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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 

Topolini, soprattutto. Ma anche ratti, porcellini d’india, criceti. E conigli, cani, gatti, maiali. Persino capre, asini, mucche, cavalli. Fino ai primati più simili a noi: gorilla, scimpanzé, bonobo, gibboni. Sono le cavie su cui vengono testati farmaci, vaccini o tecniche chirurgiche, prima di farlo sulle persone. Al loro tributo si devono cure salvavita e molti dei più grandi progressi in campo medico e scientifico. Ma è etico sacrificare gli animali in nome del progresso della ricerca? Tema spinoso, di quelli che infiammano gli animi. Com’è successo in questi giorni a Corezzana (in provincia di Monza), una delle sedi italiane della multinazionale Harlan, travolta dalle proteste per un carico di 900 macachi importati dalla Cina e destinati alla sperimentazione. Tutto regolare, secondo gli accertamenti dei Nas predisposti dal Ministero della Salute, ma le pressioni del fronte animalista, di cui l’ex ministro del Turismo Michela Brambilla s’è fatta portavoce, sono state così forti da spingere il numero uno di Harlan, David Broker, a fare marcia indietro. Alle prime 104 scimmie, arrivate nei giorni scorsi nel paese brianzolo, non faranno seguito altri esemplari.

Ma quanti sono gli animali utilizzati nei laboratori di ricerca? Per quali scopi? Con quali tutele? In Italia la normativa è piuttosto stringente. E negli ultimi anni, in virtù di una sempre maggiore sensibilizzazione al problema, si sta facendo molto anche a livello europeo per incentivare la regola delle 3 R, Replacement, Reduction, Refinement. Ovvero la sostituzione degli animali con metodi alternativi, ogni qualvolta sia possibile; la riduzione del numero di cavie impiegata; e il miglioramento delle condizioni degli animali. In questa direzione va la direttiva Ue approvata nel 2010 che, pur segnando notevoli passi avanti rispetto alla vecchia normativa del 1986 (specialmente nei paesi dell’est dove la regolamentazione era quasi assente), è stata oggetto di aspre critiche da parte delle associazioni animaliste.

In Italia, già dal 1992, le regole sono più severe di quelle previste a livello comunitario. È vietato l’uso di animali randagi nei laboratori. Dal 2008, non si possono impiegare animali nella didattica. Cani, gatti e scimmie possono essere utilizzati solo previa autorizzazione del Ministero della Salute. Si tratta delle cosiddette sperimentazioni in deroga di legge, concesse solo laddove si dimostri che sono indispensabili specie con un sistema neurologico superiore. Nell’80 per cento dei casi i centri svolgono test su animali più semplici, dal moscerino della frutta al topolino. Sono vietati anche gli esperimenti praticati senza anestesia ed è obbligatorio limitare al minimo le pratiche dolorose. E, contrariamente a quanto si pensi, la vivisezione vera e propria sull’animale vivo non viene più praticata.

Ogni anno, i centri autorizzati a eseguire sperimentazioni animali (ospedali, laboratori, aziende) devono presentare relazione al Ministero. In base agli ultimi dati, pubblicati in Gazzetta Ufficiale e relativi al triennio 2007-2009, sono circa 900mila all’anno (3mila al giorno) gli animali utilizzati in Italia a scopi sperimentali, la metà dei quali roditori. In Europa sono 12 milioni.

Altro traguardo è stato il divieto di sperimentazione animale per i prodotti cosmetici. Pur con questi limiti, in certi casi la sperimentazione animale è purtroppo una pratica ineludibile. I metodi alternativi (colture in vitro, simulazioni al computer, tecniche di imaging, chip al Dna) sono “un aiuto prezioso nella fase di sperimentazione intermedia, – sostiene Silvio Garattini, direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano – ma nonostante gli importanti passi in avanti delle tecnologie e delle conoscenze, la sperimentazione è ancora necessaria” .   

Fonte: wired.it

 

Far sapere al mondo che lì, in quel momento, si stava compiendo un’impresa epocale, non era così semplice. Agli inizi del Novecento le comunicazioni in quella parte di mondo, nel profondo Sud del pianeta, erano piuttosto problematiche. Così, anche le scoperte degne di nota e traguardi importanti come la conquista del Polo Sud arrivavano in ritardo. Nel caso specifico, quasi tre mesi dopo che la spedizione al seguito di  Roald Amundsen(1872-1928)ebbe piantato la bandiera norvegese al centro dell’ Antartide.

