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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 

But there are some compounds that, although they follow the bonding and valence rules, still are thought to not exist because they have unstable structures. Scientists call these compounds "impossible compounds." Nevertheless, some of these impossible compounds have actually been fabricated (for example, single sheets of graphene were once considered impossible compounds). In a new study, scientists have synthesized another one of these impossible compounds -- periodic mesoporous hydridosilica -- which can transform into a photoluminescent material at high temperatures.

Chemists fabricate 'impossible' material

The researchers, led by Professor Geoffrey Ozin of the Chemistry Department at the University of Toronto, along with coauthors from institutions in Canada, China, Turkey, and Germany, have published their study in a recent issue of theJournal of the American Chemical Society.

Like graphene, periodic mesoporous hydridosilica (meso-HSiO1.5) consists of a honeycomb-like lattice structure. Theoretically, the structure should be so thermodynamically unstable that the mesopores (the holes in the honeycomb) should immediately collapse into a denser form, HSiO1.5, upon the removal of the template on which the material was synthesized.

In their study, the researchers synthesized the mesoporous material on an aqueous acid-catalyzed template. When they removed the template, they discovered that the impossible material remains stable up to 300 °C. The researchers attribute the stability to hydrogen bonding effects and steric effects, the latter of which are related to the distance between atoms. Together, these effects contribute to the material’s mechanical stability by making the mesopores resistant to collapse upon removal of the template.

“The prevailing view for more than 50 years in the massive field of micro-, meso-, or macroporous materials is that a four-coordinate, three-connected open framework material (called disrupted frameworks) should be thermodynamically unstable with respect to collapse of the porosity and therefore should not exist,” Ozin told PhysOrg.com. “The discovery that this class of material can indeed exist with impressive stability is not a special effect related to the choice of the template, but rather that intrinsic hydrogen bonding between the silicon hydride O3SiH units and silanol O3SiOH that pervade the pore walls is strong enough to provide the meso-HSiO1.5 open-framework material with sufficient mechanical strength for it to be able to sustain the porosity intact in the as-synthesized template-containing and template-free material. This discovery is the big scientific surprise – so never say never when it comes to chemical synthesis.”

When raising the temperature above 300 °C, the researchers discovered that the mesoporous material undergoes a “metamorphic” transformation. This transformation eventually yields a silicon-silica nanocomposite material embedded with brightly photoluminescent silicon nanocrystals. Because the novel nanocomposite material retains its periodic mesoporous structure, the nanocrystals are evenly distributed throughout the structure. According to the researchers, the origin of the photoluminescence likely arises from quantum confinement effects inside the silicon nanocrystals.

In addition, the researchers found that they could control the photoluminescent properties of the nanocrystals by changing the thermal treatment. They predict that this ability could allow the bright nanocrystals to be used in the development of light-emitting devices, solar energy devices, and biological sensors.

“Now we have a periodic mesoporous hydridosilica in which we can exploit the chemistry of the silicon-hydride bonds that permeate the entire void space of the material,” Ozin said. “Every silicon in the structure has a Si-H bond to play creative synthetic games. This is a big deal in terms of it serving as a novel solid-state reactive host material within which one can perform novel chemistry limited only by one’s imagination, and a myriad new materials will emerge with a cornucopia of opportunities for creative discovery and invention.”

Source: PhysOrg

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La manovra economica in corso di approvazione da parte del governo richiede sacrifici ai cittadini e aumenterà la pressione fiscale. Il momento di difficoltà dei conti pubblici ha fatto tornare di attualità un dibattito che ciclicamente si ripresenta nell’opinione pubblica italiana: quello riguardo i benefici economici che lo Stato assicura alla Chiesa cattolica attraverso riduzioni delle imposte e diverse altre forme di contributi. Negli ultimi giorni ne hanno parlato Beppe Severgnini, Massimo Gramellini sulla Stampa e Filippo Facci su Libero. Se n’è parlato meno nel mondo politico con l’eccezione dei Radicali, che intendono presentare un emendamento alla manovra per eliminare l’esenzione dal pagamento dell’ICI dei beni ecclesiastici. Cerchiamo di capire di che cosa stiamo parlando.

Le agevolazioni fiscali

La Chiesa cattolica usufruisce di forti agevolazioni fiscali, motivate soprattutto dalle finalità assistenziali, sanitarie o educative di alcune sue attività. Ad esempio l’IRES, l’imposta sul reddito delle società introdotta nel 2003 al posto di un’imposta precedente, è ridotta del 50 per cento per tutti gli enti che hanno un fine di assistenza, beneficenza e istruzione (non solo quelli riconducibili alla Chiesa, dunque).

