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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Sono molti gli animali che si sono lasciati addomesticare da noi esseri umani nel corso della storia: la convivenza con i cani è cominciata oltre 33mila anni fa, quella con i gatti intorno a 10mila, quella con i cavalli da più di 5mila, per non parlare di mucche, capre e via dicendo. Ma ci sono specie che sembra stiano sperimentando qualcosa cui non avevamo mai fatto caso prima d'ora: si starebbero addomesticando da sole. Una tra tutte? I bonobo (Pan paniscus).

Volpi gentili Coccole di bonobo ...e grandi

Per Brian Hare, antropologo evoluzionista alla Duke University e autore di uno studio pubblicato su Animal Behaviour, si tratta di un vero e proprio processo di selezione naturale contro l' aggressività. “ L'idea che una specie addomestichi se stessa è un po' folle, ma ci sono alcune specie che riescono a dominare su altre proprio diventando più mansuete”, ha detto Hare a Wired.com.

Nei bonobo i ricercatori hanno colto alcune caratteristiche tipiche delle specie addomesticate: innanzitutto, rispetto ai loro cugini scimpanzé (Pan troglodytes, le due specie si sono divise circa un milione di anni fa) , questi primati hanno un'indole molto più gentile; inoltre mostrano particolari cambiamenti nello sviluppo e differenze anatomiche analoghe a quelle esistenti tra le specie addomesticate e i predecessori selvatici, come denti e mascelle più piccole.

Infatti, come ricorda Wired.com, la perdita dell' aggressività è l'essenza della domesticazione. Questo processo coinvolge i sistemi endocrino e nervoso, porta con sé mutazioni in diversi network di geni e genera una serie di cambiamenti anche nel fenotipo. I biologi la chiamano la s indrome della domesticazione.

Uno dei più grandi esperimenti che ha dimostrato in modo inconfutabile gli effetti della domesticazione è quello partito nel 1956 e che si sta conducendo ancora oggi in Russia sulle volpi. In questo studio, che coinvolge circa 130 fattorie, solo agli animali che si mostrano più tolleranti alla presenza umana è concesso di riprodursi. Ebbene, in soli 50 anni le inafferrabili volpi sottoposte a selezione sono diventate come cagnolini giocherelloni che adorano farsi spazzolare la coda. In pratica hanno mantenuto i classici tratti dei cuccioli, che normalmente scompaiono con la crescita. Anche il fenotipo ricorda quello dei piccoli: manto macchiato, orecchie pendule, coda riccia e zampe corte.

Torniamo alle scimmie. I maschi degli scimpanzé sono spesso in lotta per il posto da capobranco, mentre i maschi di bonobo raramente combattono gli uni contro gli altri. Anche nei comportamenti riproduttivi, i primi sono violenti con le compagne, mentre i secondi no: in generale, sono più inclini al gioco e a scambiarsi favori durante tutto il corso della loro vita. Secondo quanto riportano i ricercatori, anche alcune aree cerebrali considerate fondamentali per il comportamento, come l'amigdala, mostrerebbero arrangiamenti diversi nelle due specie.

In pratica, è come se l'evoluzione avesse agito nei bonobo in modo analogo ai russi con le volpi.

D'accordo con Hare è Richard Wrangham, primatologo e co-autore dello studio: quelli osservati  sembrerebbero proprio segni di domesticazione. Ma come potrebbe essere avvenuto questo processo? I biologi pensano che la risposta stia nei gorilla. Scimpanzé e gorilla hanno infatti condiviso alcune aree per molto tempo nel corso della loro storia, dovendo competere per il cibo: come indica il Wwf infatti, i bonobo vivono a sud del fiume Congo, mentre gli scimpanzé e Gorilla stanno a  nord.

Ad un certo punto della loro storia evolutiva, anche i lupi più docili avrebbero trovato un vantaggio rispetto a quelli più aggressivi – fa notare Hare – potendo occupare una nuova nicchia ecologica ai confini degli insediamenti umani.

Il fenomeno potrebbe essersi verificato in moltissime specie. I due scienziati sottolineano però che questo è solo uno scenario plausibile: quella dell'auto-domesticazione resta, almeno per ora,  un'affascinante ipotesi.

Fonte: Wired.it

 

“Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell'ascoltarla”. Sono le parole pronunciate da Giordano Bruno di fronte al tribunale ecclesiastico che lo condanna a morte. Nel corso della sua vita il filosofo e scrittore aveva attraversato l'Italia e mezza Europa per sfuggire alle accuse di eresia e accrescere il suo sapere. Di lui ci restano molte opere, e il racconto della sua tragica fine, il 17 febbraio 1600.

Perché è proprio durante i lunghi interrogatori condotti dagli inquisitori che la storia di Bruno viene a galla, e arriva fino a noi. Se fosse rimasto nel piccolo villaggio di Nola, dove era nato nel 1548 con il nome di Filippo, il futuro filosofo forse non avrebbe mai potuto conoscere i testi di Aristotele e Averroè. A cambiare il destino di Giordano è un prete del paese, che insegna al giovane a leggere e scrivere: e il suo mondo cambia prospettiva. Bruno lascia il suo paese all'età di 14 anni e si trasferisce a Napoli per studiare lettere, logica e dialettica. È qui che il suo pensiero viene plasmato da vari maestri di scuola averroista e agostiniana. Essendo deciso più di ogni altra cosa a proseguire i propri studi, sceglie di entrare in convento all'età di 17 anni e assumere il nome Giordano.