Era infatti il 7 marzo 1912 quando lo storico telegramma con l’annuncio della conquista veniva spedito da Hobart, in Tasmania, ma il fatto risaliva al 14 dicembre dell’anno precedente. Anche se l’impresa era grande, Amundsen non fece molto rumore quando mise piede a terra dalla sua Fram, l’imbarcazione che lo aveva portato fin lì. Si racconta infatti che prima di diffondere la notizia, l’esploratore volesse assicurarsi che il re della Norvegia Haakon VII venisse a conoscenza della sua prodezza. E fu così che l’impresa restò in gran segreto, almeno all’inizio. Nello stesso modo in cui era cominciata, visto che Amundsen non rese note le sue mire fino all’ultimo (aveva sperimentato in prima persona cosa volesse dire essere battuto sul tempo nella conquista al Polo Nord, da parte di Frederik Cook e Robert Peary, e non voleva farsi superare di nuovo).

Quel telegramma fu la prova che ce l’aveva fatta, in pieno. Da una parte, infatti, con quelle poche righe Amundsen reclamava il primato di aver conquistato per il primo il Polo Sud; dall’altro questo significava che i suoi diretti concorrenti, quelli della spedizione inglese Terra Nova al seguito di Robert Falcon Scott, avevano mancato l’impresa. Questi infatti avrebbero tagliato il traguardo solo una trentina di giorni dopo il norvegese, e avrebbero avuto un destino decisamente più infausto, visto che i membri della missione esplorativa e il suo capitano sarebbero morti tutti sulla via del ritorno, sconfitti dalla fame, dalla stanchezza e dal freddo.

Amundsen avrebbe spiegato così il modo in cui era riuscito dove altri avevano fallito: “Posso dire che questo è il fattore più importante, il modo in cui la spedizione è stata equipaggiata, il modo in cui ogni difficoltà è stata prevista, e le precauzioni per affrontarla o evitarla. La vittoria aspetta colui che ha tutto in ordine, la fortuna, come la chiamano alcuni. La sconfitta è certa per colui che non ha tenuto conto di tutte le necessarie precauzioni per tempo; questa si chiama sfortuna”. 

Ed eccola la fortuna di Amundsen. In primo luogo era stata una questione di determinazione. Aveva in testa il ghiaccio e il freddo sin da bambino, sin da quando dormiva con la finestra aperta per temprare il corpo e lo spirito alle condizioni estreme. E amava le grandi imprese (nel 1906 diventava infatti il primo ad aver attraversato il Passaggio a Nordovest).

Così, nel 1910, dopo aver fatto credere di essere diretto verso lo Stretto di Bering, attraverso cui sarebbe entrato nel Mar Artico risalendo il Pacifico una volta passato Capo Horn, deviò e si mise in corsa per il Polo Sud. Obiettivo: la Baia delle Balene, nell’Antartide, da dove si sarebbe diretto verso l’interno. Stabilita la meta, il successo sarebbe stato una combinazione di tenacia e abilità tecniche, tra cui la dimestichezza con gli sci e con le slitte trainate dai cani. Anche grazie a loro, ai quattro compagni di viaggio, e forse anche alla fortuna vera e propria, il 14 dicembre 1911 Amundsen conquistava il Polo Sud.

Fonte: wired.it

 

Si torna a parlare del bosone di Higgs, la particella più ricercata nella storia della fisica. Vi ricordate quella traccia – lungi ancora dall'essere una prova – individuata da due team presso il Large Hadron Collider al Cern di Ginevra? Bene, lo stesso indizio è stato ora trovato anche nei dati usciti negli ultimi anni da un altro acceleratore di particelle, il Tevatron del Fermilab (Batavia, Usa), ormai spento.

La notizia è stata diffusa a La Thuile, in Val D'Aosta, dalle collaborazioni Cdf (Collider Detector at Fermilab) e Dzero del dipartimento di energia del Fermilab stesso, durante un incontro di cervelli conosciuto come Rencontres de Moriond.