Quello che la Chiesa non paga

foto: CESAR MANSO/AFP/Getty Images

La Chiesa cattolica italiana non ha mai pagato l’ICI (Imposta Comunale sugli Immobili) sui beni immobiliari che utilizzava per fini non commerciali, come previsto già dal decreto legislativo che introdusse la tassa nel 1992 e con un risparmio per la Chiesa che venne stimato dall’associazione dei comuni italiani in diverse centinaia di milioni di euro l’anno. Quanto agli immobili utilizzati per attività commerciali, la questione è stata oggetto di diversi pronunciamenti giuridici e di modifiche legislative nel corso degli anni: a partire dal 2005, la legge ha previsto l’esenzione tout court per tutti gli immobili. Questa decisione, presa dal governo Berlusconi a pochi mesi dallo scioglimento delle camere e all’inizio della campagna elettorale, fece molto discutere. Nel 2007 il governo Prodi limò la normativa, prevedendo che l’esenzione dell’ICI si potesse applicare solo agli immobili dalle finalità “non esclusivamente commerciali”. Quell’avverbio – “esclusivamente” – ha permesso alla Chiesa di usufruire dell’esenzione anche per strutture turistiche, alberghi, ospedali, centri vacanze, negozi: è sufficiente la presenza di una cappella all’interno della struttura. Il risparmio annuo per la Chiesa – e la perdita netta, per il fisco italiano – si avvicina ai due miliardi di euro. La legge in questione è da tempo oggetto di indagini da parte dell’Unione Europea.

Ci sono inoltre diverse altre agevolazioni fiscali di minor rilievo. Le merci dirette dall’estero alla Città del Vaticano e a tutti gli uffici vaticani del territorio italiano sono esenti da imposte doganali e daziarie. I lavoratori italiani che lavorano in società con sede in Vaticano, anche se la loro sede di lavoro è in territorio italiano, non pagano l’IRPEF (la tassa sul reddito delle persone fisiche).

L’otto per mille e gli altri finanziamenti alla Chiesa cattolica

Oltre alle esenzioni fiscali che abbiamo elencato, lo Stato italiano dà direttamente o indirettamente molti fondi alla Chiesa cattolica per le sue attività religiose, caritative e educative.

Il principale strumento è quello dell’otto per mille: lo Stato italiano decise, con la legge 222 del 1985, di destinare l’otto per mille del gettito raccolto tramite l’IRPEF “in parte, a scopi di interesse sociale o di carattere umanitario a diretta gestione statale e, in parte, a scopi di carattere religioso a diretta gestione della Chiesa cattolica” a partire dall’anno fiscale 1990. Negli anni successivi, altre confessioni religiose hanno firmato intese con lo Stato italiano, e oggi tutti i singoli cittadini (non quindi enti o aziende) che presentano la dichiarazione dei redditi possono scegliere di esprimersi sulla destinazione dell’otto per mille dell’IRPEF scegliendo tra sette opzioni: lo Stato italiano, la Chiesa cattolica, l’Unione delle Chiese cristiane avventiste del Settimo giorno, le Assemblee di Dio in Italia, l’Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi, la Chiesa Evangelica Luterana in Italia oppure l’Unione Comunità Ebraiche Italiane.

Circa il 40 per cento dei cittadini decide a chi destinare l’otto per mille, e tra questi più dell’80 per cento sceglie la Chiesa cattolica. Chi dice esplicitamente che intende destinare l’otto per mille alla Chiesa cattolica è insomma circa un terzo dei contribuenti. C’è un però: stando alla legge, non è il singolo contribuente a decidere a chi destinare la sua quota di IRPEF ma è lo Stato che consulta i cittadini – facendo quindi una sorta di “sondaggio” – per decidere a chi dare l’otto per mille del gettito dell’IRPEF. In questo modo alla Chiesa cattolica va l’80 per cento di tutto l’otto per mille, non solo di quelli che l’hanno dichiarato esplicitamente: una cifra che si aggira intorno al miliardo di euro l’anno. Come dichiara la stessa Chiesa cattolica, più di un terzo della cifra viene utilizzato per pagare gli “stipendi” dei sacerdoti, mentre agli “interventi caritativi” va circa un quarto del totale. Le modalità di destinazione dell’otto per mille e il suo impiego da parte della Chiesa sono stati spesso oggetto di discussione e polemiche.

Altri fondi che lo Stato versa a vario titolo alla Chiesa cattolica o per finanziare attività confessionali cattoliche sono: i sovvenzionamenti statali alle scuole private confessionali; gli stipendi degli insegnanti di religione cattolica nelle scuole pubbliche; altre agevolazioni, una delle più curiose delle quali è forse la fornitura idrica gratuita alla Città del Vaticano, prevista dall’articolo 6 del Trattato tra il Vaticano e il Regno d’Italia del 1929 (accordo non toccato dalla revisione del Concordato del 1985).

Fonte: ilpost.it

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A Madrid si è svolta la manifestazione contro la Giornata Mondiale della Gioventù, l’evento che raduna i fan della Chiesa Cattolica di tutto il mondo. La kermesse, finanziata per il 50% dallo stato spagnolo, e il cui costo complessivo si aggira intorno ai 50 milioni di euro, è giudicata da molti spagnoli come “inopportuna” dato il momento di crisi lavorativa ed economica che affronta il paese.

