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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Immaginatevi un medico che non prescrive più farmaci, ma consiglia piuttosto qualche ora di videogame al giorno. Un'assurdità? Forse, ma qualcuno negli Stati Uniti sta davvero provando a trasformare i giochi interattivi in vere e proprie terapie. È il caso di Brain Plasticity, un istituto di ricerca che ha chiesto alla  Food and Drug Administration (Fda) di valutare uno dei suoi software destinato a aiutare chi soffre di schizofrenia.

Nel 2012 verranno avviati i primi test di controllo per verificare se è davvero possibile equiparare gli effetti di un videogioco a quelli di una terapia farmacologica. Brain Plasticity vuole infatti arruolare 150 persone affette da disturbi cognitivi in 15 diversi stati e invitarli a giocare con il suo software per un'ora al giorno al di fuori dei fine settimana. Dopo sei mesi di prove, nel caso i partecipanti riscontrassero dei miglioramenti nella qualità della vita, il centro di ricerca farà quindi domanda alla Fda per ottenere la commercializzazione come prodotto terapeutico.

La caratteristica chiave dei software terapeutici, come spiega il New Scientist, sarebbe quella di aiutare chi soffre di schizofrenia a superare le difficoltà di apprendimento e sviluppo della memoria comportate dal disturbo. L'obiettivo di Brain Plasticity è quello di capire se qualche ora di attività di fronte allo schermo di gioco possa fare meglio delle terapie a base di farmaci. Un tentativo affatto facile, visto che non tutta la comunità scientifica ritiene che i videogame possano essere utili in questi casi.

Lo aveva dimostrato nel 2010 uno studio pubblicato su Nature, in cui 11.403 partecipanti erano stati sottoposti per 6 settimane a una serie di test pensati per valutare gli effetti del brain training su capacità cognitive chiave, come ragionamento, memoria, livello di attenzione e capacità di interazione con lo spazio. Analizzando i risultati non c'era stata alcuna traccia sensibile di miglioramento. Ecco perché, qualche giorno fa, gli esperti in materia si sono incontrati all' Escons (Entertainment Software and Cognitive Neurotherapeutics Society) per cercare di capire se questo campo di ricerca abbia o meno un futuro.

Ma valutare l'efficacia di un videogame non è semplice. Anche lo studio pubblicato su Nature ha infatti ricevuto molte critiche per il fatto di aver testato gli effetti del brain training solo su soggetti sani. Inoltre, definire le caratteristiche terapeutiche - se esistessero - di un singolo videogioco potrebbe richiedere anni di studio. Un tempo davvero troppo lungo se si pensa che i software di questo tipo potrebbero venire aggiornati con grande frequenza. L'unica vera soluzione sarebbe quella di definire dei criteri generali che tutelino la qualità dei prodotti videoludici, come già fatto per le linee guida stilate dall'Fda per certificare le app mediche.

Fonte: daily.wired.it

 

Pensare in digitale. Non è lo slogan di una pubblicità ma l’ultimo traguardo della cibernetica. Dopo aver rivoluzionato il mondo delle protesi con l’ orecchio bionico e le gambe artificiali controllate dal pensiero, i ricercatori hanno rotto l’ultimo tabù: sostituire una parte del cervello con un impianto digitale perfettamente funzionante. Per la precisione, si tratta di un cervelletto elettronico che, impiantato nella testa di un topo, si è dimostrato in grado di ricevere e dare ordini al pari dell’organo vero.

La mente vola subito lontano, a un futuro popolato da cyborg con cervelli arricchiti da impianti digitali capaci di ristabilire funzioni o amplificare le capacità cognitive. Ma restando al presente, gli esperimenti appena presentati alla conferenza Strategies for Engineered Negligible Senescence di Cambridge, in Gran Bretagna, sono ugualmente suggestivi.

I creatori del dispositivo vengono dall’ Università di Tel Aviv, in Israele. Gli scienziati hanno prima di tutto analizzato i segnali emessi dal tronco encefalico di un cervello di topo verso il cervelletto, e quelli trasmessi dal cervelletto alle altre aree cerebrali. Basandosi su questi dati, i ricercatori hanno quindi costruito il dispositivo elettronico da impiantare nella testa di un topo anestetizzato con il cervelletto danneggiato.

Utilizzare dispositivi elettronici per ristabilire funzionalità compromesse era un traguardo già conquistato. Ma in questi casi si tratta di protesi che veicolano informazioni in un’unica direzione: dall’ambiente esterno al cervello (come nel caso dell’orecchio bionico che recepisce i rumori per trasferirli al nervo acustico) o vice versa (come nel caso dell’arto artificiale che obbedisce ai comandi del cervello). La cosa straordinaria del nuovo cervelletto elettronico, in effetti, è che si tratta di un dispositivo capace di una comunicazione a due sensi: dopo aver ricevuto un input dal tronco encefalico, infatti, lo elabora e lo trasmette alle altre aree cerebrali per coordinare il movimento.