In modo simile a quanto osservato al Cern, in seguito ai numerosi scontri di fasci di protoni e antiprotoni (dal 2002 al 2011), è stato evidenziato un eccesso di eventi intorno al valore di energia di 125 gigaelettronvolt: tra 115 e 135, per l'esattezza. Significa che, in quel punto, una particella non attesa potrebbe essersi formata per poi decadere velocemente. Se non si tratta di un abbaglio (una fluttuazione statistica, per dirla con i fisici), questa particella avrebbe una massa di circa 130 volte quella del protone (la misura dell’energia viene trasformata in valore di massa, secondo la relazione E = mc²): un valore compatibile con quelli previsti per il bosone di Higgs.

Proprio come al Cern, il range di valori emerge dall'analisi dei dati di due esperimenti indipendenti. Come sottolinea anche Nature, i risultati non sono statisticamente significativi (ovvero il margine di incertezza è ancora troppo alto), ma sono comunque in linea con quelli dell'Lhc, e tanto basta per scaldare gli animi.

Anche perché i sistemi di rilevamento dei due acceleratori sono diversi: quello del Fermilab è più sensibile a certi prodotti del decadimento, come particolari quark (chiamati bottom e antibottom), mentre quello del Cern rileva altre particelle, tra cui i fotoni. Le osservazioni, quindi, sono complementari, come sottolinea Dmitri Denisov, responsabile di D0, perché è come avere due fotografie della stessa scena, scattate da punti di osservazione diversi. “ Ma gli scienziati hanno ancora parecchio lavoro davanti, prima che si possa essere certi dell'esistenza del bosone di Higgs”, ha aggiunto il ricercatore.

La cautela è più che d'obbligo. Esattamente un anno fa, il Tevatron aveva già sperato di aver trovato l' Higgs. Le analisi successive alle prime indiscrezioni, però, avevano scartato questa possibilità, indirizzando comunque gli scienziati verso l'esistenza di un'altra particella sconosciuta, non predetta dal famoso Modello Standard (la teoria che riproduce e spiega tutte le misure condotte fino ad oggi).

Questi nuovi dati, oltre a sostenere quelli dell'Lhc, danno un'altra preziosa informazione: il bosone di Higgs, se esiste, non si trova tra i 147 e i 179 gigaelettronvolt.

“Senza qualcosa che assomigli al bosone di Higgs e che dia massa alle particelle fondamentali, l'intero mondo intorno a noi sarebbe molto diverso da quello che vediamo oggi”, ha commentato Giovanni Punzi, responsabile dell'esperimento Cdf e fisico presso l'Istituto nazionale di Fisica nucleare (Infn) di Pisa. È per questo che la caccia si sta facendo più serrata, e che all' Lhc hanno già pensato bene di aumentare l'energia degli scontri tra protoni.

Fonte: wired.it

 

Anni '50: uomini dalle camicie bianche inamidate ronzano intorno a un grande calcolatore, attivando contatti e registrando ogni ronzio della macchina. I primi computer della storia, grandi come intere stanze, avevano bisogno del continuo intervento umano per funzionare. Niente di più stressante, visto che i cervelli elettronici impiegavano ore, se non giorni, a elaborare tutti i dati. Ma l' 8 marzo 1955 l'informatico Doug Ross rivoluzionò il mondo presentando il primo programma completamente automatico.

Il cervellone elettronico Forza valvolare Quel che resta del cervellone

È successo tutto nei laboratori del Massachusetts Institute of Technology, dove nel 1951 era stato inaugurato il calcolatore Whirlwind. Si trattava di una macchina che occupava un'area di 300 metri quadri. Un vero e proprio gigante formato da 5mila valvole che elaboravano i dati a una velocità di 20mila istruzioni al secondo (Kips). Un record per l'epoca, che però oggi impallidisce davanti alle prestazioni dei computer da scrivania che ne processano vari miliardi (Gips).

Ross, che era programmatore capo del progetto, aveva deciso di introdurre un sistema che permettesse ai tecnici di laboratorio di immettere le istruzioni direttamente all'interno di Whirlwind. Infatti, prima di allora c'era sempre bisogno di un tecnico specializzato che inserisse i dati manualmente nel calcolatore. Un lavoro assai lungo e complicato che non rendeva certo più fluide le lunghe sessioni di calcolo.