Stride vedere con che facilità lo Stato (laico) spenda 25 milioni di euro di denaro pubblico e allo stesso tempo imponga misure di austerità alla popolazione. Il pretesto usato dagli organizzatori è che “i cattolici stanno aiutando a riattivare l’economia spagnola”, ma non tutti sono d’accordo: “La Chiesa riattiva l’economia con i soldi che tolgono dalla nostra busta paga?!”, chiede uno dei manifestanti. La sfilata pacifica (organizzata da Europa Laica, “Reti Cristiane e atei liberi pensatori di Madrid”, insieme ad altre 150 organizzazioni) ha seguito il percorso autorizzato dalle autorità, con meta finale nel chilometro zero della città: la Porta del Sol (* nota a fine articolo).

Quando il corteo è giunto alla Porta del Sol ha trovato un consistente schieramento di Papa Boys che aspettavano i manifestanti (insieme alla polizia) per impedire loro l’accesso alla piazza. Una provocazione inutile e pericolosa, dato che il percorso della manifestazione era stato deciso previamente proprio per evitare scontri con i pellegrini.

Non vogliamo entrare in polemica con i tanti credenti che probabilmente stanno vivendo un’esperienza unica nella vita partecipanto a questo evento, però è triste vedere giovani cattolici incitare la polizia a intervenire per bloccare una protesta pacifica in questo modo.

Inutile dire che la polizia, invece di allontanare i Papa Boys, ha preferito caricare sui manifestanti nonostante la loro marcia fosse stata autorizzata dal Governo. Nel nome di Dio? Spero di no…

* nota: Matteo da Madrid ci fa giustamente notare che la marcia doveva passare per Porta del Sol, ma sarebbe dovuta terminare in Piazza Tirso de Molina (dove era iniziata). Grazie per la correzione

Autore: di Marco Nurra - da Madrid - Fonte: isoladeicassintegrati.com

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By Admin (from 22/08/2011 @ 08:00:57, in ro - Observator Global, read 1605 times)

 La ora actuala, Cristofor Columb este considerat în întreaga lume ca fiind exploratorul care a descoperit America, în octombrie 1492, deschizând astfel drumul unei întregi pleiade de conchistadori care au adus „civilizatia” indigenilor din Lumea Noua, exterminându-i aproape definitiv. Si totusi, în ultima vreme s-au facut cunoscute unele teorii care pun la îndoiala actiunea de pionierat a controversatului aventurier de origine italiana. Unii sustin ca vikingii ar fi gasit de fapt primii drumul spre America, altii spun ca africanii ar fi facut mai întâi drumul peste Atlantic, în vreme ce teorii de ultima ora acrediteaza ideea ca adevaratul descoperitor al noului continent ar fi fost un amiral chinez sau chiar un navigator mongol!

Pista africana

În urma cu câteva decenii, unele descoperiri facute pe coasta nord-estica a Americii de Nord i-au facut pe arheologi sa sugereze o posibila colonizare a acestor teritorii de catre navigatorii vikingi, înainte de anul 1000. Dar, potrivit unei teorii de ultima ora, avansata de istoricul american Frank Joseph, de la Universitatea Minnesotta, primii calatori veniti în America, de peste mari, ar fi fost africani! În cartea sa, Comoara pierduta a regelui Juba, istoricul aminteste ca pe la anul 40 î.Chr., în timpul domniei tiranicului împarat Caligula, în nordul Africii exista un regat care a intrat în conflict cu Roma.

Amenintati cu distrugerea sau sclavia, pe masura ce legiunile romane se apropiau, amenintatoare, conducatorii acestui regat african s-au suit pe corabii si au navigat, purtati de vânturi favorabile, spre coastele Americii. Aici au pus bazele unei asezari si probabil ca nu s-au mai întors niciodata în Africa. Pe seama lor pune istoricul din Minnesotta obiectele misterioase descoperite într-o pestera din apropierea orasului Olney, Illinois, în 1992. Cele aproape 7000 de artefacte, incluzând statuete, obiecte de cult, sau componente ale unor ritualuri de sacrificiu nu ar fi putut apartine, sustin cercetatorii, populatiei native amerindiene, a carei cultura era net inferioara, si nu i-ar fi permis realizarea unor asemenea veritabile „opere de arta”.

Ele sunt foarte asemanatoare cu piese similare, descoperite în Africa, apartinând aceleiasi perioade si prezinta clare influente ale artei romane din primul secol al Imperiului. Întâmpinat cu critici vehemente din partea confratilor de breasla, Joseph a declarat ca, desi pare exagerata, teoria descoperirii Americii de catre africani, acum doua milenii, reprezinta singura explicatie ce poate fi data bizarelor artefacte de la Olney.

Pista chineza

Luna trecuta, istoricul britanic Gavin Menzies a stârnit, la rândul sau, senzatie, sustinând ca a descoperit dovezile ce atesta ca America a fost descoperita de catre un amiral chinez cu sapte decenii înainte de Columb – teorie emisa în urma cu câtiva ani. Menzies spune ca o flota chineza a adus, în 1434, în Italia, enciclopedii cuprinzând referiri la tehnologii nedescoperite în Occident si care au pus bazele unor minuni ingineresti precum masinariile zburatoare schitate ulterior de Leonardo da Vinci. „Toate lucrurile cunoscute de chinezi pâna la anul 1430 au fost aduse la Venetia: De aici, ambasadorii împaratului chinez au pornit spre Florenta si apoi au ajuns la curtea papei Eugeniu IV.