Per testare le capacità di questa versione digitale di cervelletto, i ricercatori hanno provato a insegnare al topo un riflesso motorio condizionato (un battito di ciglia) combinando due stimoli: un suono e un soffio d’aria sugli occhi. La fisiologia vuole che se i due stimoli vengono ripetuti contemporaneamente e a lungo, alla fine il soggetto fa l’occhiolino anche solo sentendo il suono. Ebbene, è venuto fuori che il topo apprendeva il riflesso motorio condizionato solo se il suo cervelletto elettronico era attaccato alla corrente.

“È ormai dimostrato che si possono registrare le informazioni provenienti dal cervello, elaborarle in modo simile a una rete biologica e rimandarle indietro al cervello stesso”, ha commentato a New Scientist Matti Mintz, coordinatore dello studio.

Il prossimo passo sarà costruire una versione più grande e raffinata del dispositivo, in grado di gestire i comandi necessari a portare a termine azioni sempre più complesse.

“Non è cosa semplice, perché il dispositivo degrada il segnale”, ha sottolineato Robert Prueckl, un ricercatore del Guger Technologies di Graz, in Austria, che ha lavorato con Mintz. Non è semplice ma neanche impossibile, basterà migliorare i software impiegati nei dispositivi e le tecniche di impianto degli elettrodi. Il sogno, naturalmente, è quello di costruire protesi cerebrali talmente complesse da riuscire a sostituire perfettamente quelle aree del cervello che, a causa della vecchiaia o delle malattie, non sono più in grado di svolgere i loro compiti. Ma questa, per ora, resta fantascienza.

Fonte: daily.wired.it

 

Immaginate di aver smarrito il cane. Come fare per ritrovarlo il prima possibile? Il buon senso suggerisce di spargere la voce, magari usando Facebook o altri social network, e offrire una ricompensa a chi lo riporterà indietro. Dalle pagine di Science, però, un gruppo di ricerca del Massachusetts Institute of Technology di Boston dà un altro consiglio: offrire il premio non solo a chi ritroverà il cane, ma anche a chi contribuirà a diffondere la notizia dello smarrimento. Proprio seguendo questa filosofia, i ricercatori del Media Lab del Mit si sono aggiudicati la Red Balloon Challenge, una competizione indetta dalla Darpa ( Defense Advanced Research Projects Agency) allo scopo di comprendere quale sia il modo migliore per spronare i cittadini all’azione, servendosi di un mezzo di comunicazione immediato come il Web.

La Red Balloon Challenge è stata pensata nel 2009 per celebrare il 40esimo anniversario della nascita dell’ Arpanet, l’antenata di Internet. Ai partecipanti è stato chiesto di sfruttare le potenzialità del Web per risolvere nel minor tempo possibile un compito che richiedeva il coinvolgimento di più persone. Gli sfidanti (un centinaio di team composti da cittadini o ricercatori) dovevano localizzare la posizione di 10 palloni rossi sparsi in tutti gli Stati Uniti. Un problema che un analista della National Geospatial-Intelligence Agency ha definito impossibile da risolvere usando i metodi di intelligence convenzionali.

Eppure, il team del Media Lab ce l’ha fatta in 8 ore e 52 minuti, e ora spiega esattamente come in uno studio. In pratica, ha promesso parte del denaro in palio (40mila dollari) non solo alle persone che avrebbero localizzato i palloni ( finders, che avrebbero intascato 4mila dollari per ciascun pallone), ma anche a chi li avrebbe messi in comunicazione con il Mit ( inviters; i primi che avrebbero fornito le esatte coordinate avrebbero preso 2mila dollari). E riceveva un premio anche chi faceva da tramite tra i ricercatori e gli inviters stessi, a cascata: mille dollari al primo che aveva invitato il finder, 500 al secondo, 250 al terzo e così via. Grazie al Web e a questi incentivi ricorrenti, il gruppo è riuscito a reclutare 4.400 persone nelle 36 ore precedenti l’inizio della gara.

La strategia si è rivelata migliore persino di quelle che facevano leva su sentimenti d’altruismo (il gruppo della Georgia Tech, arrivato secondo, ha cercato di reclutare la gente promettendo di donare il premio alla Croce Rossa). I ricercatori del Mit sono convinti che l’analisi della loro strategia sarà utile a perfezionare sia le campagne di mobilitazione sociale sia quelle di marketing.

Fonte: daily.wired.it

 

Se il cervello fosse un’azienda, al tavolo del consiglio d’amministrazione siederebbero solo in 12. Questi decisori sono aree cerebrali che si distinguono da tutte le altre, estremamente interconnesse, che ricevono le informazioni solo quando sono già state elaborate e filtrate dalle regioni sottoposte, e che si occupano di valutarle nel loro insieme, per poi prendere le decisioni sul da farsi.   Ai piani alti di questo organigramma troviamo la corteccia frontale superiore, la corteccia parietale superiore, l’ ippocampo, il talamo, il putamen (nella parte inferiore del cervello) e il precuneo (nella parte posteriore), ciascuno presente, in realtà, in doppia copia: una nell’emisfero di destra, l’altra in quello di sinistra, per un totale di 12 aree identiche e speculari a due a due.  