Così, quando il primo insieme di istruzioni automatiche – si chiamava Director, ed era stato scritto dagli informatici John Frankovich e Frank Helwig – entrò finalmente in funzione, ai tecnici del Mit bastò premere un tasto e lasciar fare tutto il resto al cervellone valvolare di Whirlwind. Un bel risparmio di tempo e risorse che non deve essere affatto dispiaciuto al principale investitore del progetto, la Us Air Force.

Le origini militari di questo primo grande calcolatore non devono sorprendere. In origine, Whirlwind era nato alla fine della Seconda Guerra Mondiale come un progetto accademico sotto il controllo e la tutela dell'Office of Naval Research. L'idea era quella di realizzare un simulatore di volo in grado di far risparmiare all'esercito le costosissime prove dal vivo.

Tutto sommato, il costo del progetto Whirlwind si rivelò talmente alto da far desistere la Marina dopo appena tre anni (e tre milioni di dollari) di esperimenti. Ma per fortuna le valvole del calcolatore non rimasero inattive a prendere polvere. L'Air Force capì subito che dentro la pancia di quel gigante c'era il futuro, e lo impiegò senza esitare per i suoi progetti di intercettazione radar.

Fonte: wired.it

 

Kamilah è la femmina di gorilla di pianura occidentale (Gorilla gorilla gorilla) che si è guadagnata le pagine di Nature. Il motivo? Il suo dna, interamente sequenziato da un gruppo di ricerca coordinato da Aylwyn Scally del Wellcome Trust Sanger Institute, in Gran Bretagna, sta rivelando nuovi aspetti dell’ evoluzione della famiglia degli ominidi, di cui fanno parte le scimmie antropomorfe e l'essere umano. Come per esempio il fatto che quasi un terzo del genoma umano è più simile a quello dei gorilla che non a quello dei parenti più stretti, gli scimpanzé.

Gli studi molecolari compiuti in passato dagli scienziati hanno dimostrato che, geneticamente parlando, esseri umani e scimpanzé sono più simili tra loro che non ai gorilla. Ma i risultati ottenuti dall’equipe di Scally provano che, almeno in parte, le cose stanno diversamente. Dall’analisi del genoma di Kamilah, infatti, è emerso che il 30 per cento del dna dei gorilla è più simile a quello umano o degli scimpanzé di quanto questi ultimi due non lo siano tra loro. La notizia sorprende: dato che esseri umani e scimpanzé hanno in comune un antenato più recente di quello condiviso con i gorilla, è lecito aspettarsi che il loro genoma sia più simile. In effetti, lo è per il 70 per cento, mentre per il resto bisogna chiamare in causa i processi evolutivi.

Quando due eventi di speciazione sono molto vicini (come quelli che portarono prima alla comparsa dei gorilla e poi a quella degli uomini e degli scimpanzé), può accadere che alcuni dei geni dell’ultimo antenato comune vadano a finire in tutte le linee evolutive discendenti per poi essere mantenuti solo in alcune. Così, è possibile che alcune sequenze di dna si siano conservate nei gorilla e negli uomini ma non negli scimpanzé. Ciò dimostra che l’evoluzione non è un processo che conduce alla comparsa di specie via via irrimediabilmente sempre più diverse.

L’analisi del dna di Kamilah, inoltre, ha permesso ai ricercatori di comparare in modo più approfondito i genomi delle due specie di gorilla, quello occidentale e quello orientale (per le parti già sequenziate, visto che in questo caso non tutto il genoma è stato ancora svelato). In generale, i dati hanno confermato ciò che già si sapeva: la diversità genetica all’interno del genere è molto alta e necessita di ulteriori studi. Sempre che i gorilla riescano a resistere all'essere umano, principale minaccia alla loro sopravvivenza.