Ele au reprezentat scânteia care va declansa toate inventiile si descoperirile Renasterii. Leonardo da Vinci si Galileo Galilei si-au bazat activitatea pe cunoasterea acestor tehnologii. Este adevarat, meritul lui Leonardo este ca a redesenat toate aceste schite în trei dimensiuni, ceea ce a reprezentat un urias progres”, scrie Menzies, în cartea sa 1434: Anul când chinezii au declansat Renasterea. Precedenta lucrare a britanicului în vârsta de 70 de ani, 1421, a fost best-seller în Europa, vânzându-se în peste un milion de exemplare.

„Ipotezele potrivit carora europenii ar fi descoperit întreaga lume, prin expeditii de explorare, sunt false. Chinezii au ajuns în America, Australia si Noua Zeelanda cu mult timp înaintea acestor expediti.” În recenta sa carte, Menzies afirma ca patru corabii chinezesti au ajuns în peninsula italica în prima jumatate a secolului XV, aducând cu ele harti ale lumii, atlase astronomice si enciclopedii mult mai avansate decât orice exista în Eurpa la acea vreme. Potrivit lui, Leonardo da Vinci ar fi intrat în contact cu informatiile din lucrarile respective prin intermediul copiilor realizate de eruditii italieni Taccola si Francesco di Giorgio.

În sprijinul teoriilor sale, Menzies a publicat desene ale unor arme de asediu, mori si pompe hidraulice extrase dintr-un tratat chinez de agricultura, datând din anul 1313, Nung Shu, în paralel cu ilustratii realizate de di Giorgio si Leonardo. Totodata, Menzies arata ca Cristofor Columb era la curent cu hartile aduse de chinezi, prezentând copia unei scrisori datate 1474 si apartinând matematicianului italian Toscanelli, copie descoperita printre documentele ce i-au apartinut „amiralului Marii Ocean”. Dar se pune întrebarea: cum de aceste harti nu au atras atentia si altor oameni ai epocii, ci doar lui Columb?

Cercetatorul britanic sustine ca pentru majoritatea contemporanilor genovezului, hartile nu spuneau mai nimic, dar ca singur acesta a avut rabdare sa le studieze, sa puna cap la cap datele obtinute si în final sa traga concluzia – partial gresita, este adevarat – ca în China se poate ajunge nu doar mergând pe uscat, spre est, ci si strabatând marea, spre vest. Desigur, academicienii au primit cu reticenta teoriile lui Menzies. Felipe Fernandez-Armesto, profesor de istorie la Queen Mary College din Londra afirma ca nu exista dovezi certe care sa ateste ca persoanele la care facea referire Toscanelli erau chinezi.

„Este evident ca unele idei si descoperiri ale chinezilor au ajuns în Europa iar ideile europene au patruns, prin intermediul Drumului Matasii, în China. Dar premisele de la care porneste cartea lui Menzies mi se par total lipsite de substanta si nu se bazeaza pe nici o marturie istorica indubitabila”, spune Fernandez-Armesto.

Pista mongola

 Dar convingerile lui Menzies nu sunt nici pe departe cele mai spectaculoase referitoare la descoperirea Americii. O noua ipoteza face înconjurul lumii: în acest sens: nici vikingii, nici Columb si nici chinezii nu au pus prima data piciorul în patria tomatelor si a curcanilor, ci... mongolii! Este teoria pe care o sustine profesorul Sumiya Jambaldorj de la Universitatea Genghis-Han din Ulan Bator. Ilustrul om de stiinta, specialist în lingvistica, a facut un studiu comparativ al denumirilor topografice din America si termeni din limba mongola, ajungând la concluzia ca între cei doi factori exista numeroase puncte comune.   „Probabil în urma cu circa 2000 de ani, înaintasii triburilor de mongoli din zilele noastre au traversat insulele Aleutine si au ajuns în America. Aici si în Alaska eu am gasit peste 20 de denumiri care ar putea fi de origine mongola. Sunt nume de râuri si de locuri, pastrate aproape nealterate de milenii. De altfel si în ziua populatiilor indigene din Alaska exista cuvinte similare cu cele din mongola – „haagan” înseamna stramos, si la ei, si la noi. Un argument în plus ar fi, sustine Sumiya Jambaldorj, ca uneltele stravechi descoperite în Alaska sunt similare cu cele utilizate de mongolii din vechime.

GABRIEL TUDOR - magazin.ro

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Libyan rebels enter Tripoli

Gaddafi forces offer little resistance as rebels moved from the western outskirts into the capital.

Source: Al Jazeera English: Live Stream

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Detail-test psa

Ma di questi nuovi casi, il 70% è a basso rischio, e solo il 30% è a rischio intermedio o alto. Il risultato di questa sovradiagnosi, che in alcuni casi sfocia nel sovratrattamento, è che nel 2007 sono state eseguite 30 mila Tac alla prostata inutili, per un costo di circa 30 milioni di euro.