A individuarle sono stati Martijn van den Heuvel dello University Medical Center di Utrecht, nei Paesi Bassi, e Olaf Sporns dell’ Indiana University, dopo aver eseguito particolari scansioni cerebrali di 21 volontari in stato di riposo, per 30 minuti. Lo studio, pubblicato su Journal of Neuroscience, fa parte di un progetto più ampio, che intende mappare tutte le connessioni del cervello umano. La tecnica utilizzata per la risonanza magnetica si chiama diffusion tensor imaging. I ricercatori se ne sono serviti per capire cosa succede in 82 aree del cervello, ed ecco quello che hanno trovato: quelle sei paia di aree hanno il doppio delle connessioni di qualsiasi altra e i collegamenti sono sia interni sia esterni. Sembrano mancare, piuttosto, i link con i neuroni sensoriali: significa che tutte le informazioni in entrata sono già passate per altri centri di elaborazione, selezionate e pre-confezionate.

Vediamo nel dettaglio di cosa si occupano questi amministratori del cervello. Il primo polo è il precuneo: la sua funzione non è stata ancora ben compresa, per ora l’ipotesi è che agisca come un centro per l’integrazione delle informazioni di alto grado, ovvero quelle ritenute degne di nota da tutte le altre regioni del cervello. Il secondo centro è la corteccia frontale superiore, nota per pianificare le azioni in risposta agli stimoli ambientali e decidere dove focalizzare l’attenzione. Il terzo è la corteccia parietale superiore, connessa con la corteccia visiva; il suo compito è di registrare la posizione degli oggetti. L’ ippocampo è il quarto polo, sede della memoria (dove i ricordi vengono processati, conservati e consolidati). Come quinto nucleo troviamo il talamo con le sue svariate funzioni, tra cui quella di occuparsi dei processi visivi. Infine, abbiamo il putamen, che coordina i movimenti.   “ Se vogliamo cercare la coscienza nel cervello, io scommetterei su questo sistema”, ha detto Van den Heuvel su New Scientist. Questo network, infatti, sembra controllare ogni funzione.

C’è, però, il rovescio della medaglia: la stretta interconnessione rende il sistema più vulnerabile; basta che una sola di queste aree-chiave venga danneggiata per rischiare di mandare in tilt tutta l’architettura.  

Per comprendere cosa potrebbe accadere se si aprisse una falla nel sistema, Van den Heuvel e Sporns hanno modificato i dati per simulare un danno a una delle sei coppie di centri. Il risultato è che se una regione va in black out, trascina con sé tutte le altre. “ Proprio come quando una grande banca fallisce in una crisi finanziaria globale”, esemplificano i ricercatori. Malattie che coinvolgono le connessioni cerebrali, come la schizofrenia, potrebbero essere il risultato di questa debolezza interna al sistema.   Alla luce di queste considerazioni, un prossimo obiettivo dello studio delle connessioni cerebrali potrebbe essere quello di comprendere come i danni a diverse parti del network possano essere correlate alle patologie neurologiche.

Fonte: daily.wired.it

 

Per il Tempo, è forse arrivato il tempo di cambiare. Questo gioco di parole potrebbe essere il leitmotiv del dibattito degli scienziati della Royal Society, che si sono riuniti a Londra per discutere sulla possibilità di ridefinire il Tempo Coordinato Universale (Utc), cioè il fuso orario di Greenwich da cui sono calcolati tutti i fusi orari del mondo. La questione del dibattito è una sola: dobbiamo o non dobbiamo abolire il cosiddetto leap second?

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza. Per scandire il tempo delle nostre attività quotidiane, si usano due tipi di orologi: terrestri e atomici. In altre parole, il tempo ricavato dalla rotazione della Terra viene sincronizzato con quello battuto dagli orologi atomici, che usano la frequenza di risonanza degli atomi per contare i secondi. Ma dal momento che gli atomi sono molto più precisi della Terra, può succedere che i due orologi si sfasino. E prima che questo sfasamento superi gli 0,9 secondi, gli scienziati aggiungono un secondo (chiamato leap second) all’orologio terrestre riportando tutto in sincronia.

Il leap second è in vigore dal 1972, da quando, cioè, ci si è resi conto che la Terra non era un sistema di misurazione poi così affidabile. “ È dal 1920 che sappiamo che la rotazione terrestre non è così costante come pensavamo”, ha spiegato alla Bbc Rory McEvoy, il curatore dell’orologio del Royal Observatory di Greenwich, in Gran Bretagna. “ L’ International Earth Rotation Service monitora l’attività della Terra e decide quando è opportuno aggiungere un secondo alla nostra scala temporale”, ha aggiunto McEvoy. Ma se è in vigore da così tanto tempo, chi è che lo vuole abolire?

