oltre 800 specie, e allora non era chiaro se questo materiale potesse essere o meno utile allo scopo. Ma poco dopo, era il 2007, due équipe (quella di James A. Thomson della University of Wisconsin-Medison, e quella di Shinya Yamanaka dell'Università di Tokyo) trovarono il modo di ottenere in laboratorio cellule staminali adulte pluripotenti proprio da quelle epiteliali. Oggi la tecnica per derivare le Ipsc (acronimo di cellule pluripotenti indotte) è ormai ben sviluppata e utilizzata in molti laboratori in tutto il mondo (il metodo si serve di 4 geni che fanno regredire le epiteliali fino allo stadio di staminale).

Già nel 2008, i team di Ryder e di Loring diedero il via a una serie di studi per determinare se la tecnica potesse essere applicata agli animali, allo scopo di preservarli. La prima specie a fare da cavia è stata il drillo ( Mandrillus leucophaeus), un primate della foresta tropicale pluviale scelto per la relativa vicinanza genetica con la nostra specie e, soprattutto, perché gli esemplari in cattività soffrono frequentemente di diabete. La seconda specie fu il rinoceronte bianco; il motivo è che attualmente vi sono appena 7 esemplari al mondo, due conservati proprio allo Zoo Safari Park di San Diego.

Per oltre un anno, i ricercatori provarono a ottenere le Ipsc usando geni di animali strettamente imparentati con le specie scelte. In realtà, i ricercatori hanno scoperto - con non poco stupore - che a funzionare sono gli stessi 4 geni usati per ricavare le Ipsc umane. Il procedimento, descritto su Nature Methods, è ancora poco efficiente: tanto lavoro e numerosi tentativi per ottenere solo poche cellule staminali. Ma questo non vuol dire che non stia funzionando.

Se e come verranno poi utilizzate queste cellule è un’altra storia. Attualmente le terapie basate sulle cellule staminali sono in una fase preliminare di studio, e non è chiaro come questo strano zoo possa contribuire a salvare le specie.

Ciò non toglie che progressi nei campi della riproduzione e delle biotecnologie possano un giorno permetterci di sfruttare il lavoro di Ryder e Loring (preferibilmente prima che l’ultimo rinoceronte bianco scompaia). “ La cosa più importante è dare la possibilità ad altre persone di fare qualche altro passo in avanti”, ha infatti commentato Loring. In alcuni centri, per esempio, si sta cercando di differenziare le cellule staminali indotte in spermatozoi e ovociti. Se vi si riuscisse, una possibilità potrebbe essere rappresentata dalla fertilizzazione in vitro per creare un embrione da impiantare poi nell’utero di un animale vivente.

I due scienziati vedono nella loro collezione soprattutto una risorsa di biodiversità. Infatti, se anche i pochi esemplari superstiti si riproducessero in cattività (cosa che comunque non avviene facilmente, come sottolineano i ricercatori), la diversità genetica verrebbe irrimediabilmente persa. Una delle conseguenze - di cui siamo già testimoni - è che la prole nasce sempre meno sana con il passare delle generazioni.

Resta il fatto che prevenire sarebbe meglio (meno costoso e molto più efficace) che curare; ma nel caso dei rinoceronti bianchi e di molte altre specie, le strategie di protezione degli animali e dei loro habitat non hanno funzionato.

Fonte: wired.it

 
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Now Colorado is one love, I'm already packing suitcases;)
14/01/2018 @ 16:07:36
By Napasechnik
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21/11/2016 @ 09:41:39
By Anonimo
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21/11/2016 @ 09:40:41
By Anonimo


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28/11/2021 @ 14:47:54
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