Il dato arriva dall’incontro “Il tumore della prostata tra diagnosi precoce, certezze scientifiche  e innovative prospettive di cura”, il 26 maggio scorso a Roma, cui hanno  partecipato Giario Conti, Direttore dell’Unità Operativa di Urologia dell’Ospedale Sant’Anna di Como e presidente Auro.it (Associazione Urologi Italiani) e Giacomo Cartenì, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oncologia Medica dell’Ospedale Cardarelli di Napoli.

Nel nostro paese, il tumore della prostata è la forma tumorale più frequente nella popolazione maschile: secondo alcune ricerche circa 1 uomo su 7 svilupperà una malattia clinicamente evidente, ed 1 su 33 ne morirà. Tuttavia, più della metà dei tumori a basso rischio può essere definito indolente: si tratta di neoplasie asintomatiche che hanno un decorso talmente lento da essere clinicamente non significative. Oggi – spiega Conti – le ricerche nel campo della genetica, dei biomarcatori e dell’immaging ci permettono di differenziarli in modo sempre più preciso da quelli aggressivi-degenerativi”.
Una volta evidenziata una neoplasia indolente, piuttosto che sottoporre il paziente all'asportazione chirurgica o alla radioterapia, è possibile inserirlo in un programma di sorveglianza attiva, monitorando continuamente lo stato di evoluzione della malattia. Così facendo, oltre la salute si cerca di salvaguardare anche la qualità della vita del malato. A questo proposito studi recenti registrano un numero elevato di casi di suicidio o infarto in seguito alla diagnosi di tumore alla prostata: gli effetti collaterali dell’intervento posso infatti essere in certi casi molto gravosi, comportare ad esempio l’impotenza e l’incontinenza croniche.
La sorveglianza attiva - continua Conti - trasforma la fotografia dello screening in un film ed è un approccio efficace. Il 94% dei pazienti sottoposti non ha fatto trattamento a distanza di 16 mesi. Il fatto che da noi non prenda piede, conclude l’esperto, è un problema culturale, più che economico.

Per questo la SIUrO ha stilato un decalogo per definire con maggiore precisione il ruolo del Psa nello screening del carcinoma prostatico. Tra i punti salienti, il fatto che il rapporto benefici/danni (riduzione di mortalità cancro specifica/effetti collaterali della diagnosi e dei trattamenti) non è a tutt’oggi sufficiente a giustificare uno screening di popolazione, e che l’utilizzo improprio del test può determinare un eccesso sia di diagnosi sia di trattamenti non strettamente necessari per malattie clinicamente non significative.

Fonte: galileonet.it

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They have built a carbon nanotube synapse circuit whose behavior in tests reproduces the function of a neuron, the building block of the brain.The team, which was led by Professor Alice Parker and Professor Chongwu Zhou in the USC Viterbi School of Engineering Ming Hsieh Department of Electrical Engineering, used an interdisciplinary approach combining circuit design with nanotechnology to address the complex problem of capturing brain function.

In a paper published in the proceedings of the IEEE/NIH 2011 Life Science Systems and Applications Workshop in April 2011, the Viterbi team detailed how they were able to use carbon nanotubes to create a synapse.

This image shows nanotubes used in synthetic synapse and apparatus used to create them. (Credit: USC Viterbi School of Engineering).

Carbon nanotubes are molecular carbon structures that are extremely small, with a diameter a million times smaller than a pencil point. These nanotubes can be used in electronic circuits, acting as metallic conductors or semiconductors.

"This is a necessary first step in the process," said Parker, who began the looking at the possibility of developing a synthetic brain in 2006. "We wanted to answer the question: Can you build a circuit that would act like a neuron? The next step is even more complex. How can we build structures out of these circuits that mimic the function of the brain, which has 100 billion neurons and 10,000 synapses per neuron?"

Parker emphasized that the actual development of a synthetic brain, or even a functional brain area is decades away, and she said the next hurdle for the research centers on reproducing brain plasticity in the circuits.

The human brain continually produces new neurons, makes new connections and adapts throughout life, and creating this process through analog circuits will be a monumental task, according to Parker.

She believes the ongoing research of understanding the process of human intelligence could have long-term implications for everything from developing prosthetic nanotechnology that would heal traumatic brain injuries to developing intelligent, safe cars that would protect drivers in bold new ways.

For Jonathan Joshi, a USC Viterbi Ph.D. student who is a co-author of the paper, the interdisciplinary approach to the problem was key to the initial progress. Joshi said that working with Zhou and his group of nanotechnology researchers provided the ideal dynamic of circuit technology and nanotechnology.

"The interdisciplinary approach is the only approach that will lead to a solution. We need more than one type of engineer working on this solution," said Joshi. "We should constantly be in search of new technologies to solve this problem."

Source: ScienceDaily.com

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By Admin (from 21/08/2011 @ 08:00:19, in ro - Observator Global, read 2148 times)

 Fara îndoiala ca uciderea presedintelui american John Fitzgerald Kennedy a însemnat unul dintre evenimentele marcante ale secolului XX, constituind totodata o enigma neelucidata, pâna în zilele noastre. Opinia oficiala, exprimata prin controversatul raport al Comisiei Warren este aceea ca asasinatul a fost comis de un singur tragator, însinguratul si alienatul Lee Oswald. Dar versiunile paralele, bazate pe marturii cât se poate de credibile, acrediteaza ideea ca în spatele acestei socante crime s-au aflat organizatii extrem de puternice, deranjate de actiunile primului presedinte catolic din istoria Americii. Cine anume a decis ca presedintele trebuie sa dispara este greu de stabilit dar motivele pentru aceasta decizie capitala par, în opinia unor istorici si cercetatori, evidente...