Il dito è puntato contro quelli dell’ International Bureau of Weights and Measures (Bipm) di Parigi, l’organizzazione internazionale che si occupa di tenere il tempo a livello mondiale. Secondo i ricercatori, il leap second va eliminato perché rischia di mandare in tilt i sistemi che necessitano di una scala temporale di riferimento stabile e continua. “ Il leap second sta condizionando le telecomunicazioni, è problematico per i protocolli di sincronizzazione degli orologi di computer in rete così come per i servizi finanziari – spiega Felicitas Arias, la direttrice del Dipartimento del Tempo del Bipm, nonché organizzatrice dell’incontro alla Royal Society – un altro problema riguarda Global Navigation Satellite Systems, che ha bisogno di una sincronizzazione perfetta”. Cosa che non è possibile perché, dal momento che i cambiamenti nel moto terrestre sono irregolari, lo sono di conseguenza anche i secondi aggiunti per compensare lo sfasamento.

Chi osteggia l’eliminazione del leap second, d’altra parte, crede che il rimedio sia peggiore del male. “ Se si aboliscono i leap seconds , l’Utc si allontanerà dal tempo scandito dalla rotazione terrestre sempre di più.

Alla fine, qualcosa bisognerà pur fare per correggere questa divergenza sempre più marcata”, spiega Peter Whibberley, ricercatore al National Physical Laboratory, in Gran Bretagna. Perché tra poche decine di anni, la asincronia ammonterà al minuto, ma tra qualche centinaio di anni si arriverà all’ ora. Ma allora, perché non abbandonare il leap second per una leap hour? L’idea, proposta nel 2004, è stata subito rimandata al mittente. “ Sarebbe ancora più problematico: se già non si riescono a gestire i secondi, figuriamoci le ore”, ha ironizzato Whibberley. Un’altra possibile soluzione, sarebbe compensare l’abolizione dei secondi aggiuntivi con l’ eliminazione dell’ora legale.

Per vedere come andrà a finire, dovremmo aspettare gennaio, quando a Ginevra si terrà la World Radio Conference dell’ International Telecommunication Union (Itu). In quell’occasione, tutti i 200 stati membri dovranno esprimere apertamente la propria opinione. Per ora, a chiedere la testa di questi scomodi secondi sono, secondo notizie informali, l’Italia, la Francia, la Germania e gli Stati Uniti. Mentre Gran Bretagna, Cina e Canada sono fermamente contrari a qualsiasi tipo di modifica.

Fonte: daily.wired.it

 

Mentre in Europa le cellule staminali sono al centro di un dibattito soprattutto politico, negli Stati Uniti la ricerca va avanti con successo. Gli ultimi, promettenti risultati arrivano da uno studio condotto da un gruppo di ricerca coordinato da Lorenz Studer del Memorial Sloan-Kettering Cancer Centre di New York, che ha trovato un nuovo, efficace metodo per trasformare cellule staminali embrionali umane in neuroni dopaminergici, cioè produttori del neurotrasmettitore dopamina. Le cellule nervose così ottenute sono state utilizzate per curare topi, ratti e scimmie affette da Parkinson con ottimi risultati.

Il Parkinson è una malattia neurodegenerativa che causa la morte dei neuroni produttori di dopamina localizzati nella sostanza nera, un’area cerebrale che controlla il movimento. I sintomi sono tremori, rigidità muscolare, lentezza di movimento ma anche stanchezza, dolore e depressione. Le terapie umane per la cura della malattia consistono nella somministrazione di farmaci che promuovono il rilascio di dopamina o nella stimolazione delle aree cerebrali interessate dalla perdita dei neuroni dopaminergici. Ma nessuna sperimentazione con cellule staminali è stata mai avviata. In effetti, nonostante i ricercatori già sapessero come trasformare cellule staminali pluripotenti in neuroni dopaminergici, lo loro limitata vitalità, la scarsa funzionalità e la tendenza a proliferare in modo incontrollato dando origine a tumori ne hanno sempre impedito la sperimentazione in trial clinici su pazienti umani.

Finalmente arriva ora un risultato che fa sperare. Come spiegato nello studio pubblicato su Nature, esponendo per 25 giorni cellule embrionali umane all’azione di una cascata di segnali proteici, i ricercatori sono riusciti a ottenere neuroni dopaminergici vitali per diversi mesi. La funzionalità di queste cellule nervose è stata quindi testata in tre specie animali affette da Parkinson: ratti, topi e scimmie. I risultati sono stati sorprendenti. In tutti gli animali i neuroni dopaminergici iniettati hanno ristabilito le connessioni nervose interrotte a causa della malattia restaurando in parte le capacità di movimento. Il tutto, cosa più importante, senza causare alcuna crescita tumorale. I risultati sulle scimmie sono ancora più preziosi di quelli ottenuti con i roditori, dal momento che le prime hanno bisogno di un maggior numero di connessioni per ristabilire le funzionalità motorie perse.