Ma l'abito da frate domenicano va decisamente stretto a Bruno, che fin dai primi anni trascorsi nel convento di San Domenico Maggiore a Napoli dà prova di non sopportare i dettami imposti dalla Controriforma, come il culto della Madonna. Come lo stesso Bruno racconta più tardi al processo, da giovane aveva rimosso tutte le immagini dei santi dalla sua cella, conservando solo il crocifisso.

A Napoli non ci vuole molto perché il suo pensiero poco ortodosso balzi davanti agli occhi di tutti. Come apprendono gli inquisitori, Bruno invita calorosamente un novizio a gettare via la sua copia della Historia delle sette allegrezze della Madonna e a sostituirla con qualcosa di meglio. Ma si spinge ben oltre, dato che legge di nascosto le opere proibite di Erasmo da Rotterdam e dichiara apertamente di avere qualche dubbio sul dogma della Trinità.

La prima accusa di eresia non tarda a arrivare. Nel 1576 fugge a Roma, che sotto il pontificato del vecchio e ormai debole papa Gregorio XIII era piombata nel caos più totale. Visto che per le strade la gente si uccideva con fin troppa facilità, Bruno ha la saggia idea di fare i bagagli e ripartire. Riprende il nome di Filippo per una breve lasso di tempo e peregrina incessantemente tra Savona, Torino e Venezia.

Dopo alcune avventure burrascose in Svizzera e Francia, si trasferisce in Inghilterra, dove ha il coraggio di difendere la teoria copernicana durante una lezione a Oxford: l'ateneo non gradisce affatto la cosa e lo caccia malamente. Nel 1586 Bruno raggiunge la Germania, dove colleziona una scomunica da parte della chiesa Luterana. Tuttavia, le sue opere – davvero poco ortodosse – iniziavano a circolare per tutta Europa e il suo nome acquisisce grande fama.

La stessa fama che, purtroppo, segna la sua fine. Nel 1591 Bruno accetta l'invito del patrizio veneziano Giovanni Mocenigo, che lo voleva come suo maestro nella Serenissima. Ma quando il filosofo accenna al fatto di voler tornare in Germania per pubblicare l'ultima delle sue opere, il Mocenigo non la prende troppo bene e lo denuncia come eretico, consegnandolo nelle mani dell'Inquisizione. La notizia giunge all'orecchio degli inquisitori di Roma, che con molta probabilità già conoscevano le opere di Bruno. Così, nel 1593 il filosofo viene estradato dalla Serenissima e consegnato al Sant'Uffizio. Il lungo processo a suo carico va avanti per 7 anni, ma nonostante le torture e alcuni cedimenti, alla fine il nolano non ritratta le sue idee sull'infinità dell'universo e l'eliocentrismo.

Tanto bastava all'Inquisizione, che lo bolla come eretico e ateo. L'8 febbraio 1600 il tribunale legge la sentenza di condanna al rogo. Nove giorni dopo, Bruno viene condotto in Campo de’ Fiori con la lingua serrata da una mordacchia, in modo che non possa parlare di fronte alla folla prima di essere denudato e arso vivo. Le sue ceneri, in segno di spregio, vengono gettate nel Tevere.

Fonte: Wired.it

 

Più piccoli sono i transistor, più se ne possono stipare in un solo chip, e più quel chip sarà potente. Questa equazione guida la ricerca nel campo dell'elettronica e dell'informatica da sempre e la miniaturizzazione si è spinta così in là che si è riusciti persino a creare transistor di un singolo atomo. L'ultimo della serie monoatomica, realizzato con il fosforo, è appena uscito dai laboratori di  Michelle Simmons dell'Università di New South Wales di Sidney, in Australia, e sembra parecchio migliore dei suoi predecessori.

Un transistor è un pezzetto di un materiale in grado di condurre l' elettricità e che, posto tra due elettrodi, può funzionare come un interruttore e come un amplificatore del segnale.

I ricercatori hanno ricoperto un foglio di silicio con uno strato di idrogeno e hanno usato una punta di un particolare microscopio, detto a effetto tunnel, per rimuovere in modo estremamente preciso solo alcuni atomi di idrogeno, seguendo un disegno prestabilito. Poi hanno preso due paia di striscioline di questo materiale e le hanno disposte perpendicolarmente le une alle altre, giustapponendo un piccolo rettangolo di appena sei atomi di silicio nel mezzo. Il tutto è stato poi esposto a fosfuro di idrogeno (PH 3) gassoso ed è stato fornito calore: in questo modo gli atomi di fosforo, conduttivi, si sono legati al silicio e, in particolare, un solo atomo si è andato a posizionare sul rettangolo centrale.

E il bello sta proprio qua. La parte più difficile nella realizzazione di transistor monoatomici, infatti, sta nel riuscire a posizionarli esattamente là dove li si vuole. Un passaggio fondamentale perché questa tecnologia possa passare alla fase applicativa.

Il risultato del procedimento messo a punto da Simmons è un sistema formato da 4 elettrodi di fosforo e un atomo centrale dello stesso elemento. Come descritto su Nature Nanotechnology, ciascuna coppia di elettrodi sono separati da una distanza pari a 108 nanometri (milionesimi di millimetro). Se si crea una differenza di potenziale, la corrente passa per forza attraverso il singolo atomo di fosforo centrale, che quindi funziona da transistor.