Un simbol pentru o întreaga generatie

În ultimii ani, s-a conturat tot mai clar ipoteza ca JF Kennedy a fost victima unui complot de care nu au fost straini chiar unii membri ai Administratiei sale, printre acestia numarându-se poate si vicepresedintele Johnson. Este vorba, spun adeptii teoriei conspiratiei, de catre asa-numitul „guvern din umbra”. Ce i-a determinat pe acesti oameni sa-l elimine de pe scena politica pe „cel mai bun american”, cum l-au considerat multi? Pentru a afla raspunsul la aceasta întrebare, sa încercam mai întâi sa vedem cine a fost Kennedy si pe ce s-au bazat convingerile sale.

Îndragostit de clasici si mare iubitor al istoriei, înflacarat adept al regimului republican, democrat convins, JFK a constituit un simbol pentru o întreaga generatie postbelica. Temerar, patriot, liberal, Kennedy a pus interesele tarii sale mai presus de cele personale sau ale anturajului sau, mai ales în ceea ce priveste politica externa. Si, dupa cum se stie, politica externa a fost mereu punctul sensibil al politicianismului american. Nu este un secret pentru nimeni ca adesea, locatarii de la Casa Alba, au fost total dependenti de consilierii lor si de puternicii oameni de afaceri care contribuisera la alegerea lor – Bill Clinton fiind, afirma istoricii, cel mai edificator exemplu.

Provenind dintr-unul dintre cele mai puternice „clanuri politice” americane, întemeiat de tatal sau, Joseph, John Fizgerald nu a avut nevoie de sprijinul financiar al magnatilor din industria de armament, cei care, se spune, decid de secole cine va merge în Biroul Oval. Averea colosala adunata – prin procedee deloc ortodoxe, s-a afirmat – de tatal sau i-a permis lui Kennedy sa fie total independent de oligarhia financiara americana. Lucru care, se pare, i-a fost fatal. Asadar, sa fi fost ucis presedintele din simplul motiv ca era prea bogat?

Ascensiunea „celui de-al patrulea Reich”

S-a vehiculat adesea ideea ca JFK a fost propulsat la Casa Alba de carisma sa extraordinara. Lucru adevarat doar partial. Fiindca nu trebuie sa ne facem iluzii asupra influentei pe care averea tatalui sau a avut-o: aceasta avere i-a permis sa-si sponsorizeze singur campania electorala si sa nu mai aiba nevoie de „prieteni” dispusi sa-l ajute înainte de alegere, pentru a-i cere apoi diverse „servicii”, în schimb. Pe lânga asta, Kennedy s-a bucurat de sprijinul masiv al alegatorilor catolici, al intelectualilor, care vedeau în el o speranta pentru revigorarea sistemului politic american, marcat de coruptie si egoism, al femeilor, care-l adorau pentru alura sa de star hollywoodian si, nu în ultimul rând, al puterncei comunitati de culoare, supusa discriminarilor de tot felul, mai ales în statele din sudul Americii.

Sindicalistii erau de asemenea înclinati sa-l voteze, o exceptie constituind-o controversatul Jimmy Hoffa, un inamic personal al presedintelui si mai ales al fratelui acestuia, Robert, care voia sa-l aduca în fata justitiei, acuzându-l de coruptie si legaturi cu Mafia. Erau deci tot atâtea motive pentru ca „guvernul din umbra”, sprijinit de Mafie, sa doreasca anihilarea lui Kennedy. Mai mult, imediat ce a fost ales presedinte, Kennedy a initiat unele masuri care i-au înspaimântat si mai tare pe magnatii din industria armamentului si pe liderii Mafiei.

Potrivit lui Jim Marrs, autor al lucrarii „Ascensiunea celui de-al patrulea Reich: Societatile Secrete care ameninta sa domine America”, în 1963, Kennedy începuse sa-si impuna propria vointa puternicelor grupari care, de decenii, hotarau directiile politicii interne si externe ale SUA: „El si-a exprimat dorinta de a modifica CIA, transformând-o într-o institutie mult mai „deschisa”, dorea sa anuleze scutirile de taxe de care beneficiau unele concerne din industria petrolului, sa-si consolideze controlul asupra concernelor multinationale americane si sa diminueze puterea birocratilor din Wall Street si din sistemul Rezervelor Federale.

În iunie 1963 Kennedy a dispus tiparirea si punerea în circulatie a 4,2 miliarde dolari, în bancnote SUA, bani emisi de Departamentul Trezoreriei fara a plati nimic sistemului Rezervelor Federale, institutie compusa din douasprezece banci private ai caror proprietari nu erau americani... Gesturile sale erau inacceptabile. Kennedy deranja prea multe interese si trebuia facut neaparat ceva pentru a-l opri.”