La scoperta, secondo i ricercatori, dimostra che i fallimenti passati non erano legati alla vulnerabilità delle cellule nervose ottenute da staminali, ma piuttosto a un’ incompleta differenziazione cellulare. “ Sino a oggi non avevamo mai compreso in pieno i segnali necessari per indurre una cellula staminale a differenziarsi completamente nel giusto tipo cellulare – confessa Lorenz Studer al Guardian – ora sappiamo come fare, un prezioso passo in avanti per il futuro utilizzo di queste cellule a scopi terapeutici”.

“Le cellule create in passato producevano un po’ di dopamina ma non erano esattamente il giusto tipo cellulare di cui avevamo bisogno - continua Studer -  ecco perché il loro impiego ha portato a scarsi progressi negli studi su modelli animali”.

Secondo Kieran Breen, direttore di ricerca del Parkinson's UK: “ Le cellule staminali sono una promessa per la cura del Parkinson. Tuttavia, prima di poterle utilizzare abbiamo bisogno di sapere che, una volta introdotte nel cervello, lavorino bene”. Lo studio dell’equipe di Studer sembra fornire qualche rassicurazione a riguardo. Anche la Breen lo riconosce: “ Nello studio, i ricercatori hanno usato una procedura diversa per indurre la differenziazione delle cellule staminali in neuroni e questa volta le cellule nervose hanno lavorato bene, non hanno generato tumori e hanno eliminato alcuni sintomi del Parkinson nelle scimmie malate”. “ Le terapie basate sulle cellule staminali possono ancora essere lontane – conclude la ricercatrice – ma questo studio dimostra per la prima volta che è possibile ottenere neuroni funzionanti a partire da cellule staminali umane”.

“I risultati dell’equipe di Studer pongono una sfida all’Europa riguardo alla legislazione futura e alla competitività in questo campo”, ha affermato Elena Cattaneo riferendosi ai limiti imposti alla ricerca sulle cellule embrionali umane, e alla recente sentenza della Corte di Giustizia europea che ha vietato la brevettabilità delle invenzioni da esse derivanti. Cattaneo è direttore del Centro di Ricerca sulle Cellule Staminali dell’Università di Milano e anche coordinatrice del progetto Eurostemcell, che ha cofinanziato lo studio apparso su Nature.

Fonte: daily.wired.it

 

Sognatori, mettetevi l’anima in pace. Scettici, forse avete ragione voi. Timorosi, non c’è nulla di cui aver paura. Gli alieni non esistono, parola di Casa Bianca. Non c’è alcuna prova a favore dell’esistenza di vita extraterrestre e “ nulla che faccia pensare a un tentativo da parte del Governo statunitense di nascondere informazioni all’opinione pubblica”, scrive Phil Larson, della White House Office of Science and Technology Policy, in una nota pubblicata sulla pagina web della casa più famosa del mondo.

In un momento così delicato per gli equilibri politici ed economici del pianeta, ci si domanda perché mai l’amministrazione Obama abbia deciso di rilasciare una dichiarazione per rassicurare gli americani non sull’occupazione, il lavoro o la sanità bensì sulla presunta minaccia extraterrestre. Beh, diciamo che è stata costretta: da settembre, infatti, sul sito della residenza ufficiale del Presidente degli Stati Uniti esiste una sezione chiamata We the People creata per dare voce agli elettori. Ogni cittadino americano può pubblicare un petizione cui i politici sono costretti a rispondere nel caso raccolga un numero sufficiente di firme.

Ebbene, come leggiamo sul Washington Post, più di 5mila persone hanno firmato una petizione per chiedere alla Casa Bianca di rivelare tutto ciò che il Governo sa sugli extraterrestri. Inoltre, più di 12mila elettori hanno inoltrato una seconda richiesta reclamando tutta la verità sul reclutamento di esseri umani da parte degli alieni. La risposta è stata secca: non c’è alcuna evidenza a favore dell’esistenza di vita al di fuori del nostro pianeta, del tentativo da parte di alieni di contattare o reclutare membri della razza umana, di un disegno politico mirato a nascondere la verità alle persone.

Non per questo, tuttavia, gli sforzi per cercare gli extraterrestri si interrompono. Gli Stati Uniti continuano a monitorare lo Spazio alla ricerca di vita aliena impegnando fondi ed energie: prendiamo il Search for Extraterrestrial Intelligence (Seti), che utilizza telescopi terrestri per cercare di captare messaggi da altri mondi; o il satellite Nasa Kepler, che orbita intorno alla Terra alla ricerca di pianeti con condizioni tali da permettere la vita; o infine il Mars Science Laboratory, un veicolo simile a un’automobile creato dalla Nasa per esplorare il suolo marziano alla ricerca di molecole biologiche.