L'applicazione, però, è lontana. Come fa notare il fisico Bruce Kane dell'Università del Maryland (che non ha partecipato allo studio) su New Scientist, il transistor funziona solo per temperature prossime allo zero assoluto (inferiori al grado Kelvin, -272,15 °C) e la sua realizzazione è ancora complicata e lenta. “Vero – ribatte Simmons – ma questa resta pur sempre una delle poche tecniche che permetteranno di costruire un dispositivo di un solo atomo”.

Intanto c'è chi crede che il futuro di questa tecnologia sia nei futuri computer quantistici, come Jeremy Levy dell'Università di Pittsburgh in Pennsylvania. “ Lo spin degli elettroni in atomi di fosforo isolati possono rappresentare i qubit, l'equivalente quantistico dei bit. Controllare l'interazione tra qubit richiede di conoscere esattamente dove questi atomi si trovano. Ora che questo primo passo è fatto, la prossima sfida è far comunicare due di questi transistor”.

Fonte: Wired.it

 

Dalla specie umana agli animali da allevamento, e ritorno. Ma con una caratteristica in più: la resistenza agli antibiotici, acquisita dal batterio proprio per l’eccessiva esposizione a questa classe di farmaci cui sono sottoposti gli allevamenti. La storia, raccontata in uno studio pubblicato su mBio, è come si vede piuttosto semplice, e mostra due aspetti fondamentali. Da un lato sottolinea ancora una volta come l’uso indiscriminato di antibiotici possa determinare la nascita di ceppi resistenti, come appunto è Mrsa CC398 (Staphylococcus aureus resistente alla meticillina) tra le infezioni più difficili da trattare nella nostra specie. Dall’altro invece dimostra il potere fondamentale che la selezione ha sull’evoluzione degli organismi.  

A scoprire che la resistenza antibiotica nello stafilococco Mrsa avrebbe un’origine animale e non umana, è stato un gruppo internazionale di scienziati, afferenti a 20 diversi istituti di ricerca, grazie all’analisi del genoma di 89 campioni del batterio (animali e umani) provenienti da 19 paesi. Nello studio guidato dal Translational Genomics Research Institute (TGen) di Phoenix (Arizona), i ricercatori non hanno però analizzato solo i genomi dei ceppi di Mrsa CC398 resistenti, ma anche quelli di ceppi sensibili di stafilococco (i cosiddetti Mssa, S.  aureus meticillina suscettibile). In questo modo, confrontando i genomi dei diversi batteri, gli scienziati hanno avuto a disposizione una sorta di libreria attraverso cui leggere la storia evolutiva dello stafilococco. Nella speranza, magari, di rintracciare anche l’origine delle resistenze. Un modo insomma per “ guardare la nascita di un superbug” ha dichiarato Lance Price, del TGen, a capo dello studio.

Dall’analisi dei genomi è così emerso che forme di stafilococco sensibili alla meticillina sarebbero inizialmente passate da noi agli animali da allevamento, e che solo dopo il salto di specie il batterio avrebbe sviluppato le resistenze, prima alla tetraciclina poi alla meticillina. In un secondo momento lo stafilococco sarebbe tornato, rinforzato, a infettare la specie umana, diventando l’ MRSA dei maiali o degli allevamenti, come viene spesso soprannominato per l’alto tasso di infezione cui sono sottoposte le persone a contatto con questo tipo di animali.

Secondo i ricercatori lo sviluppo della resistenza negli allevamenti sarebbe piuttosto semplice da ricostruire. L’uso diffuso e indiscriminato degli antibiotici somministrati agli animali avrebbe infatti fornito la pressione selettiva sufficiente all’emergere delle resistenze. Come riporta Scientific American, basti pensare che negli Stati Uniti, ma ovviamente anche in altri paesi, gli antibiotici non vengono dati solo in presenza di infezioni ma anche a scopo preventivo, sebbene a bassi livelli. Sufficienti però, a quanto pare, a far nascere un superbug.

Fonte: Wired.it

 

Vi ricordate la storia dei  neutrini che viaggiano  più  veloci della luce? L'aveva scoperto l'esperimento Opera, presso i  Laboratori nazionali del Gran Sasso dell' Istituto nazionale di fisica nucleare. Be', secondo quanto rivela Science in un  articolo pubblicato online, questi risultati sarebbero frutto di un  errore. Un errore dovuto a un  cavo agganciato male. Con buona pace di Albert Einstein: nulla potrebbe superare in velocità i cari vecchi fotoni. La notizia deve  ancora essere confermata ufficialmente, ma il giornalista Edwin Cartlidge avrebbe avuto una soffiata da una fonte vicina all'esperimento.

Quando lo scorso settembre i ricercatori di Opera avevano  annunciato lo straordinario risultato, molti scienziati si erano detti  scettici e avevano ipotizzato che ci fossero degli errori. Quei  60 nanosecondi di anticipo che i neutrini impiegavano per attraversare la distanza che separa il Cern di Ginevra dai laboratori del Gran Sasso  convincevano poco. " Questa discrepanza", scrive  Science: " sembra venire da una cattiva connessione tra la fibra ottica che collega il ricevitore Gps usato per correggere il tempo di volo dei neutrini e una scheda in un computer". Il ritardo causato da questo malfunzionamento sarebbe stato sottratto al tempo di volo totale e potrebbe spiegare l'arrivo anticipato.