Prea mic pentru un razboi atât de mare?

Marrs este de parere ca „bomboana pe coliva” a reprezentat-o decizia presedintelui de a se opune proiectului nuclear israelian. Kennedy era convins ca ducerea la îndeplinire a acestui proiect ar fi dus la o crestere a tensiunii în Orientul Mijlociu. si, este evident ca el a fost un om al pacii, care îsi dorea sincer o relaxare în raporturile dintre tari, mai ales în privinta relatiei cu URSS. Dar politica sa pacifista contravenea flagrant intereselor marilor producatori de armament: ca dovada, imediat dupa moartea sa, noul presedinte, Lyndon B. Johnson a modificat radical pozitia Case Albe vizavi de programul nuclear israelian, acceptând fara rezerve construirea reactorului de la Dimona.

La fel, se stie sigur ca JFK voia sa puna capat implicarii americane în Vietnam înainte de încheierea primului mandat la Casa Alba, ceea ce ar fi produs grave prejudicii financiare concernelor producatoare de armament. În lucrarea „Politica profunda si moartea lui JF Kennedy”, Peter Dale Scott releva ca pe 11 octombrie 1963 Kennedy a emis directiva NSAM 263, privind retragerea trupelor, indiferent de conditiile militare din teren. La scurta vreme dupa asasinarea presedintelui, succesorul sau, Johnson va anula directiva iar absurdul conflict va continua, ducând la moartea altor mii de soldati americani dar si la venituri substantiale pentru magnatii din industria de aparare.

Tentativele de acceptare a unei coexistente pasnice cu sovieticii n-au fost nici ele pe placul acestor magnati, pentru care amenintarea permanenta a unui conflict planetar, cu „fortele Raului” – statele comuniste, reprezenta ratiunea de a exista. Aceste initiative luate de Kennedy au reprezentat, ca atare, tot atâtea motive pentru care carismaticul politician a fost urât de catre inamicii sai, ce s-au constituit într-o cabala macabra si nu au ezitat sa-l ucida, desigur, ascunzându-si planul diabolic sub aparenta unui act comis de un individ cu certe deficiente psihice dar candidatul ideal pentru un asasinat la care nu a fost singurul faptas...

GABRIEL TUDOR - magazin.ro

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By Admin (from 20/08/2011 @ 14:00:35, in it - Scienze e Societa, read 3197 times)

A prima vista potrebbe sembrare un semplice bidone alla deriva in mezzo all’oceano. Ma basta guardare con più attenzione per scoprire un vero e proprio laboratorio automatico per l’analisi delle acque. Lo ha realizzato un team coordinato da Chris Scholin, presidente ed amministratore dell’Istituto di Ricerca dell’Acquario della baia di Monterey in California (Mbari). Questo “bidone-laboratorio”, il cui nome ufficiale è Environmental Sample Processor (Esp) è stato presentato recentemente sul portale della National Science Foundation (Nsf) statunitense.

Fra i principali punti di forza di Esp vi è sicuramente la capacità di compiere analisi in situ, evitando ai ricercatori di rientrare in laboratorio dopo aver raccolto i campioni. Il cuore di ESP è infatti un sofisticato laboratorio di analisi chimiche e microbiologiche. Quando viene rilasciato in mare, il dispositivo può prelevare campioni di acqua grazie ad apposite siringhe e filtrarli per separare particelle di varie dimensioni. Inoltre, grazie a sofisticate tecniche di analisi molecolare, può evidenziare la presenza di microorganismi, tossine e persino compiere semplici analisi del Dna.
Un altro grande vantaggio di questo mini laboratorio è la lunga autonomia: “Esp ha delle batterie che durano da 30 a 45 giorni, ma il nostro obiettivo è realizzare qualcosa che possa operare per sei mesi”, ha spiegato Jim Birch, direttore del Centro di ricerca per i sensori sottomarini. Secondo i ricercatori, i mari potrebbero presto essere monitorati da una fitta rete di questi dispositivi, pronti a indicarci lo stato di salute delle acque e il loro grado di inquinamento. Si potrebbe così rilevare tempestivamente la presenza di salmonella negli allevamenti ittici, salvaguardando anche la qualità del pesce che arriva sulle nostre tavole. 

Anche ora le potenziali applicazioni sono innumerevoli, come ha illustrato Scholin: "Potrebbe essere stare in un centro di distribuzione dell’acqua, sulle spiagge o nel retro di un camioncino di un ispettore deputato al controllo della qualità dell’acqua”. I ricercatori del centro MBARI stanno già lavorando per il trasferimento di queta tecnologia a società no-profit e ad agenzie non governative, e nel frattempo sono al lavoro per realizzare il successore di questo “bidone-laboratorio”, che potrà persino navigare autonomamente, vigilando come un’infaticabile sentinella sulla salute del mare.

Fonte: galileonet.it - Riferimenti: Nsf

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Researchers at MIT have found a way to make significant improvements to the power-conversion efficiency of solar cells by enlisting the services of tiny viruses to perform detailed assembly work at the microscopic level.