Fonte: wired.it - Licenza Creative Commons

 

Un demonio, con un piede largo 10 centimetri e lungo 20. A lasciare quelle tracce su quella che un tempo fu la lava sputata dal vulcano di Roccamonfina (in provincia di Caserta), non ancora solidificata, poteva essere stato solo qualcuno con superpoteri, abituato alle fiamme. Un diavolo appunto. Così gli abitanti del luogo avevano prontamente chiamato quelle impronte Le ciampate del Diavolo. In realtà, niente di paranormale: si trattava invece di impronte fossili appartenute a un nostro lontano parente, probabilmente le prime di cui si avesse notizia, relative a un rappresentante del genere Homo, come suggerivano il 13 marzo 2003 alcuni ricercatori italiani su Nature.

Si trattava di tre diverse piste: la prima composta da 27 impronte, la seconda da 19 e una terza da 10. La prima mostrava un andamento a zig zag, le altre invece erano per lo più lineari, e almeno una di tanto in tanto presentava anche i calchi di una mano, suggerendo che forse chi si muoveva lungo i pendii del vulcano avesse anche bisogno degli arti anteriori per sostenere la discesa. Le tracce avevano da sempre incuriosito gli abitanti del luogo, ma solo quando due archeologi si rivolsero a Paolo Mietto e Marco Avanzini, l’uno dell’Università di Padova e l’altro del Museo Tridentino di Scienze Naturali, quelle impronte cominciarono a essere oggetto di studio.

Le prime analisi realizzate dai ricercatori rivelarono così che a lasciare il segno sulla lava erano stati tre diversi individui, completamente bipedi, appartenenti al genere Homo, vissuti più o meno tra i 325mila e i 385mila anni fa, al tempo in cui l’Europa era abitata da Homo heidelbergensis e Homo neanderthalensis (ma è più probabile che il proprietario delle impronte fossili fosse uno dei primi, più che dei secondi). Calcoli successivi mostrarono poi come non si non si trattasse di soggetti molto alti: un metro e mezzo al massimo. Il che lasciava intuire che, se di heidelbergensis si trattava, quelli campani erano insolitamente bassi, o più semplicemente piccoli, poco più che bambini.

Le conferme arrivarono solo qualche anno dopo, quando alcuni ricercatori francesi, effettuando nuove analisi di datazione all’argon sulle testimonianze fossili del vulcano di Roccamonfina, le fecero risalire a circa 345mila anni fa.

La testimonianza più antica (3,7 milioni di anni fa) di impronte fossili di ominidi spetta invece a un parente di Lucy, un Australopithecus afarensis ritrovato alla fine degli anni Settanta in Tanzania. Molto più simili a quelle delle scimmie, con l’alluce divergente dal resto delle dita e un arco plantare poco profondo, le impronte sembrano appartenere ad estremità ancora adatte alla presa, piuttosto che alla deambulazione. Al tempo, il bipedismo era già sviluppato, ma il genere Homo (cui appartengono le impronte italiane) era di là da venire. E tuttavia, anche le tracce campane persero il podio, nel 2009, sostituite da quelle assai più antiche rinvenute in Kenya, vecchie di circa un milione e mezzo di anni, appartenute a un Homo ergaster o Homo erectus e lasciate sulle rive di un fiume: un arco pronunciato e con l’alluce corto, parallelo alle altre dita. Un piede insomma che ricorda da vicino il nostro.

Fonte: wired.it

 

Fino al 2 aprile 1978, se vi fosse mai capitato di parlare di velcro, non potevate sbagliare. Fino a quel giorno, infatti, il nome per indicare il sistema attacca e strappa (meglio: chiusura hook and loop) usato su giacche, scarpe, borse, giochi, era di proprietà dell’omonima azienda, la Velcro appunto. Quel giorno, però, il brevetto che ne rivendicava la paternità scadeva, e il sistema di chiusura inventato da George de Mestral diventava di dominio pubblico, vantando una serie di imitatori da cui, per rimanere in tema, sarebbe stato difficile staccare il nome di velcro.

Al microscopio  Uncini Uncini naturali

Il materiale era nato nella testa del suo inventore, come spesso accade, osservando la natura. Si racconta che un giorno d’estate, negli anni Quaranta, George de Mestral, ingegnere svizzero appassionato di caccia e amante della montagna, se ne fosse uscito per una passeggiata portando con sé anche il suo cane. Di ritorno a casa, si era accorto che i suoi vestiti e il pelo dell’animale erano pieni degli appiccicosi fiori di cardo alpino, quelle palline che si attaccano ovunque. Più incuriosito che infastidito dal caso, de Mestral cercò di carpire i segreti di quei fiori. Fu così che si armò di un microscopio e cominciò a osservare il modo con cui si attaccavano alle superfici.