Einstein allora può dormire sonni tranquilli? Si attende una conferma ufficiale (e nuovi dati per confermare questa ipotesi). Certo sarebbe un bel buco nell'acqua, ma la scienza va avanti anche con gli errori.

Fonte: Wired.it - Autore: Andrea Gentile - Licenza Creative Commons

 

Sotto la superficie di Facebook si muove un esercito di moderatori incaricato di rimuovere i contenuti proibiti dal social network. Troppo numerosi per essere gestiti da Menlo Park, i censori sono spesso reclutati in outsourcing da grandi imprese come oDesk. E come per tutte le task force c'è bisogno di un manuale di censura che detti ciò che è giusto cancellare. Tutte queste informazioni sono contenute in un documento riservato diffuso da una freelance marocchina di 21 anni, costretta a lavorare come censore per 1 dollaro all'ora.

Nelle 13 pagine pubblicate si può davvero trovare di tutto: violenza, bullismo, odio razziale e pornografia. Tutte categorie di immagini e contenuti per cui scatta immediatamente la censura o la segnalazione diretta al team interno a Facebook. Ma esistono casi in cui anche foto del tutto innocue possono essere bollate come proibite. Per esempio, l'allattamento al seno è considerato alla stregua di un contenuto osé.

Una volta filtrato il documento, la risposta di Facebook non si è fatta attendere: " Per  processare in modo rapido ed efficiente milioni di segnalazioni che riceviamo ogni giorno, abbiamo deciso di appoggiarci a società esterne per effettuare una classificazione iniziale di una piccola parte dei contenuti segnalati. Queste società sono soggette a rigorosi controlli di qualità e abbiamo implementato diversi livelli di tutela per proteggere i dati degli utenti che usano il nostro servizio. Inoltre nessun altra informazione viene condivisa con terzi oltre ai contenuti in questione e alla fonte della segnalazione. Abbiamo sempre gestito internamente le segnalazioni  più critiche e tutte le decisioni prese dalle terze parti sono soggette a verifiche approfondite. I nostri processi vengono migliorati costantemente e i fornitori sono monitorati su base continuativa. Questo documento fornisce una fotografia dei nostri standard applicati a uno dei nostri fornitori". (Grassetto nostro, ndr)

Ecco i punti principali del manuale di censura.

Nudità e sesso
In questa categoria ricadono tutte quelle immagini considerate esplicite: no a giocattoli erotici, violenze sessuali, persone che utilizzano il bagno, immagini di corpi nudi (eccetto quelle a carattere artistico) e capezzoli (tranne quelli maschili). Deve essere per questo motivo che le immagini di allattamento sono inserite nella black list. Ci sono poi dei casi in cui i moderatori freelance sono obbligati a lasciare la decisioni nelle mani del team di Facebook. Si tratta di casi estremi come pedofilia, necrofilia e animalismo.

Droga e violenza
I contenuti che hanno a che fare con la marijuana vengono censurati solo se chi li posta è intenzionato a venderla. Per tutte le altre sostanze stupefacenti scatta il blocco a meno che non siano citate in contesti, medici, scientifici o accademici. Anche le immagini di violenza sono trattate con il pugno di ferro: proibiti i video di bullismo così come le scene di rissa. La censura scatta subito sui simboli d'odio, a meno che non vengano mostrati per essere condannati.

Privacy
In questa categoria ricadono tutti quei contenuti su cui i moderatori devono svolgere ricerche sull'autore prima di far scattare la censura. Sono proibiti infatti tutti i contenuti che rivelano dati personali di persone terze o immagini che li ritraggono in situazioni imbarazzanti. Di contro, se un utente posta una propria immagine in stato di ebbrezza, i censori non procedono.

Linguaggio proibito
Ci sono numerosi casi in cui moderatori devono agire sul confine di una invisibile linea di confine tra cosa accettabile e cosa non lo è. Accade soprattutto nel caso dei commenti scritti, dove le sfumature di linguaggio possono far pendere la bilancia della censura da una parte o dall'altra. In questo senso, gli inviti sessuali, le minacce e l'istigazione al suicidio vengono censurati solo se ritenuti intenzionali.

Movimenti politici
Il documento diffuso dalla freelance marocchina contiene numerosi riferimenti al Pkk, il partito in cui si riconosce parte del popolo curdo. Questa organizzazione ha intrapreso varie azioni di lotta armata contro la Turchia nel tentativo di rivendicare l'autonomia del Kurdistan, e non è tollerata dal governo di Istanbul. Di conseguenza è proibito mostrare immagini inneggianti al Pkk o al suo fondatore Abdullah Öcalan. Di contro è data piena libertà di attaccarli pubblicamente su qualsiasi bacheca.

L'escalation
Il manuale di censura indica inoltre tutti quei casi particolari in cui i censori devono passare la patata bollente al team di Facebook. Oltre ai casi citati in precedenza, spiccano i contenuti che ritraggono il rogo di bandiere turche, l'attacco al padre della patria Ataturk e la negazione dell'Olocausto. Nella lista rientrano anche e i contenuti che riguardano l'autolesionismo, le minacce a pubblici ufficiali o a capi di stato e i casi di bracconaggio su specie protette.