Se i più paurosi si saranno sentiti sollevati dalle dichiarazione della Casa Bianca, i fan di Et sono delusi e un po’ arrabbiati. Dove sono finiti, si chiedono, i documenti governativi in cui si racconta degli incontri tra militari e piloti di linea con Ufo? Le domande a cui rispondere sono ancora così tante che si parla di nuove petizioni. Steven Bassett, il primo firmatario della petizione da 5mila firme, ha annunciato sul sito del suo Paradigm Research Group che ha intenzione di inoltrare alla White House una nuova richiesta. “ La risposta che abbiamo ricevuto è inaccettabile.

Abbiamo bisogno di maggiori spiegazioni. Ecco perchè il Paradigm Research Group si farà promotore di una nuova petizione per chiedere al governo di rivelare tutto quel che sa sugli alieni ”, ha scritto Bassett.

La Casa Bianca, dal canto suo, non si scompone. “ Non c’è motivo per cui qualcuno non possa sottoscrivere una seconda petizione -  ha riferito all’ Huffington Post Matt Lehrich, il portavoce della Casa Bianca – se raccoglierà il numero di firme stabilito, allora avrà una risposta. Certo, se la domanda è sempre la stessa, lo sarà anche la risposta”. Il Governo tiene tutto sotto controllo, anche se bisogna dire che ha alzato la soglia di firme necessarie per considerare una petizione valida: dalle 5mila di inizio settembre alle 25mila attuali. Si sarà stancata di rispondere a domande scomode? Non è la prima volta, infatti, che la Casa Bianca si trova in impaccio: solo per fare alcuni esempi, oltre 100 mila persone hanno già chiesto la legalizzazione della marjuana e molti pressano per la legalizzazione dei matrimoni gay.

Fonte: daily.wired.it

 

Ernest Rutherford (1871-1937) aveva cominciato sin da ragazzo a giocare al piccolo chimico, quando aveva progettato una sorta di cannone, ispirato da un libro che gli era capitato tra le mani. In realtà non si trattava di un manuale per costruire armi, ma solo di un libro di scienze, che spiegava tra l'altro come riuscire a calcolare la distanza di un cannone conoscendo la velocità del suono, a partire dal rumore dell’esplosione. Da allora, la curiosità sarebbe sempre stata una delle principali caratteristiche di Rutherford, che anche da adulto avrebbe continuato a giocare col fuoco - nello specifico raggi X, particelle alfa e lamine d'oro.

Ernest Rutherford

Dopo l'infanzia e gli anni degli studi in Nuova Zelanda, Ernest Rutherford si era trasferito a Cambridge, in Inghilterra, sotto la guida di Joseph John Thomson al Cavendish Laboratory, dove era arrivato grazie a una borsa di studio nel 1895. Furono i primi esperimenti condotti con Thompson - con il quale dimostrò che i raggi X potevano indurre la formazione di ioni nell'aria - ad avvicinarlo allo studio delle radiazioni e dei materiali radioattivi (erano infatti gli anni delle scoperte di Becquerel, e di Pierre e Marie Curie). Per farlo al meglio, Rutherford si trasferì in Canada, alla McGill University di Montreal, approfittando di una cattedra di fisica vacante. Era il 1898, ed Ernest aveva appena scoperto che le radiazioni emesse dagli atomi radioattivi potevano distinguersi in raggi alfa e beta (i gamma sarebbero stati trovati poco dopo).

Colleghi

E fu proprio alle particelle alfa che sono legati due dei suoi esperimenti più famosi. Il primo risale al 1910, poco dopo esser tornato in Inghilterra e aver vinto il Nobel per la chimica , non solo per la scoperta dei diversi tipi di radiazioni, ma anche per aver dimostrato che il decadimento radioattivo causa trasmutazione naturale degli elementi, ovvero la trasformazione di un atomo in un altro. Per il suo esperimento aveva preso un sottile foglio di oro e lo aveva bombardato con particelle alfa (nuclei di elio, a carica positiva quindi). L'idea era quella di osservare in che modo venissero deviate le particelle per far luce indirettamente sulla struttura degli atomi di oro.

Osservando i segnali lasciati dalle particelle sul rivelatore posto intorno alla lastra, Rutherford ipotizzò che l'atomo avesse una piccola e densa zona centrale nella quale era concentrata la carica positiva. Aveva appena delineato il primo abbozzo della struttura nucleare dell'atomo, che solo qualche anno dopo avrebbe provato a trasformare.

Quando ne ebbe l'occasione, infatti, prese un materiale emettitore di particelle alfa, lo sistemò vicino a un contenitore pieno di azoto, e aspettò. Il 3 gennaio 1919, analizzando il contenuto del box riempito di gas, si accorse della presenza di un altro materiale: l'isotopo 17 dell' ossigeno, prodotto a partire da una particella alfa e da un atomo di azoto 14 (insieme all'emissione di un protone). Era riuscito in una delle sfide più grandi per gli alchimisti di tutti i tempi: aveva realizzato la prima trasformazione nucleare, tramutando (artificialmente) un materiale in un altro.