E quello che vide era un sistema tanto semplice quanto efficace sviluppato dal cardo per diffondere i propri semi (e far innervosire gli appassionati di montagna). La loro superficie infatti era ricoperta di una sorta di aghi le cui estremità terminavano con degli uncini, i quali a loro volta si arpionavano ai cappi naturali presenti sul pelo degli animali o sui tessuti. Così a de Mestral venne l’ idea. Avrebbe sfruttato lo stesso meccanismo per realizzare un sistema di chiusura analogo a quello delle zip, a incastro: uncini da un lato, cappi dall’altro.

Dopo essersi fatto aiutare da un tessitore, l’ingegnere nel 1955 brevettava il suo Velcro, ma non ancora con i connotati in cui sarebbe diventato famoso. Inizialmente era infatti costituito di due strisce di cotone, e solo successivamente sarebbe diventato di nylon, un materiale che meglio si prestava allo scopo, che poteva essere cucito ovunque. Per il nome, invece, la scelta fu facile: bastava pensare alle sue origini e alla sua funzione: ne venne fuori Velcro, l’insieme delle parole francesi velour (velluto) e crochet (gancio, uncino).

Fu un successo spaziale. I primi a beneficiarne furono infatti gli astronauti, dove l’attacca e strappa serviva loro a fissare gli oggetti che non dovevano mettersi a svolazzare nella cabina, e a staccarli all’occorrenza strappando le chiusure. Ma il resto della popolazione non riuscì a cogliere subito le potenzialità dell’invenzione.

Sarebbe stata anche la pubblicità offerta dagli astronauti della Nasa a lanciare il prodotto, che negli anni Sessanta aveva ormai conquistato il settore vestiario, medico, quello automobilistico e casalingo, grazie al fatto che si poteva lavare, era disponibile in colori diversi ed era riutilizzabile: almeno fin quando peli, fili e sporcizia varia non ci finiscono dentro e ne diminuiscono l’adesività.

Fonte: Wired.it

 

Ai migliori non sempre vengono riconosciuti tutti i meriti. Anzi, capita che siano proprio le istituzioni a mettere il bastone tra le ruote a chi si distingue per la voglia di fare. È il caso di Thomas Hodgkin,  medico e filantropo che dedicò la propria vita allo studio delle  malattie tumorali. Infatti, le sue critiche nei confronti del colonialismo in America ne arrestarono bruscamente la carriera.

Dalla sua, Hodgkin aveva tutte le  carte in regola per essere un medico esemplare. Nato nel 1798 da una famiglia  quacchera di Pentonville, passò da un breve apprendistato presso un farmacista di Brighton direttamente ai corsi di medicina dell’ospedale  Guy’s and St Thomas’ di Londra. Nel 1821 proseguì gli studi a Parigi, dove conobbe  René Laënnec, l’inventore dello stetoscopio.

Fu proprio merito di Hodgkin se il nuovo strumento trovò la via dell’Inghilterra. Sebbene i medici inglesi fossero scettici, il giovane dottore si impegnò a lungo nella diffusione dell’invenzione di Laënnec. Non a caso il quacchero di Pentonville aveva sempre criticato la mancanza di curiosità da parte dei colleghi più anziani.

Medico esemplare Un orecchio per la scienza La scoperta  Carriera stroncata

Nel 1825, divenuto medico a tutti gli effetti, Hodgkin iniziò a lavorare presso un ospedale londinese che offriva cure di  pronto soccorso ai cittadini più poveri della capitale. Il lavoro era massacrante e, per giunta, il giovane medico non percepiva alcuno  stipendio. Dopo due anni e mezzo di sfruttamento, la situazione cambiò e per il medico si aprì la possibilità di avere un posto al Guy’s and St Thomas’.

Hodgkin lavorò al museo di patologia dell’ospedale, dove ebbe modo di raccogliere migliaia di campioni biologici e studiare malattie fino a allora sconosciute. Fu proprio grazie a queste ricerche approfondite che, nel 1832, il medico scoprì le cause del  linfoma che oggi porta il suo nome (il  morbo di Hodgkin).