Fonte: wired.it

 

Un genio visionario, un corridore fulmineo, uno strumento fondamentale per l’ intelligence britannica, un precursore dei computer e delle intelligenze artificiali, un omosessuale dichiarato e per questo perseguitato fino alla morte. Alan Mathison Turing era tutto questo e, come spesso accade per le persone di raro acume e bellezza interiore, molto più di questo. Basta dare uno sguardo agli scritti teorici che Turing aveva prodotto sulla morfogenesi, sulle intelligenze artificiali o sulla teoria computazionale per capire quanto avrebbe potuto ancora dare alla scienza se solo la sua vita non si fosse spenta a 42 anni.

A quasi  100 anni dalla sua nascita, avvenuta il 23 giugno 1912 e celebrata da Nature questa settimana, Alan Turing rimane un’equazione irrisolta, che tutte le commemorazioni e le scuse tardive di questo mondo non aiuteranno a chiarire. Vale la pena tuttavia ricordarlo nella sua interezza, per il suo lavoro, per le sue intuizioni, per la sua vita e il ruolo di vittima di un razzismo omofobo che sparava le sue ultime cartucce, che suo malgrado si è ritrovato a ricoprire.

1) Macchina di Turing:
Il lascito più noto e importante di Turing è anche il più complesso e difficile da comunicare. Sostanzialmente, per Macchina di Turing si intende una macchina teorica costituita da un nastro di dati infinito riscrivibile e un meccanismo che può: leggere il nastro, scrivere/cancellare il nastro e muoversi avanti e indietro sul nastro. Si tratta in pratica di un modello teorico di macchina in grado di risolvere algoritmi e che è stato fondamentale per lo sviluppo dell’algoritmica come la conosciamo oggi. Turing sviluppò questo concetto quando aveva solo 24 anni, come risposta all’allora noto Entscheidungsproblem (in italiano: problema della decidibilità). Oggi, la Macchina di Turing è un concetto fondamentale per chiunque si occupi di Teoria della Computazione.

2)  Il calcolatore Colossus:
A partire dai concetti alla base della macchina universale di Turing è stato progettato e realizzato il primo calcolatore elettronico programmabile della storia, il suo nome era Colossus. Progettato da Max Newman e realizzato poi da Tommy Flowers, Colossus venne utilizzato a partire dal 1944 per decrittare i messaggi cifrati tedeschi codificati dalla Cifratrice Lorenz. Sfruttando l’algebra Booleana, Colossus confrontava due flussi di dati: il messaggio criptato e un tentativo di decodifica, e valutava l’attendibilità del messaggio trascritto.

3) Il metodo di Turing e la crittoanalisi:
Quando nel ’39 l’inghilterra entrò in Guerra, Turing stesso era entrato a far parte di un gruppo di crittoanalisti, nella cosiddetta Stazione X, a Bletchey park, con i quali lavorò alacremente alla decrittazione dei messaggi codificati con la macchina nazista Enigma. Il metodo di Turing (o Turingery) permise agli inglesi di decifrare i messaggi dei nazisti a partire da errori crittografici. Quando, ad esempio, due messaggi venivano prodotti per sbaglio usando la stessa chiave di codifica, il metodo di Turing permetteva di risalire al codice di codifica, all’impostazione delle camme sulla macchina per cifrare, e in definitiva, al contenuto del messaggio. Tra i vari meriti ( poco riconosciuti, poiché in gran parte coperti da segreto militare all’epoca) ricordiamo i successi ottenuti nella decodifica dei messaggi navali, la creazione di un sistema ( Delilah) per codificare messaggi vocali l’invenzione della procedura del bunburismo.

4) ACE:
Tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il marzo del 1946, Alan Turing lavorò presso il Laboratorio Nazionale di Fisica (Npl) di Londra, dove sviluppò un progetto chiamato Automatic Computing Engine (Ace). Oltre a essere il primo esempio di computer con programma caricabile esternamente (ovvero in cui i programmi non erano cablati nell’hardware) era anche il primo esempio di computer elettronico digitale non ideato per scopi militari. L’Ace sfruttava una memoria a linee di ritardo e quasi 7000 valvole termoioniche. Nonostante l’effettiva qualità del progetto (l’Ace si basava anche su un rudimentale linguaggio di programmazione), i lavori per la realizzazione di questo calcolatore vennero rallentati dai costi eccessivi. Il primo modello funzionante di Ace entrò in attività solo nel 1950, quando Turing ormai aveva abbandonato il Npl.

5) Intelligenza artificiale:
Ma oltre a correre, Turing in questo periodo aveva iniziato a occuparsi di neurologia e fisiologia, e aveva cominciato a studiare come riprodurre un’intelligenza artificiale o, come la chiamava lui, un Macchina Intelligente. Ispirandosi alle complicate interconnessioni neuronali, Turing ipotizzò di creare un sistema logico che partisse da un sistema inizialmente disorganizzato che poi si sarebbe fatto evolvere fornendo istruzioni da un computer. Nel 1948 i computer erano ancora un’ipotesi, e le teorie di Turing dovettero aspettare decenni prima che Craig Webster provasse a implementarle su un moderno computer.

6) Il primo giocatore di scacchi elettronico:
Ma effettivamente, un programma di intelligenza artificiale Turing lo realizzò. Era il 1948, e dovendo scegliere una funzione tipicamente umana da riprodurre, il 36enne optò per l’amato gioco degli scacchi. Realizzò un semplice algoritmo, che avrebbe potuto essere utilizzato per istruire un calcolatore ad affrontare una partita con un uomo. Peccato che non esistessero ancora calcolatori sufficientemente potenti. Turing allora giocò alcune partite di scacchi seguendo lui stesso le istruzioni dell’algoritmo, faceva una mossa ogni 30 minuti: perse.