In a solar cell, sunlight hits a light-harvesting material, causing it to release electrons that can be harnessed to produce an electric current. The new MIT research, published online this week in the journal Nature Nanotechnology, is based on findings that carbon nanotubes — microscopic, hollow cylinders of pure carbon — can enhance the efficiency of electron collection from a solar cell's surface.

Previous attempts to use the nanotubes, however, had been thwarted by two problems. First, the making of carbon nanotubes generally produces a mix of two types, some of which act as semiconductors (sometimes allowing an electric current to flow, sometimes not) or metals (which act like wires, allowing current to flow easily). The new research, for the first time, showed that the effects of these two types tend to be different, because the semiconducting nanotubes can enhance the performance of solar cells, but the metallic ones have the opposite effect. Second, nanotubes tend to clump together, which reduces their effectiveness.

In this diagram, the M13 virus consists of a strand of DNA (the figure-8 coil on the right) attached to a bundle of proteins called peptides — the virus coat proteins (the corkscrew shapes in the center) which attach to the carbon nanotubes (gray cylinders) and hold them in place. A coating of titanium dioxide (yellow spheres) attached to dye molecules (pink spheres) surrounds the bundle. More of the viruses with their coatings are scattered across the background. 
Image: Matt Klug, Biomolecular Materials Group.

And that’s where viruses come to the rescue. Graduate students Xiangnan Dang and Hyunjung Yi — working with Angela Belcher, the W. M. Keck Professor of Energy, and several other researchers — found that a genetically engineered version of a virus called M13, which normally infects bacteria, can be used to control the arrangement of the nanotubes on a surface, keeping the tubes separate so they can’t short out the circuits, and keeping the tubes apart so they don’t clump.

The system the researchers tested used a type of solar cell known as dye-sensitized solar cells, a lightweight and inexpensive type where the active layer is composed of titanium dioxide, rather than the silicon used in conventional solar cells. But the same technique could be applied to other types as well, including quantum-dot and organic solar cells, the researchers say. In their tests, adding the virus-built structures enhanced the power conversion efficiency to 10.6 percent from 8 percent — almost a one-third improvement.

This dramatic improvement takes place even though the viruses and the nanotubes make up only 0.1 percent by weight of the finished cell. “A little biology goes a long way,” Belcher says. With further work, the researchers think they can ramp up the efficiency even further.

The viruses are used to help improve one particular step in the process of converting sunlight to electricity. In a solar cell, the first step is for the energy of the light to knock electrons loose from the solar-cell material (usually silicon); then, those electrons need to be funneled toward a collector, from which they can form a current that flows to charge a battery or power a device. After that, they return to the original material, where the cycle can start again. The new system is intended to enhance the efficiency of the second step, helping the electrons find their way: Adding the carbon nanotubes to the cell “provides a more direct path to the current collector,” Belcher says.

The viruses actually perform two different functions in this process. First, they possess short proteins called peptides that can bind tightly to the carbon nanotubes, holding them in place and keeping them separated from each other. Each virus can hold five to 10 nanotubes, each of which is held firmly in place by about 300 of the virus's peptide molecules. In addition, the virus was engineered to produce a coating of titanium dioxide (TiO2), a key ingredient for dye-sensitized solar cells, over each of the nanotubes, putting the titanium dioxide in close proximity to the wire-like nanotubes that carry the electrons.

The two functions are carried out in succession by the same virus, whose activity is “switched” from one function to the next by changing the acidity of its environment. This switching feature is an important new capability that has been demonstrated for the first time in this research, Belcher says.

In addition, the viruses make the nanotubes soluble in water, which makes it possible to incorporate the nanotubes into the solar cell using a water-based process that works at room temperature.

Prashant Kamat, a professor of chemistry and biochemistry at Notre Dame University who has done extensive work on dye-sensitized solar cells, says that while others have attempted to use carbon nanotubes to improve solar cell efficiency, “the improvements observed in earlier studies were marginal,” while the improvements by the MIT team using the virus assembly method are “impressive.”

“It is likely that the virus template assembly has enabled the researchers to establish a better contact between the TiO2 nanoparticles and carbon nanotubes. Such close contact with TiO2 nanoparticles is essential to drive away the photo-generated electrons quickly and transport it efficiently to the collecting electrode surface.”

Kamat thinks the process could well lead to a viable commercial product: “Dye-sensitized solar cells have already been commercialized in Japan, Korea and Taiwan,” he says. If the addition of carbon nanotubes via the virus process can improve their efficiency, “the industry is likely to adopt such processes.”

Belcher and her colleagues have previously used differently engineered versions of the same virus to enhance the performance of batteries and other devices, but the method used to enhance solar cell performance is quite different, she says.

Because the process would just add one simple step to a standard solar-cell manufacturing process, it should be quite easy to adapt existing production facilities and thus should be possible to implement relatively rapidly, Belcher says.

The research team also included Paula Hammond, the Bayer Professor of Chemical Engineering; Michael Strano, the Charles (1951) and Hilda Roddey Career Development Associate Professor of Chemical Engineering; and four other graduate students and postdoctoral researchers. The work was funded by the Italian company Eni, through the MIT Energy Initiative’s Solar Futures Program.

Source: MITnews

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