Ma quando nel 1837 si presentò l’occasione di ottenere un posto come assistente medico, gli eventi presero una brutta piega. Al posto di Hodgkin venne scelto Benjamin Babington, amico del giovane quacchero e figlio di un ex medico. Per quanto fossero entrambi candidati brillanti, pare che Benjamin Harrison, il tesoriere dell’ospedale, fosse contrario alla promozione del ragazzo di Pentonville.

Il motivo? Hodgkin aveva sempre criticato in pubblico le politiche imperialiste dell’Inghilterra nei confronti delle ex-colonie. Guarda caso, Harrison era anche vice-presidente della Hudson’s Bay Company, la quale aveva fatto fortuna vendendo armi e alcolici in cambio di pellicce agli indiani d’America. Insomma, un bel  conflitto di interessi d’altri tempi.

Hodgkin lasciò per sempre l’ospedale e prese a viaggiare per il mondo per studiare le malattie che affliggevano le popolazioni in Africa e Medio Oriente. E fu proprio in Palestina che il medico trovò la morte a causa del  colera. Era il 1866.

Fonte: Wired.it

 

Alle 00.38 del 5 aprile 2012, una nuova collisione di due fasci di protoni da 4 Teraelettronvolt (TeV) è avvenuta al Large Hadron Collider di Ginevra. La collisione, dall'energia complessiva di 8 TeV, è un nuovo record mondiale e ha dato il via alla raccolta dati all'Lhc per l'anno 2012.

" Dopo due anni di esperienza con entrambi i raggi a 3,5 TeV, ci siamo sentiti in grado di aumentare l'energia senza introdurre rischi significativi per le nostre apparecchiature" ha spiegato il responsabile tecnologico dell'acceleratore Cern Steve Myers: " Ora si apre la strada a sperimentazioni che possono sfruttare un potenziale energetico ancora maggiore!".

Nonostante l'aumento dell'energia di collisione sia piuttosto modesto, si tratta sempre di miliardi di volt. Per i ricercatori del Cern, questo significa capacità di sperimentazione e scoperta per gli esperimenti che riguardano le particelle ipotetiche, come per esempio quelle previste dalla teoria della Supersimmetria. Queste particelle potrebbero essere prodotte in quantità molto superiore alle alte energie, così come per il bosone di Higgs, la sfuggente particella ipotetica su cui si concentrano da sempre gli sforzi di Lhc (e a cui si potrebbe presto cambiare nome). Tuttavia, questa potenza superiore porterà anche molto rumore di fondo, cioè segnali che sembrano essere associati a quelli delle particelle del modello Standard, ma che in realtà non lo sono. Questo significa che ci vorrà più tempo per analizzare i dati, e che per confermare gli indizi sul Bosone di Higg o per affermare con certezza la sua inesistenza ci vorrà almeno un anno di esperimenti.

" L'aumento di energia ci permetterà di massimizzare le nostre possibilità di scoperta scientifica", ha dichiarato il direttore di ricerca del Cern Sergio Bertolucci. " Il 2012 si preannuncia come un anno importante per la fisica delle particelle". Lhc funzionerà a pieno ritmo fino alla fine dell'anno, per poi essere disattivato per un lungo periodo per prepararsi a girare ad una potenza di 6,5 TeV per facio di protoni verso la fine del 2014. L'obiettivo finale è di raggiungere una potenza massima di 7 TeV per fascio, una potenza quasi doppia a quella attuale.

La storia di Lhc, la più grande macchina mai costruita dall'uomo (e anche una delle più costose, con un budget stimato di 7,5 miliardi di euro), è stata spesso funestata di incidenti e inconvenienti. Il tunnel di 27 chilometri si trova a 100 metri sotto il confine tra Francia e Svizzera. Dopo aver inaugurato le operazioni nel 2008, un gruppo di scienziati tentò di fermare gli esperimenti perché convinti che avrebbero causato un buco nero capace di distruggere la Terra. Una serie di incidenti (tra cui il più bizzarro è sicuramente quello dell' uccello e della baguette) ha costretto Lhc a riparazioni massicce per l'intero 2009, ed è quindi solo nel 2010 che sono cominciati gli esperimenti. Da allora, numerosi falsi allarmi non hanno ancora portato alla scoperta del famigerato bosone.