7) Test di Turing:
L’eredità più nota che Turing ha lasciato nel campo delle intelligenze artificiali è sicuramente il Test di Turing. In un articolo pubblicato sulla rivista Mind nel 1950, Turing stabilì un particolare criterio per determinare se un calcolatore o una qualsiasi macchina potesse essere considerata “pensante”. Turing immaginò una situazione in cui un uomo A e una donna B fornissero risposte dattiloscritte a una persona C che si trovava poi a dover stabilire chi dei due fosse uomo o donna. Nell’eventualità in cui una macchina si sostituisse ad A o B, se i verdetti forniti da C fossero statisticamente identici alla situazione precedente, allora la macchina poteva essere considerata pensante. Il test di Turing è stato più volte criticato e rielaborato, e ancora oggi nessuna macchina ha dimostrato di poterlo superare. Chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, può trovare uno sviluppo narrativo interessante in Galatea 2.2 di Richard Powers.

8) Pattern biologici:
Secondo Turing, insomma, la morfogenesi biologica poteva essere codificata attraverso equazioni di reazione-diffusione. L’ipotesi di Turing era che i pattern più diffusi in natura (le spirali delle chiocciole, le macchie di leopardo, o i pigmenti della pelle) si formassero con leggi riconducibili alla successione numerica di Fibonacci. Si trattava di speculazioni teoriche, ma in seguito, anni dopo la morte del matematico inglese, si scoprirono corrispondere in gran parte dei casi a realtà.

9) Un genio corridore:
Solitamente l’immagine del genio va a braccetto con lo stereotipo dell’inviduo trasandato, allampanato e tutt’altro che aitante. Ecco, Turing questo stereotipo lo mandava in frantumi. Non solo curava la propria forma fisica, ma si dedicava abitualmente alla corsa sportiva. Nel 1945 venne invitato a far parte del Walton Athletic Club e si distinse in particolare nella maratona. Quando ancora lavorava a Benchley Park, Turing a volte colmava la distanza che separava la Stazione X da Londra correndo (oltre 40 km). Il ragazzo, infatti, era un corridore eccellente, e tra il 1947 e il 1948 le sue performance raggiunsero livelli quasi olimpici. “ Quando correva si profondeva in grugniti terrificanti, ma prima che potessimo dire nulla ci sfrecciava a fianco come un proiettile” ha dichiarato Peter Harding del Wac “ Una notte gli chiesi per chi corresse, e quando rispose ‘nessuno’ lo invitammo a entrare a Walton. Lui accettò, e immediatamente diventò il nostro miglior corridore."

10)  La vergognosa persecuzione del governo britannico:
Si dice che tutto cominciò con un furto. Era il 1952, Turing si rivolse alla polizia per denunciare un amico che aveva ospitato in casa e che l’aveva in seguito derubato. Da questa denuncia, le autorità britanniche arrivarono a concludere che Turing intrattenesse abitualmente rapporti omosessuali, lo arrestarono e lo trascinarono in tribunale. Davanti al giudice, Turing non fece mistero dei propri gusti sessuali e dichiarò semplicemente che non ci trovava nulla di male. All’epoca l’omosessualità era ancora reato in Gran Bretagna e il matematico fu costretto a scegliere tra due opzioni irricevibili: la galera o la castrazione chimica. Per un anno intero, Turing si sottopose a iniezioni di estrogeni, vide la sua libido calare e sviluppò ginecomastia (crescita dei seni). Nonostante l’umiliazione e la tortura di Stato, Turing continuò a lavorare nei vari campi in cui si era precedentemente distinto. Ma durò poco: l’8 giugno del 1954 fu ritrovato morto suicida nella sua stanza, avvelenato da una mela intrisa di cianuro.

Fonte: wired.it

 

La domanda non è fine a se stessa, anzi: ribalta completamente il punto di vista di chi da anni è alla ricerca di esopianeti simili alla Terra. È come dire: se vogliamo trovare un pianeta che assomigli al nostro, dobbiamo sapere esattamente come questo appare. A porre la questione in questi termini è stato Michael Sterzik dello European Southern Observatory (Eso). Che dalle pagine di Nature ha anche fornito diverse informazioni per mettere insieme una prima risposta.

Da qualche tempo si è scatenata una vera e propria caccia a pianeti extrasolari potenzialmente abitabili. Si scruta lo Spazio remoto, alla ricerca di segnali (spettri di emissione di radiazioni) e poi si tenta di interpretare i dati per capire se si è in presenza di un corpo celeste con dimensioni paragonabili a quelle terrestri e per indovinarne le caratteristiche. Ma le cose sarebbero più semplici se si avesse già un punto di riferimento, qualcosa che indichi cosa cercare. Ed eccoci quindi alla domanda: che tipo di segnali visibili dallo Spazio emettono le forme di vita vegetale e l'atmosfera terrestri?

Per ottenere la firma spettrale del nostro pianeta, i ricercatori hanno usato un trucco: l'osservazione del cosiddetto raggio di Terra. “ La luce del Sole colpisce la Terra che la riflette verso la Luna: la superficie lunare, però, funziona come un enorme specchio che ci riflette a sua volta la nostra luce. E questo è quello che abbiamo osservato con il Very Large Telescope (in Cile, nda)”, ha spiegato Sterzik.