Fonte: wired.it

 

C'è chi non si arrende di fronte alle difficoltà che paiono insormontabili. E poi ci sono persone come Louis Braille, che lottano per tutta la vita contro i propri limiti. Nato nel 1809 a Coupvray – a circa 40 chilometri da Parigi – il giovane Braille aveva perso la vista all'età di 3 anni, ma questo non gli impedì di inventare il famoso alfabeto tattile che oggi permette a milioni di ciechi di leggere e scrivere in completa libertà.

L'inventore

La strada che portò il giovane Braille a vincere il proprio handicap non fu affatto facile. Soprattutto se si pensa che, all'inizio del XIX secolo, le condizioni di vita dei non vedenti erano piuttosto precarie. Si può dire che tutta la buona (e la cattiva) sorte di Braille ebbe origine dalla sua famiglia. Il padre, Simon-René, era un artigiano molto abile dedito alla lavorazione del cuoio, tanto che i proventi della bottega di famiglia erano più che sufficienti a garantire al giovane Braille un'educazione dignitosa alla pari di quella del fratello e delle due sorelle maggiori.

D'altra parte, il brutto incidente che rese cieco Braille avvenne proprio nel laboratorio artigianale del padre. Il bambino, che amava giocare con gli attrezzi del mestiere, stava cercando di forare una banda di cuoio con un punteruolo. Braille era molto curioso, e come tutti i bambini fissava da vicino l'oggetto che teneva tra le mani nel tentativo di vincere la resistenza del materiale e bucarlo. Purtroppo, quando l'utensile riuscì a passare la banda, si conficcò direttamente nell'occhio di Braille, causando una gravissima ferita.

La medicina dell'epoca non fu in grado di arrestare l'infezione scaturita in seguito all'incidente, e nel giro di poco tempo il piccolo Braille perse l'uso di entrambi gli occhi. Per fortuna, l'amore e i grandi sacrifici della famiglia aiutarono il bambino a convivere con il suo deficit e a frequentare le scuole del paese. E Braille dimostrava un'intraprendenza e un'intelligenza fuori dal comune, che arrivarono a sorprendere i pregiudizi di tutti i maestri di Coupvray.

Il grande salto avvenne nel 1819, quando il giovane Braille si trasferì a Parigi per frequentare il primo istituto al mondo per ragazzi non vedenti, l' Institution Royale des Jeunes Aveugles. Grazie all'intervento del marchese di Orvilliers, il ragazzo ottenne una borsa di studio che gli permise di studiare presso l'istituto parigino fondato da Valentin Haüy, filantropo e uomo politico che aveva dedicato parte della propria vita ai ciechi, realizzando libri leggibili anche da chi non poteva vedere.

Il suo sistema – su cui si basava l’istituto di Parigi – ispirò molto il giovane Braille che, tuttavia, ne riconosceva tutti i limiti: Il metodo Haüy consisteva infatti nello stampare in rilievo le lettere dell'alfabeto in modo che si potessero leggerle sfiorandone il contorno.

Si trattava di una soluzione assai approssimativa, visto che la lettura dei testi richiedeva molto tempo e la fabbricazione stessa dei volumi comportava l'impiego di tecniche abbastanza complicate. Inoltre, il metodo Haüy non permetteva ai ciechi di scrivere, limitando molto la loro capacità di comunicazione.

Un alfabeto per chi non vede

Così la curiosità e l'inventiva spinsero Braille a progettare un metodo di lettura e scrittura alternativo. Si dice che l’ispirazione arrivò nel 1821, quando il giovane venne a conoscenza di un interessante alfabeto ideato da Charles_Barbier, un capitano d'artiglieria dell'esercito francese. Il metodo militare rappresentava le lettere dell'alfabeto con punti e linee impressi in rilievo su un foglio: si trattava di un vero e proprio codice pensato per scrivere messaggi tattili che potessero essere letti dai soldati anche in assenza completa di luce. Tuttavia, il night writing di Barbier era ancora troppo complesso per essere impiegato in modo fluido.

Braille prese spunto dal codice militare e nel 1824 – all'età di soli 15 anni – realizzò la versione definitiva del suo alfabeto. In pratica, aveva rimosso le linee usate da Barbier e dimezzato il numero di punti necessari a formare le lettere (da 12 a 6) organizzandoli in due colonne verticali. Ogni lettera dell'alfabeto comune era sostituita da una combinazione variabile (da 1 fino a 5) di punti in rilievo percepibili con la semplice pressione di un polpastrello. Per giunta, l'alfabeto braille poteva essere scritto servendosi di una tavoletta forata e di un punteruolo, lo stesso strumento che aveva accecato Braille da bambino.