Fonte: Wired.it

 

Verrà usato per le pentole, ma era pensato per le armi nucleari.

Gli inizi di carriera per il Teflon non furono dei più gloriosi, anzi. Prima di invadere le cucine come rivestimento antiaderente di pentole e padelle l’ultimo prodotto di casa DuPont era arrivato nei laboratori dove, durante la Seconda guerra mondiale, si stavano fabbricando le bombe atomiche. C’era finito proprio grazie alle sorprendenti proprietà che lo avevano contraddistinto da subito: era un buon isolante elettrico, chimicamente inerte, impermeabile, resistente alle alte e basse temperature, e soprattutto particolarmente scivoloso. Tutte caratteristiche che lo rendevano il materiale ideale da impiegare negli oggetti con cui maneggiare l' esafluoruro di uranio, corrosivo, usato per la costruzione delle bombe atomiche. Perché invece diventasse un prodotto di uso comune ci sarebbe voluto ancora qualche anno.

Il boom sarebbe arrivato solo nel dopoguerra, consolidandosi poi intorno agli anni Sessanta. Quando ormai erano passati più di vent’anni da quella mattina del  6 aprile 1938, quando il giovane chimico della DuPont, Roy J. Plunkett prendeva nota che le cose, con quell’esperimento, non erano andate esattamente nel modo in cui avrebbero dovuto. E per fortuna.

La scoperta del teflon fu infatti come spesso accade del tutto casuale. Plunkett nei laboratori del New Jersey della DuPont si occupava di sviluppare analoghi di un altro prodotto di punta dell’azienda statunitense: il Freon, cercando di produrre un altro fluido refrigerante. Era convinto che ci sarebbe riuscito servendosi di tetrafluoroetilene (TFE) come prodotto di partenza, fatto reagire con acido cloridrico. Il punto di partenza era innanzi tutto procurarsi il gas, tanto gas, così da averne abbastanza a disposizione per i suoi esperimenti. Una volta ottenuto il TFE lo immagazzinò in un contenitore pressurizzato e lo mise per una notte nel ghiaccio secco.

Ma la mattina successiva aprendo la valvola nessun gas uscì dal contenitore, quasi come fosse vuoto. Eppure quel contenitore pesava. Incuriosito Plunkett sbirciò all’interno, trovandoci dentro della polvere bianca, piuttosto cerosa. I test di laboratorio rivelarono che quella sostanza era estremamente resistente al calore e chimicamente inerte, era il prodotto della polimerizzazione del TFE, ovvero il politetrafluoroetilene (PTFE).

Fu così che quell’ incidente di percorso si trasformò in un vero colpo di fortuna, che la DuPont, la casa del freon ma anche del nylon, seppe trasformare in una miniera d’oro. Plunkett così si mise al lavoro, cercando di riprodurre e ottimizzare le condizioni in cui era avvenuta la polimerizzazione, e ottenne il brevetto della sua fortuita invenzione nel 1941.

Lasciando da parte gli impieghi per la costruzione di armi nucleari, il trampolino di lancio per il teflon furono in parte, così come per il velcro, le missioni spaziali. Il politetrafluoroetilene fu infatti impiegato come sistema di rivestimento delle taniche di carburante dei razzi e perfino nelle divise degli astronauti del programma Apollo. Il successo spaziale avrebbe aperto le porte a quello casalingo.

Ma, intorno agli anni Duemila, il teflon cominciò a essere guardato con sospetto, dopo che negli Usa una sostanza utilizzata per la sua fabbricazione era stata classificata come potenziale cancerogena. Un rischio che avrebbe spinto a rimarcare il corretto uso delle pentole rivestite di teflon: buttandole via e non utilizzandole più nel momento in cui il materiale, da molti definito come il più scivoloso al mondo, si graffi e cominci a staccarsi.

Fonte: Wired.it

 
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Now Colorado is one love, I'm already packing suitcases;)
14/01/2018 @ 16:07:36
By Napasechnik
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21/11/2016 @ 09:41:39
By Anonimo
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21/11/2016 @ 09:40:41
By Anonimo


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28/11/2021 @ 15:43:17
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