Gli astronomi hanno osservato sia il colore sia il grado di polarizzazione della luce riflessa (con una tecnica nota con il nome di spettropolarimetria) e hanno trattato queste informazioni come se riguardassero un esopianeta, cercando i segni della presenza di forme di vita organica. Si è tenuto conto soprattutto di alcuni indicatori, come la particolare combinazione di gas nell'atmosfera (che in generale è composta per il 78% azoto, per il 21% di ossigeno, e per l'1% di anidride carbonica e altri gas), che porta con sé le informazioni sulla biosfera. In pratica può essere considerata come l'impronta della vita.

Con un percorso a ritroso, da questa biofirma Sterzik e colleghi sono riusciti a dedurre che nell'atmosfera terrestre sono presenti nubi di vapore acqueo, che parte della superficie è costituita da oceani e che un'altra percentuale è coperta da vegetazione. Non è tutto: sono anche riusciti a rilevare i cambiamenti nella copertura nuvolosa e della presenza di piante in base alle diverse parti del pianeta che riflettono verso la Luna.

“La luce che ci arriva da un pianeta distante è sopraffatta da quella della sua stella, quindi è molto difficile analizzarla.

È come cercare di studiare un granello di polvere che si trova oltre una lampadina accesa ”, esemplifica Stefano Bagnulo dell' Armagh Observatory (nell'Irlanda del Nord), co-autore dello studio. “ Ma, a differenza della luce emessa da una stella, quella riflessa da un pianeta è polarizzata. In questo modo si riesce a isolare il segnale”, continua Bagnulo.

Invece che cercare omini verdi, qualcuno d'ora in poi guarderà alle impronte verdi (o a qualcosa del genere). Magari con uno dei telescopi di prossima generazione, come lo European Extremely Large Telescope – 23 volte più potente nel captare la luce polarizzata rispetto al Very Large Telescope – che ha tra gli obiettivi proprio quello di cercare esopianeti abitabili.

Fonte: wired.it

 

Con tutto il tempo che aveva passato sott’acqua, ora a liberarsi di una camicia di forza, ora dalle catene che gli imprigionavano il corpo, era diventato un maestro delle fughe impossibili. Ma se lui, Harry Houdini (1874-1926) le usava per dar spettacolo e intrattenere la folla accorsa a vedere l’ultima maestria dell’illusionista ungherese, c’erano anche quelli per cui la fuga dall’acqua era una questione di vita e di morte più che di magia. Erano i soldati della marina militare e per loro Houdini avrebbe messo a disposizione le sue conoscenze di escapologo (così si chiama un mago delle fughe da costrizioni fisiche) sviluppando una speciale tuta da immersione, per la quale ricevette il brevetto il primo marzo 1921.

The Grim Game, 1919 Movie poster

A onor del vero, e a dispetto delle buone intenzioni, la tuta non fu un successo, pare per alcuni difetti di funzionamento. Era stata pensata per rendere più semplice ai soldati, in caso di pericolo, liberarsi dalla tuta stessa in acqua, senza bisogno di assistenza. Bastava staccare una giunzione in prossimità della vita che univa la parte superiore della divisa a quella inferiore, e via, in superficie in cerca di aria.

Non era la prima volta che Houdini metteva a disposizione le sue capacità di illusionista per gli altri. Si racconta infatti che a fine carriera fosse solito rivelare alcuni dei suoi trucchi di escapologo ai militari impegnati in guerra, come per esempio i consigli necessari a liberarsi dalle manette dei tedeschi o fuggire dalle prigioni. D’altronde lui era stato davvero un mago in questo, per sua stessa ammissione: “Non c’è prigione che può tenere; nessuna mano o gamba di ferro o serrature di acciaio che mi possono ammanettare. Non ci sono funi o catene che possono tenermi lontano dalla mia libertà”.

La passione per la magia era nata in lui da piccolo, come accade a molti bambini, solo che lui a differenza di molti altri, un mago, come quello che aveva visto quella volta con suo padre, lo sarebbe diventato davvero. Massima ispirazione un libro sulla vita di Jean Eugène Robert-Houdin, l’illusionista francese cui rubò professione e nome. Quello reale infatti era Ehrich Weiss, che prima il trasferimento dall’Ungheria, dove era nato, all’America, patria di adozione, e poi la passione per la magia avrebbero infine storpiato in Harry (americanizzazione di Ehrich) Houdini (la “ i” per differenziarsi dal collega francese).

Cominciò facendo l’ acrobata nei circhi ed esibendosi in occasione delle fiere e nei parchi, spesso giocando con le carte. A dare ancora più forza alla scelta della carriera di mago fu poi l'incontro con Beatrice  Bess Rahner, anche lei nel mondo dell’illusionismo, e sarebbe stata per Houdini non solo una moglie ma anche una compagna sulle scene. Ma l'abilità che lo rese famoso, la passione per la fuga da catene e costrizioni invece nacque, pare, dopo la vista di una camicia di forza.

Pensò che se avesse trovato il modo di liberarsene il pubblico sarebbe stato colpito dallo spettacolo. D’altronde poteva anche contare sul fatto che era sempre stato un valido atleta.