Eppure, l'alfabeto braille non venne accettato facilmente dal corpo accademico francese, neppure dopo che, nel 1833, Louis Braille divenne professore a pieno titolo dell'istituto fondato da Haüy. Nei lunghi anni di studio, l'inventore del nuovo alfabeto aveva affinato anche un grande orecchio musicale, che lo avevano reso un ottimo maestro di organo e violoncello. Ecco perché, nel 1829, Braille adattò il suo alfabeto per riprodurre la notazione musicale e permettere a chiunque non potesse vedere di leggere con facilità gli spartiti classici.

Le precarie condizioni di salute – era afflitto da una malattia respiratoria – costrinsero Braille a lasciare la scuola di Parigi nel 1849 per ritirarsi nella casa di famiglia. La sua morte prematura – nel 1852 – convinse il direttivo dell'istituto parigino a rendere il giusto onore al grande lavoro di Braille, adottandone l'alfabeto come strumento didattico ufficiale. Successivamente, il braille si diffuse in tutto il mondo fino a essere ufficializzato in modo universale nel 1832.

Con l'avvento delle moderne tecnologie, l'alfabeto braille è stato implementato anche sui personal computer, dove le persone cieche possono scrivere e leggere testi grazie a display meccanici e software di conversione testuale (anche in mp3) come RoboBraille.

Fonte: wired.it

 

Un elettrodo impiantato nel cervello, capace di stimolare i circuiti neuronali e limitare i sintomi della depressione. Fino a due anni dopo l’inizio della terapia. Sono questi i risultati raggiunti da Helen Mayberg della Emory University in Atlanta (Georgia) e del suo team di ricerca pubblicati su Archives of General Psychiatry. I primi a mostrare come la stimolazione elettrica del cervello riesce, a lungo termine, là dove le terapie tradizionali - farmacologiche e cognitive - contro la depressione profonda spesso falliscono. Anche se non si tratta ancora di una cura, precisano gli scienziati.

“Uno dei maggiori traguardi raggiunti negli ultimi dieci anni è stato capire che la depressione è una malattia che colpisce i circuiti cerebrali”, ha spiegato a Nature News Thomas Schlaepfer, psichiatria dell’ Università di Bonn, in Germania, che ha condotto ricerche simili a quelle svolte dai ricercatori statunitensi. Ma senza ottenere gli stessi risultati a lungo termine.

La differenza tra i due team riguarda i siti di stimolazione del cervello: i ricercatori tedeschi hanno impiantato degli elettrodi a livello del nucleus accumbens, mentre il gruppo di Atlanta li ha inseriti a livello dell’ area subcallosa del giro del cingolo. Entrambi però fanno parte dello stesso circuito cerebrale. L’idea alla base dello studio dei ricercatori statunitensi era quindi quella di agire su un target diverso da quello del team di Shlaepfer, ma che colpisse comunque lo stesso bersaglio, analizzando gli effetti su un lungo periodo di tempo.

Per farlo gli scienziati hanno reclutato 17 pazienti: 10 con disturbi depressivi maggiori, 7 affetti da disturbi bipolari, ai quali sono stati installati degli elettrodi nell’area subcallosa del cingolo (per effettuare una stimolazione profonda del cervello). Per escludere quindi un possibile effetto placebo gli scienziati hanno fatto credere ai partecipanti che solo metà di loro avrebbe ricevuto la stimolazione immediatamente dopo l’intervento, gli altri invece avrebbero dovuto aspettare 4 settimane. In realtà nessuno di loro ha ricevuto la stimolazione e i ricercatori, osservando i risultati, hanno potuto escludere eventuali effetti placebo dovuti all’inserimento degli elettrodi. Nessuno aveva infatti ottenuto miglioramenti.

Quando invece è iniziata la sperimentazione vera e propria, i ricercatori hanno osservato che dopo due anni di stimolazione continua, in undici dei dodici pazienti arrivati alla fine dell'intero ciclo, la terapia aveva eliminato o limitato a sintomi lievi i comportamenti depressivi. Sia nei pazienti con disturbi depressivi maggiori che quelli con disturbi bipolari. Non in tutti i casi comunque gli effetti del trattamento hanno cominciato a manifestarsi immediatamente dopo la stimolazione, a volte sono comparsi solo dopo un anno.

Tuttavia, prima dello sviluppo di una terapia antidepressiva basata sull’utilizzo degli elettrodi bisognerà aspettare ancora del tempo.

in primo luogo infatti, precisano i ricercatori, malgrado i risultati positivi ottenuti sul lungo termine dal team di Atlanta, non si può parlare ancora di una cura: i sintomi compaiono di nuovo se la stimolazione è interrotta. E poi, come spiega Schlaepfer bisogna ancora capire dove è meglio colpire: “Stiamo ancora cercando il bersaglio ottimale all’interno del circuito neuronale, così che il recupero possa essere più veloce per i pazienti”.

Fonte: wired.it

 
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