E così cominciò a guadagnarsi gli occhi delle stupite folle americane, davanti a cui riappariva dopo essersi liberato ora da una scatola chiusa in acqua ora da una camicia di forza appeso a testa in giù sopra le rotaie della metro. Anche se la fama l’avrebbe guadagnata soprattutto durante la tournée   europea di cinque anni, durante la quale lui e la moglie divennero delle vere e proprie star. Anche del cinema, grazie al quale potè mostrare a tutti, e ovunque, le sue fughe impossibili.

A fine carriera invece avrebbe virato i suoi interessi verso spettacoli meno impegnativi, ma non per questo meno plateali. Fu infatti un fervido attivista nello smascherare i trucchi usati dai medium per dar vita a fenomeni paranormali. Da mago infatti immaginava bene quello che potesse accadere durante una seduta spiritica. Eppure, malgrado questo, fu sempre intrigato dal paranormale e la moglie provò a lungo a contattarlo nell’aldilà una volta morto. Ma anche lui, il grande Houdini, nell’impresa di mettersi in contatto con i viventi, fallì.

Fonte: wired.it

 

Una cuffia blu dotata di elettrodi, un dispositivo grande quanto un telecomando e un semplice tablet. Così è composta la macchina tutta italiana che legge, interpreta e traduce in azioni il pensiero umano. Si chiama Brindisys ed è frutto di un progetto di ricerca guidato Febo Cincotti, ricercatore della Fondazione Santa Lucia Irccs di Roma, finanziato da Fondazione AriSla per la ricerca sulla Sla, con il contributo di Aisla, Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica. Il prototipo permette ai pazienti in uno stato avanzato della disabilità in cui non si è in grado di muovere neppure gli occhi, di comunicare e agire usando gli  impulsi del cervello. In questo modo le persone affette da Sclerosi laterale amiotrofica (Sla) in stadio avanzato possono rendersi più indipendenti. Possono per esempio accendere e spegnere la luce, aprire una porta e formulare parole e frasi semplici senza muovere muscoli.

Brindisys

Il nuovo prototipo può contare sull’aiuto di un elaboratore miniaturizzato simile a quelli usati all’interno dei riproduttori dvd, per riconoscere l’intenzione del paziente dall’esame del suo segnale elettroencefalografico, senza l’utilizzo di un computer potente.  “Il progetto è nato con l’obiettivo di realizzare un sistema di ausilio - spiega Cincotti - che includa un’interfaccia cervello-computer semplice, incorporata in un apparecchio indipendente senza bisogno di un personal computer. Altri dispositivi analoghi sono stati ideati nel corso degli anni, ma nessuno è stato pensato per rispondere alle esigenze dei malati di Sla, che variano col progredire della malattia”.

Brindisys

Gli elettrodi posizionati sulla cuffia rilevano i comandi immaginati dal paziente ed espressi sotto forma di segnali elettrici prodotti dal cervello. Il segnale viene letto da un dispositivo poco più grande del palmo di una mano che poi li traduce in comandi e li trasmette al tablet da cui parte l’esecuzione dell’azione. La traduzione del pensiero avviene in circa 10 secondi e si possono svolgere diverse azioni: dalla riproduzione vocale di una frase pre-impostata alla formulazione lettera per lettera di frasi nuove fino a comandare azioni vere e proprie quali accendere la televisione, cambiare canali, aprire la porta, spegnere la luce, ecc.

“Fin dall’inizio del progetto – sottolinea Cincotti - il nostro obiettivo è stato identificare i bisogni specifici dei pazienti, e coinvolgerli nella validazione del sistema per confermarci che stiamo procedendo nella direzione giusta”. Primo step per arrivare al prototipo, infatti, è stata l’indagine su un campione di pazienti, familiari ed esperti, che ha permesso di individuare le principali esigenze comunicative dei malati.

Dopo la fase di studio e gli esperimenti per realizzare il prototipo, a distanza di poco più di un anno ha preso il via la fase clinica e un gruppo pazienti lo sta ora sperimentando. 

In questa prima fase clinica, i pazienti, reclutati su base volontaria ma ciascuno a un diverso livello di avanzamento della malattia, sono condotti nella casa domotica della Fondazione Irccs Santa Lucia di Roma: un appartamento progettato per le persone con disabilità dove tutto è automatizzato e dove con Brindisys è possibile, per esempio, regolare lo schienale della poltrona o l’inclinazione del letto, ecc. 

In una fase successiva il prototipo sarà affidato ai pazienti che potranno facilmente utilizzarlo a casa propria. Dalle loro risposte partirà poi una nuova versione del dispositivo. Le possibili applicazioni di Brindisys non si limitano ai soli pazienti affetti da Sla, ma il suo uso può rendere più agevoli i rapporti tra malato e mondo circostante per tutte le patologie che limitano in maniera altrettanto grave le funzioni motorie. 

“Uno degli obiettivi istituzionali della Fondazione AriSla -  commenta Renato Pocaterra, segretario generale della Fondazione AriSla - è sostenere la ricerca volta a migliorare le condizioni di vita dei pazienti anche attraverso lo sviluppo di nuove tecnologie. Il progetto Brindisys è stato finanziato proprio con questo intento, perché, dopo essere stato sottoposto a un processo di selezione di peer review, è stato valutato dal comitato scientifico internazionale tra le proposte più innovative e interessanti sul fronte degli ausili per la comunicazione dei pazienti di Sla”.

Fonte: wired.it

 
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